12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – THE MOVIE OF MY LIFE di Selton Mello

o-filme-da-minha-vida-paula-huven-4_opt-650x300TITOLO: THE MOVIE OF MY LIFE; REGIA: Selton Mello; genere: drammatico; paese: Brasile; anno: 2017; cast: Johnny Massaro, Vincent Cassel, Bruna Linzmeyer; durata: 113′

Presentato in anteprima all’interno della Selezione ufficiale alla 12° Festa del Cinema di Roma, The Movie of My Life è l’ultimo lungometraggio del regista brasiliano Selton Mello, tratto dal romanzo A Distant Father di Antonio Skarmeta.

Tony Terranova – figlio di un francese e di una brasiliana – è un giovane insegnante con la passione per il cinema e per la poesia. Una volta tornato, dopo aver concluso gli studi, a Remanso, suo paese di origine, scoprirà che suo padre ha improvvisamente abbandonato la madre, la quale viene incessantemente corteggiata da un vicino di casa. Anche Tony, a sua volta, scoprirà l’amore. Questo suo percorso di crescita, però, non sarà sempre facile.

Ѐ una voce fuoricampo – con dei binari in mezzo alla campagna che ci appaiono sullo schermo – ad introdurci, dunque, le vicende del giovane protagonista. E, così, fin da subito, grazie ad una messa in scena pulita e priva di fronzoli, che – unita ad una fotografia che tanto ci ricorda Novecento del nostro Bernardo Bertolucci (senza particolari riferimenti a Pelizza da Volpedo, però) – sa ben realizzare le ambientazioni e le atmosfere della provincia brasiliana degli anni Sessanta, ci troviamo perfettamente a nostro agio all’interno di una storia nella quale un po’ tutti riusciamo ad identificarci.

Tony, il giovane protagonista, è un eterno sognatore, sensibile ma determinato, che non riesce a comprendere il motivo per cui suo padre abbia deciso di sparire completamente dalla sua vita e da quella di sua madre. Il primo confronto con il cosiddetto “mondo degli adulti” sarà, dunque, molto più doloroso del previsto, sebbene edulcorato dalla scoperta dell’amore e, soprattutto, dal cinema stesso, luogo in cui il protagonista è solito rifugiarsi per vedere e rivedere il classico di John Ford Fiume Rosso ed estraniarsi, per un attimo, dalla realtà che lo circonda. Ed ecco che anche lo spettatore viene immediatamente rapito dalle pellicole che, numerose, riempiono la cabina di proiezione o dagli ingranaggi del proiettore stesso, oltre che, appunto, dalle emozioni provate, ogni volta, dallo stesso Tony. Sono questi, probabilmente – grazie anche ad un montaggio che ben sa coniugare musica ed immagini – i momenti meglio riusciti di tutto il lungometraggio. Momenti in cui l’autore stesso ha voluto a proprio modo fare una sorta di dichiarazione d’amore alla Settima Arte. Eppure, The Movie of My Life, non funziona solo per questo.

La struttura circolare qui utilizzata, ad esempio, è un altro dei numerosi fattori che hanno fatto di questo lavoro di Mello un buon prodotto. Nel momento in cui, durante la scena finale, rivediamo i binari inquadrati all’inizio, abbiamo ben presente il concetto della ciclicità della vita (e delle tappe di crescita obbligate che ognuno di noi prima o poi vive in prima persona), che Mello ha voluto rappresentare. Quasi come se l’autore volesse, in qualche modo, “allontanarsi” dalla storia raccontataci, o meglio, quasi come se volesse osservarla con maggiore distacco, presentandocela come una storia universale, come la storia di ognuno di noi. La storia si ripete, ma, alla fin fine, tutto resta invariato. Tutto scorre, perfettamente in linea con la filosofia di Eraclito.

Tale cura nella messa in scena, dunque, fa sì che le (non poche) incongruenze all’interno dello script abbiano meno importanza di quanta non ne avrebbero in diverse occasioni. Sta bene, però. Non è sempre facile trasporre un intero romanzo in poco meno di due ore di film. Ma, volendo citare il buon Woody Allen, “Basta che funzioni”!

VOTO: 7/10

Marina Pavido

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12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – THE HUNGRY di Bornila Chatterjee

hungry_01-h_2017TITOLO: THE HUNGRY; REGIA: Bornila Chatterjee; genere: drammatico; paese: India, Regno Unito; anno: 2017; cast: Naseeruddin Shah, Tisca Chopra, Neeraj Kabi; durata: 100′

Presentato all’interno della Selezione Ufficiale alla 12° Festa del Cinema di Roma, The Hungry è l’ultimo, controverso lungometraggio della regista indiana Bornila Chatterjee, trasposizione cinematografica del Tito Andronico di William Shakespeare.

I protagonisti, in questo caso, sono i membri di due famiglie con a capo due importanti magnati aziendali. La bella e spietata Tulsi è in procinto di sposare Sunny e di fare in modo – come anche dal padre di quest’ultimo viene affermato – che si diventi tutti un’unica famiglia. Durante la festa di Capodanno, però, il figlio minore della donna viene ucciso dopo essersi rifiutato di entrare in affari con la famiglia di Sunny. Prenderà il via, da qui, una lunga serie di omicidi, violenze e tradimenti di ogni genere, al termine della quale nessuno riuscirà, in qualche modo, a salvarsi.

Ѐ il genere umano nella peggiore delle sue declinazioni, quello che ci viene presentato in Tito Andronico prima e in The Hungry poi. In questo lavoro della Chatterjee, nello specifico, grazie ad una regia e ad una fotografia che sembrano non aver alcun dubbio riguardo ciò che vogliono trasmettere allo spettatore, la tensione e l’ipocrisia dei personaggi è palpabile fin dall’inizio. Ed ecco che, con una messa in scena del tutto soggettiva ma impeccabile, interni dai colori freddi e scene in esterno girate perlopiù con il buio – fatta eccezione per i brevi, riusciti momenti in cui vediamo un suggestivo paesaggio all’alba avvolto nella nebbia – si fanno teatro di una tragedia sempre attuale. Ѐ soprattutto il dio Denaro a stabilire ogni singola mossa dei protagonisti. A lui la responsabilità di ogni intrigo, di ogni tortura, di ogni omicidio.

Ed è proprio nel mettere in scena torture e omicidi che la macchina da presa della Chatterjee si mostra quanto mai coraggiosa, quasi eccessivamente ardita: la scena dell’uccisione della sorella di Sonny è solo la prima delle scene maggiormente disturbanti, le quali trovano un loro compimento proprio man mano che ci si avvicina al finale, momento in cui alla spietata Tulsi viene presentata – durante il banchetto di nozze – la testa del suo primogenito su di un vassoio d’argento. Particolarmente emblematica – oltre che piuttosto ben riuscita – la scena in cui, a conclusione della tragedia, vediamo un branco di pecore nere entrare nel salone dove fino a poco tempo prima stavano avendo luogo i festeggiamenti di nozze e mangiare avidamente le pietanze presenti sul tavolo. Soluzione, questa, piuttosto sottile e raffinata, che – oltre, appunto, ad una regia matura e consapevole – ha fatto sì che un lungometraggio come The Hungry – al quale, tutto sommato, si può rimproverare solo un calo di ritmo a circa metà del film – abbia una propria, marcata identità, senza farsi “schiacciare” dall’imponenza dell’opera di partenza, ma regalandocene, al contrario, una trasposizione capace di mostrarci quanto di buono le major indiane sono in grado di produrre oggi, senza lasciarsi eccessivamente influenzare né dai canoni standard delle produzioni bollywoodiane, né da quelle tipicamente hollywoodiane. Perdonate il gioco di parole.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – ABRACADABRA di Pablo Berger

escena-de-abracadabraTITOLO: ABRACADABRA; REGIA: Pablo Berger; genere: comico, grottesco; paese: Spagna; anno: 2017; cast: Maribel Verdù, Antonio de la Torre, José Mota; durata: 96′

Presentato in anteprima alla 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Abracadabra è l’ultimo lungometraggio – dopo l’interessante Blancanieves, omaggio ai fratelli Grimm ed al cinema muto – del cineasta spagnolo Pablo Berger.

Ci troviamo nella periferia di Madrid. Carmen è una casalinga frustrata, che da anni vive una crisi coniugale a causa di un marito scontroso e distratto, Carlos, il cui unico interesse è il Real Madrid. Un giorno, durante una festa di matrimonio, l’uomo viene sottoposto ad un esperimento di ipnosi da un parente che si diletta nell’esibirsi in spettacoli di magia. In seguito a tale esperimento, però, le cose prenderanno una piega inaspettata e lo spirito di un pericoloso (ma estremamente gentile e galante) serial killer vissuto trent’anni prima finirà per impossessarsi del corpo di Carlos.

Per le atmosfere, per la regia che tende sapientemente a giocare con sguardi e riflessi e, soprattutto, per la spiccata componente comica e surreale tendente decisamente al grottesco, inevitabilmente questo lavoro di Pablo Berger ci fa pensare ad un Alex de la Iglesia al massimo della forma. L’Alex de la Iglesia di Azione mutante (1993) o di Le streghe sono tornate (2013), per intenderci. E, analogamente a quest’ultimo film, anche Abracadabra tende a partire in quarta con una sfilza di gag esilaranti, per poi rientrare nei margini e portare avanti la storia raccontata usando dei toni decisamente più contenuti. Dopo le risate iniziali, infatti, ecco che, pur mantenendo una forte componente ludica, Berger sembra voler quasi dare un attimo di respiro allo spettatore, per poi sviluppare, successivamente, una storia che pian piano sembra sempre più assumere i toni del thriller. Il risultato finale – grazie ad un ribaltamento tanto interessante quanto inaspettato – è un vero e proprio manifesto dell’emancipazione femminile, che, anche nel 2017, risulta sempre attuale ed appropriato. Ovviamente, da grande cinefilo quale è, Berger, pur non avendo dato vita ad un esplicito omaggio al cinema del passato, come è avvenuto per Blancanieves, anche in questo suo ultimo lavoro non ha esitato ad attingere a piene mani da ciò che nei decenni scorsi è stato prodotto. Impossibile, ad esempio, non pensare ad Edipo relitto – fortunato cortometraggio del 1989 firmato Woody Allen e facente parte del progetto collettivo New York Stories – quando avviene l’incidente dopo l’esperimento di ipnosi, o, allo stesso modo, non si può non ricordare il grande Alfred Hitchcock, quando vediamo la macchina da presa giocare con sguardi riflessi su coltelli o con specchi collocati nei punti giusti. Il tutto, però, viene realizzato in modo assolutamente soggettivo, senza mai apparire forzato, ma risultando, al contrario, perfettamente in linea con il resto del lavoro.

Siamo d’accordo, Abracadabra, pur confermandosi un prodotto ben realizzato e ben riuscito, non riesce a reggere il confronto con un lungometraggio come Blancanieves. Ma, d’altronde, un esordio del genere può spesso rivelarsi un’arma a doppio taglio e non sempre è facile mantenersi, nel corso degli anni, sullo stesso livello. Eppure, oltre ad essere un prodotto complessivamente gradevole e ben realizzato, Abracadabra è soprattutto un’ulteriore conferma dell’eccezionale talento di Pablo Berger, il quale ha dimostrato grande abilità nel passare da un registro all’altro restando, ogni volta, perfettamente a proprio agio all’interno del progetto stesso. Cosa, questa, di certo non da tutti.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – CABROS DE MIERDA di Gonzalo Justiniano

cabros_de_mierdaTITOLO: CABROS DE MIERDA; REGIA: Gonzalo Justiniano; genere: drammatico; paese: Cile; anno: 2017; cast: Nathalia Aragonese, Daniel Contesse, Elias Collado; durata: 124′

Presentato in anteprima all’interno della Selezione Ufficiale durante la 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Cabros de mierda è l’ultimo lungometraggio del cineasta cileno Gonzalo Justiniano.

Siamo nel 1983. Un giovane missionario nordamericano, Samuel Thompson, viene inviato nel cosiddetto Terzo Mondo presso una famiglia cilena, al fine di predicare la parola di Dio. L’uomo verrà ospitato dalla bella Gladys, la quale vive con la madre, la figlioletta (anch’esse di nome Gladys) ed il nipotino Vladi. La famiglia, oltre a dover affrontare mille difficoltà al fine di riuscire a sbarcare il lunario, è impegnata anche a prendere parte alle prime rivolte contro la dittatura di Pinochet.

Ed ecco che le vicende del giovane missionario prendono il via, alternando scene di girato a filmati di repertorio, flashback e flashforward, ma riuscendo, allo stesso tempo, a mantenere una certa compattezza narrativa ed una certa linearità. L’operazione portata avanti da Justiniano è particolarmente interessante, in quanto, negli anni Ottanta, è stato lo stesso regista – al seguito di un gruppo di missionari – a girare i filmati di repertorio utilizzati. Ѐ soprattutto la necessità di raccontare la dittatura, dunque, che ha spinto Gonzalo Justiniano – cileno di nascita, ma francese di adozione – a dare vita ad un lungometraggio come Cabros de mierda. Un lavoro particolarmente sentito, addirittura urlato – come sta a suggerirci lo stesso titolo, che tradotto vuol dire proprio “teste di cazzo”, riferito a tutti coloro che a loro tempo hanno collaborato con Pinochet – che, tuttavia, quasi fino alla fine riesce a mantenersi piuttosto moderato nella regia, senza mai mostrarci violenze esplicite (fatta eccezione per l’uccisione di innocenti da parte della polizia) e senza mai andare sopra le righe. Soltanto nel finale – quando vediamo Samuel recarsi in Cile nel 2017 ed osservare in un museo le fotografie delle vittime della dittatura – sembra che il regista si sia lasciato prendere eccessivamente la mano dall’emotività ed abbia abbandonato, per un attimo, quel necessario distacco che serve a mettere in scena una storia. Considerata la lunga gestazione del film ed il coinvolgimento in prima persona dell’autore, però, questa è una piccola pecca che può essere facilmente perdonata.

Ma Cabros de mierda non è soltanto un film di denuncia, un urlo di rabbia di chi ha vissuto la tragedia sulla propria pelle. Cabros de mierda, al contrario, oltre a mettere in scena uno dei più grandi crimini contro l’umanità, solleva anche importanti questioni riguardanti principalmente la religione, la differenza tra essere praticanti per convenzione ed operare realmente il bene e, soprattutto, l’ipocrisia che si nasconde dietro a certi comportamenti. Particolarmente emblematica, a tal proposito, la scena in cui vediamo un anziano Samuel incontrare uno dei suoi torturatori, convertitosi ormai al Cristianesimo e dedito a preghiere collettive, affermando di essersi pentito e di essere stato perdonato da Dio.

A Gonzalo Justiniano va una particolare nota di merito per essere riuscito, nonostante lo stretto coinvolgimento, a mantenere una certa lucidità nel raccontare i fatti e ad aver evitato ogni possibile retorica. Siamo d’accordo, Cabros de mierda non è un film di Pablo Larrain (giusto per restare all’interno dei confini nazionali), questo no. Eppure, indubbiamente, ci troviamo di fronte ad un prodotto di tutto rispetto, certamente degno della nostra attenzione.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – PRESENTAZIONE

FestaDelCinemaRoma2Anche quest’anno, come da ben dodici anni a questa parte, ha da poco preso il via – presso l’Auditorium Parco della Musica – la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. La manifestazione, per il terzo anno consecutivo sotto la direzione artistica di Antonio Monda, prevede quest’anno una ricca selezione, oltre ad interessanti incontri aperti al pubblico.

Hostiles di Scott Cooper, film di apertura, ha suscitato soltanto tiepide reazioni da parte di pubblico e critica, tuttavia il meglio della programmazione sembra debba ancora venire. Tra i lungometraggi maggiormente attesi abbiamo, infatti, Detroit di Kathryn Bigelow, Last Flag Flying di Richard Linklater, C’est la vie di Eric Toledano e Olivier Nakache e Logan Lucky di Steven Soderberg, giusto per fare alcuni nomi. Nonostante la variegata offerta, però, sembrano essere proprio gli incontri con importanti personalità del mondo del cinema a suscitare maggiore interesse. Primo fra tutti, quello con il grande David Lynch.

Oltre ai lungometraggi della selezione ufficiale, non dimentichiamo le sezioni collaterali, come Alice nella Città, Riflessi e le interessanti retrospettive che quest’anno saranno incentrate principalmente sui grandi musical della storia del cinema.

Oltre alle sale dell’Auditorium, saranno altri cinema della città ad ospitare proiezioni parallele, quali il MAXXI, il cinema Europa, il cinema Admiral, il cinema Trevi e la Casa del Cinema.

Noi di Entr’Acte, come ogni anno, seguiremo il festival per voi. Restate connessi per scoprire cosa questa 12° Festa del Cinema di Roma ha da offrirci. Buon Cinema a tutti!

Marina Pavido

LA RECENSIONE – SAW: LEGACY di Michael e Peter Spierig

sawbannerTITOLO: SAW: LEGACY; REGIA: Michael e Peter Spierig; genere: horror; paese: USA; anno: 2017; cast: Tobin Bell, Laura Vandervoort, Callum Keith Rennie; durata: 91′

Nelle sale italiane dal 31 ottobre, Saw: Legacy è l’ottavo capitolo della fortunata saga di Saw, iniziata nel 2004, che con questo ultimo lungometraggio inizierà un nuovo percorso.

Dopo una serie di efferati omicidi che ricordano tanto i crimini di Jigsaw, la polizia inizia ad indagare sul caso, convincendosi sempre più che l’assassino sia il tanto temuto serial killer. peccato, però, che l’uomo sia morto da quasi dieci anni, ormai.

Perfettamente in linea con i precedenti lungometraggi della saga, i gemelli Spierig sembrano del tutto a loro agio al timone di questo nuovo capitolo di Saw. E gli elementi  per far funzionare il prodotto ci sono proprio tutti: dal gioco al cardiopalma ideato da Jigsaw, al passato che torna, da inaspettati colpi di scena ad insoliti ma indovinati salti temporali. In poche parole, un ottimo nuovo inizio.

Come verrà portata avanti questa nuova ondata? Non ci resta che attendere i prossimi capitoli per saperlo. Nel frattempo, lasciamoci intrattenere per un’ora e mezza da questo appassionante lavoro firmato Spierig Brothers.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – LOLA+JEREMY di July Higreck

phpThumb_generated_thumbnail (1)TITOLO: LOLA+JEREMY; REGIA: July Higreck; genere: commedia; paese: Francia; anno: 2017; cast: Charlotte Gabris, Syrus Shahidi, Tom Higreck; durata: 85′

Presentato in anteprima nella sezione Alice nella città alla 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Lola+Jeremy è una romantica commedia diretta da July Higreck.

Jeremy è un giovane graphic designer che ha da qualche tempo una relazione con Lola, impiegata in una fumetteria ed appassionata di supereroi e dei film di Michel Gondry. I due sono soliti tenere un video diario da rivedere da lì a 10 anni e che Jeremy vorrebbe mostrare a suo padre in fin di vita in ospedale. Un giorno, però, Lola scopre che l’approccio che Jeremy ha inizialmente avuto con lei è stato solo l’ultimo di una serie di simili tentativi con altre donne. La ragazza, delusa e ferita, deciderà di andarsene di casa e da quel momento l’unico scopo di Jeremy sarà quello di riconquistarla.

Particolarmente frizzante e carica di brio, questa opera prima della giovane July Higreck. In poco meno di un’ora e mezza, infatti, la regista è riuscita a coniugare la classica storia d’amore con il dramma della malattia, i toni della commedia ed anche importanti citazioni cinematografiche. Prime fra tutte: i numerosi rimandi ai film di Michel Gondry come Se mi lasci ti cancello o Gli Acchiappafilm. Ed è proprio come i protagonisti di quest’ultima pellicola che Jeremy, insieme ai suoi amici, va in giro per le strade di Parigi vestito da supereroe, al fine di conquistare la sua amata Lola e dando vita ad una serie di esilaranti situazioni.

Lo stesso Michel Gondry, inoltre, insieme al batterista Manu Katché ed al rapper Youssoupha si è prestato in prima persona per un simpatico cameo.

La vera peculiarità di Lola+Jeremy, però, è proprio la forte componente metacinematografica: particolarmente d’effetto le scene filmate e montate con l’aggiunta di animazioni realizzate dai due protagonisti. Il tutto ha contribuito a regalare al film il giusto ritmo ed uno stile che tanto ci ricorda alcuni lavori dello stesso Gondry.

Niente male, per essere un’opera prima. Non ci resta che attendere, a questo punto, altri, interessanti lavori di questa giovane cineasta francese.

VOTO: 7/10

Marina Pavido