LA RECENSIONE – SONO TORNATO di Luca Miniero

sono tornatoTITOLO: SONO TORNATO; REGIA: Luca Miniero; genere: commedia, drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Massimo Popolizio, Frank Matano, Stefania Rocca, Ariella Reggio; durata: 96′

Nelle sale italiane dal 1° febbraio, Sono tornato è l’ultimo lungometraggio diretto da Luca Miniero, che prende spunto dal lungometraggio tedesco Lui è tornato (diretto nel 2015 da David Wnendt), in cui abbiamo visto la figura di Adolf Hitler ripresentarsi, direttamente dal passato ai giorni nostri, in una cittadina tedesca.

Siamo nel 2017. Il giovane Andrea Canaletti si trova in Piazza Vittorio, a Roma, al fine di girare un documentario sull’immigrazione. Improvvisamente piove giù dal cielo un uomo misterioso, con i piedi legati da una corda, che tanto sta a ricordare il Duce. E se fosse davvero lui? Come reagirebbero gli italiani al giorno d’oggi? Canaletti, ignaro che l’uomo al suo cospetto sia realmente Mussolini, decide di portare quest’ultimo in giro per l’Italia, per realizzare una sorta d’inchiesta e vedere, di volta in volta, le reazioni della popolazione italiana.

Questo lungometraggio di Miniero – che, di fatto, rispecchia in ogni suo passaggio la precedente produzione tedesca – si presenta soprattutto come un’indagine ed una riflessione sulla società odierna, sulla memoria storica, appunto, sulla politica e su come siano cambiati gli italiani dopo ottant’anni dalla fine della dittatura e della guerra. Il risultato finale, però, sebbene con ottime intenzioni iniziali, risulta meno graffiante e meno incisivo del lungometraggio di Wnendt. Per quale motivo, dunque, un lavoro come questo di Miniero non riesce a centrare l’obiettivo e sembra restare in una sorta di limbo, a metà strada tra il puro intrattenimento ed il film indagatore e provocatore? La risposta, a quanto pare, sta proprio nel fatto che una delle pecche maggiori dell’autore stesso sia stata quella di aver lasciato troppo poco spazio alle interviste reali, di non aver calcato sufficientemente la mano, ma di essersi limitato, almeno per quanto riguarda il girato selezionato, alla realizzazione di una fiction che sembra spesso giocare con troppi luoghi comuni, senza essersi necessariamente “sporcata le mani” e che, quasi, vive di rendita grazie al progetto tedesco preesistente, che ha buttato giù uno schema narrativo predefinito. Fatta eccezione, infatti, per la scena finale – in cui vediamo un Popolizio-Mussolini andare in giro per Roma su di una macchina decappottabile in pieno stile anni Quaranta ed in cui le persone che appaiono sullo schermo non sono comparse o attori, ma passanti reali, ognuno dei quali ha reagito a modo proprio dopo aver visto lo pseudo-duce in giro per la città – tutto il resto che vediamo sullo schermo è pura finzione, un compitino che riproduce molto bene il modello tedesco, ma che, di suo e, soprattutto, di nuovo, sembra metterci ben poco.

Tra gli elementi meglio riusciti di tutto il film, troviamo innanzitutto l’interpretazione di Massimo Popolizio nel ruolo di Benito Mussolini – pochi altri interpreti avrebbero saputo renderlo meglio – e, non per ultima, la scena, emotivamente fortissima, in cui una straordinaria Ariella Reggio – nel ruolo della nonna della fidanzata del protagonista – riconosce Mussolini e, ricordando alcuni episodi della sua infanzia, lo manda via di casa urlandogli contro.

Peccato, dunque, che Miniero non sia andato fino in fondo nel suo lavoro. Con tali basi di partenza e con elementi molto validi al suo interno (si pensi che addirittura Frank Matano, nel ruolo di Andrea Canaletti, non risulta per nulla fuori luogo), si sarebbe potuto fare davvero molto di più. Se solo il cinema italiano avesse più coraggio di osare, come veniva fatto nei decenni scorsi!

VOTO: 6/10

Marina Pavido

 

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LA RECENSIONE – IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson

il-filo-nascosto-3TITOLO: IL FILO NASCOSTO; REGIA: Paul Thomas Anderson; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville; durata: 130′

Nelle sale italiane dal 22 febbraio, Il filo nascosto è l’ultimo lungometraggio diretto dal celebre cineasta statunitense Paul Thomas Anderson, che ha ricevuto ben sei candidature ai Premi Oscar 2018: Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attore (Daniel Day-Lewis), Miglior Attrice Non Protagonista (Lesley Manville), Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora.

Il film è ambientato nel mondo della moda londinese degli anni Cinquanta e vede il personaggio di Reynolds Woodcock protagonista della pellicola. L’uomo è tra i più affermati stilisti dell’epoca ed è famoso per il suo carattere burbero e scontroso, oltre che per il suo amore per le donne. Da sempre scapolo per scelta, egli vive con la sorella, la quale lo aiuta ad amministrare la sua casa di moda. La sua vita, però, cambierà dopo il suo incontro con la giovane Alma, la quale sembra l’unica davvero in grado di tenergli testa.

Che dire? Se negli anni passati abbiamo spesso storto il naso di fronte alla Nomination ai Premi Oscar, visto il taglio prettamente mainstream e pericolosamente ammiccante che la competizione sembrava aver preso, ecco che finalmente una forte e meritevole autorialità come quella di Paul Thomas Anderson viene premiata. Ed è proprio il carattere così autoriale di un lungometraggio come Il filo nascosto che fa sembrare strane le scelte dei membri dell’Academy. Che si sia deciso – finalmente! – di premiare l’arte e la bellezza in quanto tali, scevre da ogni qualsivoglia sottotesto politico? Ancora non possiamo dirlo con sicurezza, eppure siamo certi che di fronte all’indubbio valore artistico di un prodotto come Il filo nascosto non si può certo restare indifferenti.

Maestoso, imponente – proprio come tutti i film di Anderson, d’altronde – il lungometraggio in questione si distingue per l’incredibile cura dell’immagine, per ogni dettaglio studiato alla perfezione, per la bellezza dei suoi colori, dei costumi, delle eleganti figure al suo interno, oltre che, sopra di tutti, per l’ottima interpretazione di Daniel Day-Lewis, attore-feticcio del regista, qui alla sua ultima prova attoriale prima di abbandonare definitivamente le scene.

E che dire della descrizione del rapporto tra il protagonista e sua moglie Alma? Un gioco subdolo, in cui è in ballo la vita stessa del protagonista ed in cui gli equilibri sono talmente fragili da far presagire in ogni momento il peggio. Il tutto, ovviamente, narrato sì con pathos, ma anche con una velata, necessaria dose di ironia.

Non sappiamo quale sarà la sorte di un film come Il filo nascosto durante la tanto attesa cerimonia di premiazione. Eppure possiamo affermare a gran voce che di prodotti così se ne vedono – purtroppo – davvero pochi, segno che un autore come Paul Thomas Anderson è sempre una garanzia. Ottima chiusura di carriera per il grande Daniel Day-Lewis.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CHIAMAMI COL TUO NOME di Luca Guadagnino

chiamami col tuo nomeTITOLO: CHIAMAMI COL TUO NOME; REGIA: Luca Guadagnino; genere: drammatico; paese: Italia, Francia, Brasile, USA; anno: 2017; cast: Thimothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg; durata: 132′

Nelle sale italiane dal 25 gennaio, Chiamami col tuo nome è l’ultimo lavoro del cineasta italiano, ma trapiantato all’estero, Luca Guadagnino, presentato in anteprima alla 67° Berlinale e che ha recentemente ricevuto ben quattro Nomination ai Premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Sceneggiatura non Originale (scritta da James Ivory).

Tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, il film – terzo capitolo della trilogia del desiderio dopo Io sono l’amore (2009) e A bigger splash (2015) ed ambientato nel 1983 – racconta la storia d’amore tra Elio, diciassettenne residente in un paesino del Nord Italia ed Oliver, giovane studente americano ospitato durante l’estate dalla famiglia del ragazzo. Non sarà facile per entrambi scoprire sé stessi ed ancor più difficile sarà, alla fine delle vacanze, separarsi.

Osannato dalla critica italiana ed internazionale, considerato da un cineasta del calibro di Paul Thomas Anderson uno dei migliori film del 2017, Chiamami col tuo nome ha tutte le carte in regola per passare alla storia. Almeno sulla carta. Nulla da dire, infatti, sulla regia, così come sulle atmosfere poetiche ed evocative ricostruite che, grazie alla bravura degli interpreti e, non da meno, ad un coinvolgente commento musicale, riescono fin da subito a far breccia nel cuore dello spettatore ed a far sì che egli stesso si senta parte integrante della storia. I sentimenti dei due giovani, dal canto loro, vengono messi in scena in modo discreto e delicato, quasi a voler richiamare alcune opere della Nouvelle Vague.

Ma allora, con tali premesse, cos’è che di un film come Chiamami col tuo nome proprio sembra non andare giù? Forse, paradossalmente, è proprio lo sguardo del regista. Non fraintendiamoci, dal punto di vista della messa in scena in sé stiamo parlando di un film inappuntabile. L’impressione che si ha – anche, e soprattutto, in luce di quanto un cineasta come Guadagnino ha girato in passato – è che lo stesso autore sia un po’ troppo distaccato da ciò che sta girando, quasi come se l’importante fosse autocelebrarsi come grande maestro, ma senza entrare davvero nel vivo della vicenda. Lo dimostrano, giusto per fare qualche esempio, i primi e primissimi piani troppo enfatici – ed anche piuttosto gratuiti – dei due protagonisti, così come campi lunghi che ci mostrano il paesaggio estivo e si soffermano fissi anche dopo che i personaggi sono usciti di scena, senza che ce ne sia una reale necessità.

Eppure, nonostante ciò, la confezione del prodotto in sé è riuscita eccome. E pare siano in tanti ad essersene accorti. Di fatto, Chiamami col tuo nome è un lungometraggio che da solo presenta parecchi spunti interessanti. Non ci resta che stare a vedere se l’Academy lo riterrà meritevole di qualche statuetta.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – MADE IN ITALY di Luciano Ligabue

made-in-italy-film-ligabue-trailerTITOLO: MADE IN ITALY; REGIA: Luciano Ligabue; genere: drammatico; anno: 2017; paese: Italia; cast: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Maria Sciarappa; durata: 104′

Nelle sale italiane dal 25 gennaio, Made in Italy sancisce il ritorno del cantante Luciano Ligabue dietro la macchina da presa, dopo diversi anni di pausa.

Riko è sposato da circa vent’anni e lavora in una fabbrica di salumi. Il suo matrimonio sembra andare a rotoli, così come il suo lavoro. Ristabilita la serenità di coppia e trovatosi improvvisamente disoccupato, l’uomo faticherà a trovare un nuovo impiego. L’unica soluzione sembrerebbe quella di lasciare definitivamente l’Italia.

La storia qui messa in scena è la stessa raccontata da molti altri lungometraggi italiani contemporanei: la crisi, l’amore per il proprio paese e per la famiglia, la precarietà del lavoro sono tematiche che ricorrono piuttosto frequentemente, ai giorni nostri. Ma la cosa in sé non sarebbe un problema, nel caso in cui il prodotto in questione fosse un lungometraggio valido e ben realizzato. Il problema di un film come Made in Italy, però, è che, malgrado le iniziali buone intenzioni, malgrado l’evidente empatia del regista/cantante nei confronti della storia, a causa di uno script che fa acqua da tutte le parti e di interpreti che – sebbene indubbiamente validi – sembrano non sentirsi particolarmente a proprio agio nei panni dei personaggi qui impersonati, si è finito inevitabilmente per dare vita ad un lavoro quasi raffazzonato e, a tratti, anche involontariamente comico, dove imbarazzanti dialoghi fanno da cornice ad una sceneggiatura sfilacciata e pericolosamente disorganizzata.

Ed ecco che l’iniziale conflitto del protagonista – ossia la sua infelicità coniugale – viene risolto in men che non si dica dopo soli pochi minuti, per lasciare il posto ad altre questioni come la crisi lavorativa o la morte di un amico, lasciando però in sospeso elementi precedentemente tirati in ballo (vedi, ad esempio, la figura dell’amante di Riko che, una volta scaricata, minaccia di raccontare tutto alla moglie).

Anche da un punto di vista prettamente registico, Made in Italy lascia parecchio a desiderare. Una regia a tratti macchinosa e piuttosto maldestra non riesce a dare a scene studiate ad hoc il pathos necessario. È questo, ad esempio, il caso della sequenza in cui vediamo Riko ed i suoi amici correre di notte per Roma su dei monopattini elettrici per turisti – con in sottofondo, rigorosamente, la voce del cantante – o del momento in cui vediamo il protagonista organizzare insieme alla moglie una specie di finto matrimonio, atto a coronare definitivamente il loro amore.

E così, anche se i precedenti lavori del cantante – Radiofreccia e Da zero a dieci – tutto sommato non si erano rivelati dei prodotti completamente disprezzabili, questo Made in Italy proprio non è riuscito a far centro. Chissà cosa accadrà con il prossimo lungometraggio!

VOTO: 4/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – THE POST di Steven Spielberg

the-post-spielbergTITOLO: THE POST; REGIA: Steven Spielberg; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Tom Hanks, Meryl Streep, Sarah Paulson; durata: 118′

Nelle sale italiane dal 1° febbraio, The Post è l’ultimo lungometraggio diretto dal celeberrimo Steven Spielberg.

Siamo nel 1971. The Washington Post è ancora un quotidiano locale e alla sua guida c’è Katherine Graham, successa al marito morto suicida, mentre Ben Bradlee, invece, è il severo direttore. Nel momento in cui vengono a galla, tramite fonti ufficiose, importanti segreti governativi riguardanti la Guerra del Vietnam, i due dovranno decidere se pubblicare o meno il tutto sul giornale, mettendosi contro le istituzioni e rischiando di perdere il lavoro, ma salvaguardando allo stesso tempo, la libertà di stampa.

C’è poco da fare: quando viene fatto un nome come quello di Steven Spielberg, si ha (quasi) sempre la certezza di stare per assistere a qualcosa di memorabile. E anche questa volta, nel raccontare un’importante episodio della storia degli Stati Uniti, il cineasta americano è riuscito a mettere in scena un prodotto di tutto rispetto, maestoso nella sua confezione, impeccabile nella regia e con un cast di attori – Tom Hanks, suo attore-feticcio, e la grande Meryl Streep in primis – che ben riesce a reggere l’intera durata del lungometraggio.

Sono ritmi serrati, insieme a non pochi attimi di suspense, a far sì che l’intero lavoro non perda mai di tono per tutta la sua durata. E poi c’è lei, la splendida Meryl Streep nel ruolo della protagonista, che, perfettamente valorizzata dal maestro Spielberg, riesce a dar vita ad un personaggio memorabile. Particolarmente degno di nota, a tal proposito, è il momento in cui la donna, al telefono, ancora titubante decide di far pubblicare tutte le informazioni e, al contempo, la macchina da presa stringe l’inquadratura sul suo volto.

L’unica cosa che ad un lungometraggio come The Post si può rimproverare è quella pericolosa retorica che caratterizza gran parte delle produzioni hollywoodiane, in cui un lieto fine viene accompagnato da una musica pericolosamente autocelebrativa. Una – se vogliamo – caduta di stile del genere, a quanto pare, non riesce ad evitarla nemmeno il nostro Steven. Ma, si sa, Spielberg è pur sempre Spielberg e gli si perdona (quasi) tutto.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – TUTTI GLI UOMINI DI VICTORIA di Justine Triet

tutti-gli-uomini-di-victoriaTITOLO: TUTTI GLI UOMINI DI VICTORIA; REGIA: Justine Triet; genere: commedia; paese: Francia; anno: 2016; cast: Virginie Efira, Vincent Lacoste, Melvil Poupaud; durata: 98′

Nelle sale italiane dal 25 gennaio, Tutti gli uomini di Victoria è l’ultimo lungometraggio della regista francese Justine Triet, presentato come film d’apertura della Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2016.

Victoria, brillante avvocato e madre divorziata di due bambine, ogni giorno cerca di dividersi tra casa e lavoro con scarsi risultati. I suoi problemi sembrano aumentare nel momento in cui dovrà difendere in tribunale un suo amico, accusato di aver aggredito la compagna. Per fortuna, in suo aiuto arriverà il giovane praticante Sam, il quale diventerà per lei una sorta di angelo custode.

Siamo d’accordo: il tema trattato non è particolarmente originale, né promette – almeno ad una prima, sommaria lettura della sinossi – rivoluzionari colpi di scena. Eppure, come ben sappiamo, dal momento che la meravigliosa macchina del cinema può realizzare le cose più impensabili, una semplice storia può acquisire personalità e singolarità anche – e soprattutto – grazie alla propria messa in scena. E questo, fortunatamente, è ciò che accade con questo ultimo lavoro della Triet, dove una regia sapiente e ben calibrata ha contribuito a dar vita ad un prodotto piccolo ma raffinato nel proprio genere, a suo modo coraggioso ma mai eccessivo e che, di quando in quando, riesce a strappare anche qualche sorriso allo spettatore. Ma andiamo per gradi.

Inevitabilmente, quando pensiamo ad una commedia francese contemporanea, ci viene da pensare ad una serie di lavori molto simili tra loro che – salvo qualche eccezione – non sempre riescono a convincere fino in fondo. Eppure, nel nostro caso, quando iniziamo a seguire le vicende della giovane – ma non più giovanissima – Victoria (interpretata da una capace Virginie Efira), fin da subito ci rendiamo conto di trovarci di fronte a qualcosa che va oltre, che mette in primo piano il dramma di una donna e lo fa in modo sì sottile e profondamente empatico, ma anche, quando serve, leggero e giocoso. Oltre alla buona scrittura ed alla bravura della protagonista, dunque, ciò che è particolarmente degno di nota è una regia essenziale e priva di fronzoli, la quale, unitamente ad un commento musicale ridotto quasi al minimo ed a lunghi, ma necessari silenzi, tanto sta a ricordarci le commedie della cineasta tedesca Maren Ade e, nello specifico, del suo fortunato lungometraggio Vi presento Toni Erdmann (2016).

E così, già dopo pochi minuti, non possiamo che affezionarci a una protagonista tanto indaffarata quanto buffa, tanto indipendente quanto bisognosa di amore e – vedendola sovente correre ripresa dall’alto da plongé che tanto stanno a ricordarci il Godard di Fino all’ultimo respiro (1960) – finiamo anche noi per sentirci parte di ciò che Justine Triet ha voluto questa volta raccontarci.

D’accordo, un film del genere di certo non può classificarsi come uno dei lungometraggi dell’anno, questo no. Eppure stupisce come, malgrado il proprio garbo e la propria eleganza, sia passato quasi in sordina al Festival di Cannes. Che sano solo i grandi nomi a catalizzare l’attenzione di stampa e pubblico? Ci auguriamo di no. L’importante, però, è che, nonostante tutto, un piccolo lavoro ben realizzato possa ottenere i propri giusti riconoscimenti.

VOTO: 7/10

Marina Pavido