LA RECENSIONE – IL CRATERE di Silvia Luzi e Luca Bellino

ilcratereTITOLO: IL CRATERE; REGIA: Silvia Luzi, Luca Bellino; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Rosario Caroccia, Sharon Caroccia; durata: 97′

Nelle sale italiane dal 12 aprile, Il Cratere è il primo lungometraggio a soggetto dei documentaristi Silvia Luzi e Luca Bellino, presentato come film d’apertura della Settimana della Critica alla 74° Mostra d’Arte Cinematografia di Venezia.

Sharon è un’adolescente con uno straordinario talento per il canto. Suo padre Rosario è ben consapevole del dono di sua figlia e, stanco di vivere una vita in continue ristrettezze economiche, lavorando come venditore ambulante di peluches durante le fiere, per tutta la vita non ha fatto altro che spronare la figlia a coltivare la sua passione per il canto, sottoponendola a estenuanti esercizi per la voce e procurandole un gran numero di provini. La ragazza, com’è logico che sia, si sentirà eccessivamente sotto pressione, al punto di entrare in una profonda crisi personale.

Ed ecco che, ancora una volta, ci troviamo ad assistere a una sorta di miracolo cinematografico all’interno del nostro Bel Paese. In questo piccolo, ma importante lavoro, infatti, i due giovani cineasti riescono a mettere in scena il delicato rapporto padre-figlia riuscendo a cogliere ogni singola emozione e ogni più recondito sentimento che pervade i due protagonisti (interpretati da Rosario e Sharon Caroccia, padre e figlia anche nella via reale).

Sono ravvicinatissime inquadrature e dettagli del viso regalatici con un costante uso di camera a mano a trasmetterci quel senso di angoscia e claustrofobia che si respira fin dai primi minuti e che, nel corso della narrazione, non fa che diventare sempre più forte, fino a farsi addirittura insopportabile. Lo spettatore, dunque, soffre insieme alla giovane protagonista e viene coinvolto a 360°, grazie alla straordinaria padronanza del mezzo cinematografico da parte dei due registi, oltre che alla bravura degli stessi interpreti, entrambi alla loro prima esperienza sul grande schermo.

Con un piglio decisamente zavattiniano, dunque, Il Cratere si rivela un ottimo manuale di cinema del reale, in grado – proprio grazie alla particolare messa in scena – di colpire lo spettatore nel vivo e di distinguersi all’interno di un panorama cinematografico che, mai come in questo ultimo anno, ha visto comparire sul grande schermo uno spropositato numero di pellicole nostrane.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – BRUTTI E CATTIVI di Cosimo Gomez

brutti e cattiviTITOLO: BRUTTI E CATTIVI; REGIA: Cosimo Gomez; genere: commedia; paese: Italia, Belgio, Francia; anno: 2017; cast: Claudio Santamaria, Sara Serraiocco, Marco D’Amore; durata: 87’

Nelle sale italiane dal 19 ottobre, Brutti e cattivi è l’ultimo lungometraggio di Cosimo Gomez, presentato nella sezione Orizzonti alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Un’insolita banda di criminali – capeggiata da un paraplegico detto il Papero e formata dalla moglie di lui, una bella ragazza senza braccia detta la Ballerina, da un tossico detto il Merda e da un nano rapper detto Plissé – mette a segno una rapina in una banca alla periferia di Roma, dove un mafioso cinese ha riposto i proventi delle sue attività illecite. Il Papero, tuttavia, non sospetta che, in realtà, sua moglie ed i suoi complici stanno tramando contro di lui. Una volta realizzato il colpo, quindi, le cose prenderanno una piega inaspettata.

Indubbiamente l’idea di mettere in scena la diversità senza ipocriti buonismi e senza scadere nel luogo comune è una trovata interessante. Il vero problema di un film come Brutti e cattivi sta, però, proprio nello script: tanti, troppi eventi ed intrecci di ogni genere si susseguono repentinamente senza, però, far prendere un attimo di respiro al film e seguendo un percorso pericolosamente banale e con esiti fortemente telefonati. Già nel momento in cui vediamo il Merda tradire il suo capo, ad esempio, possiamo facilmente immaginare il finale.

Persino personaggi potenzialmente interessanti come i protagonisti, tra l’altro, vengono tristemente “sprecati”, in quanto privi di reale spessore. Si ha l’impressione che lo stesso Gomez non abbia avuto interesse nello svilupparli come avrebbero meritato. Peccato, soprattutto perché – seguendo (quasi) le orme dei freaks di Tod Browning – tutti loro avrebbero di certo avuto tanto da regalarci.

Cos’è, dunque, Brutti e cattivi? Indubbiamente un tentativo da parte del cinema italiano di staccarsi da quel che è la commedia nostrana di grande distribuzione, ma anche, purtroppo, un’operazione maldestra che denota poca chiarezza di intenti.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – L’EQUILIBRIO di Vincenzo Marra

LEquilibrio-trailer-coverTITOLO: L’EQUILIBRIO; REGIA: Vincenzo Marra; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Mimmo Borrelli, Roberto del Gaudio, Autilia Ranieri; durata: 90′

Nelle sale italiane dal 21 settembre, L’equilibrio è l’ultimo lungometraggio diretto da Vincenzo Marra e presentato in anteprima alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Giornate degli Autori.

Ci troviamo a Roma. Don Giuseppe, al fine di scappare da una donna che lavora insieme a lui come volontaria e per la quale prova dei sentimenti, chiede di essere trasferito nel suo paese di origine, in provincia di Napoli. Qui prenderà il posto di don Antonio e si scontrerà inevitabilmente con la dura realtà che affligge la sua terra. Tra la lotta contro la malavita locale ed i problemi di salute degli abitanti dovuti alla copiosa presenza di rifiuti tossici, non sarà facile mantenere l’equilibrio che lo stesso don Antonio era riuscito, in qualche modo, a creare.

Un lungometraggio coraggioso, questo ultimo lavoro di Vincenzo Marra. Il regista non esita a toccare temi scomodi, come, appunto, la questione della Terra dei fuochi, e a mostrarci uno Stato ed una Chiesa vergognosamente assenti ed omertosi. Chiunque voglia rompere l’equilibrio creatosi sembra destinato, dunque, a soccombere. Dal canto suo, il personaggio di don Giuseppe (interpretato da un convincente Mimmo Borrelli) è una figura più che mai umana, non immune ai desideri carnali, che urla, soffre, addirittura bestemmia. Ma che, con tutte le sue “debolezze” di comune mortale, risulta, in realtà, molto più forte e coraggioso di chiunque altro.

La potenza di ciò che è stato messo in scena viene da Marra sapientemente sottolineata da una regia essenziale, diretta, priva di inutili fronzoli, con una macchina da presa che segue passo passo il protagonista con angusti piani sequenza e figure a tratti statiche all’interno del quadro, quasi in una sorta di straniamento brechtiano.

Uno stile molto singolare, quello di Vincenzo Marra. Singolare, ma mai compiaciuto o gratuito. Non a caso, in poco tempo è riuscito a farsi ricordare nell’ambito del panorama cinematografico nazionale ed a creare, allo stesso tempo, un proprio “marchio di fabbrica”. L’efficacia di ciò che viene messo in scena, poi, anche in questo ultimo lungometraggio, si sente eccome.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – PREMI E CONCLUSIONI

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Si è da poco conclusa la 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con la cerimonia di premiazione nella storica Sala Grande, che ha visto il conferimento del Leone d’Oro a Guillermo del Toro, con il suo The Shape of Water.

Tra giubilo e contestazioni, un po’ tristi per la conclusione del festival, ci accingiamo ad assistere alle proiezioni dei film vincitori, le ultime proiezioni di questa edizione della Mostra del Cinema.

Prima di salutarvi e di darvi appuntamento con la Mostra per il prossimo anno, però, ecco, di seguito, tutti i vincitori di questa – a suo modo – indimenticabile 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia! Buon Cinema a tutti!

Marina Pavido

PREMI VENEZIA 74

CONCORSO

LEONE D’ORO The Shape of Water – Guillermo Del Toro

LEONE D’ARGENTO – GRAN PREMIO DELLA GIURIA Foxtrot – Samuel Maoz

LEONE D’ARGENTO – MIGLIOR REGIA Jusqu’à la garde – Xavier Legrand

COPPA VOLPI MIGLIOR ATTRICE Charlotte Rampling (Hannah)

COPPA VOLPI MIGLIOR ATTORE Adel Karam (The insult)

PREMIO MIGLIOR SCENEGGIATURA Three Billboards Outside Ebbing, Missouri – Martin McDonagh

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA Sweet country – Warwick Thornton

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI MIGLIOR ATTRICE EMERGENTE Charlie Plummer (Lean on Pete)

PREMIO LEONE DEL FUTURO Jusqu’à la garde – Xavier Legrand

PREMI ORIZZONTI

PREMIO MIGLIOR FILM Nico, 1988 – Susanna Nicchiarelli

PREMIO ORIZZONTI MIGLIOR REGIA No date, no signature – Vahid Jalilvand

PREMIO SPECIALE GIURIA Caniba – Verena Paravel, Lucien Costaig-Taylor

PREMIO MIGLIOR ATTRICE Lyma Khaudri (Les bienheureux)

PREMIO MIGLIOR ATTORE Navid Mohammadzadeh (No date, no signature)

PREMIO MIGLIOR SCENEGGIATURA Los versos del olvido – Alireza Khatani

PREMIO MIGLIOR CORTOMETRAGGIO Gros chagrin – Céline Devaux

PREMI VENEZIA CLASSICI

PREMIO MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA The Prince and the Dybbuk – Elwira Newiera, Piotr Rosolowski

PREMIO MIGLIOR RESTAURO Va’ e vedi – Elem Klimov

VENICE VIRTUAL REALITY

PREMIO MIGLIOR STORIA Blodless – Gina Kim

PREMIO BEST EXPERIENCE La camera insabbiata – Laurie Anderson

PREMIO VIRTUAL REALITY Arden’s Wake – Eugene YK Chung

 

 

VENEZIA 74 – CONSIDERAZIONI E PRONOSTICI

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Ci siamo. Anche quest’anno siamo giunti alla conclusione della tanto attesa Mostra del Cinema di Venezia. Festival, questo, che, in linea di massima, è stato in grado di soddisfare le aspettative di pubblico e critica, data la qualità mediamente alta dei film presentati.

Tra il Concorso, il Fuori Concorso e le sezioni Orizzonti, Settimana della Critica e Giornate degli Autori, ce n’è stato davvero per tutti i gusti.

Ovviamente, come ogni buon festival che si rispetti, non sono mancati lungometraggi contestatissimi, che hanno diviso e fatto parlare di sé più di qualunque altro film. Quest’anno, ad esempio, è stata la volta di mother!, ultima fatica di Darren Aronofsky, in corsa per il Leone d’Oro.

Restando nell’ambito del concorso, particolarmente degni di not sono EX LIBRIS di Frederick Wiseman, The Third Murder di Kore’Eda Hirokazu, ma anche la sorpresa Three Billboards outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, La villa, del marsigliese Robert Guediguian e Angels wear white, della regista cinese Vivian Qu.

Fatta eccezione per il divertente Ammore e Malavita, dei Manetti Bros., nulla di particolarmente entusiasmante, per quanto riguarda i film italiani presenti in concorso, i quali possono sperare, però, in qualche Coppa Volpi.

Ormai, però, ci siamo. I giochi sono chiusi. Alle ore 19 prenderà il via, in Sala Grande, la cerimonia di premiazione. Nell’attesa di conoscere il verdetto della Giuria presieduta da Annette Bening, un po’ per gioco, un po’ per consuetudine, proviamo, di seguito, a fare qualche pronostico.

 

Leone d’OroEX LIBRIS (Frederick Wiseman), Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Martin McDonagh), Mektoub, My Love: Canto Uno (Abdellatif Kechiche)

Leone d’Argento alla Miglior RegiaThe Third Murder (Kore’Eda Hirokazu)

Miglior sceneggiaturaThree Billboards Outside Ebbing, Missouri (Martin McDonagh), Angels wear white (Vivian Qu)

Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile – Donald Southerland (The Leisure Seeker), Sam Rockwell (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

Coppa Volpi alla miglior interpretazione femminile – Frances McDormand (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), Charlotte Rampling (Hannah), Helen Mirren (The Leisure Seeker)

Premio Marcello Mastroianni Miglior Attore Emergente – Charlie Plummer (Lean on Pete)

 

A più tardi con tutti i premi della 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia! Buon Cinema a tutti!

Marina Pavido

VENEZIA 74 – L’ENIGMA DI JEAN ROUCH A TORINO di Marco di Castri, Paolo Favaro e Daniele Pianciola

L_Enigma_di_Jean_Rouch_a_Torino_18-1-655x430TITOLO: L’ENIGMA DI JEAN ROUCH A TORINO – CRONACA DI UN FILM RATÉ; REGIA: Marco di Castri, Paolo Favaro, Daniele Pianciola; genere: documentario; paese: Italia; anno: 2017; durata: 90′

Presentato in anteprima alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Venezia Classici documentari, L’enigma di Jean Rouch a Torino – Cronaca di un film raté è un interessante documentario dei registi Marco di Castri, Paolo Favaro e Daniele Pianciola, i quali hanno collaborato con il maestro Jean Rouch tra il 1984 e il 1986, durante la realizzazione del film Enigma.

Maestro del cinema d’Oltralpe, stimato documentarista, modello per i cineasti della Nouvelle Vague e, in particolare, per Jean-Luc Godard, verso la metà degli anni Ottanta Jean Rouch decise di allontanarsi temporaneamente dall’Africa – dove aveva già girato un gran numero di documentari – per girare un film che avesse come protagonista la città di Torino. Un film “demente e dionisiaco”, a detta dello stesso Rouch. Al suo fianco, tre giovani aspiranti registi, oltre ad una nutrita squadra di collaboratori. Ed ecco iniziare un’avventura singolare e bizzarra, dove la grammatica cinematografica veniva riscritta ogni giorno, senza avere paura di osare, e dove, finalmente, tutte le arti sembravano entrare in contatto tra loro per poi trovare una nuova, fluida armonia.

Particolarmente d’effetto, dunque, i momenti in cui vediamo il maestro Jean Rouch diventare un tutt’uno con la macchina da presa, prenderla in mano, danzare quasi con essa, sperimentare nuovi movimenti. Così come ci sentiamo parte del gruppo nel momento in cui lo vediamo scherzare con il resto della troupe nei momenti di pausa.

Di Castri, Favaro e Pianciola, dal canto loro, fatta eccezione per qualche breve frammento di intervista qua e là e per una voce fuori campo che non vuol togliere spazio alle immagini, hanno deciso di sfruttare al massimo il gran numero di filmati di repertorio arrivati fino ad oggi, rispettosi e riverenti nei confronti del loro maestro, oltre che perdutamente innamorati del suo modo di fare cinema.

Non molto ci viene detto della carriera di Rouch al di fuori del periodo di lavorazione del film, così come, in chiusura, non viene fatta menzione alcuna circa gli anni successivi ad Enigma o la morte stessa del regista: ciò che davvero conta è vivere il set, vivere il cinema di Rouch allo stato puro. È anche per questo che l’ultima immagine di lui che qui ci viene mostrata risale, appunto, alla fine della lavorazione, quando si poteva finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Soluzione più che appropriata, dunque, quella adottata dai tre documentaristi, i quali, al di là delle loro notevoli capacità, preferiscono fare qui quasi un passo indietro, ad omaggiare e, in qualche modo, ringraziare, colui che è stato maestro non solo per loro, ma per intere generazioni di cineasti. Per questo un documentario come L’Enigma di Jean Rouch a Torino è un lavoro prezioso da vedere e custodire dentro di sé a lungo. Un vero e proprio gioiellino all’interno di un contesto ricco e variegato come quello della Mostra del Cinema di Venezia.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara

PIAZZA_VITTORIO_PIC002TITOLO: PIAZZA VITTORIO; REGIA: Abel Ferrara; genere: documentario; paese: Italia; anno: 2017; durata: 82′

Presentato fuori concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Piazza Vittorio è l’ultimo documentario del celebre cineasta statunitense, ma di origini italiane, Abel Ferrara.

Sulla scia degli attuali dibattiti circa l’immigrazione e la difficoltà a far sì che i nuovi arrivati possano integrarsi nel nostro paese, Ferrara – con la sua piccola troupe e nell’arco di soli pochi giorni – ha realizzato una serie di interviste a clandestini, immigrati, artisti, clochards, politici e storici abitanti del posto, in modo da darci un ritratto completo e fedele di ciò che è oggi piazza Vittorio. Tra i vari interventi ricordiamo, in particolar modo, quello di Matteo Garrone e di Willem Dafoe, i quali, proprio per il fascino della piazza dato dalla sua multietnicità, hanno deciso di trasferircisi.

Il risultato finale è, come ben si può immaginare, un ritratto variegato e pieno di vita, dove l’amore per una città come Roma, in generale, è palpabile fin dai primi minuti. Particolarmente suggestive, a tal proposito, immagini di artisti di strada, di balli, di canti, di persone intente a fare la spesa nello storico mercato coperto, di mamme con neonati, di anziani seduti al parco e di bambini intenti a giocare a pallone. Si potrebbe quasi affermare che basterebbero soltanto tali immagini a fornirci un quadro esaustivo del tutto. Dal canto suo, anche lo stesso Ferrara vuole entrare a far parte del gioco, non esitando ad entrare in campo egli stesso, mentre interagisce con gli intervistati. Ed ecco che il metacinema anche stavolta svolge un ruolo quasi centrale nel dare al tutto quel tocco in più che non guasta mai.

Il problema di un documentario come Piazza Vittorio è, in realtà, proprio il fatto di concentrarsi esclusivamente sulla questione dell’immigrazione, quando, invece, sarebbe stato interessante dar vita ad un lavoro più complesso, che ci permettesse di conoscere anche la storia della piazza stessa e di come sia cambiata la vita nel corso dei decenni, all’interno di essa. A poco, di fatto, servono i brevi filmati di repertorio inseriti. Ciò che però maggiormente disturba è una battuta – risultante fastidiosamente ipocrita e buonista – dello stesso Abel Ferrara, rivolta ad uno dei clandestini al termine di un’intervista: “Anch’io qui in Italia sono un immigrato, sto cercando di vivere con la mia arte”.

Che peccato, quando accadono certe cose. Fino a prova contraria, di fatto, Abel Ferrara il suo lavoro sa farlo eccome. E senza questa cadute di stile avrebbe potuto realizzare indubbiamente qualcosa di davvero, davvero importante. Che dire? Sarà per la prossima volta!

VOTO: 6/10

Marina Pavido