13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO di Eli Roth

il-mistero-della-casa-del-tempoTITOLO: IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO; REGIA: Eli Roth; genere: fantastico; paese: USA; anno: 2018; cast: Jack Black, Cate Blanchett, Kyle MacLachlan; durata: 95′

Presentato in anteprima alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma – all’interno della Selezione UfficialeIl Mistero della Casa del Tempo è l’ultima fatica del celebre regista statunitense Eli Roth.

È la storia, questa, del piccolo Lewis, il quale rimasto orfano di entrambi i genitori, andrà a vivere a casa del bizzarro zio, fratello di sua mamma. L’uomo, sempre a stretto contatto con un’altrettanto singolare vicina di casa, è un maldestro stregone che vive all’interno di una villa piena di orologi e con oggetti e mobili che, di quando in quando, sembrano prendere vita di soppiatto. Una volta ambientatosi in questo nuovo mondo, Lewis verrà coinvolto dai due in un’importante missione segreta: scoprire l’origine e il significato del ticchettio di un orologio nascosto all’interno delle mura di casa.

Vivace, colorato, complessivamente dinamico nella messa in scena, questo nuovo prodotto firmato Eli Roth lascia, tuttavia, a desiderare per quanto riguarda i ritmi stessi, spesso discontinui e mal calibrati, e per quanto riguarda uno script che tende a tirare il tutto troppo per le lunghe, soprattutto man mano che ci avvicina al finale. Eppure, detto questo, la storia messa in scena riesce a catturare l’attenzione fin dai primi minuti, forte anche di una regia sapiente e matura che ben sa sfruttare sia i numerosi effetti speciali presenti, che le ricercate scenografie, la quali, a loro volta, fanno della casa dei protagonisti un ulteriore personaggio, considerato a tutti gli effetti essenziale e con un’importante personalità.

Il tutto sta a convergere in una forte metafora del potere, della guerra e di quanto questi possano danneggiare sia gli stessi esseri umani che i rapporti che intercorrono tra di loro.

Un lungometraggio, dunque, pensato sì per i più piccini, ma che, allo stesso tempo, sta a raccontarci qualcosa di universale e che dimostra che Eli Roth, anche in queste vesti di cantore per i giovanissimi, riesce a trovarsi perfettamente a proprio agio.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – PRESENTAZIONE

Festa-del-cinema-di-RomaCi risiamo. Quest’anno l’ormai storica Festa del Cinema di Roma ha fatto 13! E, infatti, ormai si è giunti proprio alla tredicesima edizione, la quale, almeno sulla carta, si presenta assai ricca e variegata. Ed ecco che dal 18 al 28 ottobre, presso l’Auditorium Parco della Musica, avrà luogo una delle più importanti manifestazioni dedicate al cinema della Capitale, per la direzione artistica di Antonio Monda.

Come ogni anno, anche stavolta il numero dei titoli è particolarmente elevato e, per quanto riguarda la Selezione Ufficiale, vi sono non poche punte di diamante, attesissime sia da pubblico che da critica: da Halloween di David Gordon Green a The House in a Clock in its Walls di Eli Roth, da They shall not grow old di Peter Jackson a Kursk di Thomas Vinterberg, senza dimenticare Stanlio e Ollio di Jon S. Baird.

Ma questo non è tutto. Oltre all’apprezzata sezione dedicata ai giovani Alice nella Città, vi sono anche importanti retrospettive riguardanti Peter Sellers e Maurice Pialat, oltre alla sezione Riflessi, dedicata ai documentari italiani.

Noi di Entr’Acte saremo anche quest’anno in prima fila per tenervi informate su tutte le ultime novità riguardanti la nostra amata Settima Arte. Restate con noi per sapere ciò che accadrà in questa tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma! Buon Cinema a tutti!

LA RECENSIONE – LA GUERRA DEL MAIALE di David Maria Putortì

la guerra del maialeTITOLO: LA GUERRA DEL MAIALE; REGIA: David Maria Putortì; genere: drammatico, grottesco; paese: Italia, Argentina; anno: 2012; cast: Victor Laplace, Arturo Goetz, Vera Carnevale; durata: 99′

Nelle sale italiane dal 28 giugno, La Guerra del Maiale è il primo lungometraggio di David Maria Putortì, tratto dal romanzo Diario de la Guerra del Cerdo di Adolfo Bioy Casares.

Isidoro è ufficialmente entrato nella terza età. Non lavora e vive a casa di suo figlio, che è avvocato e continua a trattarlo in malo modo. Ogni giorno è solito incontrarsi con i suoi amici per giocare a carte. Le giornate sembrano scorrere tranquille fino a quando, tramite un canale online, ci si inizierà a scagliare contro gli anziani, visti sempre più come un peso per la società. Le cose degenereranno al punto da scatenare una vera e propria guerriglia urbana.

Una situazione paradossale che ha anche del grottesco e si scaglia contro un sistema all’interno del quale l’essere umano non sembra più essere considerato tale e dove i giovani, a causa del mancato ricambio generazionale sui posti di lavoro, fanno sempre più fatica a trovare degli impieghi.

Fatta eccezione per qualche incongruenza dal punto di vista della sceneggiatura, La Guerra del Maiale si contraddistingue principalmente per la messa in scena surreal-grottesca (non dimentichiamo che Putortì è stato per anni aiuto regia del grande Marco Ferreri). Una scelta indubbiamente coraggiosa, questa. Coraggiosa, ma anche incredibilmente difficile da gestire. Ed ecco che i primi piani esageratamente marcati, così come la recitazione a tratti straniante di alcuni personaggi in particolare, non sempre convincono. Peccato. Soprattutto perché con questa sua opera prima – coproduzione italo-argentina – Putortì ha dimostrato di non aver paura di osare e di volersi, in qualche modo, “liberare” dai canoni all’interno dei quali troppo spesso viene racchiuso il cinema italiano contemporaneo.

Ben venga, dunque, quando ci sono registi che hanno voglia di sperimentare e di sperimentarsi. Stiamo a vedere quale strada prenderà la cinematografia di questo nuovo nome del cinema nostrano.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – DARK NIGHT di Tim Sutton

dark-night-633x356TITOLO: DARK NIGHT; REGIA: Tim Sutton; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2016; cast: Robert Jumper, Eddie Cacciola, Aaron Purvis; durata: 85′

Nelle sale italiane dal 1° marzo, Dark night è l’ultimo lungometraggio del regista-rivelazione Tim Sutton, presentato in anteprima alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti.

Il film è ispirato ad un recente fatto di cronaca avvenuto il 20 luglio 2012, quando, all’interno di un cinema in Colorado, durante la proiezione di mezzanotte di The Dark Knight Rises di Christopher Nolan, un ragazzo ha sparato con diverse armi da fuoco contro gli spettatori presenti in sala, provocando la morte di dodici persone e ferendone una settantina. Ciò che Sutton mette in scena sono sei storie di sei ragazzi coinvolti nella sparatoria – compreso il killer – ambientate nelle ore immediatamente precedenti l’avvenimento.

Ciò che maggiormente colpisce di un lungometraggio come Dark Night è la straordinaria maturità artistica del regista – il quale aveva già avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare con Pavillion (2012) e Memphis (2013), anch’esso presentato a Venezia. Con un sapiente uso del montaggio alternato (come lo stesso David W. Griffith insegna), le storie dei sei ragazzi viaggiano in parallelo, con un crescendo emotivo che ci fa pensare che chiunque dei sei possa diventare il futuro carnefice. L’andamento registico e narrativo, tuttavia, facendo da contrappunto al tema trattato, è sorprendentemente, ma anche necessariamente contemplativo, quasi come se volesse rappresentare la noia ed il nichilismo dei giovani protagonisti, i quali hanno tutti in comune un forte bisogno di scosse, di un qualcosa che rivoluzioni le loro stesse esistenze. Tale quiete, sapientemente messa in scena, fa nascere, volutamente, una certa tensione nello spettatore, il quale, perfettamente a conoscenza di ciò che sta per avvenire, sa che essa stessa non durerà per sempre.

I giovani raccontati da Sutton ricordano tanto alcuni lungometraggi di Larry Clark, e, malgrado uno stile registico totalmente diverso, viene anche da pensare, data la struttura narrativa adoperata ed una scena in particolare in cui uno dei ragazzi è impegnato a giocare con un violento videogioco, al bellissimo Elephant di Gus van Sant, in cui veniva raccontata una sparatoria all’interno di un liceo americano.

Ed ecco che, ancora una volta, Tim Sutton non delude le aspettative. Il regista e fotografo statunitense ha tutte le carte in regola per entrare ben presto a far parte dell’Olimpo dei Grandi. Non resta che attendere con impazienza, dunque, i suoi lavori futuri.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – THE STARTUP di Alessandro D’Alatri

the_startup_matteo_vignati_matilde_gioli_andrea_arcangeliTITOLO: THE STARTUP; REGIA: Alessandro D’Alatri; genere: drammatico; anno: 2017; paese: Italia; cast: Andrea Arcangeli, Paola Calliari, Matilde Gioli; durata: 97′

Nelle sale italiane dal 6 aprile, The Startup è l’ultimo film di Alessandro D’Alatri, prodotto da Luca Barbareschi ed ispirato ad una storia vera.

Matteo Achilli ha 18 anni ed è un brillante studente del liceo. Prossimo alla maturità e stanco di subire ingiustizie nel mondo del lavoro e dello sport a causa di chi può godere delle giuste raccomandazioni, decide di inventare una app che permetta di classificare gli iscritti in base al merito, in modo da dare maggiori possibilità di carriera a chi davvero abbia le competenze adatte. Il suo progetto ha subito successo ed il ragazzo inizia a guadagnare moltissimo ed a frequentare il mondo dell’alta società. Questo suo nuovo stile di vita, però, lo porterà ad allontanarsi dalla fidanzata e dagli amici di sempre.

the_startup_luca_di_giovanni_andrea_arcangeliIndubbiamente questo ultimo lavoro di D’Alatri ad un primo impatto può interessare. Se non altro sembra distaccarsi radicalmente dagli ultimi, non proprio riusciti, lavori dello stesso autore (vedi, ad esempio, Casomai, La febbre e Commediasexy). La storia raccontata, dal canto suo, presenta non pochi spunti da cui partire, per poi dare al lungometraggio il tono che si vuole. In questo caso, però, i non troppo velati (o quantomeno sperati) rimandi fincheriani restano, purtroppo, solo delle iniziali intenzioni. The Startup, di fatto, non riesce a “spiccare il volo”, non riesce a staccarsi dalla massa di lungometraggi sopra citati, ognuno dei quali vuole raccontarci la crisi e/o la precarietà del lavoro e/o i giovani a modo proprio.

the-startup-trailer-ufficiale-del-nuovo-film-alessandro-d-alatri-v4-287198Fatta eccezione, dunque, per rari momenti riguardanti la costruzione del progetto in sé, la sua partenza ufficiale e le sue conseguenze sulla carriera di Matteo, ci troviamo di fronte ad uno dei tanti prodotti buonisti, pieni di sé e talmente tante volte rifatti da essere ormai pericolosamente prevedibili, ognuno la brutta copia dell’altro. Ciò viene qui ulteriormente sottolineato, ad esempio, dalle eccessivamente “invasive” canzoni inserite all’interno del film e soprattutto dalla prima parte di esso, la quale si limita a regalarci un ormai noioso déjà vu. Dispiace, in questo caso, soprattutto per i giovani protagonisti (Andrea Arcangeli nel ruolo di Matteo, Paola Calliari nel ruolo della sua ragazza Emma e la lanciatissima Matilde Gioli, nel ruolo della bella e “pericolosa” Cecilia). Malgrado il loro impegno, a quanto pare sono stati fortemente penalizzati da una direzione attoriale che li ha voluti eccessivamente stereotipati. Evidentemente il mondo del lavoro è stato spietato anche con loro.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – SLAM – TUTTO PER UNA RAGAZZA di Andrea Molaioli

slam-e1479658803352-700x430TITOLO: SLAM: TUTTO PER UNA RAGAZZA; REGIA: Andrea Molaioli; genere: commedia; anno: 2016; paese: Italia; cast: Luca Marinelli, Jasmine Trinca, Ludovico Tersigni, Barbara Ramella; durata: 100′

SLAM: tutto per una ragazza, prodotto da Indigo Film con Rai Cinema, sarà distribuito nelle sale da Universal Pictures Italia dal 23 marzo.

Il film è stato presentato al 34mo TFF dal Trio Francesco Bruni, Ludovica Rampoldi e Andrea molaioli che hanno firmato una nuova  commedia italiana sulla gioventù e sul diventare adulti attingendo dall’omonimo romanzo del britannico Nick Hornby tradotto in Italia come TUTTO PER UNA RAGAZZA. Cosa viene fuori dall’humor inglese mescolato dai nostri tre autori in una commedia già vista nel recente Piuma di Roan Johnson anche lui per metà di origini inglesi? E’ cosa certa che gli adolescenti sono uguali a tutte le latitudini, soprattutto se debbono affrontare un evento come una gravidanza inaspettata.

11.SLAM-Tutto-per-una-ragazza_ZAY2140_foto-di-F.-Zayed_L.Marinelli-L.Tersigni-FILEminimizerIl protagonista se sullo skateboard è bravino, diventa imbranato nel dover fare il padre anzitempo. Se poi dalla nascita ha vissuto sempre con la madre con un padre che è un assente mattacchione, viene compreso dallo spettatore che tifa disperatamente per lui. La madre interpretata da Jasmine Trinca è anche lei goffa, e si stenta riconoscere in lei la protagonista della Stanza del Figlio e del drammatico Miele. Piuttosto rivediamo in lei con qualche anno di meno Margherita Buy che da tempo interpreta madri che si pongono come amiche dei figli. E’ il padre interpretato da un lanciatissimo Luca Marinelli che da respiro alla commedia che vira decisamente verso un humor più mediterraneo. Quello che incanta della pellicola è la MUSICA che fa da padrone per l’intera durata del film con una scelta accurata di brani di successo. Ma anche le riprese iniziali rasoterra dello skate board danno dinamicità alla storia, insieme ai continui flashback tra sogni, anzi incubi, che poi sistematicamente si trasformano in realtà.

slam-tutto-per-una-ragazza-nuove-foto-1Insomma siamo lontani da Andrea Molaioli, regista ricordiamo de La Ragazza del Lago, caso cinematografico vincitore di 10 David di Donatello. Nei panni del giovane ragazzo padre Ludovico Tersigni visto in L’estate addosso di Gabriele Muccino. Insieme alla protagonista femminile  Barbara Ramella vista in Non si ruba a casa dei ladri di Carlo Vanzina. Sembra che i due non abbiano avuto modo di riscaldarsi per immedesimarsi nelle parti loro assegnate se non verso la fine della commedia. Per pura curiosità segnaliamo che il titolo SLAM in gergo consolidato ricorda i rumori di sbattere, scagliare, scaraventare, nei fumetti il rumore di una porta chiusa con forza, nel gergo dello skateboarding, attività principale del nostro eroe, la caduta rovinosa al termine di un’evoluzione acrobatica!

VOTO: 5/10

Luigi Noera

LA RECENSIONE – NON E’ UN PAESE PER GIOVANI di Giovanni Veronesi

192003467-5ff3dcd3-01e1-4f4c-80e1-878b8775f2adTITOLO: NON È UN PAESE PER GIOVANI; REGIA: Giovanni Veronesi; genere: drammatico, commedia; anno: 2017; paese: Italia; cast: Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo, Sara Serraiocco; durata: 105′

Nelle sale italiane dal 23 marzo, Non è un paese per giovani è l’ultimo lavoro di Giovanni Veronesi.

Sandro (Filippo Scicchitano), timido ed insicuro ventenne, sogna di diventare scrittore. Luciano (Giovanni Anzaldo), suo coetaneo, è coraggioso e brillante, ma con un misterioso lato oscuro. I due si conoscono nel ristorante in cui lavorano e decidono di partire per Cuba, al fine di aprire una loro attività. Qui verranno ospitati da Nora (Sara Serraiocco), loro connazionale allegra e vivace, ma con un difficile passato alle spalle. Iniziare una nuova vita e trovare una propria strada, però, non sarà poi così facile.

193732204-0491de15-f4ec-4423-aac2-e453f8de3f80Da quanto si può intuire, le premesse per una visione che sa tanto di déjà vu ci sono tutte. E, di fatto, Giovanni Veronesi si è in qualche modo divertito a rimescolare un po’ le carte, basandosi su quanto uscito in Italia negli ultimi anni, al fine di creare qualcosa di diverso. O, comunque, qualcosa che possa fare da denuncia, che possa, in qualche modo, proclamare a gran voce il diritto di ogni giovane di costruirsi il proprio futuro e di trovare un proprio posto nel mondo. Al di là di ogni possibile impedimento. E, di fatto, la scelta di raccontare il “dopo”, si è rivelata qui una trovata intenzionalmente interessante. Peccato solo che questo voler rimescolare le carte possa, alla fin fine, far venire in mente altri lavori preesistenti. In questo caso, ad esempio, per struttura ma anche per quanto riguarda la costruzione dei personaggi, non possiamo non ripensare a Che ne sarà di noi, gloria dello stesso Veronesi del 2004, dove un impacciato Silvio Muccino sembra somigliare assai al Filippo Scicchitano dei nostri giorni, così come il personaggio di Valeria Solarino sta proprio tanto a ricordarci la candida Nora di Non è un paese per giovani. E, badate bene: non si tratta di plagio, in questo caso. Più che altro è stato lo stesso Veronesi a citare – volontariamente o meno – sé stesso, creando, ovviamente, qualcosa di maggiormente adatto al contesto attuale.

Eppure, con ciò non si vuol relegare Non è un paese per giovani a quel gruppo di prodotti pretenziosi ed urticanti che affollano le nostre sale. Perché, di fatto, questo ultimo lavoro di Veronesi una sana dose di spontaneità e genuinità ce l’ha. Quantomeno ha evitato il pericoloso cliché del giovane italiano squattrinato, iperqualificato e disoccupato. Senza contare trovate vincenti collocate qua e là all’interno della messa in scena, come la figura di Cesare, padre di Sandro – interpretata da Sergio Rubini, quasi sempre una garanzia – e la numerosa e pittoresca famiglia cubana che ha adottato la giovane Nora.

E sia. Questo Non è un paese per giovani, malgrado il pericoloso e (in)evitabile buonismo dove alla fine prevedibilmente va a parare, non è del tutto da buttare. Se non altro per la capacità di ricostruire atmosfere e piccoli ma significativi dettagli che non possono che rivelarsi riusciti salvataggi in corner. Visto, approvato, archiviato.

VOTO:6/10

Marina Pavido

34° TORINO FILM FESTIVAL – A LULLABY TO THE SORROWFUL MISTERY di Lav Diaz

lav_diaz-a_lullaby_to_a_sorrowfully_mystery-2TITOLO: A LULLABY TO THE SORROWFUL MISTERY; REGIA: Lav Diaz; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Filippine; cast: Hazel Orencio, Alessandra De Rossi, Bernardo Bernardo; durata: 480′

Presentato in anteprima alla Berlinale 2016 e – per la prima volta sugli schermi italiani – al 34° Torino Film Festival, nella sezione Festa mobile, A lullaby to the sorrowful mistery è il penultimo lavoro del regista filippino Lav Diaz – prima di The woman who left, vincitore del Leone d’Oro alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – che racconta una porzione della storia delle Filippine, ossia la rivoluzione che ha avuto luogo tra il 1896 ed il 1897 contro l’occupazione spagnola.

Sullo sfondo della Rivoluzione Filippina si incrociano tante storie: quella di Gregoria de Jesus, alla disperata ricerca del corpo di suo marito Andres Bonifacio – uno dei padri della rivoluzione – catturato ed ucciso dai nemici, quella di Isagani e Simoun, impegnati in un lungo viaggio al fine di salvare la vita di quest’ultimo, vittima di un attentato per aver tradito il proprio paese schierandosi dalla parte degli spagnoli e, infine, il mito intorno alla figura mitologica dell’eroe nazionale Bernardo Carpio.

Da sempre attento alla storia del proprio paese, Lav Diaz ha dato vita, qui, ad un prodotto che vede un fortunato mescolarsi di generi: dalla storia, appunto, alla letteratura, fino alla mitologia vera e propria, che, soprattutto nell’ultima parte del lungometraggio, assume un ruolo sempre più importante. Pur tenendo presente la curatissima fotografia in un contrastato bianco e nero, insieme ad un uso copioso di camera fissa e lunghi piani sequenza che solo di rado vedono movimenti di macchina appena accennati, A lullaby to the sorrowful mistery non si differenzia dal resto della filmografia di Diaz solo per la commistione di generi presente, bensì anche – e soprattutto – per la forte componente narrativa – che prende il sopravvento sulla componente contemplativa, importante caratteristica della poetica dell’autore – e per i fitti dialoghi, presenti soprattutto nella prima parte dell’opera. Prima parte in cui i fatti storici vengono messi in primo piano e che funge quasi da “pretesto” per dare il via a ciò che accade dopo, quando la pellicola assume toni decisamente più “familiari” per il regista, che – a sua volta – decide, qui, di mostrarci le lunghe peregrinazioni dei protagonisti delle storie raccontateci, senza disdegnare elementi provenienti direttamente dalla mitologia filippina, che, di quando in quando, fanno capolino ed interagiscono con gli altri personaggi. Ulteriore figura che, nelle ultime ore, assume un ruolo fondamentale è il bosco, teatro dei lunghi viaggi dei protagonisti, testimone silenzioso delle loro sofferenze e, soprattutto, padre premuroso e protettivo che, con sguardo benevolo, segue il cammino dei propri figli.

Pur dando il proprio meglio nelle ultime due ore – in cui assistiamo ad un vero e proprio crescendo fino ad arrivare al sublime vero e proprio, A lullaby to the sorrowful mistery parte – forse per il grande numero di avvenimenti storici esposti – quasi in sordina, pur presentando dei momenti memorabili, come, ad esempio, quando viene organizzata una delle prime proiezioni cinematografiche nelle Filippine (subito dopo l’invenzione del cinematografo da parte dei fratelli Lumiére), o quando – in mezzo alla miriade di corpi di rivoluzionari massacrati – vediamo una delle protagoniste cantare, disperata, una triste litania.

È un grido di rabbia, quello che Lav Diaz ha qui messo in scena. Un grido di rabbia nei confronti di una ferita ancora aperta, ma che, tuttavia, non ha del tutto ucciso la speranza in un futuro migliore e, soprattutto, nei giovani, ai quali lo stesso Diaz si rivolge direttamente attraverso le parole del personaggio di padre Florentino, nella sua conversazione finale con il nipote Isagani.

In poche parole, un messaggio di speranza al termine di una visione, in seguito alla quale – come sempre accade con le opere di Lav Diaz – noi stessi ci sentiamo cambiati e, indubbiamente, arricchiti.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – TI AMO PRESIDENTE di Richard Tanne

0497733dd09e9e74c9fe954f67009a27TITOLO: TI AMO PRESIDENTE; REGIA: Richard Tanne; genere: sentimentale; anno: 2016; paese: USA; cast: Tika Sumpter, Parker Sawyers; durata: 87′

Nelle sale italiane dal 17 novembre, Ti amo Presidente è l’opera prima del regista teatrale Richard Tanne, ispirata al primo appuntamento tra il giovane Barack Obama e la futura First Lady Michelle Robinson.

Siamo a Chicago, in un giorno d’estate del 1989. I giovani Barack e Michelle, colleghi presso uno studio legale, si danno appuntamento malgrado le iniziali reticenze di lei. Durante la giornata, i due avranno modo di conoscersi a fondo, di scoprire le rispettive debolezze e di spronarsi a vicenda.

tap_still_27Come abbiamo detto, l’argomento ex inquilini della Casa Bianca è, soprattutto in questi giorni, attuale più che mai. Tuttavia resta ancora il dubbio su quale sia la necessità di venire a conoscenza dei dettagli del primo appuntamento tra i due. Soprattutto se questo avvenimento ci viene presentato in modo fortemente romanzato e ricco di banalità, come nel lungometraggio di Tanne. Il punto è che già leggendo distrattamente il titolo del film si ha come la sensazione di stare per assistere ad una trashata colossale, come non se ne vedono da anni. Eppure, nonostante tutto, alla fin fine, si vuol dare fiducia al lungometraggio e ci si accinge a vederlo. I sospetti iniziali, però, non tardano a trovare fondamento. Ma procediamo per gradi.

Fin dai primi minuti lo spettatore viene catapultato direttamente nel vivo della vicenda, quando i giovani Barack e Michelle sono intenti a prepararsi per uscire. Non solo la rapidità con cui prende il via la storia, ma anche la regia e soprattutto la musica ci danno l’impressione di un prodotto pensato principalmente per la televisione. E tale impressione persiste durante tutta la visione, malgrado maldestri virtuosismi registici (soprattutto primi piani e dettagli ingiustificati, oltre a pretenziose inquadrature dal basso) che poco convincono lo spettatore e danno quasi l’idea che Tanne – con questo suo lavoro – abbia cercato di correre dietro a qualcosa di molto più grande, arrancando disperatamente, però, durante tutti gli 87 minuti di durata. L’abbondanza di dialoghi – spesso e volentieri eccessivi – e la scelta di sviluppare la vicenda nell’arco di un’unica giornata, inoltre, fanno pensare inevitabilmente ad un poco riuscito tentativo di emulare Richard Linklater (ebbene sì, avete letto bene!). Ovviamente, in questo caso ci troviamo di fronte a ben poca sostanza, nulla a che vedere con prodotti del calibro di Before sunrise o Before sunset, per intenderci.

tap_still_15-e1476278199848-750x453La generale inconsistenza, la sfilza di banalità ed il dubbio interesse della storia in sé, però, non riusciranno mai ad eguagliare – parlando di veri e propri momenti imbarazzanti – la grande scena madre del film, ossia il momento in cui il giovane Obama – giunto insieme alla sua ragazza ad una riunione di un centro sociale – pronuncia uno dei suoi discorsi inserendo alla fine la fatidica frase “Yes, we can!”. Non credo serva dire altro in merito.

Ma allora, perché andare al cinema a vedere un film come Ti amo Presidente? Anche gli amanti delle storie d’amore converranno che ce ne sono migliaia di altre raccontate meglio di questa. Eppure c’è da immaginare che la gente, annichilita in seguito alle ultime elezioni presidenziali, cerchi in qualche modo di guardare nostalgicamente indietro, per sentire in qualche modo la figura di Barack Obama ancora vicino. Banale come motivazione, questo sì. Eppure, probabilmente proprio per questo motivo, Ti amo Presidente si preannuncia un film che otterrà discreti incassi al botteghino. Ed in qualità di mera consolazione, forse la scelta di andare a vedere il lungometraggio di Tanne può essere anche condivisa.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

11° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – SOLE CUORE AMORE di Daniele Vicari

dsc_9385TITOLO: SOLE CUORE AMORE; REGIA: Daniele Vicari; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Italia; cast: Isabella Ragonese, Francesco Montanari, Eva Grieco; durata: 113′

Presentato in anteprima – in Selezione Ufficiale – all’11° Festa del Cinema di Roma, Sole cuore amore è l’ultimo lungometraggio diretto dal regista e documentarista Daniele Vicari.

Eli e Vale sono amiche per la pelle. La prima è sposata e madre di quattro figli. Ogni giorno è costretta ad alzarsi prestissimo per andare a lavorare in un bar, dal momento che suo marito è disoccupato e solo lei è in grado di mantenere la famiglia. La seconda, single, ha deciso di intraprendere la non facile carriera di ballerina, lavora spesso di notte e – durante il giorno – aiuta l’amica facendo da babysitter ai bambini. Il mondo del lavoro e la società, però, non sembrano essere generose con nessuna delle due giovani donne.

Il tema della precarietà del lavoro, si sa, è stato – negli ultimi anni – uno dei temi più gettonati. E non solo per quanto riguarda il cinema italiano. La differenza sta, appunto, nel modo in cui il tutto viene messo in scena. E con questo suo ultimo lungometraggio Daniele Vicari è riuscito, in qualche modo, a creare qualcosa di personale, sia dal punto di vista della regia che per quanto riguarda il taglio che ha deciso di dare all’intera storia.

Interessante, a questo proposito, la scelta di utilizzare – sia in apertura, per presentare le due protagoniste, sia in chiusura, per mostrare quello che sembra essere il destino di entrambe – il montaggio parallelo. Ritmi serrati che quasi non ci fanno prendere fiato, colori e luci contrastanti – a seconda della scena rappresentata. Il tutto scorre velocemente, inesorabilmente. Anche questa volta Vicari è riuscito a mettere sullo schermo immagini di grande potenza visiva ed emotiva. Seppur leggermente autocompiacenti.

Quello che, però, all’interno del lungometraggio funziona decisamente poco, è proprio il finale. Nulla volendo togliere al riuscito impatto emotivo degli ultimi minuti, senza dubbio ci troviamo davanti ad un epilogo decisamente telefonato, che, proprio per questo motivo, non riesce ad avere la potenza originariamente auspicata. Stesso discorso per alcuni dialoghi. Soprattutto quelli tra Eli e suo marito. Le battute, di fatto, appaiono, a volte, eccessivamente costruite e poco spontanee, al punto quasi di far perdere credibilità al tutto.

Tutto sommato, però, Vicari – e questo bisogna riconoscerlo – ha evitato l’errore di mettere in scena un film retorico e buonista, visto il rischio che si corre nel momento in cui si decide di raccontare storie del genere. E lo ha fatto creando un prodotto perfettamente in linea con il suo stile e la sua cinematografia. Un prodotto che non decolla come dovrebbe e che, spesso e volentieri, fa storcere il naso, ma che, tutto sommato, si classifica come un lavoro intellettualmente onesto. E questo, di certo, non è poco.

Al termine della visione, però, sorge spontanea una considerazione: se ripensiamo a tutta la filmografia del regista, notiamo come i suoi risultati migliori siano venuti fuori attraverso i documentari. Che sia questa la strada di Daniele Vicari? Questo, ovviamente, solo il tempo saprà dircelo.

VOTO: 6/10

Marina Pavido