35° TORINO FILM FESTIVAL – FIRSTBORN di Aik Karapetian

firstbornTITOLO: FIRSTBORN; REGIA: Aik Karapetian; genere: thriller; paese: Lettonia; anno: 2017; cast: Maija Doveika, Kaspars Znotins; durata: 90′

Presentato in anteprima al 35° Torino Film Festival, all’interno della sezione After Hours, Firstborn è l’ultimo lungometraggio del cineasta lettone Aik Karapetian, il quale già nel 2014 aveva presentato, sempre a Torino, il suo The Man with the Orange Jacket.

La storia messa in scena è quella di Francis e Katrina, giovane coppia di sposi in attesa del loro primogenito. Il dramma, appunto, ha inizio quando la donna viene scippata sotto gli occhi del marito impotente, il quale, non riuscendo a perdonare sé stesso e ad accettare la propria debolezza, finirà per dare la caccia al borseggiatore, tentando di ricattarlo. In seguito alla lite tra i due, però, il ladro precipiterà da un dirupo e Francis si convincerà di averlo ucciso. Solo qualche mese più tardi, del tutto inaspettatamente, una misteriosa presenza inizierà a minare la tranquillità della coppia.

L’idea di base da cui prende il via la vicenda è indubbiamente accattivante. I principali problemi, tuttavia, derivano paradossalmente proprio dallo script. Già dal momento in cui vediamo un – a suo modo – combattivo Francis andare alla ricerca del misterioso borseggiatore, non di rado scappa qualche involontaria risata nell’udire le ridicole richieste dell’uomo. Il peggio, però, arriva man mano che la vicenda va avanti: dialoghi assurdi tra il protagonista ed il malvivente, misteriose escursioni nei boschi durante le quali Francis fa la conoscenza di un burbero boscaiolo dal ruolo non ben definito all’interno del lungometraggio stesso e la presenza di una specie di “bufalo imbufalito” (perdonate il gioco di parole) dagli occhi rossi di fuoco (anch’esso che pare trovarsi solo per puro caso sul set di Firstborn) sono solo alcune delle numerose trovate che fanno scadere questo lavoro di Karapetian inevitabilmente nel ridicolo. Il culmine, però, viene raggiunto nel momento in cui un come non mai imbestialito Francis va per l’ultima volta alla ricerca del giovane ladro – che ha appena aggredito per una seconda volta la moglie – e, una volta raggiuntolo, altro non fa che chiedergli di riavere l’orologio che gli era stato sottratto mesi prima.

Peccato, dunque, che un autore come Aik Karapetian abbia deluso a tal punto le aspettative, questa volta. Eppure, volendo analizzare Firstborn dal punto di vista prettamente registico, l’autore ha più volte avuto modo di dimostrare il proprio talento. Basti pensare anche soltanto al momento in cui vediamo Katrina rivelare al marito di essere incinta: l’immagine della donna che esce dallo studio del medico e va ad abbracciare Francis, il quale si limita a sorridere è un ottimo esempio di cinema che non ha bisogno di troppe parole per raccontare la vita.

Indubbiamente, dunque, il cineasta avrà modo di riscattarsi, in futuro. E, chissà, magari avremo modo di vedere i suoi nuovi lavori proprio in occasione delle prossime edizioni del Torino Film Festival, dove l’autore sembra essere ormai di casa.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – THE LODGERS di Brian O’Malley

The-Lodgers-movieTITOLO: THE LODGERS; REGIA: Brian O?Malley; genere: horror; paese: Irlanda; anno: 2017; cast: Charlotte Vega, David Bradley, Eugene Simon; durata: 92′

Presentato in anteprima al 35° Torino Film Festival nella sezione After Hours, The Lodgers è un interessante horror diretto dall’irlandese Brian O’Malley.

La storia è quella di Rachel ed Edward, due gemelli appena diventati maggiorenni, che, rimasti orfani diversi anni prima, vivono da soli nella grande villa che da decenni appartiene alla loro famiglia. I loro genitori, così come i loro nonni, i loro bisnonni e via dicendo, erano anch’essi gemelli e, attraverso rapporti incestuosi, hanno dato vita di volta in volta a nuove generazioni, per poi morire suicidi, annegando nel laghetto all’interno del giardino di casa. Desiderosa di una vita propria e di spezzare questa sorta di maledizione di cui insieme al fratello sembra prigioniera, Rachel un giorno farà la conoscenza e si innamorerà del giovane Sean, reduce di guerra che durate il conflitto ha perso una gamba. Solo lui potrà aiutare la ragazza a fuggire ed a sottrarsi, quindi al suo già segnato destino. Bisognerà fare i conti, però, con i fantasmi degli antenati, i quali sembrano contrari a porre fine alla loro stirpe.

Come lo stesso O’Malley ha dichiarato, questo suo riuscito lungometraggio si rifà principalmente ad importanti lavori del passato come The Others – diretto nel 2001 da Alejandro Amenabar – o Miriam si sveglia a mezzanotte, capolavoro del 1983 del compianto Tony Scott. Eppure, data la presenza dei due gemelli – elemento che ben si addice al genere e che, in questo caso specifico, viene ottimamente gestito dallo stesso O’Malley grazie a dettagli dei due fratelli ed a gesti speculari montati in alternanza – immediatamente viene da pensare al bellissimo – ma purtroppo poco conosciuto in Italia – Goodnight Mommy, diretto nel 2014 da Veronika Franz (la signora Seidl, per intenderci) e Severin Fiala.

Sono i due ben caratterizzati protagonisti, la maestosa ma inquietante villa – trattata alla stregua di un vero e proprio coprotagonista – l’elemento dell’acqua come simbolo di morte e di rinascita e le tetre atmosfere che, unitamente ad una sapiente regia e ad uno script pulito e lineare quanto basta, fanno di The Lodgers uno dei più interessanti lungometraggi della suddetta sezione torinese.

E poi, come ogni lavoro di genere che si rispetti, non poteva non mancare anche una (non troppo) velata critica alla società e, soprattutto, un forte (e giustificato) nazionalismo. Particolarmente significativa, a tal proposito, la battuta pronunciata dalla stessa Rachel, quando – nel rivolgersi ad un esattore delle tasse che aveva appena detto di aver affrontato un lungo viaggio dalla terraferma per andare a trovare i ragazzi – ha affermato: “È questa, per noi, la terraferma!”. Simbolo, questo, di una mai sopita rivalità con la vicina Gran Bretagna e, in egual modo, volendo restare in ambito prettamente artistico, della volontà di rivendicare il valore di una cinematografia come quella irlandese che, da anni, non fa che regalarci interessanti e piacevoli sorprese.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – THE SCOPE OF SEPARATION di Yue Chen

OFF_TheScopeOfSeparation_01TITOLO: THE SCOPE OF SEPARATION; REGIA: Yue Chen; genere: drammatico, commedia; paese: Cina; anno: 2017; cast: Liu Shidong, Wang Baonan, Ye Yao; durata: 71′

Presentato in concorso alla 35° edizione del Torino Film Festival, The scope of separation è l’ultimo lungometraggio diretto dal giovane regista cinese Yue Chen.

Ci troviamo a Taipei. Lui Shidong è un giovane orfano che, grazie ai soldi ereditati dai genitori, può permettersi una vita agiata. Il ragazzo è solito trascorrere le sue serate in un pub a giocare a carte o a biliardo. Dopo una serie di relazioni senza seguito, tuttavia, il giovane inizia ad interrogarsi su quale sia il suo ruolo nel mondo e, pian piano, intraprenderà anch’egli un proprio percorso di crescita.

Siamo d’accordo, nella sua forma, questo piccolo prodotto di Yue Chen è anche gradevole. Fa da subito una certa simpatia, infatti, questo giovane perdigiorno che, a tratti, sembra ricordarci tanto il cosiddetto giovin signore raccontatoci a suo tempo da Giuseppe Parini. Grazie ad un andamento narrativo contemplativo ma allo stesso tempo leggero quanto basta, ad un commento musicale che tende a sdrammatizzare ciò che ci viene mostrato sullo schermo e, soprattutto, ad una voce narrante – quella dello stesso protagonista – che accompagna passo passo le vicende messe in scena, The scope of separation riesce tutto sommato ad intrattenere piacevolmente lo spettatore durante tutta la sua breve durata.

Il problema di un lungometraggio come questo preso in esame, tuttavia, è proprio il volersi rifare a tutti i costi ad altri importanti autori. Uno di loro, ad esempio, è Hong Sangsoo, che per il suo particolare stile tende ad essere spesso emulato dai giovani cineasti che hanno avuto modo di apprezzarlo. Data la scelta di inserire una costante voce fuoricampo (peraltro piuttosto azzeccata in tale contesto), verrebbe da pensare anche ad un nome come quello di Woody Allen, con tutte le sue analisi introspettive e le sue crisi esistenziali che tanto ci hanno fatto divertire e riflettere. A differenza di quanto realizzato da tali autori, però, Yue Chen non riesce a conferire alla sua opera il carattere necessario per acquisire una propria, personale identità. È come se le stesse vicende di Liu Shidong, oltre a strappare un sorrisetto di quando in quando, non riescano a trasmettere quasi nulla all’esigente pubblico. Il rischio, in questi casi, è che il prodotto in sé venga dimenticato appena pochi giorni dopo la visione.

Destino, questo, che accomuna questo lavoro di Yue Chen a molti altri lungometraggi di giovani cineasti che ancora devono trovare la propria strada. Se non si avesse così tanta paura di osare e di tentare nuove strade, forse, le cose sarebbero di gran lunga diverse.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – KISS AND CRY di Chloé Mahieu e Lila Pinell

kissandcryTITOLO: KISS AND CRY; REGIA: Chloé Mahieu, Lila Pinell; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Sarah Bramms, Dinara Drukarova, Xavier Dias; durata: 78′

Presentato in concorso alla 35° edizione del Torino Film Festival, Kiss and cry è l’ultimo lungometraggio diretto dalle giovani registe francesi Chloé Mahieu e Lila Pinell, ambientato nel mondo del pattinaggio sul ghiaccio e nato da un precedente mediometraggio documentario diretto dalle stesse autrici.

Davanti ad una macchina da presa che, pur raccontandoci storie di finzione, non vuol discostarsi troppo dalla realtà e dalla forma documentaristica, prendono il via, dunque, le storie di Sarah, di Carla, di Amanda e di molte altre adolescenti che ogni giorno si dividono tra la scuola, i duri allenamenti, le amicizie ed i nuovi amori. Sarah, nello specifico, sembra maggiormente soffrire di tale situazione, vogliosa di vivere appieno la sua età, ma, allo stesso tempo, pressata dalla madre, che vorrebbe vederla diventare una campionessa, e dal suo severo insegnante, con il quale ha avuto pesanti screzi in passato.

Chiara intenzione delle registe è, fin da subito, quella di rendere le giovani protagoniste il più vere possibile. E la cosa, di fatto, sembra essere riuscita piuttosto bene, dal momento che, pur non trattandosi di attrici professioniste, ognuna di loro – dopo la richiesta di continuare ad essere sé stesse anche davanti alla macchina da presa – è riuscita a rendere alla perfezione il proprio personaggio, contribuendo a realizzare un prodotto piccolo ma onesto che sa mostrarci gli aspetti più duri dell’ambito sportivo, ma anche un’età non facile, dove a rendere tutto più complicato contribuiscono le invidie, la forte competitività ed anche atti di vero e proprio bullismo da parte di coetanee. Più che il successo nello sport, ciò di cui le ragazze qui raccontate sembrano maggiormente aver bisogno è l’essere amate ed accettate. Oltre, ovviamente, alla libertà di essere sé stesse.

Fatta eccezione per brevi momenti in cui ci vengono mostrati i duri allenamenti delle ragazze, poco o niente ci viene fatto vedere del tempo dedicato allo sport. Ed è proprio in questo che un lungometraggio come Kiss and cry sembra differenziarsi dai molti prodotti che ci raccontano principalmente storie di sportivi di successo e delle difficoltà di questo mondo tanto affascinante quanto spietato. Quello a cui le due registe sembrano prestare maggiormente attenzione è, di fatto, l’essere umano in quanto tale. Ed ecco che anche lo sport, dunque, a dispetto dell’idea che inizialmente ci si può fare, sembra acquisire pian piano un ruolo sempre più marginale.

Particolarmente degna di nota, a tal proposito, è la scena finale, in cui vediamo Sarah che si accinge ad esibirsi durante un’importante manifestazione sportiva: subito dopo essere stata annunciata, vediamo direttamente la ragazza allontanarsi dal palazzetto dello sport con le note di Oci Ciornie in sottofondo (musica scelta per la propria esibizione). L’immagine della giovane che, finalmente, sembra essersi liberata di tutto ciò che la costringeva ad essere diversa da ciò che avrebbe voluto essere, ha quasi un che di truffautiano (pur non svolgendosi, come di consueto, sulla riva del mare), grazie all’essenza di libertà che ci viene trasmessa.

Un piccolo prodotto sentito ed onesto, in poche parole, questo di Chloé Mahieu e di Lila Pinell. Pulito e ben realizzato, Kiss and cry a suo modo riesce a spiccare all’interno di un concorso che spesso e volentieri ha fatto storcere il naso a non pochi spettatori.

VOTO:7/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – EN ATTENDANT LES BARBARES di Eugène Green

OFF_EnAttendantLesBarbares_03TITOLO: EN ATTENDANT LES BARBARES; REGIA: Eugène Green; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Fitzgerald Berthon, Ugo Broussot, Valentine Carette; durata: 78′

Presentato all’interno della sezione Onde al 35° Torino Film Festival, En attendant les Barbares è l’ultimo lungometraggio del cineasta francese Eugène Green, frutto di un workshop che ha avuto luogo a Tolosa nella primavera del 2017.

È notte. In strada fa freddo. Si respira una strana tensione nell’aria, al punto di non permettere alla gente neanche di dormire. Alle porte di un castello bussano sei bizzarri personaggi, ognuno di diversa provenienza e ceto sociale: la coppia di borghesi, il senzatetto, l’artista, l’anarchico ed il giovane studente. Terrorizzati da un’imminente invasione dei barbari, i sei uomini chiedono aiuto al potente mago che abita il castello insieme a sua moglie. Ma chi sono, in realtà, i suddetti barbari? Impietosi Ostrogoti, sanguinari Unni, o, semplicemente, il popolo statunitense? E, soprattutto, cosa si può fare al fine di fronteggiare tali pericolose invasioni? La situazione sembra tutt’altro che facile, ma, si sa, la notte porta consiglio e i nostri uomini avranno modo di parlare tra loro – finalmente senza inutili distrazioni come computer o telefoni cellulari – e di confrontarsi anche con spiriti del passato, per poi scoprire che, in fondo, una soluzione c’è.

Mantenendo la sua tipica messa in scena ad impostazione teatrale che prevede figure statiche che recitano secondo i tipici canoni dello straniamento brechtiano, con questo suo ultimo lavoro, Eugène Green ci racconta i giorni nostri e, soprattutto, la mancanza di certezze dell’uomo contemporaneo, il quale, lasciandosi distrarre da piaceri fittizi, si trova pressoché spaesato quando si tratta di capire quale sia il proprio ruolo nel mondo ed in che modo si riesca a combattere le avversità dei giorni nostri. Tema, questo, più e più volte trattato, senza ombra di dubbio. Eppure un cineasta come Green riesce sempre a dar vita a qualcosa di nuovo ed inconfondibile nel proprio genere, evitando ogni sorta di retorica e dando vita a prodotti intelligenti e mai banali. Stesso discorso vale, ovviamente, anche per questo suo En attendant les Barbares, il quale, oltre a presentarsi come ritratto della società odierna (realista ma anche ironico al punto giusto), si fa anche, nel finale, apologia della cultura e della conoscenza in generale, quali uniche armi per combattere il nemico.

Ha una durata piuttosto breve, questa opera di Green. Breve, ma intensa, come si suol dire. Eppure, all’interno di un panorama come quello del Torino Film Festival, di certo, quale pregiato prodotto artistico, non passa assolutamente inosservata. Magari fosse così anche al di fuori dei tipici contesti festivalieri.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – 2557 di Roderick Warich

2557TITOLO: 2557; REGIA: Roderick Warich; genere: drammatico, thriller; paese: Germania, Thailandia; anno: 2017; cast: Leonel Dietsche, Wason Dokkathum; durata: 111′

Presentato alla 35° edizione del Torino Film Festival nella sezione Onde, 2557 è l’opera prima del giovane regista e sceneggiatore tedesco Roderick Warich.

Ci troviamo a Bangkok, nell’anno 2557. Due studenti tedeschi passano le loro serate a bere e divertirsi nei locali della città. Una sera, uno di loro fa la conoscenza e si innamora di una bella ragazza del posto, al punto di decidere, insieme all’amico, di tornare nel suo paese e recuperare dei soldi necessari ad aprire un ristorante in Thailandia. Una volta tornato, però, verrà derubato di tutto il denaro dalla sua stessa ragazza, la quale sparirà misteriosamente.

Un thriller/non thriller, in realtà, questa opera prima di Roderick Warich. Una volta avvenuto il furto, infatti, tutto il lungometraggio sembra abbandonare i toni iniziali, per cominciare una riflessione sul tempo e sulla caducità dell’esistenza umana. Cosa, questa, spesso in linea con autori come Hou Hsiao-Hsien o Wong Kar-Wai, a cui lo stesso Warich si ispira dichiaratamente.

L’operazione, tuttavia, pur essendo sotto molti aspetti piuttosto interessante, può dirsi riuscita solo a metà. Ottima la regia, che prevede intense carrellate ed immagini di una Bangkok notturna non sempre a fuoco, con tutte le sue luci ed i suoi colori. Stesso discorso vale per le poche scene in diurna, dove vediamo la giovane rifugiarsi insieme a due amici in una casa in riva al mare. L’andamento volutamente lento, tra l’altro, rende bene il concetto della precarietà della vita e dello scorrere del tempo che lo stesso regista ha voluto trasmetterci. Il reale problema di un lungometraggio come 2557 è, in realtà, proprio la mancanza di spontaneità dello stesso Warich. Si ha l’impressione che il regista, volendo a tutti i costi rifarsi agli autori sopracitati, si sia lasciato prendere eccessivamente la mano, perdendo pericolosamente di genuinità e svolgendo quasi un compitino impeccabile nella sua forma, ma, in fin dei conti, praticamente fine a sé stesso.

Sia ben chiaro, se tutte le opere prime che ogni anno vengono prodotte fossero allo stesso livello di 2557, non potremmo far altro che gioire. Il livello complessivo dell’opera, di fatto, è piuttosto alto, malgrado tutto. I problemi sopracitati sono, in questo caso, frutto di un’evidente immaturità stilistica, come se Warich dovesse ancora trovare una propria dimensione all’interno dell’universo cinematografico. Poco male, però. Giovane com’è, ha tutto il tempo di scoprire quale sia la sua strada.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

 

35° TORINO FILM FESTIVAL -THE DISASTER ARTIST di James Franco

the-disaster-artist-f72066TITOLO: THE DISASTER ARTIST; REGIA: James Franco; genere: commedia; paese: USA; anno: 2017; cast: James Franco, Dave Franco, Seth Rogen; durata: 98′

Presentato in anteprima alla 35° edizione del Torino Film Festival, The disaster artist è l’ultimo lungometraggio dell’attore e regista James Franco, incentrato sulla figura di Tommy Wiseau, autore del lungometraggio trash e, a suo modo, cult The Room.

Il biopic segue passo passo le avventure del nostro Wiseau, dalla nascita del sodalizio artistico con Greg Sestero, fino alla sera della prima di The Room.

Data la portata del tema trattato, ovviamente viene da chiedersi se un autore come il prolifico James Franco – encomiabile come interprete, ma che, pur essendo un cineasta indubbiamente valido, non sempre ha convinto con le sue prove dietro la macchina da presa – sia in grado di rendere sul grande schermo il forte impatto che un personaggio come Wiseau ha avuto sul pubblico e, soprattutto, la vera essenza di un lungometraggio come The Room. Fortunatamente, il giovane attore statunitense, si è rivelato all’unanimità forse la persona più adatta a raccontare le vicende di Wiseau, non solo per l’impeccabile messa in scena – che denota un lavoro minuzioso nel ricostruire sia la storia del regista che lo stesso The Room, con scene appositamente girate per l’occasione – ma anche per la straordinaria interpretazione di Tommy Wiseau, che lo ha reso irriconoscibile sia nel look – al pari, quasi, del personaggio da lui interpretato in Spring Breakers di Harmony Korine (2012) – sia nelle movenze e, soprattutto nel riprodurre il suo bizzarro accento.

Il risultato finale è un giocattolone pulito nella realizzazione e spassosissimo, che, tuttavia, mette in scena soprattutto la fragilità degli artisti “falliti”, se così si può dire, e, nello specifico, ci regala un ritratto quasi inedito di Wiseau, personaggio molto più indifeso di quanto possa inizialmente sembrare che dietro una confezione a dir poco spettacolare del suo film, mal cela, in realtà, un forte bisogno di amore e di attenzione che non è mai riuscito ad avere altrimenti. Ed ecco che James Franco ci regala finalmente uno dei suoi lavori da regista più convincenti, che, dietro una risata, ci mostra quanto è difficile essere artisti se non si possiede il talento e che, allo stesso tempo, si pone in modo onestamente reverenziale nei confronti di un’opera che, nel bene o nel male, è comunque riuscita a suo modo a passare alla storia.

VOTO: 8/10

Marina Pavido