LA RECENSIONE – I FIGLI DELLA NOTTE di Andrea De Sica

I-figli-della-notte1TITOLO: I FIGLI DELLA NOTTE; REGIA: Andrea De Sica; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2016; cast: Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Yuliia Sobol; durata: 85′

Nelle sale italiane dal 31 maggio, I figli della notte è l’opera prima di Andrea De Sica, già presentata in anteprima al Torino Film Festival e dedicata alla memoria di Manuel De Sica, padre del regista, scomparso nel 2014.

All’interno di uno scenario suggestivo come può essere il paesaggio alpino vi è un grande collegio per rampolli dell’alta società che hanno avuto problemi con la giustizia e che, qui “rinchiusi” vengono educati per diventare i “dirigenti del futuro”. Tra di loro c’è anche il diciassettenne Giulio, timido ed introverso che ben presto farà amicizia con l’intraprendente Edoardo. I due prenderanno ben presto l’abitudine di uscire di nascosto di notte per recarsi in un night club poco lontano. Ed è qui che Giulio incontrerà e si innamorerà della spogliarellista Elena.

Al di là della storia con riuscite venature del thriller e dell’horror, al di là della maestosa ambientazione, che tanto sta a ricordarci l’Overlook Hotel, al di là dell’ottima scelta degli interpreti e della scrittura priva di sbavature, questo primo lavoro del giovane De Sica colpisce innanzitutto per la straordinaria maturità e per l’ottima padronanza del mezzo cinematografico stesso.

La macchina da presa, secondo lo sguardo attento del regista, ci mostra il percorso di crescita di un adolescente che, da ragazzo bisognoso di affetto si trasforma pian piano in un adulto cinico e compassato. Senza edulcorazione alcuna. Il tutto, ovviamente, seguendo le regole del buon cinema di genere, con intensi primi piani, giochi di luci ed ombre, suggestive carrellate all’interno degli angusti corridoi del collegio (anche qui l’amore per Kubrick si è fatto sentire) ed un utilizzo della musica che sa dar vita a veri e propri picchi emotivi all’interno del lungometraggio. Di grande impatto, a tal proposito, la scena in cui il protagonista, aiutato da un suo compagno chiamato a minacciare i sorveglianti con una pistola cantando le note di Vivere, scappa dal collegio.

Ottantacinque minuti che scorrono via in un baleno, dunque. Che ci tengono fin da subito incollati allo schermo e che, al termine della visione, ci fanno chiedere quali altri interessanti prodotti Andrea De Sica avrà in serbo per il futuro.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – SCAPPA-GET OUT di Jordan Peele

Get_Out_filmTITOLO: SCAPPA – GET OUT; REGIA: Jordan Peele; genere: horror, thriller; paese: USA; anno: 2017; cast: Daniel Kaluuya, Allison Williams, Catherine Keener; durata: 103′

Nelle sale italiane dal 18 maggio, Scappa – Get out è l’opera prima dell’attore statunitense Jordan Peele.

Chris, un ragazzo di colore, sta per andare a conoscere i genitori di Rose, la sua ragazza, di etnia bianca. Il ragazzo è un po’ preoccupato in quanto la famiglia di Rose ancora non è a conoscenza del fatto che Chris sia nero. La ragazza cerca in tutti i modi di tranquillizzarlo, ma, una volta giunti a destinazione, il giovane scoprirà di essere l’unico di colore oltre ai domestici e fin da subito si renderà conto che nella casa regna una strana ed inquietante atmosfera.

ouehEbbene sì. Malgrado la poca esperienza del regista dietro alla macchina da presa, Scappa – Get out è indubbiamente una sorpresa più che piacevole all’interno del panorama cinematografico attuale. La prima cosa che colpisce di questa opera prima di Jordan Peele sono le singolari atmosfere ricostruite, che tanto stanno a ricordare le pellicole horror anni Settanta/Ottanta. E questo non è soltanto merito delle ambientazioni (fatta eccezione per i telefoni cellulari presenti, è come se ci si trovasse, una volta a casa dei genitori di Rose, in un posto senza tempo), ma anche per le musiche. Interessante, a tal proposito, il contrappunto musicale creato durante i primi minuti quando un ragazzo di colore viene assalito e rapito, con un’allegra canzone – rigorosamente diegetica – proveniente dall’autoradio della macchina su cui verrà successivamente caricato.

Stesso discorso vale per la regia. Sovente lo spettatore si trova a sobbalzare sulla poltrona in seguito ad aggressioni improvvise, inaspettati incidenti d’auto ed altre giuste trovate che rispecchiano appieno i canoni dell’horror classico, senza però cadere mai nel retorico, ma creando, al contrario, un prodotto con una ben marcata identità.

get-out-allison-williams-daniel-kaluuyaParticolare attenzione, inoltre, va dedicata al sottotesto. Come ben sappiamo, negli ultimi mesi la situazione politica statunitense ha fatto discutere non poco. Ora, quale occasione migliore di dire la propria attraverso un film di genere che attacca in modo (non troppo) velato la società americana con tutta la sua ipocrisia ed il fascismo latente che sembra oggi essere vivo più che mai? Un film che non ha pietà per nessuno, questo di Peele. E che, soprattutto, non esita a smorzare i toni con una certa ironia di fondo che risulta in questo caso particolarmente indovinata.

Non si tratta del solito horror, dunque. Scappa – Get out è molto di più. Se non altro può essere letto anche come fedele omaggio al genere. Fedele e decisamente riuscito.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA di Hirokazu Kore’eda

covermd_home (1)TITOLO: RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA; REGIA: Hirokazu Kore’eda; genere: drammatico; paese: Giappone; anno: 2016; cast: Hiroshi Abe, Yoko Maki, Kirin Kiki; durata: 117′

Nelle sale italiane dal 25 maggio, Ritratto di famiglia con tempesta è l’ultimo lungometraggio del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, presentato nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes 2016.

Ryoto è un ex scrittore di successo con il vizio del gioco d’azzardo che, al fine di poter pagare gli alimenti al figlio, collabora con un detective privato. Rimasto da poco orfano del padre, l’uomo farà ritorno per qualche giorno alla sua cittadina natale, dove abita ancora la sua arzilla ma anziana madre e dove avrà modo di vedere suo figlio e la sua ex moglie. Un minaccioso temporale farà sì che tutta la famiglia riunita sia costretta a trascorrere la notte sotto lo stesso tetto.

ats_08Ma cosa comporterà, in realtà, la tempesta? Il protagonista, di fatto – come spesso affermato dalla sua stessa madre – è un eterno bambino mai cresciuto, un albero di mandarini che non dà frutti né fiori, ma che è molto utile a sfamare i bruchi destinati a trasformarsi in splendide farfalle. Ryoto, dal canto suo, di certo non può dirsi maturato fino in fondo, eppure sarà in grado ad insegnare al proprio figlio – eccessivamente maturo per la sua età – quant’è bello sognare ad occhi aperti e coltivare i propri sogni, indipendentemente dal fatto di riuscire o meno a realizzarli. Sarà la tempesta, dunque, a spazzare via ogni qualsivoglia dubbio nei confronti dei rapporti con i propri famigliari ed ogni timore per quanto riguarda il futuro. Ed ecco che Ryoto padre non ha più paura di riscoprirsi Ryoto figlio, riconciliandosi in qualche modo con il genitore defunto dopo aver preso definitivamente coscienza dell’affetto che quest’ultimo nutriva per lui.

Ancora una volta, dunque, la figura paterna diventa tema centrale in Kore’eda. È stato così per il bellissimo Father and son (2013), così come per il recente Little sister (2015), dove la figura del padre scomparso darà il via all’intera vicenda. Anche qui è il genitore defunto ad avere un peso centrale nello sviluppo del protagonista: è a causa del rapporto irrisolto tra i due che Ryoto rifiuta inconsciamente di crescere, è a causa delle loro incomprensioni che l’uomo cerca a tutti i costi di non commettere gli stessi errori con il proprio figlio e di spronarlo a coltivare i propri sogni.

Ritratto-di-Famiglia-con-TempestaUn lungometraggio, dunque, piuttosto complesso e stratificato. Una storia assolutamente non facile ed estremamente delicata che solo un cineasta del calibro di Kore’eda – con il suo sguardo attento e mai invasivo – avrebbe potuto mettere in scena. Ed ecco che piccoli gesti di normale quotidianità come il preparare i letti o l’amorevole attenzione e cura nel cucinare diventano attraverso la macchina da presa pura poesia. Una macchina da presa che, dal canto suo, si colloca sempre all’altezza del personaggio, quasi alla ozuiana maniera, riuscendo ad entrare così nel suo intimo senza mai risultare invadente. È soprattutto questa, dunque, l’abilità di Kore’eda: la capacità di riuscire a mantenere, da adulto, la freschezza e lo sguardo limpido di un bambino, facendo in modo che anche noi tutti possiamo ritornare, anche solo per un paio d’ore, a vedere il mondo come eravamo soliti fare tanti, tanti anni fa.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – SONG TO SONG di Terrence Malick

DSC_2102.NEFTITOLO: SONG TO SONG; REGIA: Terrence Malick; genere: drammatico; anno: 2017; paese: USA; cast: Ryan Gosling, Rooney Mara, Natalie Portman, Michael Fassbender, Cate Blanchett; durata: 129′

Nelle sale italiane dal 10 maggio, Song to song è l’ultimo lavoro del cineasta statunitense Terrence Malick.

BV è un musicista in cerca di successo. Un giorno, durante una festa a casa del suo produttore Cook, incontra e si innamora di Faye, la quale ha, però, già una relazione con Cook. Tra i tre si stabilirà un legame particolare, apparentemente forte, ma dagli equilibri in realtà molto più fragili di quanto si possa pensare.

song_to_song_portman_fassbender_1Dopo aver presentato in concorso alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia il documentario Voyage of Time, ecco che Terrence Malick torna ad essere stilisticamente parlando il Malick che noi tutti conosciamo (ed amiamo) con i suoi temi di sempre: il senso di spaesamento, la ricerca di sé stessi, l’effetto che ognuno di noi ha sugli altri e via dicendo. È stato così, ad esempio, per i suoi ultimi lungometraggi di finzione – To the wonder e Knight of Cups – ed è così anche per questo suo ultimo lavoro, dove le origini, la famiglia, l’amore e, soprattutto, la musica, si fanno colonne portanti di tutta la narrazione. Tale senso di spaesamento viene ben sottolineato dai grandangoli – che tanto piacciono a Malick – così come da scenografie che prevedono appartamenti iper moderni con pareti di vetro che sembrano quasi inesistenti e che rendono il tutto altamente agorafobico.

Ottima scelta si rivela, inoltre, il cast, dove vediamo praticamente il meglio di quanto il panorama hollywoodiano possa attualmente offrirci: da Ryan Gosling a Rooney Mara, senza dimenticare Michael Fassbender, Natalie Portman e la grandissima Cate Blanchett. Attori che, in ogni caso, sono già stati “testati” da Malick nei suoi precedenti lavori, talmente belli e perfetti da sembrare quasi irreali pur con tutte le loro debolezze qui messe in scena.

Song_to_Song (1)Al via, dunque, il flusso di coscienza tipicamente malickiano – con le sue voci fuoricampo e le sue numerose e fluide carrellate (con tanto di fotografia firmata Emmanuel Lubezki) – che sembra quasi voler metterci davanti alle nostre stesse debolezze e che, diciamolo pure, pur essendo uno stile talmente estremo da essere spesso odiato, risulta in Malick ormai vincente. D’altronde Terrence Malick è come è. E ci piace proprio per questo.

Diventato negli ultimi anni particolarmente prolifico, ha già pronto, tra l’altro, un nuovo lavoro: Radegund. E, siamo certi, sicuramente non ne resteremo delusi.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – THE SPACE BETWEEN di Ruth Borgobello

The-Space-BetweenTITOLO: THE SPACE BETWEEN; REGIA: Ruth Borgobello; genere: drammatico; anno: 2015; paese: Italia, Australia; cast: Flavio Parenti, Maeve Dermody, Lino Guanciale; durata: 98′

Nelle sale italiane dal 4 maggio The space between è l’opera prima della regista italo-australiana Ruth Borgobello, presentata in anteprima all’ultima edizione di Alice nella città.

Ci troviamo ad Udine. Il giovane Marco, dopo aver vissuto qualche anno a New York lavorando come chef, viene messo in cassa integrazione dal proprio datore di lavoro. Insoddisfatto dalla propria vita, si convincerà pian piano ad allargare i propri orizzonti ed a perseguire il proprio sogno di tornare a fare lo chef in seguito alla morte improvvisa del suo migliore amico ed in seguito all’incontro con Olivia, giovane ragazza australiana che sogna di diventare una stimata designer.

Indubbiamente questa opera prima di Ruth Borgobello nasce da ottimi intenti. Intellettualmente onesto, questo suo primo lungometraggio risulta, però, piuttosto ingenuo da un punto di vista prettamente cinematografico. Ciò riguarda soprattutto la scrittura: vi sono non pochi elementi tirati in ballo e lasciati in sospeso che più che una scelta voluta sanno tanto di distrazione da parte dell’autrice stessa (il negozio dell’amico, la ragazza del protagonista che vediamo nelle scene iniziali, così come lo stato di salute del padre del ragazzo sono solo alcuni esempi in merito), oltre a forzature poco convincenti (lo scherzo al citofono da parte di alcuni ragazzi, così come la nascita dei gattini del protagonista). Stesso discorso vale per la regia, soprattutto per quanto riguarda la direzione degli attori: troppo innaturale, in alcuni momenti talmente sopra le righe da far perdere di credibilità a tutta la scena.

Eppure bisogna riconoscere che alcune ambientazioni, così come il respiro internazionale e l’importanza del mondo onirico che l’autrice ha voluto dare a questa sua opera sono indubbiamente trovate interessanti. Chissà, forse è proprio la scarsa esperienza dietro la macchina da presa della regista l’unico vero ostacolo alla buona riuscita del film. Se Ruth Borgobello riuscirà o meno a “crescere”, però, lo sapremo solo dopo la visione dei suoi prossimi lavori, ai quali, si spera, non mancherà quella genuinità di fondo che caratterizza questa sua ingenua opera prima.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – SASHA E IL POLO NORD di Rémy Chayé

sasha-e-il-polo-nord-1-1800x730TITOLO: SASHA E IL POLO NORD; REGIA: Rémy Chayé; genere: animazione; paese: Francia; anno: 2015; durata: 81′

Nelle sale italiane dal 4 maggio, distribuito dalla P.F.A. Films, Sasha e il Polo Nord è il lungometraggio d’esordio del giovane regista francese Rémy Chayé.

Sasha è una giovane aristocratica russa. Vivace e ribelle, si oppone fin da subito alla sua famiglia, la quale ha già organizzato per lei un matrimonio combinato. La ragazza è da sempre appassionata di viaggi. Passione, questa, che le è stata trasmessa da suo nonno Oloukine, stimato esploratore mai tornato a casa dopo un viaggio al Polo Nord. Sarà volontà di Sasha partire alla volta del Grande Nord sulle tracce di suo nonno.

sasha-e-il-polo-nord-3-500x360Interessante esordio nel lungometraggio, questo di Rémy Chayé. Dopo essersi fatto notare, infatti, per i suoi precedenti lavori (The secret of Kells, del 2009, e La tela animata, del 2011) ecco dare vita, a quattro anni dalla sua ultima produzione, ad un romanzo di formazione sincero ed appassionante, con personaggi ben scritti – Sasha in primis, così come suo nonno ed i suoi compagni di viaggio, ad esempio – e, non per ultima, una realizzazione grafica particolarmente interessante, la quale prevede figure quasi bidimensionali e prive di contorni, ma, allo stesso tempo, curate nei dettagli, analogamente ai fondali che ci mostrano ora gli interni dell’aristocratico palazzo dove vive Sasha, ora il magnetico e sconosciuto Polo Nord.

sasha.ritagliareUna storia ambientata in Russia alla fine dell’Ottocento, ma che – proprio per la portata universale dei temi trattati, ossia la scoperta di sé stessi, la crescita, il difficile passaggio all’età adulta, l’amore per la verità e per l’avventura – può essere considerata a tutti gli effetti una storia senza tempo.

Ed ecco che un altro nome si affaccia sul panorama dell’animazione in Francia, la quale, a sua volta, grazie ad una particolare ricerca del nuovo e grazie soprattutto ad autori come Alain Gagnol, Jean-Loup Felicioli e Jean-François Laguionie (giusto per citarne solo alcuni) si conferma come uno dei paesi europei maggiormente interessanti nell’ambito del cinema d’animazione.

VOTO: 8/10

Marina Pavido