68° BERLINALE – DOVLATOV di Alexej German jr.

dovTITOLO: DOVLATOV; REGIA: Alexej German Jr.; genere: drammatico; paese: Russia; anno: 2018; cast: Milan Maric, Danila Kozlovsky, Helena Sujecka; durata: 126′

Presentato in concorso alla 68° Berlinale, Dovlatov è l’ultimo lungometraggio del cineasta russo Alexej German Jr.

Un’opera sentita, complessa, profondamente dolorosa questa realizzata da German, la quale – ambientata nel novembre 1971 – ci racconta una settimana della vita del giovane scrittore sovietico Sergej Donatovič Dovlatov, il quale, lavorando principalmente come giornalista, ma frequentando i maggiori intellettuali dell’epoca (tra cui il poeta, nonché suo caro amico Joseph Brodsky), vede continuamente i manoscritti dei suoi romanzi essere respinti dalle principali case editrici, in quanto egli stesso in quanto autore è da sempre particolarmente inviso al regime.

È, dunque, nell’arco di soli sette giorni che questo lavoro di German si svolge. Sette, intensi giorni, durante i quali non solo la resistenza, ma anche il fermento culturale e la voglia di cambiamento fanno da protagonisti assoluti. Tale fermento è ben reso dai dialoghi che – al pari di un vero e proprio flusso di coscienza – si susseguono ininterrottamente per tutta la durata del lungometraggio, unitamente ad una macchina da presa che – vicina ma mai invadente e con lunghi, lunghissimi piani sequenza– si fa strada, di volta in volta, tra i personaggi presenti nel quadro, quasi come se – con empatia, ma anche con dovuto distacco – volesse darci un’idea generale di ciò che era l’ambiente intellettuale russo di quegli anni. A contribuire alla messa in scena, una fotografia dai toni decisamente smorzati, eccessivamente tenui, dove la nebbia della città sembra invadere anche ogni ambiente interno e che si rivela particolarmente adatta a raccontare in che modo le voci degli intellettuali dell’epoca venissero “soffocate”. Nulla è lasciato al caso, in questo lungometraggio di German. Persino la scelta di una messa in scena differente dal suo solito.

Come mai, dunque, delle scelte così estreme e, se vogliamo, così drastiche? La risposta, di fatto, sta nel sottotesto del lungometraggio stesso. Chi ha avuto modo di apprezzare anche i lavori del padre del regista – ossia del grande Alexej German, scomparso nel 2013 – ben sa quali difficoltà l’autore abbia dovuto affrontare a causa del regime e quanto i suoi stessi lavori siano stati censurati in patria. Ed ecco che il Sergej Dovlatov qui protagonista non è più il Sergej Dovlatov scrittore, o meglio, non solo, ma è, soprattutto, trasfigurazione dello stesso padre del regista, del quale viene qui ripreso anche in parte lo stile di messa in scena. Forse non tutti ricorderanno, ad esempio, il bellissimo It’s hard to be a God (2013), dello stesso Alexej German padre, uscito postumo e presentato in anteprima anche alla Festa del Cinema di Roma 2013. Ecco, tale opera si distingueva per la singolarissima messa in scena, in cui, unitamente ad un curato bianco e nero, abbiamo potuto ammirare una serie di lunghi piani sequenza che ci mostravano – grazie a movimenti di macchina molto simili a quelli scelti per Dovlatov – gli abitanti di questa singolare città che tanto stava a ricordarci un quadro di Bruegel. Che sia, dunque, questo personalissimo lungometraggio di Alexej German jr un sentito omaggio a suo padre, che per tanto tempo ha dovuto scontrarsi con il potere, è cosa palese. E lo stesso German padre, simbolo di coraggio ed amore per l’Arte si fa qui paladino della libertà di parola e di opinione, che, anche in un’epoca come la nostra, non sempre vengono salvaguardate come dovuto.

Un film universale, questo magnifico Dovlatov. Universale, maestoso e meravigliosamente sincero. Un’opera di fronte alla quale non possiamo far altro che lasciarci trasportare come se fosse un fiume in piena e fermarci ad osservarla, dal basso verso l’alto, con ossequiosa riverenza.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – MADE IN ITALY di Luciano Ligabue

made-in-italy-film-ligabue-trailerTITOLO: MADE IN ITALY; REGIA: Luciano Ligabue; genere: drammatico; anno: 2017; paese: Italia; cast: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Maria Sciarappa; durata: 104′

Nelle sale italiane dal 25 gennaio, Made in Italy sancisce il ritorno del cantante Luciano Ligabue dietro la macchina da presa, dopo diversi anni di pausa.

Riko è sposato da circa vent’anni e lavora in una fabbrica di salumi. Il suo matrimonio sembra andare a rotoli, così come il suo lavoro. Ristabilita la serenità di coppia e trovatosi improvvisamente disoccupato, l’uomo faticherà a trovare un nuovo impiego. L’unica soluzione sembrerebbe quella di lasciare definitivamente l’Italia.

La storia qui messa in scena è la stessa raccontata da molti altri lungometraggi italiani contemporanei: la crisi, l’amore per il proprio paese e per la famiglia, la precarietà del lavoro sono tematiche che ricorrono piuttosto frequentemente, ai giorni nostri. Ma la cosa in sé non sarebbe un problema, nel caso in cui il prodotto in questione fosse un lungometraggio valido e ben realizzato. Il problema di un film come Made in Italy, però, è che, malgrado le iniziali buone intenzioni, malgrado l’evidente empatia del regista/cantante nei confronti della storia, a causa di uno script che fa acqua da tutte le parti e di interpreti che – sebbene indubbiamente validi – sembrano non sentirsi particolarmente a proprio agio nei panni dei personaggi qui impersonati, si è finito inevitabilmente per dare vita ad un lavoro quasi raffazzonato e, a tratti, anche involontariamente comico, dove imbarazzanti dialoghi fanno da cornice ad una sceneggiatura sfilacciata e pericolosamente disorganizzata.

Ed ecco che l’iniziale conflitto del protagonista – ossia la sua infelicità coniugale – viene risolto in men che non si dica dopo soli pochi minuti, per lasciare il posto ad altre questioni come la crisi lavorativa o la morte di un amico, lasciando però in sospeso elementi precedentemente tirati in ballo (vedi, ad esempio, la figura dell’amante di Riko che, una volta scaricata, minaccia di raccontare tutto alla moglie).

Anche da un punto di vista prettamente registico, Made in Italy lascia parecchio a desiderare. Una regia a tratti macchinosa e piuttosto maldestra non riesce a dare a scene studiate ad hoc il pathos necessario. È questo, ad esempio, il caso della sequenza in cui vediamo Riko ed i suoi amici correre di notte per Roma su dei monopattini elettrici per turisti – con in sottofondo, rigorosamente, la voce del cantante – o del momento in cui vediamo il protagonista organizzare insieme alla moglie una specie di finto matrimonio, atto a coronare definitivamente il loro amore.

E così, anche se i precedenti lavori del cantante – Radiofreccia e Da zero a dieci – tutto sommato non si erano rivelati dei prodotti completamente disprezzabili, questo Made in Italy proprio non è riuscito a far centro. Chissà cosa accadrà con il prossimo lungometraggio!

VOTO: 4/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – PRIMA DI DOMANI di Ry Russo-Young

prima-di-domani-filmTITOLO: PRIMA DI DOMANI; REGIA: Ry Russo-Young; genere: drammatico, thriller; anno: 2017; paese: USA; cast: Zoey Deutsch, Halston Sage, Logan Miller; durata: 98′

Nelle sale italiane dal 19 luglio, Prima di domani è l’ultimo lungometraggio della regista di Orphans, Ry russo-Young.

La giovane Sam è una bella ragazza all’ultimo anno di liceo, la cui vita sembra a dir poco perfetta: ha una famiglia armoniosa, un ragazzo da far invidia a tutta la scuola e tre migliori amiche che adora e che la adorano a loro volta. Dopo essere stata ad una festa con queste ultime, però, la macchina sulla quale viaggia ha un terribile incidente. La cosa strana è che, immediatamente dopo, la ragazza si risveglierà nel suo letto e rivivrà lo stesso identico giorno, come se nulla fosse mai accaduto. È da qui in poi che la giovane protagonista sembra finita in un loop apparentemente senza fine. Come farà ad uscirne?

prima-di-domani-foto-film_1Seppur non originalissimo – e con non pochi rimandi a pellicole come Sliding doors, Cambia la tua vita con un click ed altre commediole del genere che, in un modo o nell’altro, hanno fatto epoca a loro tempo – bisogna riconoscere che durante i primi minuti, lo script può sembrare anche piuttosto interessante. Soprattutto se si pensa ai possibili ed innumerevoli risvolti che la faccenda potrebbe avere. L’iniziale interesse, però, tende tristemente a scemare dopo poco tempo. Sempre per colpa dello stesso script, il quale, prevede non pochi elementi che rendono il prodotto pericolosamente banale, oltre che decisamente prevedibile. Malgrado i numerosi spunti che un lavoro del genere può offrire, tutto sembra procedere in modo eccessivamente lineare, con risvolti e pseudo colpi di scena piuttosto deboli, oltre a cosiddetti “twist” che, di fatto, twist non sono, in quanto tutto può già essere facilmente immaginato fin dall’inizio.

Stesso discorso vale per le locations o, meglio ancora, il mondo scolastico ricostruito: neanche i più classici dei clichés – le ragazze più ambite della scuola, il belloccio di turno che sembra spezzare cuori a destra e a manca, la ragazzina più introversa, isolata e bullizzata – sembrano essere solide basi per risvolti innovativi. Nulla, tutto resta fermo dov’è, in un contesto stagnante e a dir poco angusto.

coverlg (2)Con premesse del genere, tra l’altro, non è raro che si verifichino scivoloni aventi come risultato un effetto comico involontario – i dialoghi, a tal proposito, giocano un ruolo fondamentale, così come l’ultima frase pronunciata dalla protagonista in chiusura del film – oltre ad un effetto finale che fa tanto stucchevole apologia dei buoni sentimenti.

Niente da fare, dunque, per salvare questo ultimo lavoro di Ry Russo-Young, che, di fatto, con i suoi precedenti lungometraggi aveva anche riscosso un discreto successo. Nel caso di Prima di domani, però, stiamo parlando di qualcosa di completamente diverso. Sarà anche per questo, forse, che la sua permanenza in sala è stata inserita all’interno del palinsesto estivo?

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – GIROTONDO di Tonino Abballe

24052_origTITOLO: GIROTONDO; REGIA: Tonino Abballe; genere: drammatico: paese: Italia; anno: 2017; cast: Erika Marconi, Massimiliano Buzzanca, Antonella Ponziani, Armando De Razza; durata: 78′

Nelle sale italiane dal 22 giugno, Girotondo è l’ultimo lungometraggio diretto da Tonino Abballe.

Tante storie di tante coppie, ognuna delle quali attraversa momenti difficili: dalla giovane donna separata con un figlio, alla ragazza che ha paura di diventare madre, dalla coppia omosessuale che fa fatica ad essere accettata, fino, addirittura, ad un caso di violenza fisica. Accanto a tante storie finite male, però, ce ne saranno altrettante con un lieto fine. A tentare di dare una spiegazione a determinati comportamenti umani, due figure nel ruolo, spesso invertito, di paziente e psicologo seduti in giardino.

Fermo-immagine-Girotondo-1Sulla carta questo progetto con espliciti rimandi schnitzleriani sembra senza dubbio interessante, benché già fortemente abusato. Il problema è che questo ultimo lavoro di Abballe già fin dalle prime inquadrature convince davvero poco. E non solo per il malriuscito tentativo di dar vita ad un film corale (quanto di più difficile da scrivere), non solo per la discutibile direzione attoriale, ma soprattutto per una regia si potrebbe dire maldestra, che troppo tende ad indugiare su singoli dettagli e che, complice una musica eccessivamente enfatica e ripetitiva, oltre a brevi scene in cui si ricorre addirittura all’animazione senza, però, alcuna logica apparente.

Foto_Antonella_Ponziani_e_Armando_de_Razza_-1Ciò che, però, maggiormente disturba di Girotondo sono proprio i dialoghi: una serie di luoghi comuni, conditi da qualche frase fatta e da situazioni al limite dello stucchevole. Con tali basi, purtroppo ciò che più facilmente si ottiene è un pericoloso effetto comico del tutto involontario.

Malgrado, dunque le intenzioni di sviscerare attraverso il mezzo cinematografico ogni singolo tipo di rapporto di coppia, questo ultimo lungometraggio di Abballe manca totalmente l’obiettivo, risultando uno tra i più deludenti prodotti della stagione cinematografica.

VOTO: 3/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CHI SALVERA’ LE ROSE? di Cesare Furesi

vlcsnap-2017-01-31-16h50m24s959TITOLO: CHI SALVERA’ LE ROSE?; REGIA: Cesare Furesi; genere: commedia, drammatico; anno: 2017; paese: Italia; cast: Carlo Delle Piane, Lando Buzzanca, Caterina Murino; durata: 103′

Nelle sale italiane dal 16 marzo, Chi salverà le rose? è l’opera prima del regista di Alghero Cesare Furesi.

È questa la storia di Giulio (Carlo Delle Piane) e di Claudio (Lando Buzzanca), non più giovanissimi, ma uniti da un grande amore che va avanti da anni. Entrambi vivono nel loro ex albergo, andato in fallimento a causa del vizio di Giulio per il poker. Anche a seguito di ciò, Valeria, figlia di quest’ultimo, ha deciso di interrompere qualsiasi rapporto con il genitore. Un giorno, però, a causa della grave malattia di Claudio, Giulio deciderà di chiamare sua figlia insieme al nipote Marco chiedendo loro di tornare a trovarli dopo tanti anni.

buzzanca_murinoChe dietro il lavoro di Furesi ci siano le migliori intenzioni, è cosa certa. Molto bella, infatti, anche se non proprio originalissima, l’idea di mettere in scena la delicata storia d’amore tra i due uomini, con tutte le loro abitudini ed i loro rituali quotidiani, ad esempio. Tuttavia, la scarsa riuscita di questa sua opera prima è, dunque, sicuramente una forte ingenuità da un punto di vista prettamente cinematografico, la quale ha portato ad una messa in scena maldestra e con non pochi elementi di disturbo al proprio interno. Fin dai primi dialoghi tra Carlo Delle Piane e Lando Buzzanca, infatti, da subito qualcosa ci disturba. E non si tratta soltanto di una poco esperta direzione degli attori, bensì anche delle battute stesse presenti all’interno dello script: troppo “letterarie”, troppo macchinose, poco spontanee e quasi “finte”. Ovviamente tale problema persisterà durante tutto il lungometraggio, anche per quanto riguarda i personaggi di Valeria (Caterina Murino) ed altre figure secondarie. Esempio lampante di un uso eccessivo della parola è il momento in cui Valeria stessa, truccandosi davanti ad una specchiera, pronuncia tra sé e sé la frase “Questo pranzo non me lo voglio perdere!”. Non dimentichiamo che, però, l’errore di dare troppo spazio alle parole a scapito delle immagini probabilmente derivare dal fatto che Furesi ha innanzitutto grande esperienza come scrittore e successivamente come regista, il che, spesso e volentieri, può creare situazioni del genere.

Chi salverà le rose Carlo Delle Piane Lando Buzzanca Antonio Careddu foto dal film 3_bigIl vero problema di Chi salverà le rose?, però, è, di fatto, un altro. Di fianco a battute troppo “ingombranti” ed a una maldestra direzione attoriale, ecco uno script che presenta al proprio interno dei buchi decisamente importanti. Non mancano, di conseguenza, personaggi lasciati in sospeso che finiscono per non avere alcun peso all’interno della narrazione stessa (prima fra tutte Elisabetta, la ragazza di Marco), così come snodi narrativi talmente poco convincenti da far perdere di credibilità a tutto il lungometraggio (come la decisione da parte di Giulio, in prossimità del finale, di togliersi la vita e la relativa, patetica scena che vede protagonista l’uomo insieme a sua figlia Valeria).

Nel tentativo di rilanciare l’albergo di famiglia, ad un certo punto la stessa Valeria afferma di voler vendere i tramonti e non le camere (riferendosi al panorama che si può vedere dalla struttura). Evidentemente tale operazione è stato anche il tentativo di Furesi nel mettere in piedi la storia. E, di fatto, come già è stato detto, di bei paesaggi e di panorami mozzafiato il film è pieno. Tutto ciò, unito alle ottime intenzioni iniziali, però, al fine di ottenere un buon risultato finale, non è sufficiente. Purtroppo.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

ALTIN IN CITTA’ di Fabio Del Greco – imperdibile appuntamento con il Cinema Indipendente

locandina-orizzontale1-altin-in-the-cityGrandi novità in arrivo sul grande schermo, nel 2017! Il cinema indipendente – e, nello specifico, quello italiano – come abbiamo avuto modo di vedere, sta ottenendo, negli ultimi anni, sempre maggiori consensi da parte di pubblico e critica, oltre a grandi riconoscimenti nell’ambito di festival italiani ed internazionali. E, a quanto pare, anche la distribuzione sta dedicando uno spazio maggiore ad un certo tipo di cinema. Per l’anno nuovo, ad esempio, è prevista l’uscita di Altin in città, ultimo lungometraggio diretto da Fabio Del Greco – con protagonisti gli attori Rimi Beqiri e Chiara Pavoni – che tratta temi attuali come l’integrazione in un paese straniero, il desiderio di realizzare i propri sogni e la difficoltà a gestire il successo.

Altin è un giovane scrittore di talento che, venuto in Italia dall’Albania, sta per ultimare un libro in cui racconta la propria esperienza di migrante. Scoperto da una talent scout in seguito alla sua partecipazione ad una trasmissione televisiva, il giovane vedrà un altro ragazzo appropriarsi dei diritti del suo libro, in quanto ritenuto maggiormente adatto a diventare un personaggio pubblico. Le cose, però, prenderanno una piega inaspettata.

Una storia, questa qui raccontata, che è anche la storia di molti giovani che sognano il successo, ma che faticano a farsi strada. Una storia come tante, ma messa in scena in modo del tutto personale, con una forte componente onirica e grande potenza visiva, segno che – spesso e volentieri – lavorare da indipendenti ha dalla sua una totale libertà di espressione, oltre alla voglia di scoprire e sperimentare linguaggi nuovi e non convenzionali. E Altin in città è proprio questo: un lungometraggio che non ha paura di mettere in scena il nuovo e che, ci auguriamo, possa trovare un proprio, giusto riconoscimento da parte della distribuzione italiana.

LA RECENSIONE DI MARINA – LA CENA DI NATALE di Marco Ponti

1469625097218TITOLO: LA CENA DI NATALE; REGIA: Marco Ponti; genere: commedia; anno: 2016; paese: Italia; cast: Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone; durata: 95′

Nelle sale italiane dal 24 novembre, La cena di Natale è il sequel di Io che amo solo te. Entrambi i lungometraggi sono diretti da Marco Ponti e sono tratti dagli omonimi romanzi di Luca Bianchini.

Polignano a mare, Vigilia di Natale. Chiara è incinta di otto mesi del suo compagno Damiano, che, a quanto pare, non ha mai smesso di correre dietro alle altre donne. Ninella, madre di Chiara, riceve la proposta da parte di Don Mimì – il suo grande amore di gioventù, nonché padre di Damiano – di scappare insieme a Parigi. Orlando, fratello di Damiano, è un brillante avvocato gay che sta cercando di mettere incinta la sua migliore amica lesbica Daniela e che, allo stesso tempo, viene corteggiato da Mario, suo amico di infanzia. Tutti i protagonisti della pellicola si ritroveranno insieme durante la cena della Vigilia, dal momento che Matilde, madre di Damiano, ha voluto invitare tutti a casa sua per far sfoggio dell’ultimo regalo di suo marito: un prezioso anello di smeraldo. Durante la cena, però, ne succederanno di tutti i colori e molti nodi verranno al pettine.

download-4Bene, già dalla trama si ha una vaga quanto irritante sensazione di déjà vu. E infatti, La cena di Natale non racconta alla fin fine nulla di nuovo. Ma questo, forse, è il male minore di tutti. Volendo sorvolare tutte le banalità e gli imbarazzanti luoghi comuni del film, vediamo, all’interno di una location che senza dubbio è di una bellezza quasi ipnotica, un cast ben nutrito e con interpreti capaci, ma evidentemente non proprio a loro agio nei panni dei personaggi loro assegnati e costretti a pronunciare battute piatte e scontate, dal dubbio effetto comico. Ne è un esempio particolarmente lampante, a questo proposito, il personaggio di Daniela – interpretato da una convincente Eva Riccobono – che di per sé suscita anche simpatia, ma viene caricato a tal punto da risultare alla fine eccessivamente costruito e poco credibile, quasi una sorta di macchietta. Anche gli espedienti comici – che risultano, nel contesto, fortemente prevedibili, oltre che già visti e rivisti – uniti ad una trama debole e quasi inconsistente, fanno sì che il pubblico non veda l’ora di arrivare, finalmente, ai titoli di coda, dove, tra l’altro, leggendo la dedica al compianto Bud Spencer, ci si emozione più che durante tutto il lungometraggio.

la_cena_di_natale_clip_esclusiva-660x350Piatto e banale nella sua realizzazione, La cena di Natale, però, è particolarmente urticante proprio per il fatto di essersi dimostrato, in sostanza, un film ipocrita e buonista. Perché declamare a gran voce quanto sia bello l’amore tra persone dello stesso sesso e quanto sia lodevole il desiderio di diventare genitori in una coppia omosessuale (cose indubbiamente condivisibili), quando poi – viste le scelte di sceneggiatura in chiusura del lungometraggio – si trasmette il sottotesto che, al di là di bugie e tradimenti, la cosa importante è che la famiglia rimanga a tutti i costi unita agli occhi della gente (basti pensare ai personaggi di Don Mimì e Ninella che – perdonate lo spoiler – alla fine scelgono di buon grado e senza sofferenza alcuna di continuare le proprie vite ricche di menzogne e bugie)? In poche parole, si strizza l’occhio al tema scottante del momento – al fine di accattivarsi le simpatie del pubblico – trasmettendo, però, alla fine della fiera, il solito messaggio bigotto e conservatore.

Ora, gentili signori del pubblico, in luce dell’analisi appena fatta, proprio perché a Natale siamo tutti più buoni, cerchiamo anche di volerci davvero bene ed evitiamo di spendere soldi per un prodotto del genere, scegliendo, invece, qualcosa di più stimolante e gratificante. Facciamoci questo regalo. Tanto, in ogni caso, chi decide di produrre film del genere non farà mai la fame, visto che, a quanto pare, un sostanzioso numero di spettatori sarà di certo impaziente di vedere l’ennesimo cinepanettone di turno. Questo è poco ma sicuro.

VOTO: 3/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – PER MIO FIGLIO di Frédéric Mermoud

per-mio-figlio-660x330TITOLO: PER MIO FIGLIO; REGIA: Frédéric Mermoud; genere: thriller, drammatico; anno: 2016; paese: Francia, Svizzera; cast: Emmanuelle Devos, Nathalie Baye, David Clavel; durata: 90′

Nelle sale italiane dal 17 novembre, Per mio figlio è il secondo lungometraggio del giovane Frédéric Mermoud, presentato in anteprima all’ultima edizione del Festival di Locarno e tratto dal romanzo Moka di Tatiana De Rosnay.

Da quando Diane ha visto morire il suo unico figlio adolescente, investito da una macchina, non le è rimasto più nulla. L’unico suo scopo, ormai, è trovare l’automobilista pirata e vendicare il ragazzo. Grazie ad un investigatore privato, un giorno la donna scopre che i proprietari della macchina che ha ucciso suo figlio abitano ad Evian – sull’altra sponda del lago di Ginevra – e che quel giorno alla guida dell’auto c’era una donna bionda. A Diane, dunque, non resterà che partire sulle tracce degli assassini.

02Ad uno spettatore preparato ed esperto non sfuggirà, già dopo un primo, sommario sguardo, qualche rimando chabroliano non ufficialmente dichiarato, presente all’interno della trama stessa. Il problema è che quest’opera di Mermoud – al di là delle numerose similitudini dal punto di vista della storia stessa – di punti in comune con la cinematografia e le tematiche di Claude Chabrol ha ben poco. Di fatto, se vogliamo, Per mio figlio di potenzialità ne ha non poche, date le mille sfaccettature dell’animo umano ed il sempre attuale tema della giustizia personale. Peccato che nessuna di tali potenzialità è stata, qui, sufficientemente sfruttata, dal momento che Mermoud ha preferito donare al tutto un tono pericolosamente romanzesco che riesce a rendere il prodotto finale privo di una propria, marcata identità, nonché poco credibile fin dall’inizio. A partire dai dialoghi, eccessivamente macchinosi che danno quasi l’impressione di essere stati incollati in determinati punti dello script, senza mai del tutto amalgamarsi ad esso, però. Ne sono un esempio le scene che vedono protagoniste la Baye – titolare di una profumeria di Evian e proprietaria dell’auto che ha ucciso il figlio di Diane – ed Emmanuelle Devos, nel ruolo della protagonista. Triste figura, inoltre, quella del compagno della Baye: negativa e viscida al punto giusto, ma priva di quello spessore e di quella complessità che l’avrebbero resa davvero odiosa, oltre che – come spesso accade per gli antagonisti – decisamente interessante.

moka_4Le poche note positive di questo secondo lungometraggio di Mermoud sono, come si può ben intuire, le prestazioni attoriali delle brave Emmanuelle Devos e Nathalie Baye, le quali, seppur qui mal sfruttate, sanno sempre dar vita a personaggi complessi senza mai andare sopra le righe. E poi, non dimentichiamo i bellissimi paesaggi: il lago di Ginevra, i piccoli villaggi sulle sue sponde e le città di Losanna e di Evian. Ottime location che, solo al guardarle, sanno regalarci, in qualche modo, un certo appagamento.

Peccato che Per mio figlio abbia, di fatto, così pochi spunti di interesse. Eppure, come già è stato detto all’inizio, di potenzialità ne ha avute non poche. Con le scelte registiche e stilistiche qui effettuate, però, il rischio è quello di finire ben presto nel dimenticatoio, insieme ai numerosi lungometraggi del genere che – con la pretesa di essere il thriller del secolo – alla fine si sono rivelati soltanto enormi sprechi di tempo e di denaro.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – TI AMO PRESIDENTE di Richard Tanne

0497733dd09e9e74c9fe954f67009a27TITOLO: TI AMO PRESIDENTE; REGIA: Richard Tanne; genere: sentimentale; anno: 2016; paese: USA; cast: Tika Sumpter, Parker Sawyers; durata: 87′

Nelle sale italiane dal 17 novembre, Ti amo Presidente è l’opera prima del regista teatrale Richard Tanne, ispirata al primo appuntamento tra il giovane Barack Obama e la futura First Lady Michelle Robinson.

Siamo a Chicago, in un giorno d’estate del 1989. I giovani Barack e Michelle, colleghi presso uno studio legale, si danno appuntamento malgrado le iniziali reticenze di lei. Durante la giornata, i due avranno modo di conoscersi a fondo, di scoprire le rispettive debolezze e di spronarsi a vicenda.

tap_still_27Come abbiamo detto, l’argomento ex inquilini della Casa Bianca è, soprattutto in questi giorni, attuale più che mai. Tuttavia resta ancora il dubbio su quale sia la necessità di venire a conoscenza dei dettagli del primo appuntamento tra i due. Soprattutto se questo avvenimento ci viene presentato in modo fortemente romanzato e ricco di banalità, come nel lungometraggio di Tanne. Il punto è che già leggendo distrattamente il titolo del film si ha come la sensazione di stare per assistere ad una trashata colossale, come non se ne vedono da anni. Eppure, nonostante tutto, alla fin fine, si vuol dare fiducia al lungometraggio e ci si accinge a vederlo. I sospetti iniziali, però, non tardano a trovare fondamento. Ma procediamo per gradi.

Fin dai primi minuti lo spettatore viene catapultato direttamente nel vivo della vicenda, quando i giovani Barack e Michelle sono intenti a prepararsi per uscire. Non solo la rapidità con cui prende il via la storia, ma anche la regia e soprattutto la musica ci danno l’impressione di un prodotto pensato principalmente per la televisione. E tale impressione persiste durante tutta la visione, malgrado maldestri virtuosismi registici (soprattutto primi piani e dettagli ingiustificati, oltre a pretenziose inquadrature dal basso) che poco convincono lo spettatore e danno quasi l’idea che Tanne – con questo suo lavoro – abbia cercato di correre dietro a qualcosa di molto più grande, arrancando disperatamente, però, durante tutti gli 87 minuti di durata. L’abbondanza di dialoghi – spesso e volentieri eccessivi – e la scelta di sviluppare la vicenda nell’arco di un’unica giornata, inoltre, fanno pensare inevitabilmente ad un poco riuscito tentativo di emulare Richard Linklater (ebbene sì, avete letto bene!). Ovviamente, in questo caso ci troviamo di fronte a ben poca sostanza, nulla a che vedere con prodotti del calibro di Before sunrise o Before sunset, per intenderci.

tap_still_15-e1476278199848-750x453La generale inconsistenza, la sfilza di banalità ed il dubbio interesse della storia in sé, però, non riusciranno mai ad eguagliare – parlando di veri e propri momenti imbarazzanti – la grande scena madre del film, ossia il momento in cui il giovane Obama – giunto insieme alla sua ragazza ad una riunione di un centro sociale – pronuncia uno dei suoi discorsi inserendo alla fine la fatidica frase “Yes, we can!”. Non credo serva dire altro in merito.

Ma allora, perché andare al cinema a vedere un film come Ti amo Presidente? Anche gli amanti delle storie d’amore converranno che ce ne sono migliaia di altre raccontate meglio di questa. Eppure c’è da immaginare che la gente, annichilita in seguito alle ultime elezioni presidenziali, cerchi in qualche modo di guardare nostalgicamente indietro, per sentire in qualche modo la figura di Barack Obama ancora vicino. Banale come motivazione, questo sì. Eppure, probabilmente proprio per questo motivo, Ti amo Presidente si preannuncia un film che otterrà discreti incassi al botteghino. Ed in qualità di mera consolazione, forse la scelta di andare a vedere il lungometraggio di Tanne può essere anche condivisa.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

11° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – SOLE CUORE AMORE di Daniele Vicari

dsc_9385TITOLO: SOLE CUORE AMORE; REGIA: Daniele Vicari; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Italia; cast: Isabella Ragonese, Francesco Montanari, Eva Grieco; durata: 113′

Presentato in anteprima – in Selezione Ufficiale – all’11° Festa del Cinema di Roma, Sole cuore amore è l’ultimo lungometraggio diretto dal regista e documentarista Daniele Vicari.

Eli e Vale sono amiche per la pelle. La prima è sposata e madre di quattro figli. Ogni giorno è costretta ad alzarsi prestissimo per andare a lavorare in un bar, dal momento che suo marito è disoccupato e solo lei è in grado di mantenere la famiglia. La seconda, single, ha deciso di intraprendere la non facile carriera di ballerina, lavora spesso di notte e – durante il giorno – aiuta l’amica facendo da babysitter ai bambini. Il mondo del lavoro e la società, però, non sembrano essere generose con nessuna delle due giovani donne.

Il tema della precarietà del lavoro, si sa, è stato – negli ultimi anni – uno dei temi più gettonati. E non solo per quanto riguarda il cinema italiano. La differenza sta, appunto, nel modo in cui il tutto viene messo in scena. E con questo suo ultimo lungometraggio Daniele Vicari è riuscito, in qualche modo, a creare qualcosa di personale, sia dal punto di vista della regia che per quanto riguarda il taglio che ha deciso di dare all’intera storia.

Interessante, a questo proposito, la scelta di utilizzare – sia in apertura, per presentare le due protagoniste, sia in chiusura, per mostrare quello che sembra essere il destino di entrambe – il montaggio parallelo. Ritmi serrati che quasi non ci fanno prendere fiato, colori e luci contrastanti – a seconda della scena rappresentata. Il tutto scorre velocemente, inesorabilmente. Anche questa volta Vicari è riuscito a mettere sullo schermo immagini di grande potenza visiva ed emotiva. Seppur leggermente autocompiacenti.

Quello che, però, all’interno del lungometraggio funziona decisamente poco, è proprio il finale. Nulla volendo togliere al riuscito impatto emotivo degli ultimi minuti, senza dubbio ci troviamo davanti ad un epilogo decisamente telefonato, che, proprio per questo motivo, non riesce ad avere la potenza originariamente auspicata. Stesso discorso per alcuni dialoghi. Soprattutto quelli tra Eli e suo marito. Le battute, di fatto, appaiono, a volte, eccessivamente costruite e poco spontanee, al punto quasi di far perdere credibilità al tutto.

Tutto sommato, però, Vicari – e questo bisogna riconoscerlo – ha evitato l’errore di mettere in scena un film retorico e buonista, visto il rischio che si corre nel momento in cui si decide di raccontare storie del genere. E lo ha fatto creando un prodotto perfettamente in linea con il suo stile e la sua cinematografia. Un prodotto che non decolla come dovrebbe e che, spesso e volentieri, fa storcere il naso, ma che, tutto sommato, si classifica come un lavoro intellettualmente onesto. E questo, di certo, non è poco.

Al termine della visione, però, sorge spontanea una considerazione: se ripensiamo a tutta la filmografia del regista, notiamo come i suoi risultati migliori siano venuti fuori attraverso i documentari. Che sia questa la strada di Daniele Vicari? Questo, ovviamente, solo il tempo saprà dircelo.

VOTO: 6/10

Marina Pavido