68° BERLINALE – TRANSIT di Christian Petzold

transitTITOLO: TRANSIT; REGIA: Christian Petzold; genere: drammatico; paese: Germania; anno: 2018; cast: Franz Rogowski, Paula Beer, Lilien Batman; durata: 101′

Presentato in concorso alla 68° edizione del Festival di Berlino, Transit è l’ultimo lungometraggio del cineasta tedesco Christian Petzold.

La storia qui messa in scena è una storia dal respiro universale, ambientata in Francia, per l’esattezza – durante l’occupazione tedesca – ma con location e costumi contemporanei. La storia senza tempo di un uomo, Georg, il quale si ritrova a Marsiglia con oggetti appartenenti ad uno scrittore appena suicidatosi, tra cui lettere, testamento e vecchie fotografie e del quale ben presto assumerà l’identità. Una volta in città, l’uomo avrà modo di incontrare la famiglia di un suo amico – di cui fanno parte una donna sordomuta ed il figlioletto di otto anni – e la moglie del defunto – la quale non ha mai smesso di cercare il marito. Tra innumerevoli trafile burocratiche per ottenere il permesso di lasciare la Francia e dirigersi in Messico e un’ininterrotta ricerca della propria identità, nasceranno nuovi amori ed importanti affetti con una delle più grandi tragedie dell’umanità sullo sfondo.

Siamo d’accordo: un paese come la Germania ha più e più volte fatto “mea culpa”, cinematograficamente parlando, per quanto riguarda la salita al potere di Hitler prima e l’olocausto poi. Basti pensare all’elevata percentuale di titoli tedeschi ed austriaci che trattano l’argomento. E lo stesso Petzold ha già avuto modo di prendere in esame la cosa, regalandoci nel 2013 una pellicola come Il segreto del suo volto (con un’intensa Nina Hoss), dove, anche in questo caso, il tema dell’identità perduta era alla base di tutto il lungometraggio. È appena pochi anni più tardi, però, che l’autore tedesco riesce a spiccare il cosiddetto salto di qualità – con Transit, appunto – dando vita a qualcosa di molto più complesso e stratificato, in cui i temi del nazismo, della ricerca della propria identità e dell’immigrazione si fondono l’un l’altro in modo del tutto naturale. Il risultato finale è, probabilmente, uno dei più maturi lavori di Petzold, che non ha paura di osare e di distaccarsi dalla realtà e dove i personaggi raccontati ed i rapporti che tra di loro nascono ci appaiono tanto effimeri quanto intensi. Rapporti che, in una città di transito (anche a tal proposito, mai titolo fu più azzeccato) come Marsiglia nascono e muoiono da un giorno all’altro, ma che, in un modo o nell’altro, sono comunque destinati a cambiare la vita di chi ne è coinvolto in prima persona. Molto delicata ed intensa, ad esempio, l’amicizia che nasce tra Georg ed il figlioletto del suo amico: una sorta di surrogato del rapporto padre-figlio che potrebbe influire sulla decisione del protagonista di lasciare o meno la città. Ma le cose, ovviamente, non sono poi così semplici. Non ci è dato conoscere, ad esempio, tutto il background dei personaggi, il quale viene volutamente a malapena abbozzato. Ciò che conta è come sono essi nel preciso istante in cui li vediamo sullo schermo, in questa fase di transito in cui i destini di ognuno sembrano cambiare repentinamente da un momento all’altro.

Vi è solo una persona che, osservando con il dovuto distacco la commedia umana presentataci, ci racconta, con il fare di un romanziere, le vicende del nostro protagonista, stando ad arricchire ulteriormente un lavoro già di per sé meravigliosamente trasbordante, il quale, a sua volta, arriva addirittura al punto di creare una dimensione fantasmagorica perfettamente incastrata nel contesto.

Ad un lungometraggio come questo di Petzold si può rimproverare, forse, solo il susseguirsi troppo velocemente – man mano che ci si avvicina al finale – dei numerosi snodi narrativi presenti in sceneggiatura. Ma, indubbiamente, anche questo fa parte del gioco. E noi non possiamo far altro che lasciarci condurre per mano lungo le stradine di questa Marsiglia così cosmopolita, così affascinante e così misteriosa come quella raccontataci in questa suggestiva storia senza tempo.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

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