12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – THE HUNGRY di Bornila Chatterjee

hungry_01-h_2017TITOLO: THE HUNGRY; REGIA: Bornila Chatterjee; genere: drammatico; paese: India, Regno Unito; anno: 2017; cast: Naseeruddin Shah, Tisca Chopra, Neeraj Kabi; durata: 100′

Presentato all’interno della Selezione Ufficiale alla 12° Festa del Cinema di Roma, The Hungry è l’ultimo, controverso lungometraggio della regista indiana Bornila Chatterjee, trasposizione cinematografica del Tito Andronico di William Shakespeare.

I protagonisti, in questo caso, sono i membri di due famiglie con a capo due importanti magnati aziendali. La bella e spietata Tulsi è in procinto di sposare Sunny e di fare in modo – come anche dal padre di quest’ultimo viene affermato – che si diventi tutti un’unica famiglia. Durante la festa di Capodanno, però, il figlio minore della donna viene ucciso dopo essersi rifiutato di entrare in affari con la famiglia di Sunny. Prenderà il via, da qui, una lunga serie di omicidi, violenze e tradimenti di ogni genere, al termine della quale nessuno riuscirà, in qualche modo, a salvarsi.

Ѐ il genere umano nella peggiore delle sue declinazioni, quello che ci viene presentato in Tito Andronico prima e in The Hungry poi. In questo lavoro della Chatterjee, nello specifico, grazie ad una regia e ad una fotografia che sembrano non aver alcun dubbio riguardo ciò che vogliono trasmettere allo spettatore, la tensione e l’ipocrisia dei personaggi è palpabile fin dall’inizio. Ed ecco che, con una messa in scena del tutto soggettiva ma impeccabile, interni dai colori freddi e scene in esterno girate perlopiù con il buio – fatta eccezione per i brevi, riusciti momenti in cui vediamo un suggestivo paesaggio all’alba avvolto nella nebbia – si fanno teatro di una tragedia sempre attuale. Ѐ soprattutto il dio Denaro a stabilire ogni singola mossa dei protagonisti. A lui la responsabilità di ogni intrigo, di ogni tortura, di ogni omicidio.

Ed è proprio nel mettere in scena torture e omicidi che la macchina da presa della Chatterjee si mostra quanto mai coraggiosa, quasi eccessivamente ardita: la scena dell’uccisione della sorella di Sonny è solo la prima delle scene maggiormente disturbanti, le quali trovano un loro compimento proprio man mano che ci si avvicina al finale, momento in cui alla spietata Tulsi viene presentata – durante il banchetto di nozze – la testa del suo primogenito su di un vassoio d’argento. Particolarmente emblematica – oltre che piuttosto ben riuscita – la scena in cui, a conclusione della tragedia, vediamo un branco di pecore nere entrare nel salone dove fino a poco tempo prima stavano avendo luogo i festeggiamenti di nozze e mangiare avidamente le pietanze presenti sul tavolo. Soluzione, questa, piuttosto sottile e raffinata, che – oltre, appunto, ad una regia matura e consapevole – ha fatto sì che un lungometraggio come The Hungry – al quale, tutto sommato, si può rimproverare solo un calo di ritmo a circa metà del film – abbia una propria, marcata identità, senza farsi “schiacciare” dall’imponenza dell’opera di partenza, ma regalandocene, al contrario, una trasposizione capace di mostrarci quanto di buono le major indiane sono in grado di produrre oggi, senza lasciarsi eccessivamente influenzare né dai canoni standard delle produzioni bollywoodiane, né da quelle tipicamente hollywoodiane. Perdonate il gioco di parole.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

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LA RECENSIONE DI MARINA – ALPS di Yorgos Lanthimos

tumblr_m59ehykerd1rvpc5eo1_1280TITOLO: ALPS; REGIA: Yorgos Lanthimos; genere: drammatico; anno: 2011; paese: Grecia; cast: Aggeliki Papoulia, Ariane Labed, Aris Servetalis, Johhny Vekris; durata: 93′

Nelle sale italiane dal 28 dicembre, Alps è un interessante lungometraggio diretto dal regista greco Yorgos Lanthimos nel 2011 e presentato alla 68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Un’infermiera, un paramedico, una ginnasta ed un allenatore si sono riuniti in una sorta di associazione segreta – denominata, appunto, “Alps” – al fine di fornire particolare supporto morale alle famiglie che anno appena subito un lutto, dietro il pagamento di un’elevata cifra. Le regole da rispettare per far parte di questo gruppo sono, però, estremamente rigide ed anche tentare di tornare ad una vita normale non sarà cosa semplice, come avrà modo di sperimentare sulla propria pelle l’infermiera.

alpstennis_1363259266_crop_550x366Dopo il successo – e la conseguente distribuzione in Italia – di The Lobster, ecco che alcuni dei primi film diretti da Lanthimos potranno essere visti – o rivisti – sul grande schermo. Se, però, l’ultimo lungometraggio del cineasta greco da un lato ha piacevolmente sorpreso, mentre dall’altro ha fatto un po’ storcere il naso a causa di importanti pecche all’interno dello script, sarà interessante visionare i suoi primi lavori e vedere da quali idee è partito il cinema di Lanthimos, che, di fatto, è tutt’altro che banale, anche se – ad una prima visione – può risultare piuttosto ostico.

La setta raccontata in Alps è – come per The Lobster – anche qui allegoria della società in cui viviamo, ma si tratta, in questo caso, di qualcosa di molto meno urlato, di assai implicito, che, tuttavia, colpisce dove deve colpire. Un ambiente angusto, una società che non perdona, un mondo fatto di menzogne. Non sono questi, forse, i temi che ricorrono spesso nella cinematografia di Lanthimos? È così per Alps, come è stato così per The Lobster, ma anche per Kynodontas, antecedente i due e, probabilmente, presto sui grandi schermi.

alpsfilmSpesso accusato di “furbizia”, di scarsa onestà intellettuale, insieme ai suoi colleghi della tanto controversa New Wawe greca, Lanthimos si presenta, tuttavia, come un cineasta piuttosto interessante, almeno per quanto riguarda i suoi primi lavori, ma che – e questo ci auguriamo possa accadere mai – rischia di farsi contaminare da pericolose manie di grandezza. La cosa, comunque, sarà da vedere. Nel frattempo, perché non approfittare della possibilità di visionare l’inizio di un percorso tanto controverso? Siamo sicuri che – chi nel bene chi nel male -molti spettatori ne saranno fortemente colpiti.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

34° TORINO FILM FESTIVAL – TA’ANG di Wang Bing

1-wbTITOLO: TA’ANG; REGIA: Wang Bing; genere: documentario; anno: 2016; paese: Hong Kong, Francia; durata: 147′

Presentato nella sezione Tff doc/fuori concorso al 34° Torino Film Festival – e dopo essere passato in anteprima anche alla Berlinale 2016Ta’ang è il penultimo lavoro del celebre documentarista cinese Wang Bing, nonché la sua prima opera ad essere stata girata al di fuori della Cina.

Ci troviamo in un campo profughi al confine cinese. Qui migliaia di persone appartenenti ad una minoranza etnica burnese – i Ta’ang, appunto – si sono rifugiate in seguito allo scoppio della guerra civile nel 2015, con la speranza di tornare presto alle loro abitazioni. Il regista osserva attento la loro quotidianità, dal mattino fino a sera, ascoltando i loro racconti circa la recente migrazione, osservando i bambini – adulti precoci – giocare e prendersi cura dei fratellini più piccoli e seguendo gli spostamenti dei singoli gruppi.

Quando ci accingiamo a vedere un film di Wang Bing, si sa, ormai siamo quasi del tutto certi di stare per assistere ad un lavoro di altissima qualità. Anche in questa sede la sua poetica, ormai diventata suo marchio stilistico collaudato, ci fa entrare nel mondo di queste famiglie semplicemente mostrandoci la realtà così com’è, senza bisogno di voci fuori campo, di interviste o di un eccessivo numero di didascalie. Molto semplicemente, dopo poche righe iniziali che ci illustrano la realtà delle minoranze qui raccontate, la macchina da presa – usata rigorosamente a spalla – entra nel mondo degli sfollati Ta’ang e – paziente osservatrice – segue le loro vite con occhio empatico, ma distaccato quanto basta e mai giudicante, proprio secondo le modalità teorizzate a suo tempo da Cesare Zavattini. Il risultato è un prodotto onesto e leale, altamente suggestivo per alcune immagini mostrateci, come, ad esempio, i volti in primo piano di bambini e di anziani o le scene in cui vediamo le singole famiglie raccolte – di sera – intorno al fuoco, intente a raccontare le loro esperienze riguardanti l’esodo. Wang Bing, dal canto suo, si “limita” a collocarsi esclusivamente sul piano di ascolto, senza mai intervenire, senza mai interagire con i protagonisti del film, senza mai esplicitamente dire la sua in merito.

Il risultato – come ben si può immaginare – più che un semplice documentario, è uno spettacolo che potrebbe molto tranquillamente essere definito “magnetico”, un vero e proprio viaggio all’interno di comunità per noi del tutto sconosciute, da cui – grazie anche all’occhio esperto del regista – non possiamo non sentirci affascinati. E dalle quali non vorremmo separarci mai. Perché, in fin dei conti, il punto è proprio questo: nonostante la lunghezza – talvolta considerata, a seconda dei diversi punti di vista, eccessiva – dei suoi lavori, non si può non riconoscere a Wang Bing la straordinaria capacità di far entrare lo spettatore a far parte del mondo che, di volta in volta, ha deciso di raccontare. Peccato solo che, al di fuori di ambiti prettamente “festivalieri”, raramente i suoi prodotti ottengono l’attenzione che meritano. Almeno per quanto riguarda la situazione italiana.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

EVENTO SPECIALE – HOSTILE di Nathan Ambrosioni

Cinema : HOSTILETITOLO: HOSTILE; REGIA: Nathan Ambrosioni; genere: horror; anno: 2016; paese: Francia; cast: Shelley Ward, Julie Venturelli, Luna Belan; durata: 90′

Nelle sale italiane dal 31 ottobre al 2 novembre, Hostile è l’opera prima del giovanissimo regista francese Nathan Ambrosioni.

Anna ed Emilie sono due giovani sorelle orfane che vengono adottate dalla benestante Meredith Langston. Inizialmente tutto sembra andare per il meglio, ma, dopo pochi giorni, le tre donne iniziano a vedere una misteriosa presenza in casa. Le ragazze sembrano stare al gioco e Meredith, spaventata dai loro comportamenti decide di chiedere aiuto a S. O. S. Adoption, un programma TV che segue i bambini durante il periodo di adattamento presso le famiglie adottive.

Fin da subito notiamo che Hostile è, prima di tutto, un film citazionista. Molti, infatti, sono i riferimenti a pellicole come The Blair Witch Project (per quanto riguarda l’uso frequente di camera a mano e riprese amatoriali), The conjuring (la coppia di coniugi esperti del paranormale) e L’esorcista (per quanto riguarda il tema delle possessioni demoniache). Eppure, nonostante la giovanissima età del regista (solo 14 anni), il lungometraggio in questione una propria identità ce l’ha eccome.

hostile_movie_nathan_ambrosioni_french_horror_filmcourage_1Certo, è chiaro che non poche sono le imperfezioni all’interno del prodotto: una maldestra direzione attoriale, personaggi che vengono abbandonati a sé stessi (in particolare i due reporter televisivi), o anche situazioni poco credibili (sembra strano, infatti, che due reporter debbano addirittura trasferirsi a casa delle famiglie da loro seguite o che ad occuparsi di fenomeni paranormali siano due psicologi). Nonostante tutto, però, il giovane Nathan Ambrosioni ha senza dubbio dimostrato di avere carattere, oltre ad un grande amore per la Settima Arte. Le suddette imperfezioni, d’altronde, sono senz’altro frutto di poca esperienza in materia, quindi del tutto naturali e prevedibili. Qualche maligno potrebbe addirittura affermare che – nonostante, appunto, la giovane età e nonostante il fatto che Hostile sie un’opera prima – Ambrosioni è riuscito nella sua impresa molto meglio di chi fa questo lavoro da anni. Ma, ovviamente, non vogliamo, in questo contesto, aprire eventuali dibattiti in merito.

Come già è stato detto, Hostile si presenta come un piccolo ma sentito film, come un’operazione cinefila ed onesta, che non può che far sperare in interessanti lavori futuri dello stesso Ambrosioni. Per il momento, però, non resta che approfittare di questi pochi giorni per entrare appieno nell’atmosfera di Halloween.

VOTO. 6/10

Marina Pavido

11°° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – LAND OF THE LITTLE PEOPLE di Yaniv Berman

land_of_the_little_people_victor_bezrukov-31TITOLO: LAND OF THE LITTLE PEOPLE; REGIA: Yaniv Berman; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Israele, cast: Maor Schweitzer, Ofer Hayun, Lior Rochman; durata: 83′

Presentato in anteprima – all’interno della Selezione Ufficiale – all’11° Festa del Cinema di Roma, Land of the Little People è il primo lungometraggio di finzione del regista israeliano Yaniv Berman.

Un piccolo villaggio militare israeliano. Mogli di soldati in costante attesa del ritorno dalla guerra dei loro mariti. Un gruppo di bambini che vivono in questo villaggio. Un rifugio segreto. Due disertori che sembrano non aver altro posto dove andare, se non proprio nel rifugio dei ragazzi. Sullo sfondo, un conflitto senza fine.

Ad una prima, sommaria lettura della sinossi – e fino ai primi cinque minuti del lungometraggio stesso – questo lavoro di Berman può apparire senza dubbio interessante. E non poco anche. Soprattutto perché, sebbene il tema dell’infanzia sia stato più e più volte trattato (dalle origini del cinema fino ai giorni nostri), l’idea di raccontare questa sorta di mondo a sé popolato quasi esclusivamente da figli di militari – ossia da bambini abituati fin da giovanissimi a vivere a stretto contatto con armi, in una costante situazione di guerriglia – risulta se non altro uno sguardo sull’infanzia accattivante. Si potrebbe addirittura sperare in una sorta di trasposizione cinematografica de Il signore delle mosche, collocato, ovviamente, nel suddetto contesto. Eppure questo lungometraggio di Berman non riesce, purtroppo, a costruire nulla di valido che prenda vita dall’interessante trovata iniziale.

Il problema principale, senza dubbio, riguarda la sceneggiatura stessa e, nello specifico, la caratterizzazione dei personaggi. Ora, di certo non è difficile né tantomeno raro che il pubblico, durante la visione di un film, empatizzi con i bambini, siano essi protagonisti o meno. Bene, in Land of the Little People questo non accade mai. E con nessuno dei giovani protagonisti. Il desiderio dei ragazzi di creare un rifugio tutto loro, con le proprie regole ed i propri rituali, oltre alle motivazioni che li spingono a fare la guerra ai due soldati disertori, sono aspetti che non vengono approfonditi a sufficienza. Ad esempio, troppo poco sappiamo della misteriosa “creatura” venerata dai bambini stessi che, a quanto pare, vive in un pozzo all’interno del rifugio. Così come lasciato in sospeso è il conflitto con il gruppo di ragazzi più grandi che vivono anch’essi all’interno del villaggio. Errori, questi, che fanno sì che si provi disinteresse, se non addirittura, a tratti, una sorta di antipatia nei confronti dei giovani protagonisti stessi. Ciò vuol dire, secondo una logica conseguenza, un fiasco praticamente preannunciato.

Stesso discorso vale, appunto, per i due giovani soldati che hanno occupato il rifugio dei bambini. Senza dubbio, l’idea iniziale era quella di dare vita a due figure negative. Tali figure, però, diventano problematiche nel momento in cui non vi sono validi “eroi” a contrapporsi ad esse. Alcuni dialoghi tra i due, inoltre, scadono spesso e volentieri nel ridicolo e frequenti, di conseguenza, sono le risatine involontarie in seguito alle disavventure dei due per mano dei ragazzi. Due macchiette poco credibili nei confronti dei quali si perde ben presto di interesse.

Se a tutta questa carrellata di scivoloni sommiamo un ritmo pressoché inesistente, una cattiva gestione dei tempi (uno dei sub plot ci mostra la madre di uno dei protagonisti che saluta, in lacrime, suo marito in partenza per il fronte, per poi riabbracciarlo solo un paio di giorni dopo, ad esempio.  Vogliamo parlarne?) ed una serie di cadute di stile riguardanti esclusivamente la regia (il primo piano improvviso della fotografia della fidanzata di uno dei due disertori che appare, irruente, sullo schermo immediatamente dopo il ferimento del ragazzo è, a questo proposito, forse una delle “perle” migliori), ci troviamo di fronte ad un prodotto decisamente rudimentale e maldestro, che, fatta eccezione, come già è stato detto, per qualche risatina involontaria, appunto, fa sì che lo spettatore non veda l’ora di trovarsi davanti – finalmente – i titoli di coda.

In compenso, il messaggio che si vuol trasmettere alla fine del film arriva forte e chiaro: chi diserta la guerra, a quanto pare, è un individuo spregevole che non merita alcuna pietà. Questo è, forse, l’unico elemento dotato di una certa coerenza all’interno di Land of the Little People. Per quanto riguarda tutto il resto, purtroppo, vi è davvero ben poco da salvare.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

VENEZIA 73 – AUSTERLITZ di Sergei Lonitsa

austerlitz-sergei-loznitsaTITOLO: AUSTERLITZ; REGIA: Sergei Lonitsa; genere: documentario; anno: 2016; paese: Ucraina, Russia; durata: 94′

Presentato fuori concorso alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Austerlitz è l’ultimo documentario diretto dal pluripremiato cineasta ucraino Sergei Lonitsa, già a Venezia lo scorso anno con l’ottimo The Event, dove ci viene raccontato – attraverso un accurato lavoro di montaggio di filmati d’epoca – il colpo di stato che, nel 1991, ha tentato il rovesciamento del governo Gorbaciov.

Come reagisce, oggi, la società nel rapportarsi in prima persona ad una delle più grandi tragedie della storia? In che modo determinati avvenimenti hanno o hanno avuto influenza su di noi?

Trentatré piani sequenza a camera fissa ci mostrano gruppi di turisti all’interno di un campo di concentramento. Le immagini parlano da sé, non vi è bisogno di alcuna voce narrante, così come non vi è bisogno di musica. E non vi è bisogno di colori. Orde di persone sorridenti e chiassose affollano le inquadrature. Gli smartphones fanno da grandi protagonisti. Una coppia di turisti – marito e moglie, probabilmente – guarda incuriosita in macchina, notando la presenza dell’operatore. Una bambina corre, sbirciando qua e là, attraverso i corridoi dei dormitori. Una comitiva di visitatori chiede, impaziente, quando ci sarà la pausa pranzo. Un uomo si fa fotografare dalla moglie a mo’ di impiccato vicino ad uno dei pali dove molti internati sono stati a loro tempo appesi. E poi selfies, selfies e ancora selfies. Lungi da voler fare un discorso sulla morale, possiamo affermare, senza dubbio, che con Austerlitz abbiamo avuto modo di imbatterci in uno dei più interessanti lavori presentati fino ad ora al Lido. Ma procediamo per gradi.

Il tempo e la memoria sono sempre stati una costante nella prolifica carriera di Lonitsa. Sia per quanto riguarda i film di finzione, che per quanto riguarda i documentari. Cineasta particolarmente realista ed intellettualmente onesto, ci mostra la realtà così com’è – senza abbellimento alcuno. A nulla servono i filtri, sta allo spettatore prendere atto di quanto appare sullo schermo. Ed ecco che il cinema torna alle proprie origini, come quando – nel lontano 1895 – i fratelli Lumière filmarono per la prima volta i loro operai mentre uscivano dalla fabbrica.

Il tempo, appunto, ci mostra come determinati avvenimenti possano non avere influenza alcuna su chi viene “dopo”. E – proprio a questo proposito – la memoria fa da grande assente. Assenza che potrebbe far sì che molti errori commessi in passato possano essere pericolosamente reiterati da una società immemore che ha fatto dell’esibizionismo e del voyeurismo il suo pane quotidiano. Una società spesso studiata da Lonitsa – in rapporto ai grandi avvenimenti storici – nel corso della sua carriera e che – al giorno d’oggi – sembra aver perso quella consapevolezza, quella coscienza e quel senso di appartenenza mostratici dallo stesso cineasta in The Event.

Non si tratta semplicemente di uno dei tanti documentari sui campi di concentramento, quello no. Austerlitz è molto di più. È un documento di forte impatto su ciò che oggi siamo diventati. Un prodotto estremamente stratificato nella sua semplicità. Un lungometraggio che – con un’estetica priva di fronzoli e con scelte registiche altamente minimaliste (in piena linea con tutta la cinematografia di Lonitsa, d’altronde) – colpisce dove deve colpire, esprimendo sì un preciso messaggio, ma evitando – allo stesso tempo – che quest’ultimo venga manifestato in modo invadente. Neanche quando, man mano che ci si avvicina alla conclusione, vediamo una famiglia sorridente intenta a farsi un selfie sotto la scritta “Arbeit macht frei”, all’ingresso del campo. Ma Austerlitz non è solo questo. Dal punto di vista prettamente cinematografico, questo piccolo, potente documentario è una vera e propria perla. Pregiato, raffinato, curatissimo (grazie anche alla fotografia di Vladimir Golovnitzkiy), è un’ulteriore conferma del grande talento di Sergei Lonitsa. Autore che, purtroppo, fatta eccezione per determinati festival cinematografici, nel nostro paese non ha ancora avuto l’attenzione che merita.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA: MIAMI BEACH di Carlo Vanzina

Miami-Beach-Il-filmTITOLO: MIAMI BEACH; REGIA: Carlo Vanzina; genere: commedia; anno: 2016; paese: Italia; cast: Max Tortora, Paola Minaccioni, Ricky Memphis, Giampaolo Morelli; durata: 88′

Nelle sale italiane dal 1° giugno, Miami Beach è l’ultimo lungometraggio diretto da Carlo Vanzina e co-sceneggiato insieme al fratello Enrico.

Olivia e Giovanni – milanese snob lei, romano verace e chiassoso lui – si incontrano in aereo, quando entrambi stanno accompagnando i rispettivi figli – Luca e Valentina – a studiare a Miami. Inevitabili gli scontri, malgrado la simpatia che nascerà tra i due ragazzi. Giulia, avvenente diciassettenne, arriva, a sua volta, a Miami con un gruppo di amiche, al fine di assistere ad un concerto. Lorenzo, il padre di lei, la seguirà a sua insaputa, dal momento che avrebbero dovuto trascorrere insieme le vacanze estive in Bretagna. Infine, Filippo è un agente immobiliare italiano, immaturo e sciupafemmine, di cui la giovane Giulia si invaghirà a prima vista, facendogli credere di essere molto più grande di quello che è.

miami-beachA poco, a quanto pare, sono servite le origini dei due fratelli Enrico e Carlo – figli, appunto, di Stefano Vanzina, in arte Steno, uno dei più prolifici e poliedrici autori della commedia italiana degli anni d’oro. A poco è servito il fatto che entrambi i cineasti siano stati a contatto, fin da piccoli, con i maggiori esponenti del cinema italiano. Non appena veniamo a sapere dell’imminente uscita in sala di uno dei loro lavori, infatti, sappiamo già cosa aspettarci: un film corale che racconta le prevedibili storie di diverse famiglie benestanti – provenienti da varie zone d’Italia – che, incontrandosi per caso in località mondane e modaiole, saranno costrette a convivere con altri “ingombranti” nuclei famigliari, fino a trovare una sorte di equilibrio con essi. Il tutto condito da gag che non facevano ridere neanche ai tempi di Macario e da una serie di gratuite volgarità di ogni genere.

Questo è quello che, a partire da Vacanze di Natale – che, tutto sommato, rispetto a ciò che è venuto dopo, non era un lavoro del tutto malvagio – ci viene propinato regolarmente a cadenza annuale. Ed è anche il caso di Miami Beach, l’ultima fatica dei due fratelli cineasti.

00-img-tt5663624-20160511130111-video-still-1_800x450_nUKkmE_2_it_1_51293_82586_511239_149Oltre alla prevedibilità del prodotto ed alla sua somiglianza a numerosi altri film del genere, Miami Beach dà tutta l’impressione di un lungometraggio creato, ormai, in modo quasi “meccanico”. Basta cambiare la location, scegliere un nome diverso per i personaggi stereotipati presenti in sceneggiatura, ingaggiare nuovi attori che li impersonino ed il gioco è fatto. Tale incuria, purtroppo, in questo caso si è manifestata anche dal punto di vista registico: movimenti di macchina eccessivamente semplici da risultare quasi raffazzonati, personaggi che discorrono in gruppo, ma tutti rivolti in modo innaturale verso la macchina da presa – quasi come se volessero parlare direttamente al pubblico – ed una direzione degli attori piuttosto discutibile, salvo per quanto riguarda le performances di grandi nomi quali Max Tortora, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e Giampaolo Morelli. In poche parole, un prodotto trito e ritrito, insipido e ricco di stereotipi. Nel caso in cui dovesse venir voglia di vedere una commedia del genere, volendo però risparmiare i soldi del biglietto del cinema, non bisogna far altro che prendere un vecchio vhs o un vecchio dvd con uno dei lavori dei fratelli Vanzina, accendere il lettore ed il gioco è fatto.

Neva-SegafredoPerò una cosa è da dire: forse proprio per l’ambiente parecchio stimolante in cui sono cresciuti, forse per l’inevitabile influenza del padre, Enrico e Carlo Vanzina – tutto sommato – si sono spesso distinti per lungometraggi che, a loro modo, hanno fatto epoca – quali, ad esempio, Sapore di mare o Eccezzziunale…veramente – dimostrando, tuttavia, una certa onestà, oltre ad una profonda conoscenza del mezzo. Da questi loro lavori traspare la sostanza che sta alla base del loro operato e che, di fatto, li classifica un gradino al di sopra del loro collega Neri Parenti.

VOTO: 3

Marina Pavido