13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO di Eli Roth

il-mistero-della-casa-del-tempoTITOLO: IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO; REGIA: Eli Roth; genere: fantastico; paese: USA; anno: 2018; cast: Jack Black, Cate Blanchett, Kyle MacLachlan; durata: 95′

Presentato in anteprima alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma – all’interno della Selezione UfficialeIl Mistero della Casa del Tempo è l’ultima fatica del celebre regista statunitense Eli Roth.

È la storia, questa, del piccolo Lewis, il quale rimasto orfano di entrambi i genitori, andrà a vivere a casa del bizzarro zio, fratello di sua mamma. L’uomo, sempre a stretto contatto con un’altrettanto singolare vicina di casa, è un maldestro stregone che vive all’interno di una villa piena di orologi e con oggetti e mobili che, di quando in quando, sembrano prendere vita di soppiatto. Una volta ambientatosi in questo nuovo mondo, Lewis verrà coinvolto dai due in un’importante missione segreta: scoprire l’origine e il significato del ticchettio di un orologio nascosto all’interno delle mura di casa.

Vivace, colorato, complessivamente dinamico nella messa in scena, questo nuovo prodotto firmato Eli Roth lascia, tuttavia, a desiderare per quanto riguarda i ritmi stessi, spesso discontinui e mal calibrati, e per quanto riguarda uno script che tende a tirare il tutto troppo per le lunghe, soprattutto man mano che ci avvicina al finale. Eppure, detto questo, la storia messa in scena riesce a catturare l’attenzione fin dai primi minuti, forte anche di una regia sapiente e matura che ben sa sfruttare sia i numerosi effetti speciali presenti, che le ricercate scenografie, la quali, a loro volta, fanno della casa dei protagonisti un ulteriore personaggio, considerato a tutti gli effetti essenziale e con un’importante personalità.

Il tutto sta a convergere in una forte metafora del potere, della guerra e di quanto questi possano danneggiare sia gli stessi esseri umani che i rapporti che intercorrono tra di loro.

Un lungometraggio, dunque, pensato sì per i più piccini, ma che, allo stesso tempo, sta a raccontarci qualcosa di universale e che dimostra che Eli Roth, anche in queste vesti di cantore per i giovanissimi, riesce a trovarsi perfettamente a proprio agio.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA di Sean Baker

film-in-uscita-un-sogno-chiamato-florida_oggetto_editoriale_800x600TITOLO: UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA; REGIA: Sean Baker; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince; durata: 112′

Nelle sale italiane dal 22 marzo, Un Sogno chiamato Florida è l’ultimo lungometraggio del cineasta indipendente Sean Baker, presentato in anteprima al Torino Film Festival 2017 e che ha visto la candidatura di Willem Dafoe per l’Oscar al Miglior Attore Non Protagonista.

Moonie, Scotty e Jancey sono tre bambini di sei anni che vivono in Florida, alle porte di Disneyland, ma in una zona del tutto periferica e abbandonata, insieme alle rispettive madri. Per loro la vita non è facile, eppure, con i loro occhi di bambini, riusciranno a vedere il bello in tutto, passando una delle estati più felici della loro vita. La giovane madre di Moonie, Halley, tuttavia, al fine di riuscire a pagare la piccola stanza che ha in affitto in un residence insieme alla figlioletta, vive al confine tra legalità e crimine. Questo, ovviamente, presenterà pesanti conseguenze.

A metà strada tra un film truffautiano e una pellicola di Larry Clark, questo prezioso lavoro di Baker ci racconta la squallida periferia statunitense attraverso gli occhi dei bambini, rendendo il tutto incredibilmente gioioso, colorato, vivo come forse non è stato mai. Persino i residence vengono rappresentati alla stregua di case accoglienti o, meglio ancora, di vere e proprie case incantate, con i loro colori pastello e le loro scale che tanto stanno a ricordare i labirinti dei luna park.

Il residence dove abita Moonie insieme alla madre Halley è, nello specifico, rappresentato come una sorta di girone dantesco, con persone che vivono ai margini della società ma con una sorta di angelo custode – interpretato dal grande Willem Dafoe nei panni del sorvegliante del residence stesso – che veglia su di loro ed è pronto a risolvere, spesso con fare severo e paternalistico, ogni loro problema.

E poi ci sono loro: i bambini, sempre pronti a vivere al massimo le loro giornate, accontentandosi di poco e divertendosi anche se non riescono e forse non riusciranno mai ad andare alla vicina Disneyland. Una vita, la loro, fatta di risate e semplici scherzi, in cui sono le madri (i padri sono del tutto assenti) a gestire la loro quotidianità, la cui serenità può essere minata soltanto dalle autorità, con il loro cinismo e le loro regole che spesso vanno contro ogni buonsenso.

Un vero e proprio gioiellino direttamente dal Torino Film Festival, questo lungometraggio di Sean Baker. Una pellicola dolce e amara che, ci auguriamo, non passerà affatto inosservata.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – I PRIMITIVI di Nick Park

i-primitivi-trailer-italiano-HP-aardman-animations-stop-motion-plastilina-wpcf_400x225TITOLO: I PRIMITIVI; REGIA: Nick Park; genere: animazione; anno: 2017; paese: UK; durata: 89′

Nelle sale italiane dall’8 febbraio, I primitivi è l’ultimo lavoro del celebre animatore inglese Nick Park, già vincitore nel 2001 del Premio Oscar al Miglior Lungometraggio d’Animazione per Galline in fuga, dove venivano messi in scena – con un’accurata tecnica in stop motion e pregiate figure realizzate con la plastilina – i temi universali dell’amicizia e del diritto alla libertà individuale.

Ci troviamo nell’Età della Pietra. In seguito ad un’esplosione vulcanica, alcuni uomini primitivi iniziarono a tirare calci ad una pietra rovente di forma rotonda. In questo modo ebbe origine il gioco del calcio, in seguito documentato tramite singolari incisioni rupestri. Parecchio tempo dopo, precisamente nell’Età del Bronzo, una delle ultime tribù di primitivi – all’interno della quale vive il giovane Dag – rischia di essere scacciata dal proprio habitat da potenti uomini privi di scrupoli. Cosa fare per salvaguardare la propria abitazione? Sarà la riscoperta del gioco del calcio, grazie anche all’aiuto della giovane Ginna in qualità di coach, a rappresentare l’unica possibilità di salvezza per Dag e per il suo gruppo di amici.

Visti i precedenti lavori ed essendo a conoscenza del grande talento di Park, è naturale che un prodotto come I primitivi possa suscitare grandi aspettativa da parte di pubblico e critica. E, fortunatamente, tali aspettative sono state ampiamente soddisfatte. Grazie, appunto, ad un accuratissimo lavoro su personaggi e scenografie durato ben due anni, il risultato finale è un lungometraggio visivamente accattivante, magnetico, con figure morbide e ben articolate, colori pieni ed ambienti studiati fin nel minimo dettaglio. In poche parole: un vero e proprio piacere per gli occhi.

Ciò che, forse, convince meno di I primitivi, è, in realtà, proprio lo script. Rappresentando fedelmente uno schema classico più e più volte adoperato e mettendo in scena temi analoghi al precedente Galline in fuga, il risultato finale è un lavoro sì pulito, ma anche altamente “semplificato”, privo di necessari guizzi narrativi, oltre che di una sorta di valore aggiunto che gli permetta di creare una propria, marcata identità. Dall’altro canto, però, non possiamo non riconoscere che quell’umorismo tipicamente britannico – sottile ed anche “politically scorrect” quando serve – qui presente sia un tocco più che indovinato all’interno di tutto il lavoro.

Ora, c’è da chiedersi solo una cosa: come reagiranno i giovani spettatori di fronte ad un prodotto come I primitivi? Ne siamo certi, non potranno che restarne rapiti.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

NATALE A CINECITTA’ WORLD

Ricevo e volentieri pubblico

FBO_3373Dall’8 dicembre al Parco Divertimenti del Cinema e della Tv

 Cinecittà World, il Parco divertimenti del Cinema e della Tv di Roma, ha riaperto per la stagione di Natale con un grande party d’inaugurazione organizzato dalla Tiziana Rocca Production. Al ciak ufficiale tanti vip, Matilde Brandi, Danilo Brugia, Fanny Cadeo, Paolo Calissano, Nathalie Caldonazzo, Kaspar Capparoni, Sebastiano Somma, Valeria Zazzaretta, Daria Baykalova, Sabina Stilo, Sharon Alessandri, Cosetta Turco, Katia Greco, Chiara Leonetti, Micaela, Sara Galimberti, Brazo Crew, Erika Marconi, Massimo Coglitore, Francesca De Martini, Jacopo Olmo Antinori, Katia Greco, Morgana Lengfeld.

Gli ospiti hanno prima assistito a Gangs of Musical, il main show al Teatro 1, che attraverso una sequenza mozzafiato di brani tutti dal vivo racconta alcuni tra i Film musicali più famosi della storia.

Poi hanno potuto vedere in anteprima nazionale il film DICKENS – L’uomo che inventò il Natale di Bharat Nalluri, un coinvolgente biopic letterario che rivela gli aspetti meno noti della vita dello scrittore inglese Charles Dickens, autore di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi: Canto di Natale. Il film, distribuito da Notorius Pictures, uscirà nelle sale il 21 dicembre. Alla giornata di festa hanno partecipato anche alcuni dei bambini e delle mamme seguite da Salvammame, l’associazione che da oltre 20 anni è in prima linea per il supporto concreto delle famiglie in difficoltà socio-economica.

Cinecittà World rimarrà aperto fino al 7 gennaio. Una volta entrati nel Parco gli ospiti attraverseranno la Cinecittà Street dove suoni e luci regaleranno la magica emozione di trovarsi davvero su una strada di New York e dove si potrà incontrare Babbo Natale nella sua casa in Cinecittà Shop.

Si sposteranno poi nel mitico Far West, passando per l’Antica Roma e Spaceland. Fino a raggiungere Adventure Land con il suo passaggio nella Foresta Indiana, sotto il gigantesco elefante, e Sognolabio, l’area dedicata ai più piccoli.

 Il Parco, grazie alle 16 attrazioni al coperto e ai numerosi spettacoli nei teatri, sarà accogliente con qualsiasi clima o temperatura. Anche nei giorni più freddi, infatti, sarà possibile divertirsi e respirare la calda atmosfera natalizia, con i set addobbati e impreziositi dei colotri tipici del Natale: rosso, bianco ed oro.

 Ricco il cartellone di eventi e anteprime: i10 dicembre tappa finale dell’Oscar dei Comuni, la manifestazione che promuove le eccellenze del Lazio. Finalisti i comuni di Genazzano e Velletri, special guest oltre 700 tra bande e majoretts.  Sabato 16 dicembre evento no profit Viva l’Italia, in collaborazione con le Interforze. Sarà consegnato un assegno al Comune di Leonessa per l’acquisto di materiali didattici.

Domenica 17 dicembre, alle 16, l’appuntamento è con l’anteprima nazionale di Ferdinand il Toro, il film d’animazione prodotto da 20th Century Fox che racconta la storia di un robusto toro, che a dispetto della sua stazza, vuole avere una vita molto tranquilla.

Il 23 dicembre, poi, ci sarà la proiezione del film brillante La mia famiglia a soqquadro e un regalo da parte di Cinecittà World a tutti gli ospiti del parco sotto il grande albero della Cinecittà Street.

 “Grazie ai risultati positivi della stagione 2017 e ai grandi spazi indoor del parco – hacommentato l’Amministratore Delegato Stefano Cigarini – abbiamo prolungato il calendario per regalare ai nostri ospiti un altro mese di esperienze e divertimento per tutta la famiglia”.

 Dopo il Natale si prepara un’indimenticabile Capodanno con una grande festa dalle 18 alle 8 di mattina. Amore 018, con 100 artisti, 70 djset, 14 ore di musica no stop, 30 live set, spettacoli e attrazioni per tutta la serata e la possibilità di scegliere tra diversi tipi di cenone. Tra i nomi già annunciati Sfera Ebbasta, Derrick May, Josh Wink e Danny Tenaglia. Un Capodanno speciale, per grandi, ragazzi e bambini, a partire da 35€.

 Si conclude la stagione con il weekend dell’Epifania: il 6 gennaio l’anteprima nazionale del film d’animazione Leo Da Vinci, Missione Monna Lisa, il 7 gennaio grande giornata di chiusura… o meglio di arrivederci al prossimo anno!

LA RECENSIONE – LEGO NINJAGO . IL FILM di Charlie Bean, Paul Fisher e Bob Logan

lego_ninjago-trailer2TITOLO: LEGO NINJAGO – IL FILM; REGIA: Charlie Bean, Paul Fisher, Bob Logan; genere: animazione; paese: USA; anno: 2017; durata: 101′

Nelle sale italiane dal 12 ottobre, LEGO Ninjago – Il film è il secondo spin-off  (dopo LEGO Batman – Il film) del fortunato The Lego Movie (diretto nel 2014 da Phil Lord e Christopher Miller). Il lungometraggio è stato realizzato da Charlie Bean, Paul Fisher e Bob Logan e prodotto dagli stessi autori del primo film della saga e anch’esso è tratto dall’omonima serie animata di Cartoon Network.

Ninjago (una crasi tra le parole “Ninja” e “LEGO”, appunto) è un’affollata e caotica metropoli dai ritmi particolarmente frenetici. La vita all’interno di essa non è sempre facile, soprattutto da quando il pericoloso Lord Garmadon sembra turbarne la quiete, minacciando di conquistarla. Fortunatamente, però, a combattere tale pericolo c’è il giovane Lloyd, un adolescente timido e sensibile che insieme al suo gruppo di amici ha formato una valente squadra di ninja. Lo stesso Lloyd, tra l’altro, altri non è che il figlio di Lord Garmadon, da quest’ultimo abbandonato quando era ancora in fasce.

Ed ecco che il difficile rapporto tra padre e figlio si fa tema portante dell’intero lungometraggio, all’interno del quale entrambi i protagonisti affrontano un percorso di crescita seguendo un andamento narrativo estremamente classico e lineare – come tradizione vuole – che, però, complessivamente, funziona. A completamento di ciò, vi sono i preziosi insegnamenti che Sensei Wu – anziano maestro di spinjitsu, nonché fratello dello stesso Lord Galmadon – è solito impartire a Lloyd ed ai suoi giovani amici, elemento necessario al raggiungimento di una nuova consapevolezza di sé da parte del protagonista.

Uno script piuttosto semplice, dunque, questo di LEGO Ninjago – Il film. Semplice ma efficace e, soprattutto, uno script che trova il suo giusto compimento grazie ad una regia che mescola sapientemente la computer grafica e lo stop motion con il live action (ben riuscita, a tal proposito, la cornice stessa del lungometraggio), in un tripudio di esplosioni, suggestive panoramiche e corse mozzafiato. E, a proposito di live action, è proprio così che ci viene presentato il secondo (e, purtroppo, debole) antagonista: un bel gattone grassottello e giocherellone, che, finito non si sa come all’interno di Ninjago, rischia di distruggere la città intera a causa delle sue grandi dimensioni. Peccato, però, che, nel voler risolvere questo ulteriore conflitto, si sia optato per una soluzione eccessivamente semplice e quasi frettolosa, facendo perdere di mordente proprio al finale del film. Ma, d’altronde, come si fa a fare realmente la guerra a un gatto, in fondo, così affettuoso? Gli stessi abitanti di Ninjago sembrano, ad un certo punto, non sapergli resistere!

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – L’INTRUSA di Leonardo Di Costanzo

covermd_home (2)TITOLO: L’INTRUSA; REGIA: Leonardo Di Costanzo; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Raffaella Giordano, Valentina Vannino, Martina Abbate; durata: 95′

Nelle sale italiane dal 28 settembre, L’intrusa è il secondo lungometraggio a soggetto diretto da Leonardo Di Costanzo e presentato alla Quinzaine des Réalisateurs durante l’ultima edizione del Festival di Cannes.

Giovanna è la fondatrice del centro “La Masseria” di Napoli, un luogo di ritrovo dove i bambini possono imparare a convivere gli uni con gli altri e possono stimolare la loro creatività, restando, dunque, alla larga dalla malavita locale. Un giorno giunge al centro Maria, giovane moglie di un camorrista ricercato per un efferato omicidio. La donna chiederà a Giovanna di essere ospitata presso il centro insieme ai suoi due bambini. La sua presenza, però, causerà non pochi problemi all’interno del centro stesso.

Dopo il successo di L’intervallo – prima opera di finzione di Di Costanzo, presentata nel 2012 alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti – di certo il nuovo lungometraggio del giovane autore partenopeo è stato uno dei titoli più attesi dalla critica nostrana. E, di fatto, sebbene con meno mordente rispetto al precedente lavoro, L’intrusa si è rivelato un’ulteriore conferma del talento e della straordinaria sensibilità di Di Costanzo nel raccontare una Napoli fortemente segnata dalla malavita, senza scadere in banali luoghi comuni o in qualcosa di già visto.

Perché, di fatto, il cinema di Di Costanzo ci racconta piccole realtà racchiuse quasi in un mondo a sé, non immuni, però, da “contaminazioni” esterne. E le locations, vero marchio di fabbrica della cinematografia del regista, giocano, dunque, un ruolo fondamentale: le storie messe in scena sembrano svolgersi in delle specie di non-luoghi, o meglio, di luoghi isolati dal mondo, dove in pochi sembrano essere ammessi. È stato così con L’intervallo, dove abbiamo visto una ragazzina tenuta in ostaggio da un coetaneo in una vecchia casa abbandonata immersa nel verde, ed è così anche in L’intrusa, dove il centro fondato dalla protagonista sembra quasi una sorta di “isola felice”, dove i bambini possono ancora giocare all’aria aperta e sentirsi liberi.

Particolarmente interessante è il personaggio di Giovanna, protagonista del lungometraggio. Il suo conflitto interiore dovuto alla presenza di Maria viene ben messo in scena dall’occhio attento del regista. Eppure, purtroppo, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il personaggio della stessa Maria, nei confronti del quale il regista sembra troppo distaccato, troppo poco empatico.

Detto questo, il lavoro realizzato è comunque un fiore all’occhiello della cinematografia italiana contemporanea, la quale, in questo 2017, ci ha comunque regalato piacevoli sorprese (basti pensare, ad esempio, a titoli come A Ciambra di Jonas Carpignano, Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza o anche a L’equilibrio di Vincenzo Marra, giusto per fare alcuni nomi).

Non ci resta che aspettare, a questo punto, un nuovo lavoro di Di Costanzo, per vedere come si evolverà il suo modo di fare cinema. Quasi sicuramente non ne resteremo delusi. E poi, diciamolo pure, quanto è suggestiva la scena finale in cui vediamo i bambini ospiti del centro far fare una sfilata a Mr Johns, un pupazzo da loro costruito assemblando parti di vecchie biciclette?

VOTO: 7/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara

PIAZZA_VITTORIO_PIC002TITOLO: PIAZZA VITTORIO; REGIA: Abel Ferrara; genere: documentario; paese: Italia; anno: 2017; durata: 82′

Presentato fuori concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Piazza Vittorio è l’ultimo documentario del celebre cineasta statunitense, ma di origini italiane, Abel Ferrara.

Sulla scia degli attuali dibattiti circa l’immigrazione e la difficoltà a far sì che i nuovi arrivati possano integrarsi nel nostro paese, Ferrara – con la sua piccola troupe e nell’arco di soli pochi giorni – ha realizzato una serie di interviste a clandestini, immigrati, artisti, clochards, politici e storici abitanti del posto, in modo da darci un ritratto completo e fedele di ciò che è oggi piazza Vittorio. Tra i vari interventi ricordiamo, in particolar modo, quello di Matteo Garrone e di Willem Dafoe, i quali, proprio per il fascino della piazza dato dalla sua multietnicità, hanno deciso di trasferircisi.

Il risultato finale è, come ben si può immaginare, un ritratto variegato e pieno di vita, dove l’amore per una città come Roma, in generale, è palpabile fin dai primi minuti. Particolarmente suggestive, a tal proposito, immagini di artisti di strada, di balli, di canti, di persone intente a fare la spesa nello storico mercato coperto, di mamme con neonati, di anziani seduti al parco e di bambini intenti a giocare a pallone. Si potrebbe quasi affermare che basterebbero soltanto tali immagini a fornirci un quadro esaustivo del tutto. Dal canto suo, anche lo stesso Ferrara vuole entrare a far parte del gioco, non esitando ad entrare in campo egli stesso, mentre interagisce con gli intervistati. Ed ecco che il metacinema anche stavolta svolge un ruolo quasi centrale nel dare al tutto quel tocco in più che non guasta mai.

Il problema di un documentario come Piazza Vittorio è, in realtà, proprio il fatto di concentrarsi esclusivamente sulla questione dell’immigrazione, quando, invece, sarebbe stato interessante dar vita ad un lavoro più complesso, che ci permettesse di conoscere anche la storia della piazza stessa e di come sia cambiata la vita nel corso dei decenni, all’interno di essa. A poco, di fatto, servono i brevi filmati di repertorio inseriti. Ciò che però maggiormente disturba è una battuta – risultante fastidiosamente ipocrita e buonista – dello stesso Abel Ferrara, rivolta ad uno dei clandestini al termine di un’intervista: “Anch’io qui in Italia sono un immigrato, sto cercando di vivere con la mia arte”.

Che peccato, quando accadono certe cose. Fino a prova contraria, di fatto, Abel Ferrara il suo lavoro sa farlo eccome. E senza questa cadute di stile avrebbe potuto realizzare indubbiamente qualcosa di davvero, davvero importante. Che dire? Sarà per la prossima volta!

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CODICE CRIMINALE di Adam Smith

Codice_criminale_2016TITOLO: CODICE CRIMINALE; REGIA: Adam Smith; genere: drammatico; paese: Gran Bretagna; anno: 2017; cast: Michael Fassbender, Brendan Gleeson, Sean Harris; durata: 99′

Nelle sale italiane dal 28 giugno, Codice criminale è l’ultimo film del regista Adam Smith, con protagonisti Michael Fassbender e Brendan Gleeson.

La famiglia Cutler vive ai margini della società ed è da anni dedita alla malavita. Chad, padre di due bambini, è da tempo ricercato dalla polizia per numerosi furti  realizzati insieme al padre Colby. La sua condotta creerà non pochi problemi anche ai figli. L’uomo, tuttavia, tenterà in ogni modo di riscattarsi e di riacquistare la fiducia da parte dei bambini.

1494589838_10360-Tresspass-Against-Us-Photo-Nick-Wall-590x341Indubbiamente i personaggi qui messi in scena da Smith sono parecchio interessanti. Soprattutto per la loro complessità e le loro mille sfaccettature. Se poi portati avanti da un cast di tutto rispetto, ecco che immediatamente acquistano tutte le carte in regola per avere successo sul grande schermo. E così è, infatti, per il protagonista Chad, così come per sua moglie Kel o per suo padre Colby.

L’estrema periferia inglese, dal canto suo, si fa ottima location per un dramma famigliare e sociale, nonché interessante fotografia di una realtà apparentemente isolata dal resto del mondo e che, di fatto, sembra essere addirittura dimenticata dal mondo stesso.

1494590198_tau_reel_05_still.0003754-590x246Malgrado, però, la buona regia – particolarmente interessanti, a tal proposito,le scene delle corse in macchina e gli ultimi minuti, in cui vediamo Chad seduto con sui figlio su di un albero, al fine di salutarlo prima di consegnarsi alla polizia – e gli interessanti spunti iniziali, questo ultimo lavoro di Adam Smith sembra non riuscire a spiccare quel salto di qualità che gli permetta di distinguersi dai numerosi prodotti del genere che ogni anno escono in sala.

Peccato. Soprattutto perché le premesse per una buona riuscita c’erano tutte. Eppure, a livello di scrittura, manca forse quell’indagine, quell’approfondimento particolare che dia al prodotto finale uno sguardo del tutto personale, ma ben definito.

Gradevole? Sì. Appassionante? Abbastanza. La buona riuscita di Codice criminale, però, sembra limitarsi solo a ciò.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA di Hirokazu Kore’eda

covermd_home (1)TITOLO: RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA; REGIA: Hirokazu Kore’eda; genere: drammatico; paese: Giappone; anno: 2016; cast: Hiroshi Abe, Yoko Maki, Kirin Kiki; durata: 117′

Nelle sale italiane dal 25 maggio, Ritratto di famiglia con tempesta è l’ultimo lungometraggio del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, presentato nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes 2016.

Ryoto è un ex scrittore di successo con il vizio del gioco d’azzardo che, al fine di poter pagare gli alimenti al figlio, collabora con un detective privato. Rimasto da poco orfano del padre, l’uomo farà ritorno per qualche giorno alla sua cittadina natale, dove abita ancora la sua arzilla ma anziana madre e dove avrà modo di vedere suo figlio e la sua ex moglie. Un minaccioso temporale farà sì che tutta la famiglia riunita sia costretta a trascorrere la notte sotto lo stesso tetto.

ats_08Ma cosa comporterà, in realtà, la tempesta? Il protagonista, di fatto – come spesso affermato dalla sua stessa madre – è un eterno bambino mai cresciuto, un albero di mandarini che non dà frutti né fiori, ma che è molto utile a sfamare i bruchi destinati a trasformarsi in splendide farfalle. Ryoto, dal canto suo, di certo non può dirsi maturato fino in fondo, eppure sarà in grado ad insegnare al proprio figlio – eccessivamente maturo per la sua età – quant’è bello sognare ad occhi aperti e coltivare i propri sogni, indipendentemente dal fatto di riuscire o meno a realizzarli. Sarà la tempesta, dunque, a spazzare via ogni qualsivoglia dubbio nei confronti dei rapporti con i propri famigliari ed ogni timore per quanto riguarda il futuro. Ed ecco che Ryoto padre non ha più paura di riscoprirsi Ryoto figlio, riconciliandosi in qualche modo con il genitore defunto dopo aver preso definitivamente coscienza dell’affetto che quest’ultimo nutriva per lui.

Ancora una volta, dunque, la figura paterna diventa tema centrale in Kore’eda. È stato così per il bellissimo Father and son (2013), così come per il recente Little sister (2015), dove la figura del padre scomparso darà il via all’intera vicenda. Anche qui è il genitore defunto ad avere un peso centrale nello sviluppo del protagonista: è a causa del rapporto irrisolto tra i due che Ryoto rifiuta inconsciamente di crescere, è a causa delle loro incomprensioni che l’uomo cerca a tutti i costi di non commettere gli stessi errori con il proprio figlio e di spronarlo a coltivare i propri sogni.

Ritratto-di-Famiglia-con-TempestaUn lungometraggio, dunque, piuttosto complesso e stratificato. Una storia assolutamente non facile ed estremamente delicata che solo un cineasta del calibro di Kore’eda – con il suo sguardo attento e mai invasivo – avrebbe potuto mettere in scena. Ed ecco che piccoli gesti di normale quotidianità come il preparare i letti o l’amorevole attenzione e cura nel cucinare diventano attraverso la macchina da presa pura poesia. Una macchina da presa che, dal canto suo, si colloca sempre all’altezza del personaggio, quasi alla ozuiana maniera, riuscendo ad entrare così nel suo intimo senza mai risultare invadente. È soprattutto questa, dunque, l’abilità di Kore’eda: la capacità di riuscire a mantenere, da adulto, la freschezza e lo sguardo limpido di un bambino, facendo in modo che anche noi tutti possiamo ritornare, anche solo per un paio d’ore, a vedere il mondo come eravamo soliti fare tanti, tanti anni fa.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

19° FAR EAST FILM FESTIVAL – VANISHING TIME: THE BOY WHO RETURNED di Um Tae-hwa

vanishtimeyoungTITOLO: VANISHING TIME: THE BOY WHO RETURNED; REGIA: Um Tae-hwa; genere: fantasy; anno: 2016; paese: Corea del Sud; cast: Kang Dong-won, Shin Eun-soo; durata: 129′

Presentato in anteprima alla diciannovesima edizione del Far East Film Festival, Vanishing time: the boy who returned è l’ultimo lavoro del giovane cineasta sudcoreano Um Tae-hwa.

Una bambina solitaria appassionata di esoterismo. Un compagno di classe innamorato di lei. Un gruppo di amici e la voglia di vivere ogni giorno nuove avventure. È da qui che prende il via tutta la vicenda. La freschezza, la gioia di vivere dei protagonisti fa sì che tutti noi durante i primi minuti torniamo con la mente inevitabilmente a Stand by me. Eppure, nel momento in cui i ragazzi scoprono un misterioso uovo fluorescente all’interno di una grotta, ecco che la situazione sembra prendere tutta un’altra piega: in seguito alla rottura dell’uovo la terra inizia a tremare, la giovane protagonista – allontanatasi per un attimo dal gruppo – si ritrova da sola ed i suoi amici sembrano misteriosamente scomparsi. Sarà proprio lei, unica superstite, ad essere accusata dalla gente del luogo per quanto riguarda la responsabilità dell’accaduto. Ma, di fatto, cos’è che è realmente accaduto?

Ed ecco che il tempo fa il suo gioco, arrestandosi apparentemente per il mondo intero ma continuando a scorrere solo per pochi altri, i quali, a loro volta, saranno inevitabilmente costretti a pagarne le conseguenze.

Dall’altro lato abbiamo la società: severa, impietosa, timorosa nei confronti di ciò che è “diverso”. Quasi come se, con le sue leggi rigide e severe, costringesse ogni singolo abitante ad essere in un determinato modo, giudicandolo e sorvegliandolo costantemente. Molto interessante, a tal proposito, il ruolo che il regista ha assegnato alle telecamere: è inquadrato in dettaglio, non appena partono i titoli di testa, l’obiettivo, ancora chiuso, della telecamera di un’assistente sociale che sta per intervistare la bambina; nel momento in cui tale obiettivo si apre, ecco che prende il via la vicenda. Sono numerose telecamere, tra l’altro, ad essere disseminate per tutta la cittadina. A loro il compito di fermare ogni eventuale sospetto. Sì è costantemente osservati, ogni piccolo gesto viene registrato. Guai a chi prova a sgarrare.

Dal canto suo, anche la location dove si svolge la vicenda è alquanto indicativa: una piccola cittadina circondata da fitti boschi su di un’isola che sembra essa stessa fuori dal tempo. Un’isola da cui non è facile andare via. Un’isola che, in luce di quanto appena detto, diviene degna e fedele trasfigurazione di ciò che è oggi la Corea del Nord.

Dall’altro lato, però, abbiamo il mondo dei bambini. L’unico mondo ad essere rimasto “incontaminato”. Un mondo dove l’amicizia, l’amore, la libertà fanno da protagonisti assoluti insieme a dettagli di volti, di sorrisi, di occhi, di piccoli ma preziosi oggetti messi in risalto da una regia attenta e curata, dove nulla è lasciato al caso. Un mondo, questo dell’infanzia, che, alla fine dei giochi, non può non risultare vincitore assoluto.

Peccato che, al termine di un’operazione così interessante, Um Tae-hwa abbia calcato un po’ troppo la mano, inquadrando i due protagonisti – la bambina ed il suo migliore amico – su di una nave completamente vuota che naviga libera in mare. Tuttavia viene facile perdonare piccole cadute di stile del genere, se si pensa al prodotto nel suo intero. Malgrado, infatti, la relativamente poca esperienza del cineasta coreano, il risultato finale dimostra indubbiamente una straordinaria maturità. Evidentemente l’aver fatto per anni da aiuto regia al grande Park Chan-wook la differenza la fa eccome.

VOTO: 8/10

Marina Pavido