LA RECENSIONE – OTZI E IL MISTERO DEL TEMPO di Gabriele Pignotta

otzi.jpgTITOLO: ÖTZI E IL MISTERO DEL TEMPO; REGIA: Gabriele Pignotta; genere: fantastico; paese: Italia; anno: 2018; cast: Michael Smiley, Diego Delpiano, Alessandra Mastronardi; durata: 90′

Nelle sale italiane dall’8 novembre, Ötzi e il Mistero del Tempo è l’ultimo lungometraggio del regista e sceneggiatore Gabriele Pignotta.

Kip ha undici anni e vive con il padre a Bolzano. Sua madre era un’importante antropologa e il ragazzo, sentendo la sua mancanza, si reca spesso al museo della sua città – insieme ai suoi inseparabili amici – per vedere la mummia Ötzi, che era solito visitare con sua mamma. Un giorno, però, accade qualcosa di strano: la mummia si risveglia e inizia a rigenerarsi. I due diventeranno grandi amici e impareranno molto l’uno dall’altro, finché non arriverà chi tenterà di catturare lo stesso Ötzi, al fine di rubargli il segreto per fermare il tempo.

Più che un semplice fantasy, un interessante romanzo di formazione, questo lavoro di Pignotta. Distinguendosi, infatti, principalmente per il respiro internazionale, oltre a un cast per metà italiano per metà statunitense, il presente lungometraggio non può non far pensare a prodotti come I Goonies o Stand by me, che, come tutti sappiamo, sono diventati dei veri e propri cult della storia del cinema.

Ciò che, tuttavia, per nulla convince, è proprio lo stesso script, che vede la presenza di dialoghi il più delle volte vuoti o che tendono a doppiare le immagini, oltre a effetti speciali e scelte registiche a volte pacchiane e raffazzonate, che contribuiscono a far perdere di credibilità al tutto.

Peccato, dunque, che un’idea che tanto sta a discostarsi da ciò che offre il panorama cinematografico italiano sia, in realtà, così buttata via. Eppure, le idee ci sono. Bisognerà aspettare solo i futuri lavori del regista per vedere che strada prenderanno.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – PEGGIO PER ME di Riccardo Camilli

peggio per meTITOLO: PEGGIO PER ME; REGIA: Riccardo Camilli; genere: commedia; paese: Italia; anno: 2018; cast: Riccardo Camilli, Claudio Camilli, Tania Angelosanto; durata: 108′

Nelle sale italiane dal 12 luglio grazie a Distribuzione Indipendente, Peggio per me è l’ottavo lungometraggio del regista e montatore Riccardo Camilli.

Ci troviamo a Roma, nel 1986. Francesco e Carlo hanno dodici anni e sono amici per la pelle. Invece di studiare, il giorno sono soliti remixare con un mangianastri televendite televisive e film per adulti. Le loro giornate trascorrono così, fino al momento in cui la madre di Carlo li interromperà e li separerà bruscamente. Trascorrono trent’anni e Francesco è padre di una ragazzina di dodici, si è appena separato dalla moglie e ha perso il lavoro. L’unica soluzione che ritiene possibile è suicidarsi. Nel momento in cui sta per buttarsi da un ponte, però, sentirà, tramite una delle vecchie cassette nello stereo della sua macchina, la sua voce da bambino che si rivolge a lui, impedendogli di saltare.

Lo spunto da cui prende il via tutta la vicenda è indubbiamente interessante. La storia nel complesso funziona e il risultato finale è una commedia brillante con un retrogusto amaro che fa riflettere ma che riesce a intrattenere il pubblico per quasi due ore di visione. Visione gradevole, dove, tuttavia, non mancano piccole imperfezioni, come l’attribuzione degli eventi soprannaturali alla figura di uno zio stregone (trovata eccessivamente debole e quasi improvvisata) o alcune soluzioni in chiusura che, malgrado le buone intenzioni, non riescono ad arrivare allo spettatore con la potenza inizialmente auspicata.

Funzionano molto bene sullo schermo, invece, i due fratelli Riccardo (anche regista) e Claudio Camilli, nel ruolo dei due protagonisti da adulti. La loro è una collaborazione che va avanti da anni, dalla quale sono nati ben otto lungometraggi, tutti realizzati con un budget molto basso (si pensi che Peggio per me è stato girato con soli 6000 euro), tutti che, in un modo o nell’altro, sono riusciti a vedere la luce. Un buon esempio, questo, per il cinema indipendente italiano, all’interno del quale si trovano sempre più nomi e titoli da tenere d’occhio assolutamente.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

20° FAR EAST FILM FESTIVAL – ON HAPPINESS ROAD di Sung Hsin Yin

on happiness roadTITOLO: ON HAPPINESS ROAD; REGIA: Sung Hsin Yin; genere: animazione; paese: Taiwan; anno: 2017; durata: 111′

Presentato in anteprima europea alla 20° edizione del Far East Film Festival di Udine, On Happiness Road è un interessante lavoro di animazione della regista taiwanese Sung Hsin Yin.

Con una forte componente autobiografica, il lavoro ci racconta le vicende di Lin Shu-chi, la quale, dopo essere venuta a conoscenza della morte di sua nonna, decide di tornare per un periodo nella cittadina taiwanese dove è nata e cresciuta – precisamente in via Felicità – e che aveva abbandonato soltanto in età adulta per trasferirsi negli Stati Uniti. L’incontro con i suoi genitori e con alcuni amici d’infanzia l’aiuteranno a riflettere sulla sua vita e sui suoi desideri.

E così, con continui flashback e numerose scene oniriche, le vicende della giovane Chi vanno di pari passo con la storia del Taiwan stesso, con la sua politica, la sua cultura, i suoi movimenti studenteschi e le sue disgrazie. Un lungometraggio sentito e personalissimo, in cui si ripercorrono quarant’anni di storia di un’intera nazione, senza la pretesa di voler lanciare a tutti i costi un preciso messaggio politico, ma dove la messa in scena si fa espressione semplice e diretta di un grande amore nei confronti del proprio paese e delle proprie origini. Origini che, ovviamente, vengono intese anche nell’accezione di vere e proprie tradizioni popolari (particolarmente emblematico, a tal proposito, il personaggio della nonna di Chi, aborigena taiwanese che, come vediamo durante i flashback, ogni volta che va a trovare l’adorata nipote, non fa che presentarle nuove, bizzarre usanze).

Una riflessione particolare, inoltre, merita la realizzazione grafica. Particolarmente suggestiva l’animazione in 2D che prevede fondali realizzati con acquerelli dai toni prevalentemente pastello che contrastano sapientemente con figure dai contorni netti e ben delineati. Per non parlare dei momenti onirici o riguardanti l’immaginario di Chi bambina, dove i contorni spariscono del tutto, le immagini e i personaggi di fanno mutanti e non mancano raffinati riferimenti all’immaginario fiabesco che stanno a ricordarci che, in fondo, nessuno – né la protagonista, né tantomeno noi – ha in realtà mai smesso di essere bambino.

Ed ecco che – con un lungometraggio in cui, per certi versi, si sente forte l’influenza di lavori come Pioggia di Ricordi (1991) o I miei Vicini Yamada (1999), entrambi del maestro Isao Takahata e a cui, forse, si può rimproverare una sceneggiatura che tende a farsi leggermente più sfilacciata man mano che ci si avvicina al finale – il mondo dell’animazione taiwanese ha trovato una degna rappresentante in Sung Hsin Yin, la quale, con grande sensibilità e un lirismo di fondo tipico della cultura orientale, ha saputo mettere in scena una storia personale e universale allo stesso tempo, la storia di una singola persona e quella di un’intera nazione, apologia degli affetti, delle tradizioni e degli antichi valori, che vede in un singolare rapporto nonna-nipote una perfetta connessione tra presente e passato, tra sé stessi e il resto del mondo. Una strada sicura per la felicità.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA di Sean Baker

film-in-uscita-un-sogno-chiamato-florida_oggetto_editoriale_800x600TITOLO: UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA; REGIA: Sean Baker; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince; durata: 112′

Nelle sale italiane dal 22 marzo, Un Sogno chiamato Florida è l’ultimo lungometraggio del cineasta indipendente Sean Baker, presentato in anteprima al Torino Film Festival 2017 e che ha visto la candidatura di Willem Dafoe per l’Oscar al Miglior Attore Non Protagonista.

Moonie, Scotty e Jancey sono tre bambini di sei anni che vivono in Florida, alle porte di Disneyland, ma in una zona del tutto periferica e abbandonata, insieme alle rispettive madri. Per loro la vita non è facile, eppure, con i loro occhi di bambini, riusciranno a vedere il bello in tutto, passando una delle estati più felici della loro vita. La giovane madre di Moonie, Halley, tuttavia, al fine di riuscire a pagare la piccola stanza che ha in affitto in un residence insieme alla figlioletta, vive al confine tra legalità e crimine. Questo, ovviamente, presenterà pesanti conseguenze.

A metà strada tra un film truffautiano e una pellicola di Larry Clark, questo prezioso lavoro di Baker ci racconta la squallida periferia statunitense attraverso gli occhi dei bambini, rendendo il tutto incredibilmente gioioso, colorato, vivo come forse non è stato mai. Persino i residence vengono rappresentati alla stregua di case accoglienti o, meglio ancora, di vere e proprie case incantate, con i loro colori pastello e le loro scale che tanto stanno a ricordare i labirinti dei luna park.

Il residence dove abita Moonie insieme alla madre Halley è, nello specifico, rappresentato come una sorta di girone dantesco, con persone che vivono ai margini della società ma con una sorta di angelo custode – interpretato dal grande Willem Dafoe nei panni del sorvegliante del residence stesso – che veglia su di loro ed è pronto a risolvere, spesso con fare severo e paternalistico, ogni loro problema.

E poi ci sono loro: i bambini, sempre pronti a vivere al massimo le loro giornate, accontentandosi di poco e divertendosi anche se non riescono e forse non riusciranno mai ad andare alla vicina Disneyland. Una vita, la loro, fatta di risate e semplici scherzi, in cui sono le madri (i padri sono del tutto assenti) a gestire la loro quotidianità, la cui serenità può essere minata soltanto dalle autorità, con il loro cinismo e le loro regole che spesso vanno contro ogni buonsenso.

Un vero e proprio gioiellino direttamente dal Torino Film Festival, questo lungometraggio di Sean Baker. Una pellicola dolce e amara che, ci auguriamo, non passerà affatto inosservata.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – 15:17 ATTACCO AL TRENO di Clint Eastwood

Film Review The 15:17 to ParisTITOLO: 15:17 ATTACCO AL TRENO; REGIA: Clint Eastwood; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Spencer Stone, Anthony Sadler, Alek Skarlatos; durata: 94′

Nelle sale italiane dall’8 febbraio, 15:17 Attacco al treno è l’ultima fatica del celeberrimo cineasta ed attore statunitense Clint Eastwood.

Tratto da una storia vera, il lungometraggio racconta la vita dei tre ragazzi americani – qui presenti anche in qualità di interpreti nel ruolo di sé stessi – che salvarono la vita a più di 500 persone durante un attacco terroristico ad un treno diretto a Parigi avvenuto il 21 agosto 2015.

Questo attesissimo lavoro di Eastwood ci racconta, nello specifico, tre storie di tre ragazzi problematici sin dall’infanzia, che, tuttavia, ben presto si sono rivelati dei veri e propri eroi. Interessante, a tal proposito, l’idea di voler raccontare come determinati personaggi relegati quasi ai margini della società possano poi rivelarsi tra i più meritevoli esempi di coraggio ed amore per il proprio paese. Ed è, come tradizione eastwoodiana vuole, proprio l’amore per la propria nazione, unito anche ad una profonda religiosità (da notare, a tal proposito, la presenza costante di crocefissi ed immagini sacre nelle scene ambientate in interni) il leit motiv dell’opera di Eastwood, nonché vera e propria colonna portante di tutta la sua cinematografia.

Ciò che, però, di un lungometraggio come 15:17 Attacco al treno proprio non convince è il fatto che Eastwood stesso, evidentemente in difficoltà nel dover arrivare al punto e nel portare avanti la storia, abbia attuato scelte registiche e di sceneggiatura in cui vediamo una serie di elementi posticci, collocati all’interno dello script solo per colmare un problematico vuoto, che vengono lasciati cadere senza mai più essere ripresi. È questo il caso, ad esempio, dei personaggi incontrati durante le già di per sé problematiche scene del viaggio dei ragazzi. Senza contare che il viaggio stesso sembra più una sorta di “video promozionale” per qualche agenzia turistica; un momento del tutto superfluo che non ha fatto altro che far perdere punti al film stesso e che avrebbe potuto essere tagliato di oltre mezz’ora.

Nulla da dire dal punto registico, questo è chiaro. Che Eastwood sappia il fatto suo per quanto riguarda la gestione del mezzo cinematografico, è qualcosa che abbiamo avuto modo di appurare già da tempo. Però una cosa è certa: i tempi gloriosi di Mystic River – ma anche del recentissimo Sully – ci sembrano, oggi, lontani anni luce. Peccato.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – ANGELS WEAR WHITE di Vivian Qu

angels_wear_white_immagineTITOLO: ANGELS WEAR WHITE; REGIA: Vivian Qu; genere: drammatico; paese: Cina; anno: 2017; cast: Wen Qi, Zhou Meijun, Shi Ke; durata: 107′

Presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Angels wear white è l’opera seconda della giovane regista cinese Vivian Qu.

Mia e Wen sono due ragazzine di sedici e dodici anni, ognuna delle quali è stata costretta a diventare adulta prima del tempo. Mia è orfana, non conosce con esattezza la propria data di nascita e lavora come donna delle pulizie e receptionist presso un hotel in riva al mare. La sua vita cambierà nel momento in cui, da uno dei monitor di sorveglianza, assisterà all’aggressione di due bambine da parte del direttore dell’hotel. Una di queste due bambine è la piccola Wen.

Due storie che vanno in parallelo, due ragazzine costrette a vivere un’età non loro, il forte desiderio di riappropriarsi delle proprie vite. E di non smettere mai di rincorrere i propri sogni. Non sono storie facili da digerire, quelle qui messe in scena da Vivian Qu. Eppure, malgrado la durezza degli eventi, malgrado la drammaticità e la portata dei temi trattati, notiamo – perfettamente in linea con la poetica orientale – una sorta di toccante, ma mai banale o eccessivo, lirismo di fondo. Ed ecco che la macchina da presa, dallo sguardo discreto ed affettuoso, non si allontana quasi mai dalle due giovani protagoniste, restando in una dimensione narrativa interna alle loro percezioni degli eventi: sono rari i momenti – uno tra questi, il dialogo tra i genitori di Wen – in cui nessuna delle due ragazze è presente in scena. Particolarmente giusti risultano, dunque, gli intensi primi piani o i campi medi che ci mostrano le due ragazze vagare sulla spiaggia apparentemente senza meta, oppure ammirare, dal basso verso l’alto, l’immensa statua di Marilyn Monroe, nelle vicinanze dell’hotel. Statua che sta a simboleggiare, di fatto, l’infanzia, i sogni, un futuro roseo. In poche parole, quella dimensione ideale che ogni bambino dovrebbe vivere. E che va difesa a tutti i costi.

Al di là dei temi universali trattati, però, Angels wear white si classifica come fedele ritratto della contemporaneità soprattutto per l’importante – ma mai ingombrante – presenza delle tecnologie all’interno della narrazione: è con il cellulare che Mia, in apertura del film, fotografa la statua di Marilyn; è attraverso un monitor che la stessa si accorge dell’aggressione subita dalle due bambine. L’atto del vedere attraverso uno schermo, grande o piccolo che sia, viene qui osservato con profonda consapevolezza, esattamente come la postmodernità vuole che venga fatto.

Al di là della buona riuscita del lungometraggio, al di là dell’impatto che esso può avere sul pubblico, però, basterebbe la scena finale – in cui vediamo Mia correre in motorino e venire sorpassata, in autostrada, da un furgone che trasporta l’ormai danneggiata statua di Marilyn – a rendere Angels wear white un film indimenticabile. Una scena che è soprattutto un altro dei tanti regali che il Cinema ha voluto farci. E che custodiremo gelosamente dentro di noi.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – MARVIN di Anne Fontaine

0Y1A8539TITOLO: MARVIN; REGIA: Anne Fontaine; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Finnegan Oldfield, Jules Porier, Isabelle Huppert; durata: 115′

Presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Marvin è l’ultimo lavoro della regista lussemburghese, ma francese di adozione, Anne Fontaine.

La storia raccontata è quella del giovane Marvin Bijoux, il quale abita con la sua famiglia in un paesino di provincia e, maltrattato dai compagni di classe che già sospettano la sua omosessualità, riesce ad accettarsi e a ritrovare sé stesso soltanto dopo aver iniziato un corso di teatro, spinto da un’illuminata insegnante. Una volta finite le scuole, il ragazzo continuerà a dedicarsi al teatro ed assumerà il nome d’arte di Martin Clément.

Due nomi, due vite diverse, la stessa persona. E, pertanto, seguendo passo passo il protagonista, la regista Anne Fontaine ha deciso di sviluppare il film stesso su due livelli: da un lato vediamo il bambino – Marvin, interpretato dall’enfant prodige Jules Porier – e tutte le difficoltà legate alla sua età; dall’altro vediamo il ragazzo – diventato nel frattempo Martin – ormai consapevole di sé stesso che, nel rielaborare i suoi difficili anni passati, si accinge a scrivere la sua prima pièce teatrale.

La soluzione adottata, seppur non semplicissima da portare avanti, inizialmente pare funzionare: le due storie scorrono e si sviluppano in parallelo senza particolari intoppi, riuscendo ad incastrarsi alla perfezione l’una con l’altra e sviluppando entrambi i personaggi – Marvin e Martin – in modo soddisfacente, evitando ogni pericoloso cliché. Fino ad arrivare al momento in cui Martin riesce finalmente a riconciliarsi con il proprio padre. Se il lungometraggio fosse finito qui, sarebbe stato un prodotto di tutto rispetto. E invece no, la storia viene tirata per le lunghe fino allo stremo, senza una reale necessità, facendo sì che tutto il lavoro perda di mordente. Peccato, soprattutto perché, in genere, una regista come Anne Fontaine è sempre riuscita a mettere in scena in modo decisamente dignitoso situazioni non facili da sviluppare (basti anche solo pensare all’interessante Agnus Dei, probabilmente uno dei suoi lavori migliori). Eppure, qui, a quanto pare, ha voluto strafare. Che sia proprio Venezia a fare questo effetto ai registi? A giudicare da molti altri autori che, nel contesto lidense, pare siano affetti da pericolosa megalomania, pare proprio di sì.

Cosa portiamo, dunque, a casa, dopo la visione di Marvin? Di sicuro, la suggestiva immagine del teatro – e dell’arte, in generale – come strumento salvifico, unica ancora di salvezza in un mondo dove se non si è tutti uguali, si viene inevitabilmente tagliati fuori. Di notevole impatto anche la scena in cui il giovane Marvin viene accompagnato da suo padre in stazione, al fine di trasferirsi in un’altra città per proseguire gli studi: emozionante il momento in cui il ragazzino, sorridente per le goffe dimostrazioni di affetto del rude genitore, non si accorge che quest’ultimo lo sta ancora guardando prima che il treno si metta in moto. Non basta questo, però, a salvare un intero lavoro. Nemmeno lo pseudo-cameo di un’interprete del calibro di Isabelle Huppert, qui nel ruolo di sé stessa. Quest’ultima trovata, al contrario, risulta come una vera e propria forzatura.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

PHANTOM BOY -di Alain Gagnol e Jean-Loup Felicioli

hero_phantom-boy-2016TITOLO: PHANTOM BOY; REGIA: Alain Gagnol, Jean-Loup Felicioli; genere: animazione, fantastico, poliziesco; anno: 2015; paese: Belgio, Francia; durata: 84′

Nelle sale italiane dal 9 marzo, Phantom boy è l’ultimo lungometraggio di animazione di Alain Gagnol e Jean-Loup Felicioli, presentato in anteprima al 33° Torino Film Festival e vincitore del Platinum Grand Prize al 18° Future Film Festival.

Leo è un ragazzino di undici anni costretto a sottoporsi a pesanti cure in ospedale. Egli, da quando ha scoperto di essere malato, ha il potere di uscire dal proprio corpo durante il sonno, senza essere visto da nessuno. Alex, invece, è un giovane poliziotto ferito da un pericoloso malvivente dal volto sfigurato che minaccia di distruggere New York con un potente virus informatico. Grazie ai poteri di Leo – e grazie anche all’aiuto della caparbia giornalista Mary – però, l’uomo potrà portare avanti la sua inchiesta anche dall’ospedale.

phantom_boy_09Leo è, dunque, un piccolo fantasma che ogni notte vola sulla città di New York. La sua figura si snoda sinuosa tra i palazzi quasi come se stesse danzando. I disegni – rigorosamente a mano, bidimensionali, dai fondali spigolosissimi e dalle figure che stanno a ricordare le opere di Picasso (in particolare per quanto riguarda il volto del malvivente sfigurato) e di Modigliani – stanno bene a sottolineare questo contrasto sogno/realtà, così come la contrapposizione tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta. Al contempo, il genere polar – in piena tradizione francese, ovviamente – sembra inizialmente contrapporsi al surreale, all’onirico. Eppure, alla fine, tutto riesce a trovare un punto di incontro, in Phantom boy. Ed il risultato è un’armonia di immagini e di colori per una storia semplice ma raffinata, che fa di questo ultimo lavoro della coppia di registi una vera e propria perla dell’animazione europea.

phantom-boyE così, dunque, la Francia si conferma ancora una volta come una delle nazioni, in Europa, più prolifiche ed interessanti, per quanto riguarda l’animazione stessa. Infatti, se si ripensa anche solo alle produzioni degli ultimi anni, di nomi promettenti, di fatto, ce n’è parecchi: da Sylvain Chomet (L’illusionista) a Rémy Chayé (Tout en haut du monde), senza dimenticare Stephane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner (Ernest e Célestine), oltre all’ottimo Jean-François Laguionie (Le stagioni di Louise).

Dopo il successo di Un gatto a Parigi (2011), candidato, tra l’altro, al Premio Oscar come Miglior Film di Animazione, ecco che la coppia Gagnol-Felicioli riconferma, dunque, il proprio talento con un lungometraggio che per stile e genere ricorda sì il precedente lavoro, ma con il quale, tutto sommato, sembra che i due abbiano dato prova di una loro ulteriore maturazione artistica.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

 

34° TORINO FILM FESTIVAL – WE ARE THE TIDE di Sebastian Hilger

wsdf_vorschau_bild_1TITOLO: WE ARE THE TIDE; REGIA: Sebastian Hilger; genere: thriller, fantascienza; anno: 2016; paese: Germania; cast: Max Mauff, Lana Cooper, Roland Koch; durata: 84′

Presentato in concorso alla 34° edizione del Torino Film Festival, We are the tide è l’ultimo lavoro del regista tedesco Sebastian Hilger.

In principio vediamo Micha, diligente studente universitario che da anni cerca di portare avanti il suo progetto riguardante gli strani fenomeni naturali verificatisi nella cittadina di Windholm. Il principale problema, però, è l’arretratezza del sistema universitario in sé, che poca fiducia gli ha dato fin dall’inizio. Ed ecco che entra in scena Jana, la sua ex ragazza tornata a Berlino dopo un lungo periodo di silenzio. In Seguito all’ennesima delusione in ambito accademico, i due decidono di partire alla volta di Windholm, per analizzare da vicino le cause che hanno portato alla sparizione dell’oceano e di tutti i bambini del posto, i cui corpi non sono mai stati ritrovati.

Fin qui tutto bene. Il problema è che, da questo punto in avanti, il discorso sul sistema accademico in sé viene completamente abbandonato ed il mistero scientifico si trasforma in un vero e proprio giallo, senza riuscire, però, nell’intento di creare le giuste dinamiche e la giusta “elettricità” richieste. Colpa, forse, di ritmi mal realizzati – con scene di tensione enfatizzate eccessivamente dalla musica, ma che, alla fin fine, si rivelano ben poco decisive in qualità di snodi narrativi – e, diciamolo pure, anche di una certa inesperienza alla base di tutto. Come se non bastasse, oltre alla critica al sistema universitario, anche molti altri elementi tirati in ballo – come, ad esempio, i rimandi all’infanzia del protagonista – vengono lasciati in sospeso senza essere successivamente sviluppati, o, addirittura, portati a conclusione in modo del tutto sommario, già visto ed anche leggermente stereotipato. Peccato. Soprattutto perché, all’interno dello stesso script, vi sono in realtà non pochi fattori di potenziale interesse. Basti pensare anche solo all’elemento dell’acqua: l’acqua che dà la vita e che, in questo caso, sta a simboleggiare una vera e propria rinascita, sia per quanto riguarda i bambini scomparsi che il protagonista stesso.

Malgrado tutto, però, al giovane Hilger un merito va riconosciuto: tutto sommato il ragazzo ha dimostrato buone capacità registiche, con una buona gestione degli spazi e movimenti di macchina dinamici e sempre appropriati. E questo non è cosa da poco. Con tali premesse, i prossimi step da affrontare sono innanzitutto trovare una propria strada, senza voler a tutti i costi diventare il nuovo Steven Spielberg – di Steven Spielberg ne abbiamo già uno, fino a prova contraria – ed evitare la scelta di abbracciare così tante tematiche e così tanti generi in una sola volta. In poche parole, less is more!

VOTO: 5/10

Marina Pavido

11° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – LA CAJA VACIA di Claudia Sainte-Luce

emptybox_01TITOLO: LA CAJA VACIA; REGIA: Claudia Sainte-Luce; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Messico, Francia; cast: Claudia Sainte-Luce, Jimmy Jean Louis Pablo Sigal; durata: 101′

Presentato in anteprima – all’interno della Selezione Ufficiale – all’11° Festa del Cinema di Roma, La caja vacia è l’ultimo lungometraggio diretto dalla giovane regista messicana Claudia Sainte-Luce, che, in questa sua opera, affronta il non facile tema della perdita della memoria.

Dopo anni di assenza, Toussaint – sessantenne haitiano – si trasferisce a Città del Messico a casa della figlia Jazmin. I rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ma la convivenza forzata aiuterà l’uomo ad elaborare il suo passato, mentre sua figlia riuscirà, in qualche modo, a perdonarlo.

La particolare struttura narrativa adottata – all’interno della quale sono presenti frequenti flashback e scene oniriche – è, forse, l’elemento più interessante che caratterizza il lungometraggio. Continui salti tra il passato ed il presente, senza stacchi cromatici per quanto riguarda la fotografia, trascinano fin da subito lo spettatore in un loop senza fine. Non vi è alcuna spiegazione clinica, non si scade mai in un eccesso di didascalismo, semplicemente la malattia la si vive. E lo si fa in modo del tutto naturale, entrando direttamente nella mente del protagonista. Interessante, a questo proposito, la scelta di mostrare il protagonista anziano persino durante i momenti ambientati durante la sua infanzia.

Analogamente al tema della malattia, anche il rapporto padre-figlia viene approfondito a dovere. Sia per quanto riguarda le conseguenze che l’infanzia problematica di Jazmin ha avuto sul suo presente (la difficoltà ad avere una relazione matura), sia per il senso di colpa vissuto – durante i ricordi – dallo stesso Toussaint.

Ed ecco che ci troviamo di fronte a due elementi fondamentali: il senso di colpa e la memoria. Cosa, o meglio, chi ci ricordano queste due costanti? Ovviamente, non possiamo non pensare alla filmografia d Christopher Nolan, il quale ha fatto di queste due tematiche quasi il marchio di fabbrica delle sue opere. Ovviamente, in La caja vacia tutto è trattato in modo più “soft”, meno contorto e con meno salti spazio-temporali. Nonostante le numerose scene oniriche, infatti, essenziali e senza fronzoli sono le scelte registiche adottate, insieme ad una fotografia decisamente sobria e dai colori tenui, all’interno della quale grande spazio hanno – soprattutto per quanto riguarda gli interni – le ombre, simbolo, appunto, dei buchi nella memoria del protagonista.

Le uniche pecche di questo lungometraggio della Sainte-Luce sono sporadici momenti “morti”, in cui la narrazione sembra non andare avanti e, al contrario, sembra diventare eccessivamente ripetitiva. Questa non sempre azzeccata gestione dei tempi viene affiancata anche da qualche pericolosa caduta di stile, la peggiore delle quali avviene, senza dubbio, alla fine del film, quando – dopo il suicidio di Toussaint – vediamo quest’ultimo apparire sullo schermo del televisore a casa di Jazmin, come se avesse voluto dare un ultimo saluto alla figlia.

Detto questo, ci troviamo comunque di fronte ad un’opera piccola ma interessante. Soprattutto per una messa in scena della malattia semplice e complessa, articolata ed essenziale allo stesso tempo. Risultato, questo, molto più difficile da ottenere di quanto si possa inizialmente pensare.

VOTO: 7/10

Marina Pavido