VENEZIA 75 – MONROVIA, INDIANA di Frederick Wiseman

46188-Monrovia__Indiana_-_Frederick_Wiseman__Film_still__2_TITOLO: MONROVIA, INDIANA; REGIA: Frederick Wiseman; genere: documentario; paese: USA; anno: 2018; durata: 143′

Presentato fuori concorso alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Monrovia, Indiana è l’ultimo lavoro del celebre documentarista statunitense Frederick Wiseman.

Se in passato il maestro ci aveva mostrato aspetti di vita riguardanti università, biblioteche, singolari quartieri e, più in generale, grandi centri nevralgici, eccolo scegliere, in questa occasione, un piccolo paesino rurale del Midwest (Monrovia, appunto, nello stato dell’Indiana), in cui abitano soltanto 1400 cittadini e in cui il tempo, sotto molti aspetti, sembra essersi davvero fermato.

Con una struttura narrativa che tanto sta a ricordare il ciclo della vita (dalla prima infanzia, momento in cui ci viene mostrata la vita all’interno di una scuola, fino alla morte, quando assistiamo ai funerali di un’anziana signora), il regista si inserisce con il suo solito fare discreto e quasi “invisibile” all’interno di questa piccola comunità rurale, mostrandoci – come solo lui sa fare – scene di vita quotidiana riguardanti il lavoro all’interno di allevamenti, i momenti degli acquisti al supermercato, piccole assemblee cittadine, il lavoro del veterinario locale e persino la produzione di bistecche ed hamburger. Ed ecco che, dopo sole due ore e venti, anche noi ci sentiamo parte di quel piccolo mondo fuori dal tempo. Quasi come se lo conoscessimo da sempre.

Non ha paura, Wiseman, di giocare con gli stereotipi. Non ha paura di risultare eccessivo, nel mostrarci le piccole stranezze e le bizzarre abitudini di alcuni abitanti. La sua macchina da presa, al contrario, osserva – silenziosa e riservata come sempre – il tutto con sguardo benevolo, affettuoso, persino nostalgico, se si pensa che di realtà del genere ce n’è sempre meno nel mondo, a causa della globalizzazione. Frederick Wiseman, dal canto suo, è innamorato di ciò che ci racconta. E, ancora una volta, è riuscito a far suo quel piccolo, curioso mondo fino a poco tempo fa a lui così lontano.

Per il tema trattato, così come per la sua singolare struttura narrativa, questo prezioso Monrovia, Indiana può classificarsi di diritto quasi come una sorta di “opera definitiva”; a detta dello stesso regista, il giusto corollario della serie sulla vita americana contemporanea. Un’opera la cui durata è piuttosto contenuta, rispetto ai precedenti lavori dell’autore, ma che, forse anche grazie alla sua particolare struttura autoconclusiva, risulta, probabilmente, il suo lavoro più completo. Una finestra spalancata su un mondo a noi sconosciuto, da cui non vorremmo allontanarci poi così presto, ma che, ahimé, sta pian piano svanendo. Ma, si sa, la particolarità del cinema di Wiseman è proprio questa: tutti noi, davanti allo schermo, ci troviamo di punto in bianco catapultati in un nuovo mondo, che, ben presto, sentiamo come se fosse nostro da sempre.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

 

20° FAR EAST FILM FESTIVAL – ON HAPPINESS ROAD di Sung Hsin Yin

on happiness roadTITOLO: ON HAPPINESS ROAD; REGIA: Sung Hsin Yin; genere: animazione; paese: Taiwan; anno: 2017; durata: 111′

Presentato in anteprima europea alla 20° edizione del Far East Film Festival di Udine, On Happiness Road è un interessante lavoro di animazione della regista taiwanese Sung Hsin Yin.

Con una forte componente autobiografica, il lavoro ci racconta le vicende di Lin Shu-chi, la quale, dopo essere venuta a conoscenza della morte di sua nonna, decide di tornare per un periodo nella cittadina taiwanese dove è nata e cresciuta – precisamente in via Felicità – e che aveva abbandonato soltanto in età adulta per trasferirsi negli Stati Uniti. L’incontro con i suoi genitori e con alcuni amici d’infanzia l’aiuteranno a riflettere sulla sua vita e sui suoi desideri.

E così, con continui flashback e numerose scene oniriche, le vicende della giovane Chi vanno di pari passo con la storia del Taiwan stesso, con la sua politica, la sua cultura, i suoi movimenti studenteschi e le sue disgrazie. Un lungometraggio sentito e personalissimo, in cui si ripercorrono quarant’anni di storia di un’intera nazione, senza la pretesa di voler lanciare a tutti i costi un preciso messaggio politico, ma dove la messa in scena si fa espressione semplice e diretta di un grande amore nei confronti del proprio paese e delle proprie origini. Origini che, ovviamente, vengono intese anche nell’accezione di vere e proprie tradizioni popolari (particolarmente emblematico, a tal proposito, il personaggio della nonna di Chi, aborigena taiwanese che, come vediamo durante i flashback, ogni volta che va a trovare l’adorata nipote, non fa che presentarle nuove, bizzarre usanze).

Una riflessione particolare, inoltre, merita la realizzazione grafica. Particolarmente suggestiva l’animazione in 2D che prevede fondali realizzati con acquerelli dai toni prevalentemente pastello che contrastano sapientemente con figure dai contorni netti e ben delineati. Per non parlare dei momenti onirici o riguardanti l’immaginario di Chi bambina, dove i contorni spariscono del tutto, le immagini e i personaggi di fanno mutanti e non mancano raffinati riferimenti all’immaginario fiabesco che stanno a ricordarci che, in fondo, nessuno – né la protagonista, né tantomeno noi – ha in realtà mai smesso di essere bambino.

Ed ecco che – con un lungometraggio in cui, per certi versi, si sente forte l’influenza di lavori come Pioggia di Ricordi (1991) o I miei Vicini Yamada (1999), entrambi del maestro Isao Takahata e a cui, forse, si può rimproverare una sceneggiatura che tende a farsi leggermente più sfilacciata man mano che ci si avvicina al finale – il mondo dell’animazione taiwanese ha trovato una degna rappresentante in Sung Hsin Yin, la quale, con grande sensibilità e un lirismo di fondo tipico della cultura orientale, ha saputo mettere in scena una storia personale e universale allo stesso tempo, la storia di una singola persona e quella di un’intera nazione, apologia degli affetti, delle tradizioni e degli antichi valori, che vede in un singolare rapporto nonna-nipote una perfetta connessione tra presente e passato, tra sé stessi e il resto del mondo. Una strada sicura per la felicità.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – LIFE AND NOTHING MORE di Antonio Méndez Esparza

35.La-vida-y-nada-mas_740x442TITOLO: LIFE AND NOTHING MORE; REGIA: Antonio Méndez Esparza; genere: drammatico; paese: Spagna, USA; anno: 2017; cast: Andrew Bleechington, Regina Williams, Robert Williams; durata: 114′

Presentato in anteprima alla 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Life and Nothing More è il secondo lungometraggio del regista spagnolo Antonio Méndez Eparza, suo primo lavoro in lingua inglese.

La storia raccontata è quella di Andrew – quattordicenne malinconico e solitario con una difficile esperienza in riformatorio alle spalle – e di sua madre Regina – desiderosa di rifarsi una vita dopo il fallimento del suo primo matrimonio, ma con numerose difficoltà ad arrivare a fine mese. L’incontro di quest’ultima con un uomo responsabile ed innamorato potrebbe, in qualche modo, aiutarla nella quotidianità. Le cose, però, prenderanno presto una piega inaspettata.

La cosa più interessante che il regista ha qui voluto mettere in scena è probabilmente proprio la vita della periferia americana ai giorni nostri. Ben descritti, a tal proposito, gli ambienti, con le loro strade semi deserte ed esterni che sembrano quasi dimenticati dal resto del mondo, oltre ad interni squallidi ed angusti. Il problema di un lungometraggio come Life and Nothing More è, in realtà, proprio lo script. Sono molti, come è stato detto, gli spunti da cui la vicenda prende il via. Peccato, però, che – durante le quasi due ore di lungometraggio – Méndez Esparza sembri prendere ogni volta una direzione diversa, senza mai portare a termine ciò che ha inizialmente iniziato e, soprattutto, rendendo tutto il lavoro quasi completamente privo di ritmo o di picchi narrativi. Ed ecco che, se all’inizio la macchina da presa sembrava concentrarsi esclusivamente sul giovane Andrew, dopo circa mezz’ora prende a seguire Regina senza mai staccarsi da lei e mettendo da parte, inspiegabilmente, il ragazzo. Il punto è che non si tratta, però, né di un film corale, né, tantomeno, di un lungometraggio ad episodi. Stesso discorso si può fare per altri importanti elementi che vengono via via tirati in ballo, per essere poi totalmente abbandonati senza logica alcuna. Ѐ questo, ad esempio, il caso del personaggio del compagno di Regina, il quale esce quasi improvvisamente di scena per poi non tornare più e facendo sì che la sua stessa presenza risulti del tutto inutile ai fini della narrazione stessa. Allo stesso modo, il discorso del trumpismo e del conseguente razzismo – che viene affrontato nel momento in cui Andrew, dopo essere stato trattato in malo modo da una coppia al parco, finisce per minacciare questi ultimi con un coltello – cade improvvisamente nel vuoto, nel momento in cui il ragazzo viene rilasciato (ovviamente fuoricampo e, anche qui, senza un minimo di tensione). La vera scena madre, però, si trova quasi verso il finale, quando vediamo Regina dare una lettera ad Andrew che lei stessa ha scritto. Ѐ qui che, mentre il ragazzo è intento a leggere, si sente la voce della madre fuoricampo che pronuncia le parole da lei scritte. Peccato che quest’ultima si trovi, allo stesso momento, proprio di fianco al figlio.

Che questo lungometraggio di Méndez Esparza, dunque, non sia proprio quel che si dice un film riuscito, siamo d’accordo tutti. Eppure, volendo fare un discorso esclusivamente sulla regia, le scelte adoperate dall’autore sono anche piuttosto interessanti: perfettamente in linea con la teoria zavattiniana, la macchina da presa segue costantemente i personaggi con movimenti essenziali, adoperando ogni volta pochissimi punti macchina e dando al tutto un interessante tono quasi documentaristico. Peccato, dunque, essersi bruciati un film così. Chissà, magari, con un suo prossimo lavoro, il giovane cineasta spagnolo saprà come farsi perdonare. Questo, almeno, è quello che ci auguriamo.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – EX LIBRIS – NEW YORK PUBLIC LIBRARY di Frederick Wiseman

Kat_angle-08876-USE-THIS-IMAGE2050TITOLO: EX LIBRIS – NEW YORK PUBLIC LIBRARY; REGIA: Frederick Wiseman; genere: documentario; paese: USA; anno: 2017; durata: 197′

Presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, EX LIBRIS – New York Public LIbrary è l’ultimo lavoro del celebre documentarista Frederick Wiseman.

Il tema preso in esame, stavolta, è la cultura e l’impatto che essa ha sulla società. La sua importanza apparentemente potrebbe essere data quasi per scontata, ma, in realtà, è pericolosamente sottovalutata. E così Wiseman, insieme alla sua troupe, fa il suo ingresso nelle principali biblioteche disseminate per i quartieri di New York, mostrandoci, di volta in volta, conferenze, dibattiti, ma anche concerti o, semplicemente, momenti di relax o di studio. In poche parole, quello che si sperimenta è un vero e proprio viaggio all’interno di un mondo dove l’arte e la cultura sembrano ancora sopravvivere in una società che sembra dedicare loro sempre meno spazio. Sono diversi i temi affrontati nel corso degli incontri filmati: dall’importanza dei finanziamenti, all’organizzazione delle attività, da come tali istituzioni siano responsabili circa la formazione delle nuove generazioni, fino ad un discorso sul razzismo e sull’emarginazione sociale. Tema, quest’ultimo, che, cavalcando l’onda dell’anti-trumpismo, è presente in quasi tutti i lungometraggi in concorso in questa edizione della mostra del cinema. Dalla sua, però, Wiseman ha la grande capacità di farlo figurare alla stregua di un tassello finalizzato a completare un discorso più grande e complesso, evitando, così, toni spiccatamente buonisti ed un’inutile retorica.

Non si limita, però, EX LIBRIS, soltanto a questo. Particolarmente d’effetto, infatti, sono i momenti in cui vediamo i clienti delle biblioteche fare delle ricerche, immersi in un contemplativo silenzio che sembra racchiuderli in una sorta di mondo “magico”, lasciando fuori la città con la sua vita frenetica, i suoi colori ed i suoi rumori. Ed ecco che, tanto quanto Wiseman stesso, anche noi iniziamo ad amare i dettagli di pagine stampate, di mani che sfogliano vecchi volumi o di volti assorti nella lettura. Perché, di fatto, ciò che allo spettatore viene trasmesso, è soprattutto il fatto che Wiseman voglia fare, con le sue opere, una vera e propria dichiarazione d’amore alla società ed al mondo che ci racconta, rispettoso e riverente, con la sua macchina da presa che, attenta osservatrice, ha anche la grande capacità di non far quasi percepire la propria presenza a chi di volta in volta viene ripreso.

La cosa più giusta che uno spettatore possa fare trovandosi davanti ad un’opera di Frederick Wiseman, a questo punto, è lasciarsi condurre per mano all’interno di un mondo nuovo ed affascinante, limitandosi a guardare dal basso verso l’alto l’opera d’arte davanti ai suoi occhi. In un viaggio che, nonostante la lunghezza, sembra durare sempre troppo poco.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – DOWNSIZING di Alexander Payne

downsizing-recensione-venezia-74-inizia-con-alexander-payne-recensione-v8-34806-1280x16TITOLO: DOWNSIZING; REGIA: Alexander Payne; genere: fantascienza, drammatico, commedia; paese: USA, Canada; anno: 2017; cast: Matt Damon, Christoph Waltz, Kristen Wiig; durata: 135′

Film di apertura di questa 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia è Downsizing, ultima fatica dell’acclamato cineasta Alexander Payne, in concorso per il Leone d’Oro.

Al fine di risolvere il problema della sovrappopolazione, alcuni scienziati norvegesi trovano un modo per rimpicciolire le persone di parecchi centimetri. A questo modo vi saranno non pochi vantaggi, sia dal punto di vista economico che ambientale. Ovviamente ogni cittadino sarà libero di scegliere se farsi rimpicciolire o meno. Paul e sua moglie Audrey, ad esempio, sono tra le persone interessate a questo nuovo esperimento. Al momento di cambiare vita, però, Audrey si tirerà indietro, lasciando Paul da solo a fare i conti con il nuovo mondo ed a cercare di capire quale sia il suo ruolo all’interno di esso.

Una grande metafora della vita, del suo senso e, non per ultima, della società – in particolare quella americana, più volte “tirata in causa” quale vera, grande protagonista di tutta la cinematografia di Payne insieme al tema del viaggio stesso, in qualità di passaggio necessario alla crescita ed al cambiamento. Se pensiamo, però, alle precedenti opere dell’autore, ci rendiamo conto che questo suo ultimo lungometraggio sta a sancire quasi una sorta di “cambio di rotta”: dalla necessità di raccontare l’universale attraverso il singolo badando alla sostanza più che alla forma, si passa irrimediabilmente ad un’opera in cui la forma sembra avere la meglio su tutto il resto. Ed ecco che, qui, allo stesso Payne sembra sfuggire di mano il controllo della situazione, dando vita ad un’opera “maestosa”, ma molto, molto pretenziosa in cui un’iniziale idea potenzialmente brillante finisce ben presto per scadere in una pericolosa retorica ed in banali manierismi.

Poco convincono, dunque, interpreti brillanti come Matt Damon ed il grandissimo Christoph Waltz: seppur scorrevole e, in qualche modo “leggero”, questo lungometraggio di Payne sembra a tutti gli effetti uno di quei prodotti finalizzati a far incetta di Premi Oscar, ma dei quali, in seguito alla visione, resterà purtroppo ben poco.

Peccato. Soprattutto perché, in genere, in apertura di un festival come questo di Venezia ci si aspetta sempre di urlare al capolavoro. L’inizio, però, quest’anno è stato piuttosto tiepidino. E pensare che lo scorso anno si era scelto di aprire la Mostra addirittura con un’opera come La La land..ma questa è un’altra storia.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

RIFF 2016 – I VINCITORI DELLA XV EDIZIONE DEL ROME INDEPENDENT FILM FESTIVAL

download-5Ed eccoci giunti, anche quest’anno, al termine del più importante festival italiano dedicato al cinema indipendente. Di seguito, tutti i premi e le considerazioni su questa XV edizione del Rome Independent Film Festival.

Grande successo di pubblico per la XV edizione del RIFF, Rome Independent Film Festival, che si è svolta dal 25 novembre al 1 dicembre 2016 e che ha visto in programmazione, presso il Cinema Savoy e il Cinema Europa di Roma, 110 opere in concorso – tra lungometraggi, cortometraggi e documentari – provenienti da 24 paesi di cui 15 in anteprima mondiale e 10 in anteprima europea. Tutti i film in concorso sono stati presentati in anteprima italiana. Sono stati 12 i film in concorso di cui otto stranieri provenienti da Canada, Germania, Francia, Usa, Filippine, Spagna e Cile a cui si sono aggiunti quattro film italiani in Concorso.
2e860127-1d24-4ad9-8168-d019dd0c41d2I RIFF Awards, il cui valore ammonta ad un totale di circa 50.000 Euro, sono stati assegnati nel corso della serata di premiazione alla presenza del premio Nobel per la Pace Alfonso Perez Esquivel alle seguenti opere:
Miglior Lungometraggio Internazionale  “You’ll Never Be Alone” di Alex Anwandter (Chile)
**Menzione speciale a “1:54” di Yan England (Canada)
Miglior Lungometraggio Italiano: “Sex Cowboys” di Adriano Giotti (Italy)
Miglior Film Documentario Internazionale: Vincitore: “Une jeune fille de 90 ans di Valeria Bruni Tedeschi & Yann Coridian (France)
Miglior Film Documentario Italiano:  “2 Girls” di Marco Speroni (Italy)
**Menzione speciale a “Gente di amore e rabbia” di Stefano Casertano (Italy)
Miglior Cortometraggio Internazionale:Ja passou” di Sebastiao Salgado (Portugal)
**Menzione speciale a “Minh Tam” di Vincent Maury (France)
Miglior Cortometraggio Italiano: E così sia” di Cristina Spina (Italy)
**Menzione speciale a “Parla che ti sento” di Idria Niosi (Italy)
Miglior Cortometraggio Studenti: Anna” di Or Sinai (Israel)
**Menzione speciale a “America” di Aleksandra Terpinska (Poland) e “Gionatan con la G” di Gianluca Santoni (Italy)
Miglior Cortometraggio d’Animazione: “Playgroung” di Francis Gavelle e Claire Inguimberty (France)
Miglior Sceneggiatura per Lungometraggio: “Veleno nelle gole” di Gisella Orsini & Simona Barba
Miglior Sceneggiatura per Cortometraggio:L’ultima partita” di Flavio Costa
Miglior Soggetto: “Deserto di Ghiaccio” di Ermanno Felli & Marco Gallo.

59dfeb2c-1d84-4ea2-bc14-dad694ee169fI RIFF Awards 2016 sono stati assegnati dalla Giuria Internazionale del Festival, composta dal giornalista italiano Giovanni Anversa e dal finlandese Jouni Kantola di Berta Film, dagli attori Riccardo De Filippis e Stefano Fregni, dal Presidente della FICE Domenico Dinoia, dall’operatrice culturale spagnola María del Carmen Hinojosa, dall’attrice colombiana Juana Jimenez, dalla distributrice di NewGold Serena Lastrucci, dallo sceneggiatore e regista, Presidente ANAC, Francesco Ranieri Martinotti, dal regista spagnolo Gabriel Velázquez, dalla giornalista e produttrice canadese Megan Williams e dalla fondatrice di Wanted Cinema Anastasia Plazzotta.
Tra i numerosi ospiti presenti durante la settimana del Festival ricordiamo, tra gli italiani, Valeria Bruni Tedeschi, Pippo Delbono, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Renato De Maria, Lorenza Indovina, Niccolò Ammaniti, Silvia D’Amico, Stefano Fresi, Teresa Saponangelo, Franco Nero, Alessandro Haber, Giordano Meacci, Alessio Boni, Valentina Carnelutti, Maurizio Sciarra, Dino Abbrescia, Federico Rosati, Ivan Franek. Tra gli stranieri il Premio Nobel per la Pace Adolfo Peréz Esquivel, l’attore britannico Jamie Bamber e il direttore della fotografia nominato agli Oscar Phedon Papamichael, gli attori canadesi Antoine Olivier Pilon e Lou-Pascal Tremblay. Con loro i registi di molti dei film presenti al Festival.

0da201c2-4daf-4a1f-a244-e835d68f52aeIl RIFF, diretto da Fabrizio Ferrari, è realizzato con il contributo e il patrocinio della Direzione Generale CinemaMinistero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dell’Assessorato alla Cultura e Politiche Giovanili della Regione Lazio, con il contributo di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale in collaborazione con SIAE ed è inserito nell’edizione 2016 dei Festival di particolare interesse per la vita culturale della Città: “Roma, una Cultura Capitale

LA RECENSIONE DI MARINA – AMERICAN PASTORAL di Ewan McGregor

american-pastoral-2016-movie-still-7TITOLO: AMERICAN PASTORAL; REGIA: Ewan McGregor; genere: drammatico; anno: 2016; paese: USA; cast: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Johnson; durata: 108′

Nelle sale italiane dal 20 ottobre, American Pastoral è l’esordio alla regia dell’attore Ewan McGregor, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer.

Seymour Levov, detto “lo svedese”, ha avuto tutto dalla vita: è bello, intelligente, carismatico ed ha sposato una ex reginetta di bellezza, dalla quale ha avuto l’amata figlia Merry. Un giorno, però, tutto il suo mondo sembra crollare, nel momento in cui la ragazza compie un attacco terroristico che provoca la morte di un uomo.

american_pastoralOperazione ben riuscita per essere un esordio alla regia, questa di Ewan McGregor. L’attore, infatti, si è cimentato con un’opera piuttosto complessa e stratificata, in cui – al di là del sogno americano che viene distrutto, al di là del tema politico – centrale e tutt’altro che semplice è proprio il rapporto che lega il padre alla figlia. Nulla è scontato, nulla viene messo lì per caso. Eppure McGregor è riuscito a mantenere quanto basta quella giusta ambiguità presente nell’opera di Roth. Seymour e Merry sono due figure, se vogliamo, abbastanza stereotipate: lui rappresenta, appunto, l’americano medio di successo, con una bella casa ed una famiglia da sogno; lei (magistralmente interpretata da Dakota Johnson), invece, è la classica adolescente appassionata e sanguigna, che crede fermamente nei propri ideali e, per questo motivo, si scontra spesso con i suoi stessi genitori. Gli equilibri, però, si rompono nel momento in cui non tutto va secondo un copione prestabilito. E tutto questo viene messo in scena in modo magistrale: forte, ad esempio, è il contrasto – anche dal punto di vista della fotografia – tra i momenti di vera o apparente serenità e le scene in cui Seymour è alla disperata ricerca di Merry, dove i colori scuri, una regia essenziale con un esiguo numero di punti macchina stanno, appunto, a rappresentare l’animo stesso del protagonista.

1247403_american-pastoralFigura ambigua ed interessante, che però avrebbe potuto avere maggiori potenzialità è, invece, rappresentata da Dawn, moglie di Seymour e madre di Merry, con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale – a prescindere dalle diverse idee politiche – e che cambia completamente registro nel corso della vicenda.

Tra i pochi appunti che si possono fare ad American Pastoral vi è, tuttavia, proprio il finale del film stesso, in cui – malgrado l’intenzione di lasciare lo spettatore in sospeso, analogamente a quanto viene fatto nel libro – si opta per una soluzione pericolosamente banale e scontata.

Detto questo, il lungometraggio si è rivelato – in ogni caso – un’interessante trasposizione ed un buon esordio alla regia. Una storia complessa ed appassionante che verrà apprezzata da molti e che ci fa sperare in altri soddisfacenti lavori futuri di Ewan McGregor.

VOTO: 7/10

Marina Pavido