LA RECENSIONE DI MARINA: MONTEDORO di Antonello Faretta

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TITOLO: MONTEDORO; REGIA: Antonello Faretta; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Italia; cast: Pia Marie Mann, Joe Capalbo, Caterina Pontrandolfo, Luciana Paolicelli; durata: 90′

Nelle sale italiane dal 15 aprile, Montedoro è l’opera prima del regista Antonello Faretta.

Una donna americana viene a conoscenza delle sue origini soltanto dopo la morte dei genitori. Al fine di scoprire di più sul suo passato, parte alla volta di Montedoro, il piccolo paese della Lucania che le ha dato i natali. Una volta giunta a destinazione, però, scoprirà che Montedoro stesso è diventato un villaggio fantasma, abbandonato, anni prima, dai suoi abitanti.

MontedoroIl lungometraggio di Faretta nasce da un’esperienza che il regista stesso ha vissuto: l’incontro con una donna americana (Pia Marie Mann, appunto, che nel film interpreta il ruolo della protagonista) che, giunta in Lucania per visitare il paese del genitori, ha scoperto che il villaggio in cui è nata è, ormai, disabitato da tempo. La memoria, la ricerca di sé e delle proprie origini, oltre ad un certo senso di spaesamento sono, dunque, i grandi protagonisti di Montedoro.

Antonello Faretta, cineasta e videoartista con un’importante esperienza alle spalle, ha dato prova, qui, di un grande talento registico, dimostrando di saper gestire alla perfezione lo spazio e dando alla narrazione il giusto ritmo per comunicare allo spettatore quella lentezza, quel senso di calma e, allo stesso tempo, di inquietudine dato da un luogo che ha visto il susseguirsi di tante generazioni, ma del quale,ormai, è rimasto solo lo scheletro. Particolarmente notevoli sono, a tal proposito, le inquadrature che ci mostrano il bellissimo paesaggio lucano, oltre al paese di Craco, dove la storia è ambientata. Immagini poetiche e contemplative che hanno in sé un che di mistico, che da un lato affascina, mentre dall’altro fa quasi paura.

montedoro_0011Gli elementi che meno convincono in Montedoro sono, in realtà, l’eccesso di dialoghi – sempre rischiosi da gestire in ambito cinematografico – ed il fatto che il film in sé si trova a metà strada tra il documentario e l’onirico, senza, però, trovare una sua precisa collocazione. Probabilmente, con delle scelte più estreme in merito, il risultato sarebbe stato senz’altro più convincente. Detto questo, comunque, ci troviamo di fronte ad un prodotto assolutamente singolare, sentito ed onesto. Caratteristiche, queste, rare da trovare oggigiorno, soprattutto nell’ambito della grande distribuzione.

Ultima considerazione: l’idea di inserire all’interno della narrazione – soprattutto durante gli ultimi minuti del film – immagini di repertorio risalenti agli inizi del secolo, si è rivelata decisamente vincente.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

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