LA RECENSIONE – THE CONSTITUTION – DUE INSOLITE STORIE D’AMORE di Rajko Grilc

theconstitutionTITOLO: THE CONSTITUTION – DUE INSOLITE STORIE D’AMORE; REGIA: Rajko Grlic; genere: commedia, drammatico; paese: Croazia; anno: 2016; cast: Nebojsa Glovac, Dejan Acimovic, Ksenjia Marinkovic; durata: 93′

Nelle sale italiane dal 5 aprile, The Constitution – Due insolite Storie d’Amore è l’ultimo, pluripremiato lungometraggio di Rajko Grlic e distribuito in Italia da Cineclub Internazionale.

Vjeko è un insegnante croato di mezza età che, dopo la morte del compagno, vive con il padre gravemente malato. L’uomo è solito indossare abiti femminili, per poi uscire, di notte, a bere qualcosa in un bar sotto casa. Una sera, però, viene pestato a sangue da un gruppo di teppisti che non sopportano gli omosessuali. A venirgli in aiuto sarà la sua vicina di casa, infermiera croata, la quale ha sposato un poliziotto serbo. Tra i due uomini, proprio a causa delle loro differenti nazionalità, inizialmente non correrà buon sangue. Le cose, tuttavia, cambieranno nel momento in cui il professore dovrà aiutare il vicino a studiare a memoria la Costituzione, al fine di superare un importante esame a lavoro.

Con una struttura ellittica, che vede, in apertura e in chiusura del film, la medesima inquadratura attraverso i vetri di una finestra di casa di Vjeko, The Constitution – ambientato in un periodo storico di fondamentale importanza per i paesi della Ex-Jugoslavia – sa raccontarci un aspetto delicato e spinoso come quello dell’integrazione – sia che si parli dell’integrazione dei serbi in Croazia, che degli omosessuali all’interno di una società ancora non propriamente pronta ai cambiamenti – con garbo e anche con una giusta dose di umorismo, evitando – malgrado l’elevato rischio quando si trattano argomenti del genere – ogni pericolosa retorica e inutili buonismi.

All’interno di una sceneggiatura che funziona (che, volendo analizzare la cosa nel dettaglio, forse pecca solo di troppi importanti eventi che convergono in chiusura) e con un cast di attori che sanno rendere alla perfezione i loro sfaccettati personaggi, ogni singolo dettaglio non è lasciato al caso. Persino la convincente (e, a suo modo, divertente) sottotrama che vede un pericoloso squilibrato seminare in giro per le strade di Zagabria salsicce con dentro dei chiodi, al fine di ferire i cani.

Pur essendo ambientato, dunque, in un preciso momento storico, The Constitution, per i temi trattati, può classificarsi a tutti gli effetti come un film “universale”. Si tratta di una storia, quella qui messa in scena, che potrebbe accadere in qualsiasi momento, seppur con le sue dovute varianti. Il risultato finale è una commedia dal retrogusto amaro, piacevole e ben riuscita, perfettamente in linea con la cinematografia dell’Est Europa, che da sempre ci regala piacevoli sorprese.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – NELLE PIEGHE DEL TEMPO di Ava DuVernay

xnelle-pieghe-del-tempo-spot-681x383.jpg.pagespeed.ic.bfXD_qwYt1TITOLO: NELLE PIEGHE DEL TEMPO; REGIA: Ava DuVernay; genere: fantascienza; paese: USA; anno: 2018; cast: Storm Reid, Oprah Winfrey, Reese Witherspoon; durata: 109′

Nelle sale italiane dal 29 marzo, Nelle Pieghe del Tempo è l’ultimo lungometraggio prodotto dalla Disney e diretto dalla visionaria regista Ava DuVernay, tratto dall’omonimo romanzo scritto nel 1959 da Madeleine L’Engle.

La storia messa in scena è quella della giovane Meg Murry, figlia di due fisici di fama mondiale e con grandi problemi di autostima, in quanto non sempre accettata dai suoi coetanei a scuola. Suo padre è misteriosamente scomparso da anni e sua madre ha il cuore a pezzi. Sarà il fratello minore Charles Wallace, tuttavia, a presentare alla giovane tre singolari guide celesti che condurranno i due ragazzi – insieme ad un compagno di classe di Meg – in un insolito viaggio “nelle pieghe del tempo”, appunto, alla ricerca del padre scomparso.
Una vera e propria apologia dei buoni sentimenti che – mediante la fantascienza – tratta temi come l’amore per la famiglia, il bullismo e l’importanza di essere sé stessi. Letto così, questo maestoso lavoro della DuVernay sembra piuttosto interessante, potenzialmente valido o, quantomeno, “innocuo”. Solo dai primi fotogrammi, tuttavia, con una messa in scena ed una fotografia posticce riguardanti i momenti ambientati “sulla Terra” già iniziano a vacillare quelle buone speranze iniziali che ognuno di noi ha giustificatamente riposto nel presente film. E le cose, man mano che si va avanti, purtroppo non migliorano. Il principale problema di un lavoro come Nelle Pieghe del Tempo, infatti, è soprattutto uno script tanto debole quanto fortemente prevedibile, all’interno del quale vi sono presenti anche non poche forzature che altro non fanno che far perdere di credibilità all’intero lavoro. È questo il caso, ad esempio, del personaggio del padre dei protagonisti, il quale, dopo essersi reso conto – a suo dire – dell’importanza della famiglia, al fine di mettersi in salvo è quasi tentato di abbandonare il figlioletto Charles Wallace in quella sorta di non-luogo in cui egli stesso era finito. Così come è il caso della compagna di classe di Meg, la quale non ha fatto altro che bullizzare la ragazza per anni, ma che, alla fine del lungometraggio, improvvisamente, osservandola dalla finestra e percependo una maggiore sicurezza da parte della stessa Meg, le sorride e la saluta con fare amichevole, come se nulla fosse mai successo.
Detto questo, cosa resta da salvare, dunque, all’interno di un lungometraggio come Nelle Pieghe del Tempo? Indubbiamente, l’interpretazione del giovane Deric McCabe nel ruolo di Charles Wallace, in grado di cambiare registro con incredibile facilità. Su questo non v’è dubbio.
Discorso a parte va fatto, invece, per la regia della DuVernay: visionaria, magnetica, surreale, con immagini ed ambientazioni dai colori psichedelici e scenografie che – ricordando tanto, ma proprio tanto Christopher Nolan – prendono vita man mano che i personaggi si muovono all’interno di esse, rappresenta il vero cavallo di battaglia della Disney all’interno del presente progetto. Eppure, tale elemento non è sufficiente a salvare un intero lavoro, quando altri fattori non funzionano affatto, ma, al contrario, finisce per risultare gratuito, oltre che pericolosamente autoreferenziale.
Diverse domande, a questo punto, sorgono spontanee: dove andrà a finire un’istituzione come la Disney, di questo passo? Quale sarà il suo destino nell’immediato futuro? E, soprattutto, in che modo può riprendersi e tornare ad essere la casa di produzione che tanto abbiamo amato? Questo, ovviamente, solo il tempo potrà dircelo.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – RICOMINCIO DA NOI di Richard Locraine

ricomincio da noiTITOLO: RICOMINCIO DA NOI; REGIA: Richard Locraine; genere: commedia; paese: Gran Bretagna; anno: 2017; cast: Imelda Staunton, Timothy Spall, Celia Imrie; durata: 111′

Nelle sale italiane dall’8 marzo, Ricomincio da noi è una gradevole commedia diretta dall’inglese Richard Locraine.

Sandra, non più giovane, scopre che suo marito la tradisce da tempo con una presunta amica. decisa a lasciarlo, la donna si trasferirà a Londra a casa della sorella Bif, che non vede da molti anni. Bif, molto diversa da lei, è decisa a godersi la vecchiaia e frequenta un corso di ballo e numerosi amici. Sarà accanto a lei che anche Sandra, finalmente, imparerà a prendere il controllo della propria vita e a capire ciò che desidera realmente.

Malgrado il tema non troppo nuovo, malgrado anche una pericolosa prevedibilità, questo ultimo lavoro di Locraine – in uscita, non a caso, il giorno della Festa della Donna – riesce a classificarsi come una gradevole commediola senza troppe pretese, che ad uno smorzatissimo English humour ben sa accostare le atmosfere di una Londra periferica e vivace che si contrappongono ad un’aristocratica e ingessata vita all’interno di una villa oltremodo altolocata.

Il resto viene da sé, seguendo un copione più e più volte letto, ma che, tutto sommato, sembra sempre funzionare. Almeno quando si tratta di intrattenere il pubblico per poco meno di due ore. Se, però, una regia pulita e priva di inutili fronzoli si è rivelata particolarmente azzeccata a mettere in scena la storia di Sandra, ancor più incisive sono state le performance degli attori protagonisti (la scuola inglese, si sa, sforna sempre grandi talenti, d’altronde), quali Imelda Staunton, nel ruolo della protagonista, e soprattutto lui, il grande Timothy Spall, vero fiore all’occhiello di un cast ben amalgamato che, sapientemente diretto da Locraine, ha saputo fare il proprio lavoro.

poco male se, dunque, con il passare del tempo, un prodotto come Ricomincio da noi finirà per confondersi con le numerose commedie che tanto gli somigliano. Almeno, senza cercare di apparire più di quello che è, sa intrattenere, divertire e anche commuovere, senza mai apparire stucchevole. E questa, se permettete, non è roba da poco.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – YARDIE di Idris Elba

Yardie - Still 1TITOLO: YARDIE; REGIA. Idris Elba; genere: drammatico; paese: Gran Bretagna; anno: 2018; cast: Aml Ameen, Shantol Jackson, Stephen Graham; durata: 101′

Presentato in anteprima alla 68° Berlinale, all’interno della sezione Panorama, Yardie è l’opera prima dell’attore britannico Idris Elba, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Headley.

Siamo in Giamaica, nel 1973. Il giovane D è un bambino allegro e vivace, innamorato di Yvonne e affezionatissimo a suo fratello maggiore Jerry, che considera la sua guida. Un giorno, però, in seguito ad una sparatoria tra gang rivali, Jerry viene ucciso. Dieci anni dopo, nel 1983, D, divenuto ormai adulto e padre di una bambina avuta con la sua amata Yvonne, decide di trasferirsi a Londra insieme alla famiglia, al fine di trovare un posto più tranquillo in cui crescere sua figlia. Anche qui, tuttavia, il passato tornerà a bussare e, lavorando come trafficante di droga, il ragazzo avrà modo di incontrare anche l’assassino di suo fratello.

Che un prodotto come Yardie sia fortemente sentito da Elba, è chiaro fin dall’inizio. Ma non sempre questa forte empatia nei confronti di qualcosa a cui si sta lavorando è cosa positiva. O meglio, lo è, ma, come nel caso del presente Yardie, spesso non permette di tenere la giusta distanza, quel distacco emotivo necessario a mettere in scena qualcosa. Il problema di Elba regista, nel nostro caso, è che, proprio per questo suo girare “di pancia”, si sia calcata troppo la mano nel voler a tutti i costi enfatizzare alcuni momenti o anche i sentimenti stessi dei personaggi. È il caso, questo, ad esempio, delle scene in cui al giovane protagonista appare il fantasma del fratello scomparso o anche dei momenti riguardanti la vita di D insieme alla sua famiglia, con un commento musicale a tratti eccessivamente invadente, al punto da diventare addirittura stucchevole. Paradossalmente, però, è proprio la musica a rappresentare uno degli elementi più interessanti di un lavoro come Yardie: coinvolgenti pezzi reggae ben rendono l’atmosfera di un paese come la Giamaica e, per quanto riguarda i momenti “londinesi”, la vita di chi, lontano dalla propria patria, ha trovato una propria comunità anche in terra straniera.

Il problema principale di un lungometraggio come Yardie è, purtroppo, una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti e dove, di fianco a troppe e troppo poco credibili coincidenze, vi sono anche numerose forzature che altro non fanno che far perdere irrimediabilmente di credibilità ad un lavoro già di per sé piuttosto debole e che fatica a decollare già dopo i primi minuti. Poco convince, ad esempio, il fatto che – pur di evitare che un uomo malmenato da D si vendichi – sua moglie decida di parlare a quest’ultimo faccia a faccia, facendogli notare che prima di tutto bisogna pensare al bene dei propri figli ed alla loro serenità.

Eppure, malgrado ciò, bisogna riconoscere al presente lungometraggio una certa onestà di base: Idris Elba, dal canto suo, ce l’ha messa davvero tutta e ci ha creduto fino in fondo, questo è evidente. Il suo Yardie è, più che altro, un prodotto estremamente ingenuo che per la sua scarsa originalità, oltre che per la sua dubbia riuscita, probabilmente finirà presto nel dimenticatoio, ma che, allo stesso tempo, proprio per questa sua ingenuità fa quasi tenerezza. D’altronde, si sa, non è facile spostarsi da un lato all’altro della macchina da presa come se nulla fosse.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

68° BERLINALE – TRANSIT di Christian Petzold

transitTITOLO: TRANSIT; REGIA: Christian Petzold; genere: drammatico; paese: Germania; anno: 2018; cast: Franz Rogowski, Paula Beer, Lilien Batman; durata: 101′

Presentato in concorso alla 68° edizione del Festival di Berlino, Transit è l’ultimo lungometraggio del cineasta tedesco Christian Petzold.

La storia qui messa in scena è una storia dal respiro universale, ambientata in Francia, per l’esattezza – durante l’occupazione tedesca – ma con location e costumi contemporanei. La storia senza tempo di un uomo, Georg, il quale si ritrova a Marsiglia con oggetti appartenenti ad uno scrittore appena suicidatosi, tra cui lettere, testamento e vecchie fotografie e del quale ben presto assumerà l’identità. Una volta in città, l’uomo avrà modo di incontrare la famiglia di un suo amico – di cui fanno parte una donna sordomuta ed il figlioletto di otto anni – e la moglie del defunto – la quale non ha mai smesso di cercare il marito. Tra innumerevoli trafile burocratiche per ottenere il permesso di lasciare la Francia e dirigersi in Messico e un’ininterrotta ricerca della propria identità, nasceranno nuovi amori ed importanti affetti con una delle più grandi tragedie dell’umanità sullo sfondo.

Siamo d’accordo: un paese come la Germania ha più e più volte fatto “mea culpa”, cinematograficamente parlando, per quanto riguarda la salita al potere di Hitler prima e l’olocausto poi. Basti pensare all’elevata percentuale di titoli tedeschi ed austriaci che trattano l’argomento. E lo stesso Petzold ha già avuto modo di prendere in esame la cosa, regalandoci nel 2013 una pellicola come Il segreto del suo volto (con un’intensa Nina Hoss), dove, anche in questo caso, il tema dell’identità perduta era alla base di tutto il lungometraggio. È appena pochi anni più tardi, però, che l’autore tedesco riesce a spiccare il cosiddetto salto di qualità – con Transit, appunto – dando vita a qualcosa di molto più complesso e stratificato, in cui i temi del nazismo, della ricerca della propria identità e dell’immigrazione si fondono l’un l’altro in modo del tutto naturale. Il risultato finale è, probabilmente, uno dei più maturi lavori di Petzold, che non ha paura di osare e di distaccarsi dalla realtà e dove i personaggi raccontati ed i rapporti che tra di loro nascono ci appaiono tanto effimeri quanto intensi. Rapporti che, in una città di transito (anche a tal proposito, mai titolo fu più azzeccato) come Marsiglia nascono e muoiono da un giorno all’altro, ma che, in un modo o nell’altro, sono comunque destinati a cambiare la vita di chi ne è coinvolto in prima persona. Molto delicata ed intensa, ad esempio, l’amicizia che nasce tra Georg ed il figlioletto del suo amico: una sorta di surrogato del rapporto padre-figlio che potrebbe influire sulla decisione del protagonista di lasciare o meno la città. Ma le cose, ovviamente, non sono poi così semplici. Non ci è dato conoscere, ad esempio, tutto il background dei personaggi, il quale viene volutamente a malapena abbozzato. Ciò che conta è come sono essi nel preciso istante in cui li vediamo sullo schermo, in questa fase di transito in cui i destini di ognuno sembrano cambiare repentinamente da un momento all’altro.

Vi è solo una persona che, osservando con il dovuto distacco la commedia umana presentataci, ci racconta, con il fare di un romanziere, le vicende del nostro protagonista, stando ad arricchire ulteriormente un lavoro già di per sé meravigliosamente trasbordante, il quale, a sua volta, arriva addirittura al punto di creare una dimensione fantasmagorica perfettamente incastrata nel contesto.

Ad un lungometraggio come questo di Petzold si può rimproverare, forse, solo il susseguirsi troppo velocemente – man mano che ci si avvicina al finale – dei numerosi snodi narrativi presenti in sceneggiatura. Ma, indubbiamente, anche questo fa parte del gioco. E noi non possiamo far altro che lasciarci condurre per mano lungo le stradine di questa Marsiglia così cosmopolita, così affascinante e così misteriosa come quella raccontataci in questa suggestiva storia senza tempo.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

a casa tutti beneTITOLO: A CASA TUTTI BENE; REGIA: Gabriele Muccino; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2018; cast: Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, Stefania Sandrelli; durata: 105′

Nelle sale italiane dal 14 febbraio, A casa tutti bene è l’ultima fatica del cineasta italiano Gabriele Muccino.

Pietro ed Alba stanno per festeggiare le nozze d’oro e, per l’occasione, hanno deciso di riunire la loro numerosa famiglia al fine di festeggiare tutti insieme sull’isola dove ormai abitano da anni. Un’improvvisa mareggiata, tuttavia, impedirà ai traghetti di partire e, di conseguenza, l’enorme famiglia allargata sarà costretta a trascorrere altri due giorni sull’isola. In questa occasione, vecchi rancori torneranno a galla, nasceranno nuovi amori, salteranno fuori importanti verità e, forse, al termine della “vacanza forzata”, nulla sarà più come prima.

Non Festen di Thomas Vinterberg, nemmeno È solo la fine del mondo, di Xavier Dolan. Questa storia familiare, firmata Gabriele Muccino, è la versione italiana di ciò che – nel bene o nel male – dai sopra menzionati autori è stato precedentemente prodotto. Per “italiana”, ovviamente, si intende anche il tipo di messa in scena adottato, molto più esplicito, molto più “urlato”, in pieno stile Muccino, il quale, dopo la parentesi statunitense, è tornato al vecchio filone che racconta storie di famiglie dell’alta borghesia, all’interno delle quali risiedono conflitti di ogni genere. Che poi, se vogliamo, sono storie contenenti anche un forte autobiografismo.

Pulito nella forma, studiato nel dettaglio, il film – grazie anche alla presenza di un grande cast dove, forse, solo il personaggio di Sandra Milo, malgrado le numerose potenzialità, risulta ingiustamente sacrificato – è proprio ciò che ci si aspetta dal Muccino più classico. Stupisce, ma non troppo. E, a tal proposito, c’è anche da dire che dal climax stesso ci si sarebbe aspettato un po’ più di tensione emotiva. Ma tant’è.

In molti, di certo apprezzeranno. Di una cosa siamo certi: Muccino, in questo caso, è proprio nel suo: sincero ed empatico, crede davvero ciò che mette in scena. E, in un certo senso, si può anche dire che abbia dato il via ad un certo tipo di cinema nato in Italia già dalla fine degli anni Novanta.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

EVENTO SPECIALE – L’ARTE VIVA DI JULIAN SCHNABEL d Pappi Corsicato

A film still from JULIAN SCHNABEL: A PRIVATE PORTRAIT.Nelle sale italiane solo il 12 e 13 dicembre, L’Arte Viva di Julian Schnabel è l’ultimo documentario diretto da Pappi Corsicato, il quale più e più volte ci ha mostrato ritratti inediti di artisti con cui ha avuto il provilegio di vivere a stretto contatto.

Questa è stata la volta del pittore e regista Julian Schnabel, appunto, il quale, ripercorrendo le tappe della sua infanzia, della sua giovinezza, fino ad arrivare ai giorni nostri, ci parla del suo controverso rapporto con l’arte pittorica, della nascita dei suoi lavori e delle numerose difficoltà dell’essere artisti, ieri come oggi.

Un interessante prodotto che,purtroppo, sarà in sala per soli due giorni, ma che, siamo sicuri, ci regalerà un’esperienza visiva che non dimenticheremo.

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – THE LODGERS di Brian O’Malley

The-Lodgers-movieTITOLO: THE LODGERS; REGIA: Brian O?Malley; genere: horror; paese: Irlanda; anno: 2017; cast: Charlotte Vega, David Bradley, Eugene Simon; durata: 92′

Presentato in anteprima al 35° Torino Film Festival nella sezione After Hours, The Lodgers è un interessante horror diretto dall’irlandese Brian O’Malley.

La storia è quella di Rachel ed Edward, due gemelli appena diventati maggiorenni, che, rimasti orfani diversi anni prima, vivono da soli nella grande villa che da decenni appartiene alla loro famiglia. I loro genitori, così come i loro nonni, i loro bisnonni e via dicendo, erano anch’essi gemelli e, attraverso rapporti incestuosi, hanno dato vita di volta in volta a nuove generazioni, per poi morire suicidi, annegando nel laghetto all’interno del giardino di casa. Desiderosa di una vita propria e di spezzare questa sorta di maledizione di cui insieme al fratello sembra prigioniera, Rachel un giorno farà la conoscenza e si innamorerà del giovane Sean, reduce di guerra che durate il conflitto ha perso una gamba. Solo lui potrà aiutare la ragazza a fuggire ed a sottrarsi, quindi al suo già segnato destino. Bisognerà fare i conti, però, con i fantasmi degli antenati, i quali sembrano contrari a porre fine alla loro stirpe.

Come lo stesso O’Malley ha dichiarato, questo suo riuscito lungometraggio si rifà principalmente ad importanti lavori del passato come The Others – diretto nel 2001 da Alejandro Amenabar – o Miriam si sveglia a mezzanotte, capolavoro del 1983 del compianto Tony Scott. Eppure, data la presenza dei due gemelli – elemento che ben si addice al genere e che, in questo caso specifico, viene ottimamente gestito dallo stesso O’Malley grazie a dettagli dei due fratelli ed a gesti speculari montati in alternanza – immediatamente viene da pensare al bellissimo – ma purtroppo poco conosciuto in Italia – Goodnight Mommy, diretto nel 2014 da Veronika Franz (la signora Seidl, per intenderci) e Severin Fiala.

Sono i due ben caratterizzati protagonisti, la maestosa ma inquietante villa – trattata alla stregua di un vero e proprio coprotagonista – l’elemento dell’acqua come simbolo di morte e di rinascita e le tetre atmosfere che, unitamente ad una sapiente regia e ad uno script pulito e lineare quanto basta, fanno di The Lodgers uno dei più interessanti lungometraggi della suddetta sezione torinese.

E poi, come ogni lavoro di genere che si rispetti, non poteva non mancare anche una (non troppo) velata critica alla società e, soprattutto, un forte (e giustificato) nazionalismo. Particolarmente significativa, a tal proposito, la battuta pronunciata dalla stessa Rachel, quando – nel rivolgersi ad un esattore delle tasse che aveva appena detto di aver affrontato un lungo viaggio dalla terraferma per andare a trovare i ragazzi – ha affermato: “È questa, per noi, la terraferma!”. Simbolo, questo, di una mai sopita rivalità con la vicina Gran Bretagna e, in egual modo, volendo restare in ambito prettamente artistico, della volontà di rivendicare il valore di una cinematografia come quella irlandese che, da anni, non fa che regalarci interessanti e piacevoli sorprese.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – KISS AND CRY di Chloé Mahieu e Lila Pinell

kissandcryTITOLO: KISS AND CRY; REGIA: Chloé Mahieu, Lila Pinell; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Sarah Bramms, Dinara Drukarova, Xavier Dias; durata: 78′

Presentato in concorso alla 35° edizione del Torino Film Festival, Kiss and cry è l’ultimo lungometraggio diretto dalle giovani registe francesi Chloé Mahieu e Lila Pinell, ambientato nel mondo del pattinaggio sul ghiaccio e nato da un precedente mediometraggio documentario diretto dalle stesse autrici.

Davanti ad una macchina da presa che, pur raccontandoci storie di finzione, non vuol discostarsi troppo dalla realtà e dalla forma documentaristica, prendono il via, dunque, le storie di Sarah, di Carla, di Amanda e di molte altre adolescenti che ogni giorno si dividono tra la scuola, i duri allenamenti, le amicizie ed i nuovi amori. Sarah, nello specifico, sembra maggiormente soffrire di tale situazione, vogliosa di vivere appieno la sua età, ma, allo stesso tempo, pressata dalla madre, che vorrebbe vederla diventare una campionessa, e dal suo severo insegnante, con il quale ha avuto pesanti screzi in passato.

Chiara intenzione delle registe è, fin da subito, quella di rendere le giovani protagoniste il più vere possibile. E la cosa, di fatto, sembra essere riuscita piuttosto bene, dal momento che, pur non trattandosi di attrici professioniste, ognuna di loro – dopo la richiesta di continuare ad essere sé stesse anche davanti alla macchina da presa – è riuscita a rendere alla perfezione il proprio personaggio, contribuendo a realizzare un prodotto piccolo ma onesto che sa mostrarci gli aspetti più duri dell’ambito sportivo, ma anche un’età non facile, dove a rendere tutto più complicato contribuiscono le invidie, la forte competitività ed anche atti di vero e proprio bullismo da parte di coetanee. Più che il successo nello sport, ciò di cui le ragazze qui raccontate sembrano maggiormente aver bisogno è l’essere amate ed accettate. Oltre, ovviamente, alla libertà di essere sé stesse.

Fatta eccezione per brevi momenti in cui ci vengono mostrati i duri allenamenti delle ragazze, poco o niente ci viene fatto vedere del tempo dedicato allo sport. Ed è proprio in questo che un lungometraggio come Kiss and cry sembra differenziarsi dai molti prodotti che ci raccontano principalmente storie di sportivi di successo e delle difficoltà di questo mondo tanto affascinante quanto spietato. Quello a cui le due registe sembrano prestare maggiormente attenzione è, di fatto, l’essere umano in quanto tale. Ed ecco che anche lo sport, dunque, a dispetto dell’idea che inizialmente ci si può fare, sembra acquisire pian piano un ruolo sempre più marginale.

Particolarmente degna di nota, a tal proposito, è la scena finale, in cui vediamo Sarah che si accinge ad esibirsi durante un’importante manifestazione sportiva: subito dopo essere stata annunciata, vediamo direttamente la ragazza allontanarsi dal palazzetto dello sport con le note di Oci Ciornie in sottofondo (musica scelta per la propria esibizione). L’immagine della giovane che, finalmente, sembra essersi liberata di tutto ciò che la costringeva ad essere diversa da ciò che avrebbe voluto essere, ha quasi un che di truffautiano (pur non svolgendosi, come di consueto, sulla riva del mare), grazie all’essenza di libertà che ci viene trasmessa.

Un piccolo prodotto sentito ed onesto, in poche parole, questo di Chloé Mahieu e di Lila Pinell. Pulito e ben realizzato, Kiss and cry a suo modo riesce a spiccare all’interno di un concorso che spesso e volentieri ha fatto storcere il naso a non pochi spettatori.

VOTO:7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – GRAMIGNA di Sebastiano Rizzo

_MG_4965TITOLO: GRAMIGNA; REGIA: Sebastiano Rizzo; genere: drammatico, biografico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Biagio Izzo, Gianluca Di Gennaro, Teresa Saponangelo; durata: 95′

Nelle sale italiane dal 23 novembre, Gramigna è l’ultimo lavoro del regista Sebastiano Rizzo.

Il lungometraggio narra la vera storia di Luigi, figlio di Diego, potente boss della malavita campana che ancora oggi sta scontando l’ergastolo. Luigi, fin dall’infanzia, cercherà di rigare dritto e di non seguire le orme del padre. Le tentazioni, però, saranno forti e il giovane, anche se per un breve periodo, dovrà passare del tempo in carcere. Saranno sua madre, sua moglie ed il suo allenatore di calcio, però, ad aiutarlo a non perdersi.

Interessante operazione, questa da cui nasce il lungometraggio. Dal momento che il progetto è destinato ad essere diffuso nelle scuole, si rivela un ottimo modo per parlare ai ragazzi.

Cinematograficamente parlando, interessante la scelta di voler lasciare molto spazio ai flashback, alternandoli sapientemente con i momenti vissuti in carcere dal protagonista. Quello che convince meno, è proprio la messa in scena, con delle musiche sempre più “invadenti” man mano che ci si avvicina al finale ed un tono da fiction televisiva che poco sembra adattarsi al grande schermo. Peccato, soprattutto perché di spunti interessanti ce n’è eccome.

Capita, però, che in questi casi, soprattutto quando si vuol mettere in scena una storia di tale portata, ci si lasci prendere eccessivamente la mano dall’emotività. Poco male. L’importante è che il lavoro, in questo caso specifico, riesca a centrare il suo obiettivo primario e riuscire a trasmettere l’importante messaggio al suo interno ai ragazzi. Staremo a vedere in che modo verrà accolto, in sala e fuori.

VOTO: 6/10

Marina Pavido