Passione e pittura in una storia d’arte di Marco Pollini

POSTER_UNA_STORIA_DARTE (Copia)Ricevo e volentieri pubblico

Ahora! Film è lieta di presentare Una storia d’arte, nuovo film diretto da Marco Pollini, a pochi mesi dal thriller Pop Black Posta, interpretato da Antonia Truppo e Denny Mendez.

Una storia d’arte e’ un esperimento cinematografico realizzato con soli attori emergenti della scuola di recitazione Ahora ! Lab di Verona che offre l’enorme possibilita’ ad attori emergenti di partecipare a cortometraggi e lungometraggi realizzati in modo professionale. 

Ha come protagonisti Elvira, una donna borghese di settant’anni, ricca e viziata, e Antonio, un idraulico ventenne grezzo e dispotico. I due sono legati da una grande passione: l’amore per i quadri e per la pittura.

foto una storia d'arte 3 (Copia)Spinta da questa passione e, segretamente, dal desiderio di rivalsa contro il suo sogno artistico mancato, Elvira decide di investire il proprio tempo e denaro per lanciare Antonio come pittore. Il ragazzo, all’inizio ingenuo e sognatore, cresce sull’onda di questo interessamento, che, invece di migliorarlo, mette in luce il suo lato più nascosto, trasformandolo in un uomo freddo e calcolatore.

Finiscono, così, per trovarsi circondati da un insolito destino in una maestosa villa stile Liberty che nasconde un segreto.

Il film è stato girato interamente a Verona con la collaborazione di Verona Film Commission, Galleria Massella, Ristorante Maffei, Cinema Rental, Palazzo Ceru’ e tanti altri partners  veronesi.

Una storia d’arte è una sorta di esperimento che ho realizzato con attori esordienti della scuola di recitazione Ahora Actor Lab di Verona”, dichiara il regista, “ed è nato per caso dall’amicizia con un signore di altri tempi, Gianfranco De Muri, un uomo di ottant’anni che da giovane ha lavorato come aiuto regia per Ugo Tognazzi e Vittorio De Sica nella Roma cinematografica degli anni Sessanta. Gianfranco De Muri ha scritto questa storia, pensata inizialmente come commedia teatrale, e insieme ci siamo impegnati a metterla in scena”.

foto una storia d' arte 1 (Copia)Una storia d’arte è interpretato da Loretta Micheloni, Lorenzo Maggi, Esther Grigoli, Enzo Garramone, Alex Faccio, Sabrina Campagna, Silvia Ferracane, Gianfranco De Muri, Licia Massella, Margherita Sciarretta, Sofia Amber e Alberto De Gaspari.

La sceneggiatura e il soggetto sono  a firma di Gianfranco De Muri, mentre fanno parte del cast tecnico il montatore Adinori, il direttore della fotografia Alberto Marchiori, lo scenografo Giorgio Gregori, la truccatrice Evelyn Bruges e la costumista Concetta Maccarone e la direttrice di produzione Lorenza Montresor e altri bravi collaboratori Veronesi.

Gli effetti visivi in post-produzione sono di Daniele Crociani e le musiche a firma dello stesso Marco Pollini.

Una storia d’arte sarà nelle sale cinematografiche a partire dal 30 Gennaio 2020, distribuito da Ahora! Film.

LA RECENSIONE – IL CODICE DEL BABBUINO di Davide Alfonsi e Denis Malagnino

il-codice-del-babbuino-trailer-e-poster-del-dramma-di-davide-alfonsi-e-denis-malagnino-2TITOLO: IL CODICE DEL BABBUINO; REGIA: Davide Alfonsi, Denis Malagnino; genere: thriller, drammatico; paese: Italia; anno: 2018; cast: Denis Malagnino; Tiberio Suma, Stefano Miconi Proietti; durata: 81′

Nelle sale italiane dal 17 maggio grazie a Distribuzione Indipendente, Il Codice del Babbuino è l’ultimo lungometraggio diretto da Davide Alfonsi e Denis Malagnino, facenti parte del collettivo Amanda Flor e, successivamente, dell’Associazione Donkey’s Movies.

Il tutto avviene nell’arco di una nottata. Denis, padre di famiglia con difficoltà finanziarie, ritrova per caso, nel pressi di un campo rom, il corpo della ragazza del suo amico Tiberio, la quale è stata stuprata e ridotta in fin di vita. Il giovane e impulsivo Tiberio, una volta venuto a conoscenza dei fatti, non desidererà altro che scoprire i colpevoli e vendicare la sua ragazza. Anche a costo di sfidare la legge e di rimetterci la pelle. Avrà inizio, dunque, una lunga peregrinazione nei quartieri più malfamati della città, dove solo grazie a pericolose alleanze sarà possibile risalire, in qualche modo, alla verità.

Atmosfere cupe, attori non sempre professionisti e, soprattutto, un’interessante – e per nulla facile da gestire – regia fatta di primissimi piani e camera a spalla sono i tratti distintivi di un lungometraggio come Il Codice del Babbuino, il quale, a sua volta, inevitabilmente ci fa pensare al cult Cani Arrabbiati, diretto nel 1974 dal maestro Mario Bava.

Un film, dunque, completamente indipendente, girato con un budget inevitabilmente limitato, ma che riesce a farsi onore all’interno del panorama cinematografico nostrano. Sono soprattutto i personaggi, veri, umani, con mille sfaccettature a contribuire alla riuscita finale. I registi, dal canto loro, bene hanno saputo gestire chi del cinema non ha fatto la sua prima occupazione: come la nostra ottima tradizione insegna, d’altronde, non si riesce a capire chi dei protagonisti sia stato “preso dalla strada” e chi no. Ognuno di loro è perfettamente credibile e riesce a entrare in sintonia con il pubblico fin dai primi momenti. Senza disdegnare anche qualche piccola citazione cinefila.

Al di là del buon risultato finale, al di là del buon livello complessivo, dunque, cosa rende, al giorno d’oggi, un lavoro come Il Codice del Babbuino qualcosa di urgente e necessario? Indubbiamente, il bisogno di dar voce anche ad autori validi che, però, essendo fuori dai grandi circuiti, faticano non poco a ottenere i finanziamenti per il loro lungometraggi. Ed ecco che, quindi, il nostro cinema sembra, di quando in quando, voler tornare addirittura al dopoguerra, quando signori come Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti e Giuseppe de Santis pur di realizzare i loro film, inventarono un nuovo modo di far cinema. Un modo, questo, che, di fatto, ha fatto scuola in tutto il mondo. E che ancora oggi sembra rivelarsi spesso la soluzione migliore, oltre che maggiormente efficace.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL -CASTING di Nicolas Wackerbarth

casting filmTITOLO: CASTING; REGIA: Nicolas Wackerbarth; genere: drammatico; paese: Germania; anno: 2017; cast: Andreas Lust, Judith Engel, Ursina Lardi; durata: 91′

Presentato nella sezione Festa Mobile alla 35° edizione del Torino Film Festival, Casting è un interessante lungometraggio diretto dal cineasta tedesco Nicolas Wackerbarth.

Vera, regista consapevole e meticolosa, ha il compito di selezionare un’adeguata interprete femminile, al fine di realizzare la trasposizione televisiva di Le lacrime amare di Petra von Kant, diretto nel 1972 dal grande Rainer Werner Fassbinder, nonché trasposizione cinematografica dell’omonima opera teatrale scritta dallo stesso autore. La grande responsabilità, unita ai tempi ristretti dato l’imminente inizio delle riprese e, soprattutto, gli innumerevoli contrattempi che in situazioni del genere si verificano quasi quotidianamente, contribuiranno a rendere il tutto ancora più difficile.

Girato con lo stile quasi di un documentario, con un uso esclusivo di macchina a mano ed una regia volutamente essenziale che prevede pochissimi punti macchina ed intensi primi piani dei protagonisti, questo lavoro di Wackerbarth si è rivelato particolarmente adatto sì a raccontare un mondo spietato come può essere quello dello spettacolo, ma anche a rendere omaggio non solo alla settima arte, bensì soprattutto ad uno dei più importanti autori del Nuovo Cinema Tedesco, ancora oggi preso come modello da numerosi cineasti.

Ed ecco che Casting, pur concentrando la propria attenzione su Le lacrime amare di Petra von Kant, sembra ricordarci, a tratti, un’altra importante opera dell’autore, ossia Attenzione alla puttana santa (1971), capolavoro metacinematografico che analogamente ci racconta tutte le brutture di un ambiente tanto amato, ma anche tanto odiato da chi lo vive quotidianamente. Al via, dunque, a momenti che vedono attori impegnarsi in estenuanti prove, sotto l’occhio vigile ed impietoso della macchina da presa, appunto, la quale sembra cogliere ogni minima debolezza e sfaccettatura.

Vi sono momenti di forte pathos, in Casting. Uno tra tutti, l’interpretazione di Annika – attrice appena scartata da Vera – che si rivolge alla regista recitando in modo praticamente impeccabile alcune battute pronunciate da Petra von Kant. Dal canto suo, decisamente degna di nota è la figura di Gerwin, attore ritiratosi dalle scene che si presta ad interpretare durante i casting il ruolo di Karl, fino al punto di voler ricominciare a recitare e a desiderare a tutti i costi la parte: ottima caratterizzazione di chi è stato, in qualche modo, schiacciato dai meccanismi produttivi, ma che, sotto sotto, cova ancora il desiderio di riuscire nei propri intenti. La scelta narrativa che convince meno, a tal proposito, è, forse, proprio quella di concentrarsi, a circa tre quarti del lungometraggio, quasi esclusivamente sui tormenti interiori di Gerwin, dimenticando quasi le peripezie per trovare un’attrice adeguata, su cui ci si era precedentemente concentrati.

E, dunque, tra un provino e l’altro, tra un litigio ed una risata, il lungometraggio arriva pian piano al tanto temuto inizio delle riprese, in un crescendo di tensione emotiva fino alla fine.

Indubbiamente, Wackerbarth ha saputo ben gestire il progetto, senza voler emulare a tutti i costi un cineasta come Fassbinder – come può pericolosamente accadere in situazioni del genere – ma creando un’opera del tutto personale, che si fa ritratto cinico e realista di un mondo tanto affascinante quanto spietato, senza dimenticare una dovuta e sincera reverenza nei confronti del passato.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

 

LA RECENSIONE – NINNA NANNA di Dario Germani e Enzo Russo

nino frassica-2TITOLO: NINNA NANNA; REGIA: Dario Germani, Enzo Russo; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Francesca Inaudi, Fabrizio Ferracane, Nino Frassica; durata: 112′

Nelle sale italiane dal 29 giugno, Ninna nanna è l’opera prima di Dario Germani ed Enzo Russo, prodotta da Tonino Abballe.

Anita è un’enologa di successo che vive in un piccolo paesino della Sicilia. La donna è felicemente sposata con Salvo ed aspetta la prima figlia. In seguito alla nascita della piccola Gioia, però, qualcosa si incrina e la donna inizierà a vedere la figlioletta più come una minaccia per il suo matrimonio ed il suo lavoro che come una benedizione. Non sarà facile gestire il suo disagio, soprattutto perché nessuno sembrerà disposto a capirla.

ninna_nanna1Dopo l’uscita nelle sale di Girotondo, per la regia di Tonino Abballe, ecco un nuovo prodotto proveniente dalla stessa équipe che, analogamente al primo lavoro, tenta di analizzare un disagio interiore ancora sconosciuto ai più. In questo caso parliamo di depressione post partum e la storia di Anita è la storia di molte altre donne nelle sue condizioni che difficilmente riescono a trovare conforto e comprensione.

nn01Seppur delicata ed adeguatamente empatica, la storia della protagonista vede una sceneggiatura con troppi clichés, per una soluzione finale che appare fin troppo scontata ed anche un po’ affrettata. Il fatto che Ninna nanna sia un’opera prima, lo si vede, purtroppo, da una maldestra direzione attoriale, di fianco ad un cast di tutto rispetto, con un’importante esperienza alle spalle, come anche da scelte registiche che risultano spesso eccessive, malgrado le buone intenzioni (in particolare per quanto riguarda le scene oniriche).

Un po’ di sbavature, anche per quanto riguarda la post produzione, e qualche eccesso di troppo, dunque, per un lavoro in cui tutto sommato si vede che chi ci ha lavorato ha creduto molto. Bisognerà aspettare un nuovo lavoro dei due giovani registi per sapere in come si evolverà il loro modo di fare cinema.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – GIROTONDO di Tonino Abballe

24052_origTITOLO: GIROTONDO; REGIA: Tonino Abballe; genere: drammatico: paese: Italia; anno: 2017; cast: Erika Marconi, Massimiliano Buzzanca, Antonella Ponziani, Armando De Razza; durata: 78′

Nelle sale italiane dal 22 giugno, Girotondo è l’ultimo lungometraggio diretto da Tonino Abballe.

Tante storie di tante coppie, ognuna delle quali attraversa momenti difficili: dalla giovane donna separata con un figlio, alla ragazza che ha paura di diventare madre, dalla coppia omosessuale che fa fatica ad essere accettata, fino, addirittura, ad un caso di violenza fisica. Accanto a tante storie finite male, però, ce ne saranno altrettante con un lieto fine. A tentare di dare una spiegazione a determinati comportamenti umani, due figure nel ruolo, spesso invertito, di paziente e psicologo seduti in giardino.

Fermo-immagine-Girotondo-1Sulla carta questo progetto con espliciti rimandi schnitzleriani sembra senza dubbio interessante, benché già fortemente abusato. Il problema è che questo ultimo lavoro di Abballe già fin dalle prime inquadrature convince davvero poco. E non solo per il malriuscito tentativo di dar vita ad un film corale (quanto di più difficile da scrivere), non solo per la discutibile direzione attoriale, ma soprattutto per una regia si potrebbe dire maldestra, che troppo tende ad indugiare su singoli dettagli e che, complice una musica eccessivamente enfatica e ripetitiva, oltre a brevi scene in cui si ricorre addirittura all’animazione senza, però, alcuna logica apparente.

Foto_Antonella_Ponziani_e_Armando_de_Razza_-1Ciò che, però, maggiormente disturba di Girotondo sono proprio i dialoghi: una serie di luoghi comuni, conditi da qualche frase fatta e da situazioni al limite dello stucchevole. Con tali basi, purtroppo ciò che più facilmente si ottiene è un pericoloso effetto comico del tutto involontario.

Malgrado, dunque le intenzioni di sviscerare attraverso il mezzo cinematografico ogni singolo tipo di rapporto di coppia, questo ultimo lungometraggio di Abballe manca totalmente l’obiettivo, risultando uno tra i più deludenti prodotti della stagione cinematografica.

VOTO: 3/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – LA MIA FAMIGLIA A SOQQUADRO di Max Nardari

la-mia-famiglia-a-soqquadroTITOLO: LA MIA FAMIGLIA A SOQQUADRO; REGIA: Max Nardari; genere: commedia; anno: 2017; paese: Italia; cast: Gabriele Caprio, Marco Cocci, Bianca Nappi, Eleonora Giorgi; durata: 90′

Nelle sale italiane dal 30 marzo, La mia famiglia a soqquadro è il secondo lungometraggio diretto da Max Nardari, ispirato al libro Figli violati di Renea Rocchino Nardari, madre dell’autore.

Martino (interpretato dal giovane Gabriele Caprio) è un ragazzino undicenne appartenente alla classica famiglia del Mulino Bianco, emarginato a scuola perché considerato “diverso”, in quanto unico ragazzino con i genitori ancora uniti, che, però, al fine di integrarsi, farà di tutto affinché il suo nucleo famigliare si spacchi in due.

fam01Dato il tono di tutto il lungometraggio, anche se inizialmente il bambino può farci non poca simpatia, una volta entrati nel vivo della vicenda ed aver assistito alla presentazioni di personaggi e situazioni talmente stereotipati da sembrare addirittura irreali, ecco che, di punto in bianco, la storia inizia a perdere di ogni qualsivoglia interesse. Uno stereotipo dopo l’altro, una carrellata di luoghi comuni e buonismi di ogni genere, che culminano in un finale – che vede il giovane protagonista fare il suo discorso d’effetto, volto a chiarire qualsiasi equivoco e a riportare l’armonia in casa – ambientato, guarda caso, durante il periodo pre-natalizio. E chi più ne ha più ne metta.

la_mia_famiglia_a_soqquadro_clip_esclusiva_commedia-660x350Eppure, ripensando alle iniziali intenzioni dell’autore ed alla genesi del lungometraggio stesso, non si può non riconoscere una certa ingenuità ed anche una sorta di genuinità che manca, di fatto, a commedie recentissime come Mamma o papà?, diretta da Riccardo Milani, o La verità, vi spiego, sull’amore, di Max Croci – tutte nate da grandi produzioni. Il fatto di aver scelto di adattare per il grande schermo un libro scritto dalla propria madre e di averlo fatto con la propria casa di produzione, in realtà fa quasi tenerezza. Ed ecco che iniziamo a considerare La mia famiglia a soqquadro più come una specie di goliardata in famiglia che come un qualcosa che vuole definirsi a tutti i costi “il prodotto dell’anno”. E così iniziamo a “perdonare” tutti gli stereotipi presenti, gli attori eccessivamente sopra le righe, la disarmante prevedibilità della trama e via dicendo. Sul fatto che il lungometraggio di Nardari possa riuscire a fare o meno eccezione all’interno del palinsesto, però, vi sono ancora parecchie perplessità, per non dire addirittura scetticismi. Ma sta bene. Contenti loro, contenti tutti.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – SLAM – TUTTO PER UNA RAGAZZA di Andrea Molaioli

slam-e1479658803352-700x430TITOLO: SLAM: TUTTO PER UNA RAGAZZA; REGIA: Andrea Molaioli; genere: commedia; anno: 2016; paese: Italia; cast: Luca Marinelli, Jasmine Trinca, Ludovico Tersigni, Barbara Ramella; durata: 100′

SLAM: tutto per una ragazza, prodotto da Indigo Film con Rai Cinema, sarà distribuito nelle sale da Universal Pictures Italia dal 23 marzo.

Il film è stato presentato al 34mo TFF dal Trio Francesco Bruni, Ludovica Rampoldi e Andrea molaioli che hanno firmato una nuova  commedia italiana sulla gioventù e sul diventare adulti attingendo dall’omonimo romanzo del britannico Nick Hornby tradotto in Italia come TUTTO PER UNA RAGAZZA. Cosa viene fuori dall’humor inglese mescolato dai nostri tre autori in una commedia già vista nel recente Piuma di Roan Johnson anche lui per metà di origini inglesi? E’ cosa certa che gli adolescenti sono uguali a tutte le latitudini, soprattutto se debbono affrontare un evento come una gravidanza inaspettata.

11.SLAM-Tutto-per-una-ragazza_ZAY2140_foto-di-F.-Zayed_L.Marinelli-L.Tersigni-FILEminimizerIl protagonista se sullo skateboard è bravino, diventa imbranato nel dover fare il padre anzitempo. Se poi dalla nascita ha vissuto sempre con la madre con un padre che è un assente mattacchione, viene compreso dallo spettatore che tifa disperatamente per lui. La madre interpretata da Jasmine Trinca è anche lei goffa, e si stenta riconoscere in lei la protagonista della Stanza del Figlio e del drammatico Miele. Piuttosto rivediamo in lei con qualche anno di meno Margherita Buy che da tempo interpreta madri che si pongono come amiche dei figli. E’ il padre interpretato da un lanciatissimo Luca Marinelli che da respiro alla commedia che vira decisamente verso un humor più mediterraneo. Quello che incanta della pellicola è la MUSICA che fa da padrone per l’intera durata del film con una scelta accurata di brani di successo. Ma anche le riprese iniziali rasoterra dello skate board danno dinamicità alla storia, insieme ai continui flashback tra sogni, anzi incubi, che poi sistematicamente si trasformano in realtà.

slam-tutto-per-una-ragazza-nuove-foto-1Insomma siamo lontani da Andrea Molaioli, regista ricordiamo de La Ragazza del Lago, caso cinematografico vincitore di 10 David di Donatello. Nei panni del giovane ragazzo padre Ludovico Tersigni visto in L’estate addosso di Gabriele Muccino. Insieme alla protagonista femminile  Barbara Ramella vista in Non si ruba a casa dei ladri di Carlo Vanzina. Sembra che i due non abbiano avuto modo di riscaldarsi per immedesimarsi nelle parti loro assegnate se non verso la fine della commedia. Per pura curiosità segnaliamo che il titolo SLAM in gergo consolidato ricorda i rumori di sbattere, scagliare, scaraventare, nei fumetti il rumore di una porta chiusa con forza, nel gergo dello skateboarding, attività principale del nostro eroe, la caduta rovinosa al termine di un’evoluzione acrobatica!

VOTO: 5/10

Luigi Noera

LA RECENSIONE – CHI SALVERA’ LE ROSE? di Cesare Furesi

vlcsnap-2017-01-31-16h50m24s959TITOLO: CHI SALVERA’ LE ROSE?; REGIA: Cesare Furesi; genere: commedia, drammatico; anno: 2017; paese: Italia; cast: Carlo Delle Piane, Lando Buzzanca, Caterina Murino; durata: 103′

Nelle sale italiane dal 16 marzo, Chi salverà le rose? è l’opera prima del regista di Alghero Cesare Furesi.

È questa la storia di Giulio (Carlo Delle Piane) e di Claudio (Lando Buzzanca), non più giovanissimi, ma uniti da un grande amore che va avanti da anni. Entrambi vivono nel loro ex albergo, andato in fallimento a causa del vizio di Giulio per il poker. Anche a seguito di ciò, Valeria, figlia di quest’ultimo, ha deciso di interrompere qualsiasi rapporto con il genitore. Un giorno, però, a causa della grave malattia di Claudio, Giulio deciderà di chiamare sua figlia insieme al nipote Marco chiedendo loro di tornare a trovarli dopo tanti anni.

buzzanca_murinoChe dietro il lavoro di Furesi ci siano le migliori intenzioni, è cosa certa. Molto bella, infatti, anche se non proprio originalissima, l’idea di mettere in scena la delicata storia d’amore tra i due uomini, con tutte le loro abitudini ed i loro rituali quotidiani, ad esempio. Tuttavia, la scarsa riuscita di questa sua opera prima è, dunque, sicuramente una forte ingenuità da un punto di vista prettamente cinematografico, la quale ha portato ad una messa in scena maldestra e con non pochi elementi di disturbo al proprio interno. Fin dai primi dialoghi tra Carlo Delle Piane e Lando Buzzanca, infatti, da subito qualcosa ci disturba. E non si tratta soltanto di una poco esperta direzione degli attori, bensì anche delle battute stesse presenti all’interno dello script: troppo “letterarie”, troppo macchinose, poco spontanee e quasi “finte”. Ovviamente tale problema persisterà durante tutto il lungometraggio, anche per quanto riguarda i personaggi di Valeria (Caterina Murino) ed altre figure secondarie. Esempio lampante di un uso eccessivo della parola è il momento in cui Valeria stessa, truccandosi davanti ad una specchiera, pronuncia tra sé e sé la frase “Questo pranzo non me lo voglio perdere!”. Non dimentichiamo che, però, l’errore di dare troppo spazio alle parole a scapito delle immagini probabilmente derivare dal fatto che Furesi ha innanzitutto grande esperienza come scrittore e successivamente come regista, il che, spesso e volentieri, può creare situazioni del genere.

Chi salverà le rose Carlo Delle Piane Lando Buzzanca Antonio Careddu foto dal film 3_bigIl vero problema di Chi salverà le rose?, però, è, di fatto, un altro. Di fianco a battute troppo “ingombranti” ed a una maldestra direzione attoriale, ecco uno script che presenta al proprio interno dei buchi decisamente importanti. Non mancano, di conseguenza, personaggi lasciati in sospeso che finiscono per non avere alcun peso all’interno della narrazione stessa (prima fra tutte Elisabetta, la ragazza di Marco), così come snodi narrativi talmente poco convincenti da far perdere di credibilità a tutto il lungometraggio (come la decisione da parte di Giulio, in prossimità del finale, di togliersi la vita e la relativa, patetica scena che vede protagonista l’uomo insieme a sua figlia Valeria).

Nel tentativo di rilanciare l’albergo di famiglia, ad un certo punto la stessa Valeria afferma di voler vendere i tramonti e non le camere (riferendosi al panorama che si può vedere dalla struttura). Evidentemente tale operazione è stato anche il tentativo di Furesi nel mettere in piedi la storia. E, di fatto, come già è stato detto, di bei paesaggi e di panorami mozzafiato il film è pieno. Tutto ciò, unito alle ottime intenzioni iniziali, però, al fine di ottenere un buon risultato finale, non è sufficiente. Purtroppo.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – LES OGRES di Léa Fehner

les-ogres-de-lea-fehner_5558197TITOLO: LES OGRES; REGIA: Léa Fehner; genere: drammatico, commedia; anno: 2016; paese: Francia; cast: Adéle Haenel, Marc Barbé, François Fehner; durata: 144′

Nelle sale italiane dal 26 gennaio, Les ogres è l’ultimo lungometraggio della regista francese Léa Fehner, vincitrice, con questa sua opera del Premio Lino Miccichè e del Premio del Pubblico all’ultima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.

Sullo schermo ci vengono raccontate le vicende amorose e lavorative della compagnia teatrale itinerante Davaï Théatre. Problemi familiari, legami amorosi, un’imminente nascita ed il ritorno, improvviso, di una vecchia amante stravolgeranno la routine dei teatranti rompendo quella sorta di equilibrio venutosi a creare e facendo riemergere vecchi rancori e ferite evidentemente mai cicatrizzate.

les-ogres-2-e1485282952785Scorrono via senza neanche che il pubblico se ne accorga i 144 minuti di durata. Questo ultimo lavoro della Fehner, infatti, è un vero e proprio alternarsi di emozioni, ben messe in scena, nello specifico, non solo da attori capaci (all’interno del cast, inoltre, vi sono anche alcuni famigliari della regista stessa), ma anche da una regia attenta e sapiente che dimostra di saper ben muovere la macchina da presa nei momenti giusti, Basti pensare, ad esempio, alle numerose carrellate presenti durante le scene degli spettacoli, quando ci si ritrova grazie a movimenti fluidi ma repentini allo stesso tempo, ora sul palco, ora dietro le quinte. Oppure basti pensare agli intensi primi piani dei personaggi, durante i loro momenti di crisi.

les-ogres-2015-lea-fehner-02Signore e signori:la commedia umana sullo schermo, dunque! E, onestamente, bisogna proprio ammettere che questa commedia umana – dai vaghi rimandi felliniani – è davvero ben rappresentata: luci, colori, un’appropriata colonna sonora rendono il prodotto finale vivo, urlato, passionale. Una vera e propria dichiarazione d’amore alla vita. Non a caso, gli equilibri perduti sembrano riassestarsi nel momento in cui una giovane attrice della compagnia dà alla luce un bambino.

Si tratta di un piccolo miracolo cinematografico, Les ogres. D’accordo, non racconta nulla di nuovo, in fin dei conti. Eppure lo fa in un modo talmente raffinato, genuino ed onesto che il meraviglioso mondo che ci ritroviamo davanti agli occhi non verrà dimenticato tanto facilmente.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

 

EVENTO SPECIALE: IL VIAGGIO DI FANNY di Lola Doillon

fannys-journey-460x230TITOLO: IL VIAGGIO DI FANNY; REGIA: Lola Doillon; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Francia; cast: Cécile De France, Léonie Souchaud, Fantine Harduin; durata: 94′

Nelle sale italiane esclusivamente il 26 e 27 gennaio-in occasione della Giornata della MemoriaIl viaggio di Fanny è l’ultimo lungometraggio diretto dalla regista francese Lola Doillon, ispirato ad una storia vera.

La tredicenne Fanny viene lasciata dai genitori – insieme alle due sorelline più piccole – in una colonia, dove alcuni insegnanti si occupano di proteggere dai nazisti i bambini ebrei. Le cose cambiano quando le SS scoprono l’attività segreta della colonia. A quel punto, a Fanny, alle sue sorelline e ad i nuovi amici, non resterà che intraprendere un lungo e pericoloso cammino al fine di raggiungere il confine svizzero.

il-viaggio-di-fanny-immagine-dal-set-con-il-gruppo-di-bambini-protagonisti-e-madame-forman-maxw-1280Interessante operazione, quella compiuta dalla Francia,la quale, a differenza della Germania, di rado ha trattato un tema come quello dell’olocausto. Eppure Il viaggio di Fanny ha dalla sua innanzitutto il merito di raccontarci qualcosa di sconosciuto ai più,ossia l’esistenza di case-famiglia disposte ad occuparsi dei figli di genitori ebrei al fine di salvarli dai nazisti. Visto da un punto di vista prettamente divulgativo, dunque, questo ultimo lungometraggio della Doillon si rivela alquanto interessante.

I principali problemi, in realtà, sono altri. E riguardano la realizzazione del lungometraggio in sé: eccessivamente invadente, di fatto, è la musica presente, la quale fa in modo che l’intero prodotto somigli quasi ad un lavoro pensato per la tv. Stesso discorso va fatto per lo script in sé: dialoghi troppo espliciti tendono a doppiare le immagini e non poche forzature rendono il tutto poco credibile (nonostante, appunto, si tratti di una storia vera).

fannys-journey-01-460x230Discorso a parte va fatto sui bambini protagonisti: i giovani attori hanno sì parecchie potenzialità, ma tuttavia risultano a volte eccessivamente ingessati, protagonista compresa. Peccato. Soprattutto perché la storia in sé è davvero molto promettente e ricca di spunti. Chissà se qualcun altro deciderà di raccontarla nuovamente a modo proprio. Staremo a vedere! Nel frattempo, Il viaggio di Fanny, in sala in occasione della Giornata della Memoria, è senza dubbio un altro importante documento di una delle più grandi disgrazie del secolo scorso.

VOTO: 5/10

Marina Pavido