LA RECENSIONE – I PRIMITIVI di Nick Park

i-primitivi-trailer-italiano-HP-aardman-animations-stop-motion-plastilina-wpcf_400x225TITOLO: I PRIMITIVI; REGIA: Nick Park; genere: animazione; anno: 2017; paese: UK; durata: 89′

Nelle sale italiane dall’8 febbraio, I primitivi è l’ultimo lavoro del celebre animatore inglese Nick Park, già vincitore nel 2001 del Premio Oscar al Miglior Lungometraggio d’Animazione per Galline in fuga, dove venivano messi in scena – con un’accurata tecnica in stop motion e pregiate figure realizzate con la plastilina – i temi universali dell’amicizia e del diritto alla libertà individuale.

Ci troviamo nell’Età della Pietra. In seguito ad un’esplosione vulcanica, alcuni uomini primitivi iniziarono a tirare calci ad una pietra rovente di forma rotonda. In questo modo ebbe origine il gioco del calcio, in seguito documentato tramite singolari incisioni rupestri. Parecchio tempo dopo, precisamente nell’Età del Bronzo, una delle ultime tribù di primitivi – all’interno della quale vive il giovane Dag – rischia di essere scacciata dal proprio habitat da potenti uomini privi di scrupoli. Cosa fare per salvaguardare la propria abitazione? Sarà la riscoperta del gioco del calcio, grazie anche all’aiuto della giovane Ginna in qualità di coach, a rappresentare l’unica possibilità di salvezza per Dag e per il suo gruppo di amici.

Visti i precedenti lavori ed essendo a conoscenza del grande talento di Park, è naturale che un prodotto come I primitivi possa suscitare grandi aspettativa da parte di pubblico e critica. E, fortunatamente, tali aspettative sono state ampiamente soddisfatte. Grazie, appunto, ad un accuratissimo lavoro su personaggi e scenografie durato ben due anni, il risultato finale è un lungometraggio visivamente accattivante, magnetico, con figure morbide e ben articolate, colori pieni ed ambienti studiati fin nel minimo dettaglio. In poche parole: un vero e proprio piacere per gli occhi.

Ciò che, forse, convince meno di I primitivi, è, in realtà, proprio lo script. Rappresentando fedelmente uno schema classico più e più volte adoperato e mettendo in scena temi analoghi al precedente Galline in fuga, il risultato finale è un lavoro sì pulito, ma anche altamente “semplificato”, privo di necessari guizzi narrativi, oltre che di una sorta di valore aggiunto che gli permetta di creare una propria, marcata identità. Dall’altro canto, però, non possiamo non riconoscere che quell’umorismo tipicamente britannico – sottile ed anche “politically scorrect” quando serve – qui presente sia un tocco più che indovinato all’interno di tutto il lavoro.

Ora, c’è da chiedersi solo una cosa: come reagiranno i giovani spettatori di fronte ad un prodotto come I primitivi? Ne siamo certi, non potranno che restarne rapiti.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

EVENTO SPECIALE – L’ARTE VIVA DI JULIAN SCHNABEL d Pappi Corsicato

A film still from JULIAN SCHNABEL: A PRIVATE PORTRAIT.Nelle sale italiane solo il 12 e 13 dicembre, L’Arte Viva di Julian Schnabel è l’ultimo documentario diretto da Pappi Corsicato, il quale più e più volte ci ha mostrato ritratti inediti di artisti con cui ha avuto il provilegio di vivere a stretto contatto.

Questa è stata la volta del pittore e regista Julian Schnabel, appunto, il quale, ripercorrendo le tappe della sua infanzia, della sua giovinezza, fino ad arrivare ai giorni nostri, ci parla del suo controverso rapporto con l’arte pittorica, della nascita dei suoi lavori e delle numerose difficoltà dell’essere artisti, ieri come oggi.

Un interessante prodotto che,purtroppo, sarà in sala per soli due giorni, ma che, siamo sicuri, ci regalerà un’esperienza visiva che non dimenticheremo.

Marina Pavido

VENEZIA 74 – PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara

PIAZZA_VITTORIO_PIC002TITOLO: PIAZZA VITTORIO; REGIA: Abel Ferrara; genere: documentario; paese: Italia; anno: 2017; durata: 82′

Presentato fuori concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Piazza Vittorio è l’ultimo documentario del celebre cineasta statunitense, ma di origini italiane, Abel Ferrara.

Sulla scia degli attuali dibattiti circa l’immigrazione e la difficoltà a far sì che i nuovi arrivati possano integrarsi nel nostro paese, Ferrara – con la sua piccola troupe e nell’arco di soli pochi giorni – ha realizzato una serie di interviste a clandestini, immigrati, artisti, clochards, politici e storici abitanti del posto, in modo da darci un ritratto completo e fedele di ciò che è oggi piazza Vittorio. Tra i vari interventi ricordiamo, in particolar modo, quello di Matteo Garrone e di Willem Dafoe, i quali, proprio per il fascino della piazza dato dalla sua multietnicità, hanno deciso di trasferircisi.

Il risultato finale è, come ben si può immaginare, un ritratto variegato e pieno di vita, dove l’amore per una città come Roma, in generale, è palpabile fin dai primi minuti. Particolarmente suggestive, a tal proposito, immagini di artisti di strada, di balli, di canti, di persone intente a fare la spesa nello storico mercato coperto, di mamme con neonati, di anziani seduti al parco e di bambini intenti a giocare a pallone. Si potrebbe quasi affermare che basterebbero soltanto tali immagini a fornirci un quadro esaustivo del tutto. Dal canto suo, anche lo stesso Ferrara vuole entrare a far parte del gioco, non esitando ad entrare in campo egli stesso, mentre interagisce con gli intervistati. Ed ecco che il metacinema anche stavolta svolge un ruolo quasi centrale nel dare al tutto quel tocco in più che non guasta mai.

Il problema di un documentario come Piazza Vittorio è, in realtà, proprio il fatto di concentrarsi esclusivamente sulla questione dell’immigrazione, quando, invece, sarebbe stato interessante dar vita ad un lavoro più complesso, che ci permettesse di conoscere anche la storia della piazza stessa e di come sia cambiata la vita nel corso dei decenni, all’interno di essa. A poco, di fatto, servono i brevi filmati di repertorio inseriti. Ciò che però maggiormente disturba è una battuta – risultante fastidiosamente ipocrita e buonista – dello stesso Abel Ferrara, rivolta ad uno dei clandestini al termine di un’intervista: “Anch’io qui in Italia sono un immigrato, sto cercando di vivere con la mia arte”.

Che peccato, quando accadono certe cose. Fino a prova contraria, di fatto, Abel Ferrara il suo lavoro sa farlo eccome. E senza questa cadute di stile avrebbe potuto realizzare indubbiamente qualcosa di davvero, davvero importante. Che dire? Sarà per la prossima volta!

VOTO: 6/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – MOTHER! di Darren Aronofsky

nullTITOLO: MOTHER!; REGIA: Darren Aronofsky; genere: horror; paese: USA; anno: 2017; cast: Javier Bardem, Jennifer Lawrence, Ed Harris, Michelle Pfeiffer; durata: 120′

Presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, mother! è l’ultimo, disturbante lungometraggio del celebre cineasta statunitense Darren Aronofsky.

Uno scrittore in crisi e la sua giovane moglie abitano in una grande villa isolata dal resto del mondo. Gli equilibri sembrano rompersi nel momento in cui uno sconosciuto piomba improvvisamente in casa loro, affermando di essere un ammiratore dell’uomo e di essersi smarrito. Nulla di strano fin qui, se non fosse per il fatto che, il mattino seguente, anche la moglie dello sconosciuto farà irruzione in casa, seguita a ruota dai due figli, uno dei quali resterà ucciso in seguito ad un furioso litigio con il fratello. Inutile dire che per la moglie del sopracitato scrittore, da questo momento in avanti avrà inizio un vero e proprio incubo, da cui sembra impossibile uscire.

Al di là dell’estetica (fotografia sempre perfetta, magnetica, con immagini vivide e colori accesi – ulteriore conferma della maestria di Aronofsky – unita ad una regia che denota grande padronanza degli spazi e fa sì che lo spettatore, una volta entrato nella casa dei protagonisti, ci si perda letteralmente), al di là della bravura degli interpreti (particolarmente giusti nelle loro parti Javier Bardem, nel ruolo dello scrittore, e Jennifer Lawrence, nel ruolo di sua moglie, anche se entrambi difficilmente riescono ad eguagliare un’algida e spietata – ma sempre bellissima – Michelle Pfeiffer, nel ruolo della moglie dello sconosciuto), bisogna riconoscere che questo importante lavoro del cineasta americano, di fatto, non è che una grande metafora della società odierna, di come gli esseri umani siano soliti (mal)trattare il nostro pianeta e di come abbiano un continuo bisogno di qualcosa o di qualcuno da idolatrare, spaesati come sono all’interno di un mondo dove non sembra esservi più alcun valore. Una storia universale, dove i protagonisti volutamente non hanno nomi propri, ma stanno a rappresentare qualcosa di ben più grande: la giovane moglie dello scrittore, la madre a cui il titolo stesso si riferisce non è altri, dunque, che il nostro stesso pianeta, da cui tutti siamo abituati a prendere e che continua a dare, dare e ancora dare, ma che, inevitabilmente, finirà per arrivare al limite. Lo scrittore, dal canto suo, sembra tanto ricordarci Dio, o chi per lui, punto di riferimento di cui c’è tanto bisogno. A tal proposito, non sfuggirà allo spettatore più attento anche una (non troppo) velata ironia – ed autoironia – riguardante l’egocentrismo dell’artista stesso, con tanto di frecciatina nei confronti dei critici (da notare, a tal proposito, la battuta pronunciata dall’uomo al telefono con la sua agente: “Niente stampa. Sai cosa ne penso di loro.”).

Una storia semplice, sì, ma che continua e continuerà a ripetersi all’infinito (esemplare, a tal proposito, la forma a pianta circolare della stessa villa dei protagonisti, oltre alla successione quasi in loop degli eventi). In poche parole, una storia che denota l’incapacità dell’uomo di imparare dai propri errori e di avere cura di ciò che lo circonda.

Letto in questo modo, dunque, mother! risulta perfettamente in linea con la maggior parte dei lungometraggi presentati in contemporanea al Lido: le disperate condizioni dell’ecosistema e l’insensibilità di una società che sembra non aver imparato nulla dal passato sono, di fatto, i leit motiv della 74° Mostra. A differenza di molti altri prodotti, però, questo ultimo lavoro di Aronofsky – seppur, purtroppo, con minore mordente rispetto a lungometraggi come il recente Il cigno nero o il meno noto, ma bellissimo, π – Il teorema del delirio – ha dalla sua il fatto di evitare inutili retoriche ed urticanti moralismi, collocando i temi in questioni in un contesto horror parecchio nelle corde dell’autore stesso. Cosa, questa, per nulla scontata.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – HUMAN FLOW di Ai Weiwei

image001-9TITOLO: HUMAN FLOW; REGIA: Ai Weiwei; genere: documentario; paese: Germania; anno: 2017; durata: 140′

Presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Human Flow è l’ultimo documentario diretto dal controverso artista cinese Ai Weiwei, il quale, per l’occasione, ha affrontato un lungo viaggio al fianco dei numerosi migranti di tutto il mondo.

Al giorno d’oggi, più di 65 milioni di persone in tutto il mondo sono state obbligate ad abbandonare le loro case ed il loro paese a causa di guerre, carestie o cambiamenti climatici. Per quanto riguarda l’informazione circa le reali cause scatenanti o le condizioni di vita dei migranti, vi sono, però, non poche lacune. Almeno per quanto riguarda i canali ufficiali di informazione. È (anche) per questo motivo, dunque, che Ai Weiwei – da sempre attento alla politica del proprio paese e di tutto il mondo, nonché, più in generale, alla società – ha deciso di dar vita al progetto Human Flow. Progetto, questo, maestoso, imponente, dove ad immagini particolarmente forti e disturbanti (prima fra tutte, quella del cadavere in decomposizione di un bambino), si contrappongono visioni decisamente poetiche (quali contemplativi tramonti sul mare), o anche suggestivi colpi d’occhio dati da frequenti plongés che ci mostrano, di volta in volta, accampamenti, bambini che giocano o giubbotti di salvataggio che – visti da lontano – stanno quasi a ricordarci un quadro astratto.

Come in ogni sua opera – cinematografica o meno – che si rispetti, inoltre, anche qui Ai Weiwei ha deciso di “mostrarsi” al pubblico, di essere, in qualche modo, parte integrante dell’opera stessa, pur restando, però, almeno in questo contesto, decisamente moderato: non lo vediamo rompere un antico vaso cinese, non lo vediamo fare gestacci contro monumenti o istituzioni, ma, al contrario, ci appare, qui, particolarmente empatico, seppur un tantino autocompiacente. Ed eccolo, dunque, intento ad aiutare i più anziani, a danzare con un gruppo di persone o, addirittura, a riprendere gli interessati insieme alla sua piccola troupe, concentrato nel dare indicazioni ai tecnici. E, inutile dirlo, la componente metacinematografica riesce ad aggiungere, anche in questa occasione, un tocco in più.

Ciò che di Human Flow convince poco sono, in realtà, le numerose, troppe didascalie presenti, le quali – fatta eccezione per qualche citazione di poesie da tutto il mondo – si limitano a comunicare dati e numeri, contribuendo a dare al tutto un tocco pericolosamente televisivo. Lo scivolone peggiore, però, è stato preso dall’artista proprio nel finale, avendo scelto come frase di chiusura un’affermazione eccessivamente utopica e buonista pronunciata da uno dei politici da lui intervistati. Tale infelice scelta ha fatto perdere non pochi punti a tutto il lavoro nel suo insieme. E, soprattutto, ci ha fatto, in qualche modo, rimpiangere l’Ai Weiwei estremo che da sempre conosciamo ed apprezziamo.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

19° FAR EAST FILM FESTIVAL – SATOSHI: A MOVE FOR TOMORROW di Mori Yoshitaka

AS20160524001110_commTITOLO: SATOSHI: A MOVE FOR TOMORROW; REGIA: Mori Yoshitaka; genere: biografico, drammatico; anno: 2016; paese: Giappone; cast: Kenichi Matsuyama; durata: 124′

Presentato in anteprima alla 19° edizione del Far East Film Festival, Satoshi: a move for tomorrow è l’ultimo lungometraggio diretto da Mori Yoshitaka, biopic sulla vita del celebre giocatore di shogi – una variante giapponese degli scacchi – Satoshi Murayama, morto nel 1998 a soli 29 anni.

Il giovane Satoshi è da sempre cagionevole di salute: i suoi reni non hanno mai funzionato come si deve e fin da bambino è costretto a sottoporsi a pesanti cure. Il suo stato di salute ed il fatto di dover trascorrere molte giornate a letto, però, faranno nascere in lui la passione per lo shogi. Una passione talmente forte da farlo diventare, a soli ventiquattro anni, un grande campione, il cui principale obiettivo sarà battere il freddo e calcolatore Habu, il suo più temuto avversario.

Indubbiamente una figura come quella di Satoshi Murayama può far gola a parecchi cineasti. Il difficile, poi, viene nel momento in cui – nel raccontare la sua breve vita – bisogna evitare ogni pericoloso, ma rischioso cliché. A tal proposito, però, bisogna ammettere che Mori Yoshitaka è stato in grado di dar vita ad un lungometraggio più che dignitoso, senza particolari sbavature e che – nell’ambito di una messa in scena di impronta quasi occidentale – ha saputo rendere giustizia al gioco dello shogi stesso ed a tutti i relativi rituali. Ed ecco che plongés inquadranti il tavolo da gioco, dettagli sulle mani dei personaggi che muovono le pedine ed i rumori delle stesse che vengono spostate sul tavolo – secchi, pieni, che regalano quasi un senso di profonda soddisfazione – diventano i grandi protagonisti dei momenti in cui Satoshi è intento a sfidare i suoi avversari. Momenti di puro cinema in cui la parola lascia esclusivamente lo spazio alle immagini. Tutto il resto è superfluo. Ed ecco che la tensione dei giocatori diventa anche la nostra tensione, quasi come se anche noi stessimo prendendo parte al gioco.

Il Satoshi di Mori Yoshitaka – interpretato dal bravo Kenichi Matsuyama, che per l’occasione è dovuto ingrassare di ben venticinque chili – è, dal canto suo, un ragazzone timido e trasandato, appassionato di graphic novels e completamente dedito al gioco dello shogi, per il quale arriverà anche a trascurare la propria salute. Un ragazzo a cui è impossibile non voler bene, molto amato dalla propria famiglia e dagli amici e che coltiva il sogno nel cassetto di potersi, in un futuro che, come egli stesso sa bene, non arriverà mai, sposare ed innamorare. Di sicuro, un personaggio che non si dimentica facilmente e che fa sì che Satoshi: a move for tomorrow possa quasi considerarsi il film di Kenichi Matsuyama, data, appunto, la sua straordinaria prova d’attore.

Che questo ultimo lavoro di Mori Yoshitaka sia, dunque, un prodotto più che dignitoso, non v’è alcun dubbio. Una domanda, però, sorge spontanea: di quanto sarebbe potuto aumentare il gradimento, da parte del pubblico, se fossero ben note le regole dello shogi?

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – INFEDELMENTE TUA di Preston Sturges

REX HARRISONTITOLO: INFEDELMENTE TUA; REGIA: Preston Sturges; genere: commedia; anno: 1948; paese: USA; cast: Rex Harrison, Linda Darnell; durata: 100′

Nelle sale italiane dal 30 marzo, ecco in versione restaurata – distribuito grazie a Lab80 ed al progetto Happy returns! che vede rimasterizzati in versione digitale alcuni grandi film del passato – Infedelmente tua, classico intramontabile firmato Preston Sturges.

Sir Alfred De Carter è un acclamato direttore d’orchestra, felicemente sposato con la dolce Daphne. Un giorno, però, poco dopo essere tornato da un lungo viaggio, l’uomo verrà a conoscenza tramite suo cognato del fatto che, molto probabilmente, sua moglie lo tradisce con il giovane segretario. Al via, da questo punto, una serie di equivoci e situazioni al limite del paradossale.

unfaithfullyyoursAnalogamente alle sinfonie di Rossini, di Wagner, di Haendel dirette da sir Alfred, ecco che i sentimenti del protagonista vengono messi in scena sul grande schermo assumendo, di volta in volta, toni e colori diversi. Il tutto seguendo una struttura ben delineata, in cui realtà e proiezioni mentali si alternano secondo uno schema predefinito e mantenendo un ritmo in costante crescendo per tutto il lungometraggio. Notevole, a tal proposito, la scena in cui Alfred tenta in modo alquanto maldestro di mettere in atto la propria vendetta. Notevole e, proprio perché priva di dialoghi con il solo protagonista a muoversi in modo impacciato per casa, ottimo esempio di cinema allo stato puro con le sole immagini a portare avanti la narrazione.

Unfaithfully_Yours-4Pur essendo ricordato Sturges più per altri generi cinematografici (come dimenticare il cult del western I magnifici sette?), bisogna ammettere che anche nell’ambito della commedia il cineasta americano è riuscito a distinguersi in modo più che dignitoso, dando vita, in questo caso nello specifico, ad una pellicola frizzante ed ironica, a tratti addirittura esilarante, che – grazie anche alla mimica facciale di uno straordinario Rex Harrison – di certo può essere considerata una vera e propria perla della Hollywood degli anni d’oro.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – STRANE STRANIERE di Elisa Amoruso

strane-straniere-0TITOLO: STRANE STRANIERE; REGIA: Elisa Amoruso; genere: documentario; anno: 2017; paese: Italia; cast: Radoslava Petrova, Sihem Zrelli, Ana Laznibat, Ljuba Jovicevic, Fenxia “Sonia” Zhou; durata: 72′

Nelle sale italiane dall’8 marzo, in occasione della Festa della Donna, Strane straniere è l’ultimo documentario della giovane regista romana Elisa Amoruso, conosciuta dal grande pubblico grazie a Fuoristrada, sua opera prima presentata alla Festa del Cinema di Roma 2013.

Sono queste le storie di Radoslava – che ha scoperto una grandissima passione per la pesca – di Sihem – direttrice di un centro accoglienza anziani – di Ana e Ljuba – titolari di una galleria d’arte nel cuore di Roma – e, infine, di Sonia – proprietaria di uno dei più rinomati ristoranti cinesi della Capitale. Tante storie, dunque, per tante diverse – e bellissime! – personalità. Conoscere meglio ognuna di queste coraggiose donne al fine di superare eventuali inutili pregiudizi è la principale finalità di questo lavoro della Amoruso, il quale, a sua volta, prende vita da un progetto a carattere prettamente antropologico portato avanti da Maria Antonietta Mariani.

22510_origSe un documentario come Fuoristrada, dunque, ha saputo colpire nei punti giusti, lo stesso ci si aspetta da Strane straniere, il quale mostra, a sua volta, in che modo lo stile di una cineasta come la Amoruso stia, in un modo o nell’altro, assumendo una propria, certa identità. Da un punto di vista prettamente cinematografico, infatti, è evidente come ci sia stata qui una più approfondita ricerca estetica: è questo il momento, quindi, in cui simmetrici plongés ed intensi primi piani, che seguono l’immagine – in apertura del film – di una cantante lirica intenta ad intonare l’aria Un bel di’ vedremo dalla Madama Butterfly di Puccini, si uniscono ad immagini poetiche ed evocative in cui variopinte lanterne cinesi si stagliano nel cielo di notte. Per il resto del documentario, scene di vita quotidiana, con le sole voci fuori campo delle dirette interessate a raccontarci il loro passato. Indubbiamente, si tratta di una messa in scena raffinata e meticolosamente studiata.

1476799554506La questione, qui, però è un’altra: pur tenendo in conto l’efficacia sia contenutistica che narrativa di entrambi i lavori, bisogna forse riconoscere che, malgrado una messa in scena maggiormente “rudimentale” (o forse proprio grazie ad essa), Fuoristrada gode indubbiamente di una maggiore genuinità, di una certa – e necessaria – spontaneità che sembra, al contrario, forse un po’ troppo debole in Strane straniere. Tutto farebbe pensare ad un’eccessiva preoccupazione riguardante l’estetica del prodotto, all’interno del quale, però, sarebbero stati indubbiamente interessanti ulteriori approfondimenti circa le vite delle protagoniste stesse, dalle quali, in fin dei conti, ci sentiamo affascinati e delle quali vorremmo sapere, se possibile, sempre di più. Una messa in scena, dunque, che si discosta non poco dal precedente lavoro. Segno, probabilmente, che lo stile di Elisa Amoruso sta sì maturando, ma che, per spiccare un ulteriore (e, forse, definitivo) salto in alto, ha ancora bisogno di affinarsi ulteriormente, senza prediligere un aspetto, piuttosto che un altro. Alla luce di quanto visto finora, comunque, le buone premesse sembrano esserci tutte.

VOTO: 6/10

Marina Pavido