36° TORINO FILM FESTIVAL – WILDLIFE di Paul Dano

Wildlife-filmTITOLO: WILDLIFE; REGIA: Paul Dano; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2018; cast: Jake Gyllenhaal, Carey Mulligan, Bill Camp; durata: 104′

Presentato in anteprima alla trentaseiesima edizione del Torino Film Festival, all’interno del concorso ufficiale, Wildlife è l’opera prima dell’attore Paul Dano, tratta dall’omonimo romanzo di Richard Ford.

Con una riuscita e suggestiva ambientazione nell’America degli anni Sessanta, l’attore ha messo in scena un interessante dramma famigliare, in cui vediamo un giovane padre di famiglia (Jake Gyllenhaal) restare improvvisamente disoccupato. Dopo aver trovato una seconda occupazione come pompiere, l’uomo partirà alla volta di un piccolo villaggio montano, intorno al quale v’è un enorme e pericoloso incendio. La moglie di lui (Carey Mulligan), in crisi per la lontananza del marito, finirà inevitabilmente per allontanarsi da lui, facendo sì che anche il figlio adolescente viva in prima persona la crisi all’interno della famiglia.

Ciò che di un lavoro come il presente immediatamente colpisce, è lo straordinario equilibrio delle immagini e delle inquadrature che – unitamente a una fotografia dai toni pastello – sta a indicare una situazione tanto perfetta quanto pericolosamente fragile. E infatti, basta davvero poco a far sì che tutto, pian piano, si sgretoli. Cambia, a questo punto, anche la regia – molto meno “statica” ed equilibrata di quanto non lo era all’inizio – e lo stesso andamento narrativo, che, per quanto accattivante e ben calibrato all’inizio del lungometraggio, tende man mano ad appiattirsi dopo la seconda metà del film, per poi riprendersi nella riuscita scena finale.

Tra le colonne portanti dell’intero lavoro troviamo senza dubbio gli interpreti, tra cui spicca una straordinaria Carey Mulligan, che, per questo suo lavoro, potrebbe anche ricevere importanti premi.

Il tutto converge in un’opera prima riuscita e gradevole, le cui perdonabili imperfezioni sono dovute, probabilmente, solo a una certa inesperienza del regista dietro la macchina da presa.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

VENEZIA 75 – SUSPIRIA di Luca Guadagnino

il-ritorno-suspiria-venezia-con-luca-guadagnino-dakota-johnson-intervista-v3-40603-1280x16TITOLO: SUSPIRIA; REGIA: Luca Guadagnino; genere: horror; paese: Italia; anno: 2018; cast: Dakota Johnson, Tilda Swinton, Mia Goth; durata: 152′

Presentato in concorso alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Suspiria è l’ultimo lavoro di Luca Guadagnino, atteso remake dell’omonimo film di Dario Argento del 1977.

Anche qui, come nel film di Argento, assistiamo alle inquietanti vicende della giovane Susi, giunta in Germania, al fine di formarsi come ballerina di danza classica. Anche qui assistiamo alla misteriosa sparizione prima e alla brutale morte poi di alcune delle allieve dell’accademia. le sopracitate differenze visive e le diverse scelte cromatiche, tuttavia, rendono solo vagamente l’idea di come questo ultimo lavoro di Guadagnino si differenzi dalla precedente pellicola di Argento.

Nel voler realizzare il presente remake, pur di differenziarsi dall’opera di Argento e di creare a tutti i costi qualcosa di strettamente soggettivo, Guadagnino ha caricato tutto eccessivamente, dalle scene splatter, alla dilatazione dei tempi, dalle numerose componenti tirate in ballo (in questa versione viene fatto riferimento anche alla tragedia dell’Olocausto), fino ad arrivare, addirittura, quasi a una sorta di contaminazione di generi, dove la componente horror non è più prerogativa del regista, ma, al contrario, viene tirato in ballo anche il dramma storico e personale di alcuni personaggi nello specifico. E, di fatto, la tali scelte potrebbero sembrare anche interessanti. Ma perché, allora, questo ultimo lavoro di Guadagnino proprio non è riuscito a cogliere nel segno? Semplice: quando il desiderio di strafare e di far sentire la propria mano in modo così evidente hanno la meglio, si finisce per perdere di vista le iniziali intenzioni, facendo sì che l’intero prodotto perda totalmente di mordente e, alla fine dei giochi, non riesca a sviluppare a dovere nessuno dei precedenti elementi tirati in ballo. Ed ecco che, dunque, ci troviamo di fronte a un’opera dai ritmi eccessivamente – e ingiustificatamente – dilatati, dove si arranca per più di due ore per arrivare al dunque, finendo per accelerare il tutto appena pochi minuti prima della conclusione. Nel frattempo, una serie di carrellate e lente e compiaciute panoramiche fanno il resto, spezzate soltanto da alcune riuscite scene, come il momento in cui – con un buon montaggio alternato – vediamo la protagonista esibirsi in un frenetico ballo e, nel contempo, la sua amica in balia di forze sovrannaturali che imita i suoi stessi movimenti, frantumandosi tutte le ossa. Eppure, anche i momenti esteticamente più interessanti e maggiormente riusciti, di fatto non riescono a convincere fino in fondo. L’impressione che si ha, infatti, è quella di un voler mostrare a tutti i costi il proprio talento, senza avere realmente a cuore ciò che si sta mettendo in scena. Quasi come se si stesse svolgendo un compitino in accademia al fine di ottenere un buon voto e poter passare alla fase successiva.

Non c’è alcuna tensione, dunque, quando si arriva al tanto sospirato climax. Non c’è tensione, ma solo suggestive immagini virate al rosso di donne impegnate in inquietanti rituali. Ormai, ciò che durante i primi minuti del film aveva iniziato a inquietarci è svanito del tutto. Segno che, pur avendo una buona padronanza del mezzo cinematografico da un punto di vista prettamente tecnico, basta ben poco a lasciarsi sopraffare dal desiderio di strafare. Segno che l’horror, a quanto pare, non è affatto il campo di un regista come Luca Guadagnino.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

20° FAR EAST FILM FESTIVAL – DEAR EX di Mag Hsu e Chih-yen Hsu

dear exTITOLO: DEAR EX; REGIA: Mag Hsu, Chih-yen Hsu; genere: drammatico; paese: Taiwan; anno: 2017; durata: 99′

Presentato in anteprima alla 20° edizione del Far East Film Festival, Dear Ex è l’ultimo lungometraggio diretto dai registi taiwanesi Mag Hsu e Chih-yen Hsu.

Song Zhengyuan muore prima dell’inizio del film e, con la sua prematura dipartita, mette inevitabilmente in contatto la sua ex moglie e suo figlio con Jay, il suo compagno con il quale aveva iniziato una nuova vita dopo aver scoperto la propria omosessualità. Il conflitto prenderà il via dalla questione riguardante l’eredità, eppure, con il passare del tempo e dopo aver trascorso parecchi giorni a stretto contatto, i tre avranno modo di imparare molto sia sul loro passato che su loro stessi.

Gli elementi che, in un primo momento, possono ricordarci Le Fate Ignoranti, diretto nel 2001 da Ferzan Ozpetek, dunque, non sono pochi. Eppure, in seguito alla visione di Dear Ex, più che Ozpetek viene in mente un regista come Pedro Almodovar, sia per quanto riguarda la particolare messa in scena adottata, sia, molto semplicemente, per la fotografia, le scenografie e, soprattutto, la scelta dei colori. Sono, infatti, il rosso e il verde a predominare in tutto il lungometraggio. Rosso che sta a indicare l’amore, una passione ancora viva, ma anche il sangue. Il verde, da buona tradizione hitchcockiana, la morte. La morte quale fattore scatenante di tutta la vicenda e che, contrapponendosi alle vite frenetiche dei tre protagonisti, si fa presenza costante all’interno dell’intero lavoro. Ovviamente, il paragone con Almodovar può risultare addirittura azzardato, se si pensa ai non pochi elementi che in Dear Ex non sempre funzionano. Eppure sono questa passionalità urlata, questo susseguirsi frenetico di eventi e, non per ultimi, questi numerosi flashback a ricordarci l’Almodovar del primo periodo che ha avuto modo – grazie al suo stile inconfondibile – di farsi conoscere in tutto il mondo.

Detto questo, seppur complessivamente gradevole, il nostro Dear Ex – come già accennato – le sue pecche le ha eccome. Se si pensa, infatti, alla carriera in ambito televisivo della regista Mag Hsu, poco ci si stupisce del taglio quasi da sit com dell’intero lavoro. E lo script stesso, seppur pregno di spunti interessanti, non fa che collezionare una sfilza di momenti ridondanti, perdendo pericolosamente di mordente man mano che ci si avvicina al finale, soprattutto nel momento che dovrebbe rappresentare il climax dell’intero lungometraggio, in cui Jay, assistito dalla moglie e dal figlio del suo compagno, mette in scena un’opera teatrale dedicata a quest’ultimo, che, secondo le intenzioni dei registi, dovrebbe aiutare i tre protagonisti a elaborare finalmente il lutto.

E così, le buone intenzioni degli autori vengono esplicitate solo in parte. Peccato. Malgrado, infatti, le numerose imperfezioni, Dear Ex resta comunque un lavoro onesto e sentito, che, però, indagando nell’animo umano, non fa che raccogliere una serie di luoghi comuni ed elementi già più volte – e in modo di gran lunga più esaustivo – trattati in passato. D’altronde, si sa, mettere in scena temi universali è un lavoro molto più rischioso di quanto inizialmente possa sembrare.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CINQUANTA SFUMATURE DI ROSSO di James Foley

50 sfumature di rossoTITOLO: CINQUANTA SFUMATURE DI ROSSO; REGIA: James Foley; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Dakota Johnson, Jamie Dornan, Rita Ora; durata: 101′

Nelle sale italiane dall’8 febbraio, Cinquanta sfumature di rosso è il capitolo conclusivo della fortunata saga cinematografica tratta dall’omonima trilogia erotica di E. L. James e diretto da James Foley.

Christian e Ana finalmente si sposano. Durante la loro luna di miele, però, l’uomo viene avvisato dalle sue guardie del corpo che qualcuno ha tentato di sabotare uno dei suoi uffici. Il malvivente, in realtà, altri non è che l’ex datore di lavoro di Ana, geloso di Christian per avergli rubato la carriera e la donna. La coppia, tra incomprensioni coniugali e problemi con chi minaccia la loro sicurezza, non avrà vita facile.

Data la scarsa qualità artistica dei precedenti film della trilogia, anche Cinquanta sfumature di rosso si è confermato un prodotto modesto ma pretenzioso, dove di fianco a scene da soft-porno, l’elemento del thriller sembra tanto debole quanto pretestuoso, al fine di raccontare ulteriormente determinati aspetti della vita dei due protagonisti che, inevitabilmente, finiscono per avere, di quando in quando, anche un effetto involontariamente comico. Questo riguarda, ad esempio, le battute pronunciate dallo stesso Christian Grey in merito alla sua paura di diventare padre, oppure anche le sue crisi di gelosia nei confronti della moglie.

Ma tant’è. D’altronde, come già è stato detto, non ci si aspettava molto altro da un lungometraggio come Cinquanta sfumature di rosso, il quale, perfettamente in linea con i due precedenti film, mantiene una regia a tratti manierista ed una fotografia eccessivamente “laccata”, che tanto sta a ricordare il peggiore Michael Bay. Riusciranno, tuttavia, le vicende di Cristian ed Ana ad incuriosire un buon numero di spettatori? Questo potrà dircelo solo il tempo.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson

il-filo-nascosto-3TITOLO: IL FILO NASCOSTO; REGIA: Paul Thomas Anderson; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville; durata: 130′

Nelle sale italiane dal 22 febbraio, Il filo nascosto è l’ultimo lungometraggio diretto dal celebre cineasta statunitense Paul Thomas Anderson, che ha ricevuto ben sei candidature ai Premi Oscar 2018: Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attore (Daniel Day-Lewis), Miglior Attrice Non Protagonista (Lesley Manville), Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora.

Il film è ambientato nel mondo della moda londinese degli anni Cinquanta e vede il personaggio di Reynolds Woodcock protagonista della pellicola. L’uomo è tra i più affermati stilisti dell’epoca ed è famoso per il suo carattere burbero e scontroso, oltre che per il suo amore per le donne. Da sempre scapolo per scelta, egli vive con la sorella, la quale lo aiuta ad amministrare la sua casa di moda. La sua vita, però, cambierà dopo il suo incontro con la giovane Alma, la quale sembra l’unica davvero in grado di tenergli testa.

Che dire? Se negli anni passati abbiamo spesso storto il naso di fronte alla Nomination ai Premi Oscar, visto il taglio prettamente mainstream e pericolosamente ammiccante che la competizione sembrava aver preso, ecco che finalmente una forte e meritevole autorialità come quella di Paul Thomas Anderson viene premiata. Ed è proprio il carattere così autoriale di un lungometraggio come Il filo nascosto che fa sembrare strane le scelte dei membri dell’Academy. Che si sia deciso – finalmente! – di premiare l’arte e la bellezza in quanto tali, scevre da ogni qualsivoglia sottotesto politico? Ancora non possiamo dirlo con sicurezza, eppure siamo certi che di fronte all’indubbio valore artistico di un prodotto come Il filo nascosto non si può certo restare indifferenti.

Maestoso, imponente – proprio come tutti i film di Anderson, d’altronde – il lungometraggio in questione si distingue per l’incredibile cura dell’immagine, per ogni dettaglio studiato alla perfezione, per la bellezza dei suoi colori, dei costumi, delle eleganti figure al suo interno, oltre che, sopra di tutti, per l’ottima interpretazione di Daniel Day-Lewis, attore-feticcio del regista, qui alla sua ultima prova attoriale prima di abbandonare definitivamente le scene.

E che dire della descrizione del rapporto tra il protagonista e sua moglie Alma? Un gioco subdolo, in cui è in ballo la vita stessa del protagonista ed in cui gli equilibri sono talmente fragili da far presagire in ogni momento il peggio. Il tutto, ovviamente, narrato sì con pathos, ma anche con una velata, necessaria dose di ironia.

Non sappiamo quale sarà la sorte di un film come Il filo nascosto durante la tanto attesa cerimonia di premiazione. Eppure possiamo affermare a gran voce che di prodotti così se ne vedono – purtroppo – davvero pochi, segno che un autore come Paul Thomas Anderson è sempre una garanzia. Ottima chiusura di carriera per il grande Daniel Day-Lewis.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

67° FESTIVAL DI BERLINO – FELICITE di Alain Gomis

feliciteTITOLO: FELICITÉ; REGIA: Alain Gomis; genere: drammatico; anno: 2017; paese: Francia, Congo; cast: Véro Tshanda Beya; durata: 123′

Presentato in concorso alla 67° edizione del Festival di Berlino, Felicité è l’ultimo lungometraggio del cineasta senegalese Alain Gomis.

La storia messa in scena è una storia apparentemente come tante. Felicité è una giovane ragazza madre dalle straordinarie doti canore che, al fine di garantire al figlio adolescente una vita dignitosa, ogni sera si esibisce in un locale della cittadina in cui vive, nel cuore del Congo. La situazione si fa complicata il giorno in cui il ragazzo ha un incidente con la motocicletta e rischia di perdere una gamba. L’operazione per salvarlo è assai costosa, così Felicité sarà costretta a trovare le più disparate soluzioni, al fine di garantire l’intervento a suo figlio.

Ad una prima lettura della sinossi, l’idea di base sembrerebbe suggerire qualcosa simile ai film dei fratelli Dardenne. Eppure, dopo aver adottato una certa linea iniziale, ecco che il lungometraggio di Gomis si concentra in particolare sull’interiorità della protagonista stessa, sui suoi cambiamenti, sulla sua crescita interiore e, soprattutto, sulla sua presa di coscienza circa il fatto che, nella vita, bisogna anche saper accettare un aiuto da parte di chi ci è vicino.

Il tutto viene realizzato con un copioso uso di camera a spalla, per una messa in scena apparentemente priva di particolari virtuosismi registici, che si alterna a momenti in cui la musica ed i colori di un popolo fanno da protagonisti assoluti, facendoci dimenticare, per un attimo, le sventure della protagonista stessa. Sono queste le scene in cui Felicité si esibisce al locale e, di volta in volta, intensi suoi primi piani ci mostrano il suo stato d’animo. Nel raccontare il percorso della protagonista, ampio spazio è dedicato – in modo non del tutto riuscito, a dire il vero – anche alla dimensione onirica. Sono questi i momenti in cui Felicité viene mostrata nell’atto di camminare di notte dentro un bosco, per poi immergersi in un lago e sentirsi improvvisamente più serena, quasi fosse tornata nella placenta materna. Particolarmente riuscito, inoltre, il parallelismo tra la donna ed il proprio figlio a metà della pellicola: dopo l’amputazione della gamba di quest’ultimo, ecco che la madre intraprende un nuovo percorso interiore che la fa abbandonare ciò che era prima, tagliandosi in modo emblematico i capelli.

Il vero problema di un lungometraggio come Felicité è fondamentalmente uno script piuttosto sfilacciato, che, dopo aver adottato una certa linea iniziale, cambia quasi repentinamente registro, facendo sì che il film sia spaccato in due senza una logica apparente. Molti elementi, inoltre, vengono tirati in ballo per poi essere lasciati in sospeso (vedi la zebra incontrata dalla protagonista durante i sogni), rivelando sì buoni intenti da parte del regista, ma anche un’importante dose di incertezza, che, di fatto, il suo peso ce l’ha eccome. Nulla di veramente riuscito, in pratica. Eppure, vuoi per le ambientazioni, vuoi per la musica calda e coinvolgente, al termine della visione questo ultimo lungometraggio di Gomis non lascia fortunatamente del tutto scontenti.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

67° FESTIVAL DI BERLINO – HOUSE IN THE FIELDS di Tala Hadid

th_e023c99a52a4d2c116e832026e09a6b5_houseinthefields6TITOLO: HOUSE IN THE FIELDS; REGIA: Tala Hadid; genere: documentario; anno: 2016; paese: Marocco; durata: 85′

Presentato nella sezione Forum alla 67° edizione del Festival di Berlino, House in the fields è l’ultimo documentario scritto, diretto e montato dalla regista marocchina Tala Hadid.

Con una troupe ridotta quasi all’osso, la Hadid in persona si è recata in un piccolo villaggio pedemontano dell’Alto Atlante, al fine di seguire passo passo la vita di due sorelle – Fatima e Khadija – le quali, da sempre legatissime, si trovano a dover affrontare – vivendo una vita a cavallo tra passato e presente, tra tradizione e cambiamento – il non facile passaggio dall’infanzia all’età adulta. L’imminente matrimonio di Fatima sarà l’evento che segnerà definitivamente la vita delle due ragazzine.

La vita delle due sorelle viene scandita attraverso le stagioni. Siamo in inverno – stagione fredda, stagione in cui si vive la quotidianità aspettando mesi più caldi – quando la giovanissima Khadija, parlando direttamente in camera, presenta al pubblico sé stessa e sua sorella. Il suo monologo, però, dura ben poco. Per il resto del tempo la parola viene lasciata alle immagini. Ed ecco che un tripudio di colori, canti e musiche invade lo schermo. Sono le antiche tradizioni popolari che, vive ed affascinanti più che mai, vengono portate avanti non solo dalle due ragazze, ma soprattutto dalla loro madre e dalla loro nonna. Donne con abiti variopinti, mani che si dedicano ad accurati lavori di artigianato. Il pubblico, grazie ad un uso della macchina da presa mai invasivo ma vicino al punto giusto a ciò che si racconta, sente, di conseguenza, fin da subito di far parte di quell’ambiente. Accade così perla sezione dedicata all’inverno, così come per gli altri due capitoli: primavera ed estate. Raramente i personaggi raccontati parlano in macchina. Una delle due protagoniste, Fatima, appunto, lo fa addirittura per ultima, per raccontarci sé stessa ed il suo punto di vista riguardo ad un matrimonio imminente ma non del tutto desiderato. Raccontando, in poche parole, in che modo le giovani di oggi vivono le antiche tradizioni. L’unica stagione che non viene raccontata è proprio l’autunno, simbolo di qualcosa che sta tramontando e, dunque, poco in linea con la storia di due giovani che mille speranze ripongono nel loro futuro.

Dato l’approccio della regista – la quale, come abbiamo detto, salvo qualche breve intervista, si è limitata a filmare la realtà così com’è – gli unici momenti che quasi fanno storcere il naso sono quello in cui le due sorelle dialogano di notte tra loro e la scena in cui, dopo il matrimonio di Fatima, Khadija parla tra sé e sé chiedendosi perché la sorella l’abbia abbandonata. Sono momenti, questi, che risultano quasi staccarsi dal resto del documentario, in quanto risultanti eccessivamente costruiti. Ma poco male. È soprattutto lo sguardo attento e, in qualche modo, “affettuoso” della regista a far sì che House in the fields venga ricordato come un piccolo gioiello di una cinematografia di cui, purtroppo, troppo poco ci è dato da vedere.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – LES OGRES di Léa Fehner

les-ogres-de-lea-fehner_5558197TITOLO: LES OGRES; REGIA: Léa Fehner; genere: drammatico, commedia; anno: 2016; paese: Francia; cast: Adéle Haenel, Marc Barbé, François Fehner; durata: 144′

Nelle sale italiane dal 26 gennaio, Les ogres è l’ultimo lungometraggio della regista francese Léa Fehner, vincitrice, con questa sua opera del Premio Lino Miccichè e del Premio del Pubblico all’ultima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.

Sullo schermo ci vengono raccontate le vicende amorose e lavorative della compagnia teatrale itinerante Davaï Théatre. Problemi familiari, legami amorosi, un’imminente nascita ed il ritorno, improvviso, di una vecchia amante stravolgeranno la routine dei teatranti rompendo quella sorta di equilibrio venutosi a creare e facendo riemergere vecchi rancori e ferite evidentemente mai cicatrizzate.

les-ogres-2-e1485282952785Scorrono via senza neanche che il pubblico se ne accorga i 144 minuti di durata. Questo ultimo lavoro della Fehner, infatti, è un vero e proprio alternarsi di emozioni, ben messe in scena, nello specifico, non solo da attori capaci (all’interno del cast, inoltre, vi sono anche alcuni famigliari della regista stessa), ma anche da una regia attenta e sapiente che dimostra di saper ben muovere la macchina da presa nei momenti giusti, Basti pensare, ad esempio, alle numerose carrellate presenti durante le scene degli spettacoli, quando ci si ritrova grazie a movimenti fluidi ma repentini allo stesso tempo, ora sul palco, ora dietro le quinte. Oppure basti pensare agli intensi primi piani dei personaggi, durante i loro momenti di crisi.

les-ogres-2015-lea-fehner-02Signore e signori:la commedia umana sullo schermo, dunque! E, onestamente, bisogna proprio ammettere che questa commedia umana – dai vaghi rimandi felliniani – è davvero ben rappresentata: luci, colori, un’appropriata colonna sonora rendono il prodotto finale vivo, urlato, passionale. Una vera e propria dichiarazione d’amore alla vita. Non a caso, gli equilibri perduti sembrano riassestarsi nel momento in cui una giovane attrice della compagnia dà alla luce un bambino.

Si tratta di un piccolo miracolo cinematografico, Les ogres. D’accordo, non racconta nulla di nuovo, in fin dei conti. Eppure lo fa in un modo talmente raffinato, genuino ed onesto che il meraviglioso mondo che ci ritroviamo davanti agli occhi non verrà dimenticato tanto facilmente.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

 

LA RECENSIONE DI MARINA: QUA LA ZAMPA! di Lasse Hallstrom

2qualazampa-600TITOLO: QUA LA ZAMPA!; REGA: Lasse Hallström; genere: drammatico, commedia; anno: 2016; paese: USA; cast: Dennis Quaid, Britt Robertson, John Ortiz; durata: 100′

Nelle sale italiane dal 19 gennaio, Qua la zampa! è l’ultimo lungometraggio del celebre regista svedese (ma statunitense di adozione) Lasse Hallström.

La storia si apre nel 1962 con la nascita di Bailey, bellissimo cucciolo di Golden Retriever, il quale – a pochi giorni dalla nascita – viene salvato dalla strada dal piccolo Ethan, insieme alla madre di lui. Da qui inizierà un’amicizia destinata a durare negli anni. Anni felici in cui Bailey non smetterà mai di chiedersi quale sia il proprio scopo nel mondo e, durante i quali, il cane morirà e si reincarnerà più volte fino ad incontrare, diversi decenni dopo, il suo primo padroncino Ethan (il quale – udite udite! – non ci metterà molto a capire che il suo Bailey si è reincarnato in un altro cane). A questo punto il proprio scopo nel mondo sarà ben chiaro. Ma non diciamo null’altro, per evitare eventuali spoiler.

a-dogs-purpose-imageIl punto, però, è questo: volendo sorvolare su vere e proprie pacchianerie tecniche (in primis le dissolvenze in stile trip allucinogeno con colori psichedelici che stanno indicare il passaggio dalla morte ad una nuova rinascita di Bailey – e che ricordano tanto le stesse soluzioni adottate in Hachiko per mettere in scena la morte del cane, ma anche la fotografia con le luci eccessivamente bruciate che sta a ricordare più che altro un prodotto televisivo da palinsesto estivo), il vero problema di Qua la zampa! è proprio l’eccessiva sdolcinatezza, che, unita a dialoghi retorici, ridondanti e che spesso a volentieri, soprattutto per quanto riguarda la voice over rappresentante il pensiero del cane (doppiato per noi nientepopodimeno che da Gerry Scotti!), tendono pericolosamente a doppiare le immagini, fa perdere totalmente di qualità ad un prodotto che già di per sé – vista la storia messa in scena – sembra non promettere troppo bene. Perché, di fatto, di lavori in cui le vicende vengono raccontate dal punto di vista di un animale domestico, ce ne sono eccome. Basti pensare, ad esempio (giusto per citare i titoli maggiormente noti) a Senti chi parla…adesso! o al bellissimo cortometraggio della Disney Feast. La scelta, dunque, di mettere in scena una storia del genere presuppone un qualcosa in più che dia al prodotto una propria identità e, nel nostro caso, l’idea di raccontare le varie vite del cane con lo scopo di tornare dal primo padrone per aiutarlo a rimettere a posto la propria di vita, di certo non si è rivelata una soluzione vincente. Ma, si sa, Lasse Hallström, di fatto, è contento così. E a noi, a questo punto, non può che strappare un sorriso benevolo ed indulgente.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – MAGIC ISLAND di Marco Amenta

magic-island-2-1024x576TITOLO: MAGIC ISLAND; REGIA: Marco Amenta; genere: documentario; anno: 2016; paese: Italia, USA; durata: 74′

Nelle sale italiane dal 12 gennaio, Magic Island è l’ultimo prodotto del documentarista Marco Amenta, il quale, in questo suo lavoro, ci racconta in modo trasversale il celebre attore e caratterista statunitense, ma di origini siciliane, Vincent Schiavelli.

La vicenda prende il via da Los Angeles, dove vive e lavora come musicista Andrea, figlio ventisettenne dell’attore, il quale – pur essendo legatissimo al padre – negli ultimi anni non è più riuscito a coltivare il loro rapporto. Un giorno Andrea riceve la telefonata di Katia, compagna del padre scomparso, la quale gli chiede di recarsi nel loro paese, al fine di ritirare alcuni soldi che Schiavelli aveva lasciato in eredità in un conto corrente da estinguere. Anche se non sarà facile, Andrea partirà alla volta di Polizzi Generosa e qui avrà modo di conoscere realmente il genitore scomparso.

vincent-schiavelli-600x400D’accordo, di storie del genere ne abbiamo viste tante, quello sì. Eppure questo ultimo documentario di Amenta, vuoi per l’enigmatica – ma non troppo – figura di Vincent Schiavelli, vuoi per la tecnica narrativa utilizzata, vuoi per la magia dei posti raccontati, a fine visione lascia una piacevole quanto rara sensazione di appagamento interiore.

Inizialmente vediamo giovane ragazzo su una nave, prossimo ad arrivare in Sicilia. Chi sarà mai questo giovane? Ed ecco che facciamo un salto temporale fino a qualche settimana prima, al fine di fare la conoscenza di Andrea e della sua vita, fino al momento in cui il ragazzo decide di partire per la Sicilia. È questo, forse, il momento più debole di tutto il documentario, in quanto la macchina da presa, spesso e volentieri, tende ad indugiare eccessivamente sulla quotidianità del ragazzo, dandoci informazioni talvolta decisamente ridondanti. Amenta, però, riesce a riprendersi immediatamente in seguito all’arrivo del ragazzo in Sicilia. È qui, infatti, che – man mano che la figura di Vincent Schiavelli si fa meno misteriosa – assistiamo ad un vero e proprio crescendo visivo e sonoro, con una musica – composta dallo stesso Andrea – che si fa via via sempre più “presente” e gli abitanti, i profumi, i colori del paesino siciliano esplodono nel vero senso della parola sul grande schermo, facendoci sentire subito parte di quei posti magici, vera e propria trasfigurazione dello scomparso Schiavelli. Esplosione, questa, che lascia poi posto ad una rinnovata tranquillità, quando arriva il momento per Andrea di lasciare le terre del padre e di tornare, come rinato, alla vita di tutti i giorni.

news_178035Perché, di fatto, in questo documentario di Amenta è la terra la vera protagonista, trattata alla stregua di un vero e proprio essere vivente, con il suo potere salvifico. Ottimo espediente per raccontare un personaggio come Schiavelli, che abbiamo visto più e più volte, ma che, forse, non abbiamo mai avuto modo di conoscere a sufficienza. Alla terra è affidato, dunque, l’importante incarico di ridargli vita. Per il resto, pochissimi – e brevissimi – sono i filmati di repertorio utilizzati (spezzoni di film, filmati privati, ecc.) e addirittura assenti sono le interviste frontali. Il tutto è raccontato come una sorta di film a soggetto a tutti gli effetti.

Quali critiche si potrebbero muovere, dunque, ad un documentario come Magic Island? Che, forse, proprio per la tecnica narrativa adottata, manca talvolta di spontaneità e risulta eccessivamente costruito? Può darsi. Eppure, nonostante ciò, il risultato finale è un prodotto di tutto rispetto, contemplativo e poetico al punto giusto, ma anche vivo, commovente ed allegro allo stesso tempo e, ciononostante, mai eccessivo.

VOTO: 7/10

Marina Pavido