13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – THE HATE U GIVE di George Tillman Jr.

hateugive_03-h_2018TITOLO: THE HATE U GIVE; REGIA: George Tillman Jr.; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2018; cast: Amandla Stenberg, Regina Hall, Russell Hornsby; durata: 133′

Presentato in anteprima italiana alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Hate U Give (titolo in italiano Il Coraggio della Verità), presentato all’interno della Selezione Ufficiale, è l’ultimo lavoro diretto da George Tillman Jr. e tratto dall’omonimo romanzo di Angie Thomas.

Questo singolare young adult dai chiari rimandi al cinema di Spike Lee ci racconta la storia di Starr (Amandla Stenberg), adolescente di colore che assiste all’uccisione del suo amico di infanzia Khalil (Algee Smith) per mano di un poliziotto che lo credeva armato. La ragazza è l’unica testimone dei fatti e le sue parole possono far sì che il poliziotto venga incriminato. Dall’altro canto, però, un noto spacciatore della zona, per cui il ragazzo ucciso lavorava, continua a minacciarla, in caso di testimonianza, per evitare che la giovane faccia anche il suo nome.

Lungometraggio ad alto rischio di retorica e di pericolosi luoghi comuni, ma che, tutto sommato, si è rivelato una sorta di sorpresa all’interno della presente manifestazione cinematografica, questo ultimo lavoro di George Tillman Jr. Fatta eccezione, infatti, per qualche sbavatura riguardante la sceneggiatura (vedi le figure delle amiche della protagonista, praticamente inutili al procedere della narrazione) o scelte registiche azzardate e poco appropriate (come la decisione di far apparire durante il processo – nell’immaginazione di Starr – la figura del defunto Khalil), The Hate U Give si è rivelato un prodotto pulito e gradevole, che ben sa miscelare i momenti di spensieratezza tra adolescenti al dramma sociale, con tanto di crescendo man mano che ci si avvicina al finale e un’importante messaggio per nulla banale, che fa del presente lungometraggio un film di denuncia a tutti gli effetti, fruibile da giovani e da meno giovani e che vede nel suo punto di forza la straordinaria interpretazione della promettente Amandla Stenberg nel ruolo della protagonista.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

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LA RECENSIONE – SCAPPA-GET OUT di Jordan Peele

Get_Out_filmTITOLO: SCAPPA – GET OUT; REGIA: Jordan Peele; genere: horror, thriller; paese: USA; anno: 2017; cast: Daniel Kaluuya, Allison Williams, Catherine Keener; durata: 103′

Nelle sale italiane dal 18 maggio, Scappa – Get out è l’opera prima dell’attore statunitense Jordan Peele.

Chris, un ragazzo di colore, sta per andare a conoscere i genitori di Rose, la sua ragazza, di etnia bianca. Il ragazzo è un po’ preoccupato in quanto la famiglia di Rose ancora non è a conoscenza del fatto che Chris sia nero. La ragazza cerca in tutti i modi di tranquillizzarlo, ma, una volta giunti a destinazione, il giovane scoprirà di essere l’unico di colore oltre ai domestici e fin da subito si renderà conto che nella casa regna una strana ed inquietante atmosfera.

ouehEbbene sì. Malgrado la poca esperienza del regista dietro alla macchina da presa, Scappa – Get out è indubbiamente una sorpresa più che piacevole all’interno del panorama cinematografico attuale. La prima cosa che colpisce di questa opera prima di Jordan Peele sono le singolari atmosfere ricostruite, che tanto stanno a ricordare le pellicole horror anni Settanta/Ottanta. E questo non è soltanto merito delle ambientazioni (fatta eccezione per i telefoni cellulari presenti, è come se ci si trovasse, una volta a casa dei genitori di Rose, in un posto senza tempo), ma anche per le musiche. Interessante, a tal proposito, il contrappunto musicale creato durante i primi minuti quando un ragazzo di colore viene assalito e rapito, con un’allegra canzone – rigorosamente diegetica – proveniente dall’autoradio della macchina su cui verrà successivamente caricato.

Stesso discorso vale per la regia. Sovente lo spettatore si trova a sobbalzare sulla poltrona in seguito ad aggressioni improvvise, inaspettati incidenti d’auto ed altre giuste trovate che rispecchiano appieno i canoni dell’horror classico, senza però cadere mai nel retorico, ma creando, al contrario, un prodotto con una ben marcata identità.

get-out-allison-williams-daniel-kaluuyaParticolare attenzione, inoltre, va dedicata al sottotesto. Come ben sappiamo, negli ultimi mesi la situazione politica statunitense ha fatto discutere non poco. Ora, quale occasione migliore di dire la propria attraverso un film di genere che attacca in modo (non troppo) velato la società americana con tutta la sua ipocrisia ed il fascismo latente che sembra oggi essere vivo più che mai? Un film che non ha pietà per nessuno, questo di Peele. E che, soprattutto, non esita a smorzare i toni con una certa ironia di fondo che risulta in questo caso particolarmente indovinata.

Non si tratta del solito horror, dunque. Scappa – Get out è molto di più. Se non altro può essere letto anche come fedele omaggio al genere. Fedele e decisamente riuscito.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

11° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – FRITZ LANG di Gordian Maugg

c-belle-epoque-fotograf-tim-fulda-%ef%80%a2-fritz-lang-hTITOLO: FRITZ LANG; REGIA: Gordian Maugg; genere: drammatico, biografico; anno: 2016; paese: Germania; cast: Heino Ferch, Thomas Thieme, Samuel Finzi; durata: 104′

Presentato in anteprima – all’interno della Selezione Ufficiale – all’11° Festa del Cinema di Roma, Fritz Lang, diretto dal regista tedesco Gordian Maugg, è incentrato sul periodo antecedente la lavorazione di uno dei più grandi capolavori del regista, nonché colonna portante del cinema espressionista: M – Il mostro di Düsseldorf.

Un pericoloso serial killer viene, finalmente, arrestato. Il regista Fritz Lang è inizialmente curioso di capire cosa abbia spinto l’uomo a commettere tutti quei delitti. In seguito ad alcuni loro incontri, però, inizierà anche a ripensare al suo passato e, in qualche modo, riuscirà a trovare non pochi punti in comune con l’uomo stesso. Dalle loro conversazioni prenderà vita, successivamente, la sceneggiatura di M – Il mostro di Düsseldorf.

Quali sono le sensazioni che si hanno durante e dopo la visione di Fritz Lang? Dunque, ripercorrendo velocemente con la mente le varie tappe della messa in scena, dovrebbero essere nell’ordine: incredulità, rabbia, sconforto, ilarità, rassegnazione, sonno e di nuovo rabbia. Ecco, il lungometraggio di Maugg trasmette proprio questo. E non perché la storia raccontata sia talmente coinvolgente da farci vivere così tante emozioni. Al contrario, chiunque abbia avuto l’occasione di innamorarsi del cinema di Lang, ha qui l’impressione di trovarsi di fronte ad una vera e propria profanazione. Soprattutto se ci si accorge della furbizia con cui una simile operazione è stata portata a termine, dal momento che un biopic su una figura di tale portata di certo andrà ad attirare un buon numero di spettatori, cinefili e non.

Prima ancora di vedere qualsiasi immagine, ma limitandosi soltanto ad ascoltare – fissando lo schermo nero – il motivetto fischiettato continuamente da Peter Lorre in M, le speranze di assistere ad un lavoro come si deve sono ancora in piedi. Bastano pochi minuti, però, per rendersi conto di avere davanti un prodotto altamente manierista e pretenzioso, le cui scene di maggiore potenza sono proprio filmati di repertorio o spezzoni del film originale di Lang montati sulla paccottiglia piatta e dai ritmi discontinui girata da Maugg. Facile così. Soprattutto quando si vuol creare un finale d’effetto con Peter Lorre che recita il suo monologo durante l’ultima sequenza di M. Come già detto, però, al di là della riuscita messa in scena da un punto di vista prettamente tecnico, quel che maggiormente rende Fritz Lang un lungometraggio urticante è la grande presunzione alla base di tutto.

Partendo dal presupposto che cercare di comprendere una figura complessa come quella di Lang – soprattutto se la si osserva in luce di alcuni avvenimenti di natura oscura (primo fra tutti, il suicidio della giovane moglie)accaduti durante la gioventù – non è compito facile, nel caso in cui si volesse approfondire un particolare momento della vita del regista, ci sarebbe talmente tanto da raccontare che, al di là della forma di messa in scena preferita, di certo potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante. Ecco, a quanto pare Gordian Maugg – probabilmente talmente ansioso di creare a tutti i costi qualcosa di “rivoluzionario” – è riuscito in tutto e per tutto a dare vita a quanto di peggio si possa produrre. Il Fritz Lang qui raccontato è un violento, cocainomane e maniaco del sesso. Sembra ossessionato da qualsiasi cosa, fatta eccezione per il cinema stesso, a cui non viene fatto il benché minimo riferimento durante tutto il lungometraggio. Il suo personaggio viene talmente caricato da essere trattato involontariamente – a un certo punto – quasi alla stregua di una macchietta e perdendo totalmente di credibilità. Da ricordare – a questo proposito – la vera e propria scena madre del film, ossia quando vediamo Lang camminare da solo nel bosco e, di punto in bianco, prendere a sparare in aria all’impazzata. A questo punto, al pubblico – già fortemente provato da oltre un’ora di visione – non resta che lasciarsi andare – più per inerzia che per altro – a qualche stanca risata.

Tanto rumore per nulla, in pratica. Eppure, anche volendosi solo soffermare sul periodo antecedente la lavorazione di M, ci sarebbe talmente tanto da raccontare che i 104 minuti qui impiegati sarebbero fin troppo pochi. Basti pensare soltanto alle tematiche del film stesso, alla forte critica nei confronti della società, alla denuncia di quel “nazismo latente” che avrebbe visto, da lì a pochi anni, la nascita della dittatura vera e propria. Invece no. Gordian Maugg non racconta nulla di tutto ciò, impegnato com’è a dare vita a tutti i costi ad un Fritz Lang disturbato e disturbante come quello presentatoci in questa sua opera. E pensare che, anche solo volendosi concentrare sull’uomo piuttosto che sul cineasta, un bel documentario in merito, ad esempio, avrebbe avuto di sicuro una migliore riuscita. Ma, si sa, la presunzione, spesso e volentieri, gioca dei gran brutti scherzi.

VOTO: 3/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA: MISTER CHOCOLAT di Roschdy Zem

3TITOLO: MISTER CHOCOLAT; REGIA: Roschdy Zem; genere: drammatico, biografico; anno: 2016; paese: Francia; cast: Omar Sy, James Thiérrée, Clotilde Hesme; durata: 119′

Nelle sale italiane dal 7 aprile, Mister Chocolat, diretto da Roschdy Zem, è l’attesissimo lungometraggio interpretato da Omar Sy e James Thiérrée.

Il film racconta la vera storia di Rafael Padilla, in arte Chocolat, primo artista di colore ad avere successo in Francia, nei primi del Novecento, insieme al clown George Footit. Di umili origini, il ragazzo iniziò a lavorare dapprima in un piccolo circo di periferia, per poi partire alla volta di Parigi, dove la sua carriera finalmente decollò. La notorietà, però, gli causò non pochi problemi.

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Il lungometraggio di Zem, indubbiamente, ha dalla sua innanzitutto un cast stellare, oltre ad una sceneggiatura di ferro, semplice e pulita, che fa da scheletro più che robusto per l’intero prodotto. La storia del clown Chocolat, per molti anni dimenticata dai francesi stessi, è, senza dubbio, di grande interesse. Simbolo di una rivalsa sulla società che sta cambiando (ma che, forse, non è del tutto pronta al cambiamento), ma anche immagine della dura vita degli artisti, perennemente dipendenti dal giudizio del pubblico e, anche per questo, incredibilmente vulnerabili. Non dimentichiamo, inoltre, che il mondo dello spettacolo in sé (circo, teatro, varietà, così come cinema) ha sempre regalato al tutto un fascino particolare.

mister_chocolat_omar_sy_clotilde_hesmeLa vera peculiarità del film in questione – oltre ad un’ottima scrittura – è, invero, la scelta del cast. Omar Sy, comico francese noto al grande pubblico per la sua recente performance in Quasi amici, è ormai una garanzia, oltre ad una vera e propria calamita, quando si tratta di chiamare gli spettatori in sala. La grande sorpresa, però, è James Thiérrée, attore principalmente teatrale, ma anche regista e cabarettista, con un passato da circense. I numerosi cambi di registro che ogni interprete ha dovuto affrontare, sono del tutto privi di sbavature e mai sopra le righe, mentre la gestualità e la padronanza del corpo, dal canto loro, sono a dir poco encomiabili.

chocolat2Il fattore che meno convince in tutto il lungometraggio è, in realtà, proprio la regia. Spesso e volentieri, infatti, la macchina da presa tende ad indugiare un po’ troppo sui personaggi, volendo enfatizzare la drammaticità delle scene, ma creando, in contemporanea, un effetto eccessivamente patetico e smielato. Vale, in particolare, per la scena del pestaggio di Chocolat, così come per il momento riguardante il suo incontro, dopo tanti anni, con Footit.

Piccola perla: la citazione “metacinematografica” che vede i fratelli Lumière intenti a filmare i due clown. Il filmato originale ci verrà proposto appena prima dei titoli di coda. E sappiamo bene che scelte del genere si rivelano quasi sempre vincenti.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

AL VIA LA 34^ EDIZIONE DEL PREMIO SERGIO AMIDEI

Ricevo e volentieri pubblico

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Premio Sergio Amidei 

Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica

10 > 16.07.2015  ● Palazzo del Cinema-Hisa Filma /Parco Coronini Cronberg  ● Gorizia

Al via domani 10 luglio la 34° edizione del Premio Amidei

con il corso di formazione giornalistica “Dentro le forme della critica cinematografica”,

l’Amidei Kids e le sezioni dedicate ad Álex de la Iglesia,

alla scrittura seriale e allo humour nero.

Ad inaugurare le proiezioni serali al Parco Coronini Cronberg

Duccio Chiarini, regista di “Short Skin”,

primo film in concorso per il Premio Internazionale

alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica 2015

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Prenderà il via domani 10 luglio la 34° edizione del Premio Internazionale alla Migliore Sceneggiatura Cinematografica Sergio Amidei in programma al Palazzo del Cinema – Hiša Filma e al Parco Coronini Cronberg di Gorizia fino al 16 luglio p.v. 

Un’intera settimana di intensa programmazione per presentare il meglio della sceneggiatura internazionale dedicata al mondo del cinema e da quest’anno anche il meglio della sceneggiatura tv e del web tra autori cult del panorama cinematografico italiano e internazionale, retrospettive integrali, pellicole rarissime, tavole rotonde e un corollario di eventi collaterali.

In un quadro così ricco, è stato affidato ad un corso di aggiornamento professionale per giornalisti il compito di aprire ufficialmente l’edizione 2015 (sala 2 – Kinemax Gorizia, ore 9). Intitolato “Dentro le forme della critica cinematografica” e condotto da Sara Martin, docente Dams e coordinatore organizzativo del Premio Amidei, e Roy Menarini, docente di Cinema e Industria Culturale presso la sede di Rimini dell’Università di Bologna e critico cinematografico, il corso offrirà un percorso attraverso le diverse modalità della critica cinematografica: dalla recensione “classica” da quotidiano, alle forme di recensione e critica specialistica fino alle nuove forme di critica che si collocano nel web, siti e blog personali. Uno spazio sarà dedicato, inoltre, alla cinematografica su portali video (vimeo, youtube) e alle forme brevi di critica sui social network.

Contestualmente, alle ore 10 nella sala 1 del Kinemax, spazio ai più piccoli con l’Amidei Kids. Per la gioia di giovani cinefili, ma non solo, l’Amidei proporrà il film di animazione in claymation, ovvero con l’uso di pupazzi in plastilina animati in stopmotion, Shaun, vita da pecora – Il film (2015), tratto dalla celebre e omonima serie televisiva del 2007 della Aardman Animation, studio cinematografico inglese già autore dei lungometraggi Galline in fuga (2000), Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro (2005), Giù per il tubo (2006), Pirati! Briganti da strapazzo (2012), nonché dei due cortometraggi premiati con l’Oscar, Una tosatura perfetta (1995) e I pantaloni sbagliati (1993).

gomorra3aAlle ore 10 nella sala 3 del Kinemax prenderà il via una delle sezioni tematiche più attese dell’Amidei 2015, la Scrittura seriale, un nuovo spazio inedito che indaga l’universo della scrittura long running rintracciabile nelle serie televisive, dove la forza della sceneggiatura si fa sentire con sorprendente intensità. “Nel tempo i running plot si sono via via complicati sempre di più, trame e dialoghi sono diventati progressivamente più azzardati e coinvolgenti, i personaggi sono stati scritti in maniera così intensa e credibile da diventare delle vere e proprie icone dell’immaginario contemporaneo, pensiamo per esempio a Tony Soprano (The Sopranos), a Carrie Bradshow (Sex and the City) al Dr. House (Dr. House – Medical Division)” come ha ricordato Sara Martin nel catalogo Amidei 2015. Per inaugurare la sezione il Premio Amidei partirà dal contesto nazionale proponendo al pubblico Gomorra – La serie, l’eccellente produzione nostrana che ha saputo attirare gli interessi di una platea internazionale.

Il pomeriggio dell’Amidei si aprirà alle ore 14.30 con Plutón B.R.B. Nero, puntata pilota della serie tv inedita in Italia di Alex de la Iglesia che aprirà ufficialmente la lunga serie di proiezioni della retrospettiva integrale dedicata al suo cinema. Un omaggio che Il Premio Amidei ha voluto fortemente per tributare l’autore insignito del prestigioso Premio all’Opera d’Autore 2015 per essersi distinto come artista completo nell’ambito della scrittura, della sceneggiatura e della narrazione. Nel corso della giornata saranno proiettati anche Film per non dormire – La stanza del bambino e Perdita Durango, pellicole realizzate a vent’anni di distanza l’una dall’altra, nel 1977 la prima, nel ’97 la seconda

Al via anche la sezione Piccola antologia dello humour nero con due pellicole imperdibili: il semisconosciuto Gente felice – Benvenuto, onorevole! per la sceneggiatura di Mino Loy, Adriano Baracco, Roberto Nardi e la regia di Mino Loy  e Brutti, sporchi e cattivi per la sceneggiatura di Ruggero Maccari ed Ettore Scola e la regia di Ettore Scola.

Dal Kinemax al Parco Coronini Cronberg. Cambio di location per entrare nel vivo della programmazione con il primo film in concorso per il Premio Internazionale all Migliore Sceneggiatura Cinematografica Sergio Amidei 2015, Short Skin di Duccio Chiarini che verrà proiettato alla presenza del regista e co-sceneggiatore della pellicola scritta assieme a Ottavia Maddeddu, Marco Pettenello, Miroslav Mandic.

Pellis2Ad anticipare il film della serata l’evento speciale Folk Reporter Parade, corto di Olivia Averso Pellis che introduce lo straordinario progetto di recupero dell’omonimo archivio che intende rendere accessibili a tutti, in formato digitale, le 300 unità archivistiche tra film e nastri magnetici con registrazioni in presa diretta, i circa 40.000 tra fotografie e diapositive, l’intera biblioteca con gli scritti della Averso Pellis e il copioso materiale tecnico composto da cineprese, macchine fotografiche, registratori audio, moviole.

L’intero Fondo è stato donato all’Associazione Palazzo del Cinema – Hiša filma, che a partire dal 2014 ha avviato un progetto di inventariazione e catalogazione dei materiali, nonché di preservazione e digitalizzazione dei film e dei nastri audio. Il progetto è sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia e si avvale della consulenza e delle lavorazioni del Laboratorio “La Camera Ottica” (DAMS – Università degli Studi di Udine).