LA RECENSIONE – L’APPARIZIONE di Xavier Giannoli

apparizioneTITOLO: L’APPARIZIONE; REGIA: Xavier Giannoli; genere: drammatico; paese: Francia, Italia; anno: 2018; cast: Vincent Lindon, Galatéa Bellugi, Patrick D’Assumçao; durata: 140′

Nelle sale italiane dall’11 ottobre, L’Apparizione è l’ultimo lungometraggio del cineasta francese Xavier Giannoli, il quale, pur avendo attuato, apparentemente una sorta di cambio di rotta all’interno della sua filmografia, ha messo in scena – come di consueto – la storia di qualcuno che sembra vivere una vita non sua.

La storia qui raccontata, dunque, è quella di Jacques (Vincent Lindon), affermato giornalista che viene incaricato dal Vaticano di indagare sul singolare caso di una ragazza (Galatéa Bellugi), la quale afferma di aver assistito all’apparizione della Vergine Maria in un piccolo paesino della Francia.

Tema impegnativo, dunque, questo scelto da Giannoli. Eppure, secondo le affermazioni dello stesso regista, del tutto necessario, al fine di capire quale sia, in realtà, il suo stesso rapporto con la religione. E così, con un lungometraggio che si situa a metà strada tra il dramma religioso e il thriller, si arriva a realizzare una storia molto più complessa e stratificata di quanto possa inizialmente sembrare e in cui, alla fine dei conti, non viene emessa alcuna tesi definitiva a riguardo, ma, al contrario, lo spettatore viene lasciato libero di trarre le proprie conclusioni e di interpretare il tutto in modo strettamente personale. Scelta coraggiosa, dunque, questa attuata da Giannoli. Coraggiosa, ma che, tuttavia, non sempre riesce a tenere il passo a ciò che viene messo in scena, presentando non poche discontinuità e forzature (prima fra tutte: la figura stessa dell’amica della protagonista) e facendo sì, di conseguenza, che l’intero lavoro perda complessivamente di credibilità e di compattezza narrativa. Peccato. Soprattutto perché, dato il tema scelto, di spunti interessanti per portare avanti la storia ce n’erano davvero parecchi.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

VENEZIA 75 – MONROVIA, INDIANA di Frederick Wiseman

46188-Monrovia__Indiana_-_Frederick_Wiseman__Film_still__2_TITOLO: MONROVIA, INDIANA; REGIA: Frederick Wiseman; genere: documentario; paese: USA; anno: 2018; durata: 143′

Presentato fuori concorso alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Monrovia, Indiana è l’ultimo lavoro del celebre documentarista statunitense Frederick Wiseman.

Se in passato il maestro ci aveva mostrato aspetti di vita riguardanti università, biblioteche, singolari quartieri e, più in generale, grandi centri nevralgici, eccolo scegliere, in questa occasione, un piccolo paesino rurale del Midwest (Monrovia, appunto, nello stato dell’Indiana), in cui abitano soltanto 1400 cittadini e in cui il tempo, sotto molti aspetti, sembra essersi davvero fermato.

Con una struttura narrativa che tanto sta a ricordare il ciclo della vita (dalla prima infanzia, momento in cui ci viene mostrata la vita all’interno di una scuola, fino alla morte, quando assistiamo ai funerali di un’anziana signora), il regista si inserisce con il suo solito fare discreto e quasi “invisibile” all’interno di questa piccola comunità rurale, mostrandoci – come solo lui sa fare – scene di vita quotidiana riguardanti il lavoro all’interno di allevamenti, i momenti degli acquisti al supermercato, piccole assemblee cittadine, il lavoro del veterinario locale e persino la produzione di bistecche ed hamburger. Ed ecco che, dopo sole due ore e venti, anche noi ci sentiamo parte di quel piccolo mondo fuori dal tempo. Quasi come se lo conoscessimo da sempre.

Non ha paura, Wiseman, di giocare con gli stereotipi. Non ha paura di risultare eccessivo, nel mostrarci le piccole stranezze e le bizzarre abitudini di alcuni abitanti. La sua macchina da presa, al contrario, osserva – silenziosa e riservata come sempre – il tutto con sguardo benevolo, affettuoso, persino nostalgico, se si pensa che di realtà del genere ce n’è sempre meno nel mondo, a causa della globalizzazione. Frederick Wiseman, dal canto suo, è innamorato di ciò che ci racconta. E, ancora una volta, è riuscito a far suo quel piccolo, curioso mondo fino a poco tempo fa a lui così lontano.

Per il tema trattato, così come per la sua singolare struttura narrativa, questo prezioso Monrovia, Indiana può classificarsi di diritto quasi come una sorta di “opera definitiva”; a detta dello stesso regista, il giusto corollario della serie sulla vita americana contemporanea. Un’opera la cui durata è piuttosto contenuta, rispetto ai precedenti lavori dell’autore, ma che, forse anche grazie alla sua particolare struttura autoconclusiva, risulta, probabilmente, il suo lavoro più completo. Una finestra spalancata su un mondo a noi sconosciuto, da cui non vorremmo allontanarci poi così presto, ma che, ahimé, sta pian piano svanendo. Ma, si sa, la particolarità del cinema di Wiseman è proprio questa: tutti noi, davanti allo schermo, ci troviamo di punto in bianco catapultati in un nuovo mondo, che, ben presto, sentiamo come se fosse nostro da sempre.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

 

20° FAR EAST FILM FESTIVAL – ON HAPPINESS ROAD di Sung Hsin Yin

on happiness roadTITOLO: ON HAPPINESS ROAD; REGIA: Sung Hsin Yin; genere: animazione; paese: Taiwan; anno: 2017; durata: 111′

Presentato in anteprima europea alla 20° edizione del Far East Film Festival di Udine, On Happiness Road è un interessante lavoro di animazione della regista taiwanese Sung Hsin Yin.

Con una forte componente autobiografica, il lavoro ci racconta le vicende di Lin Shu-chi, la quale, dopo essere venuta a conoscenza della morte di sua nonna, decide di tornare per un periodo nella cittadina taiwanese dove è nata e cresciuta – precisamente in via Felicità – e che aveva abbandonato soltanto in età adulta per trasferirsi negli Stati Uniti. L’incontro con i suoi genitori e con alcuni amici d’infanzia l’aiuteranno a riflettere sulla sua vita e sui suoi desideri.

E così, con continui flashback e numerose scene oniriche, le vicende della giovane Chi vanno di pari passo con la storia del Taiwan stesso, con la sua politica, la sua cultura, i suoi movimenti studenteschi e le sue disgrazie. Un lungometraggio sentito e personalissimo, in cui si ripercorrono quarant’anni di storia di un’intera nazione, senza la pretesa di voler lanciare a tutti i costi un preciso messaggio politico, ma dove la messa in scena si fa espressione semplice e diretta di un grande amore nei confronti del proprio paese e delle proprie origini. Origini che, ovviamente, vengono intese anche nell’accezione di vere e proprie tradizioni popolari (particolarmente emblematico, a tal proposito, il personaggio della nonna di Chi, aborigena taiwanese che, come vediamo durante i flashback, ogni volta che va a trovare l’adorata nipote, non fa che presentarle nuove, bizzarre usanze).

Una riflessione particolare, inoltre, merita la realizzazione grafica. Particolarmente suggestiva l’animazione in 2D che prevede fondali realizzati con acquerelli dai toni prevalentemente pastello che contrastano sapientemente con figure dai contorni netti e ben delineati. Per non parlare dei momenti onirici o riguardanti l’immaginario di Chi bambina, dove i contorni spariscono del tutto, le immagini e i personaggi di fanno mutanti e non mancano raffinati riferimenti all’immaginario fiabesco che stanno a ricordarci che, in fondo, nessuno – né la protagonista, né tantomeno noi – ha in realtà mai smesso di essere bambino.

Ed ecco che – con un lungometraggio in cui, per certi versi, si sente forte l’influenza di lavori come Pioggia di Ricordi (1991) o I miei Vicini Yamada (1999), entrambi del maestro Isao Takahata e a cui, forse, si può rimproverare una sceneggiatura che tende a farsi leggermente più sfilacciata man mano che ci si avvicina al finale – il mondo dell’animazione taiwanese ha trovato una degna rappresentante in Sung Hsin Yin, la quale, con grande sensibilità e un lirismo di fondo tipico della cultura orientale, ha saputo mettere in scena una storia personale e universale allo stesso tempo, la storia di una singola persona e quella di un’intera nazione, apologia degli affetti, delle tradizioni e degli antichi valori, che vede in un singolare rapporto nonna-nipote una perfetta connessione tra presente e passato, tra sé stessi e il resto del mondo. Una strada sicura per la felicità.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – IL PUGILE DEL DUCE di Tony Saccucci

Il-Pugile-Del-Duce-Leone-20173399TITOLO: IL PUGILE DEL DUCE; REGIA: Tony Saccucci; genere: documentario; anno: 2016; paese: Italia; durata: 65′

Nelle sale italiane dal 21 marzo – in occasione della Giornata Mondiale contro il razzismoIl pugile del duce è l’opera prima del regista Tony Saccucci, liberamente tratto dal libro Nero di Roma di Mauro Valeri.

Leone Jacovacci era un pugile pressoché perfetto: campione quasi imbattuto, ottima tecnica, ottima resistenza. Essendo, però, per metà italiano e per metà congolese, trovò non poche difficoltà nel farsi riconoscere la cittadinanza italiana. La situazione non migliorò nel momento in cui il duce decise di “cancellarlo” letteralmente dalla storia d’Italia, lanciando la figura di Primo Carnera come campione nazionale di pugilato.

Questo suo lavoro di Saccucci indubbiamente ci regala un’altra porzione della nostra storia andata, ormai, dimenticata. Con una serie di testimonianze (prima tra tutte, quella di Mauro Valeri, biografo di Jacovacci), fotografie d’epoca e filmati di repertorio, ecco rivivere sul grande schermo la singolare figura del pugile di colore che tanti consensi ha riscosso da parte del pubblico, ma che, proprio per il colore della sua pelle, è stato considerato una figura “scomoda”, poco adatta a rappresentare l’Italia, malgrado la sua adesione, tra l’altro, proprio al partito fascista.

Tale storia ci viene raccontata quasi come una sorta di favola, con una voce narrante che da un lato da sì l’impressione di assistere ad un prodotto prettamente televisivo, ma che, dall’altro lato, risulta decisamente necessaria. Il risultato finale è un prodotto di tutto rispetto: un prezioso documento che testimonia importanti avvenimenti nel nostro paese, ormai completamente dimenticati, ma che, grazie anche al potere della Settima Arte, possono finalmente tornare alla luce.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

PHANTOM BOY -di Alain Gagnol e Jean-Loup Felicioli

hero_phantom-boy-2016TITOLO: PHANTOM BOY; REGIA: Alain Gagnol, Jean-Loup Felicioli; genere: animazione, fantastico, poliziesco; anno: 2015; paese: Belgio, Francia; durata: 84′

Nelle sale italiane dal 9 marzo, Phantom boy è l’ultimo lungometraggio di animazione di Alain Gagnol e Jean-Loup Felicioli, presentato in anteprima al 33° Torino Film Festival e vincitore del Platinum Grand Prize al 18° Future Film Festival.

Leo è un ragazzino di undici anni costretto a sottoporsi a pesanti cure in ospedale. Egli, da quando ha scoperto di essere malato, ha il potere di uscire dal proprio corpo durante il sonno, senza essere visto da nessuno. Alex, invece, è un giovane poliziotto ferito da un pericoloso malvivente dal volto sfigurato che minaccia di distruggere New York con un potente virus informatico. Grazie ai poteri di Leo – e grazie anche all’aiuto della caparbia giornalista Mary – però, l’uomo potrà portare avanti la sua inchiesta anche dall’ospedale.

phantom_boy_09Leo è, dunque, un piccolo fantasma che ogni notte vola sulla città di New York. La sua figura si snoda sinuosa tra i palazzi quasi come se stesse danzando. I disegni – rigorosamente a mano, bidimensionali, dai fondali spigolosissimi e dalle figure che stanno a ricordare le opere di Picasso (in particolare per quanto riguarda il volto del malvivente sfigurato) e di Modigliani – stanno bene a sottolineare questo contrasto sogno/realtà, così come la contrapposizione tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta. Al contempo, il genere polar – in piena tradizione francese, ovviamente – sembra inizialmente contrapporsi al surreale, all’onirico. Eppure, alla fine, tutto riesce a trovare un punto di incontro, in Phantom boy. Ed il risultato è un’armonia di immagini e di colori per una storia semplice ma raffinata, che fa di questo ultimo lavoro della coppia di registi una vera e propria perla dell’animazione europea.

phantom-boyE così, dunque, la Francia si conferma ancora una volta come una delle nazioni, in Europa, più prolifiche ed interessanti, per quanto riguarda l’animazione stessa. Infatti, se si ripensa anche solo alle produzioni degli ultimi anni, di nomi promettenti, di fatto, ce n’è parecchi: da Sylvain Chomet (L’illusionista) a Rémy Chayé (Tout en haut du monde), senza dimenticare Stephane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner (Ernest e Célestine), oltre all’ottimo Jean-François Laguionie (Le stagioni di Louise).

Dopo il successo di Un gatto a Parigi (2011), candidato, tra l’altro, al Premio Oscar come Miglior Film di Animazione, ecco che la coppia Gagnol-Felicioli riconferma, dunque, il proprio talento con un lungometraggio che per stile e genere ricorda sì il precedente lavoro, ma con il quale, tutto sommato, sembra che i due abbiano dato prova di una loro ulteriore maturazione artistica.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

 

LA RECENSIONE DI MARINA – PASSERI di Runar Runarsson

sparrows-still-credit-sophia-olssonTITOLO: PASSERI; REGIA: Runar Runarsson; genere: drammatico; anno: 2015; paese: Islanda, Danimarca, Croazia; cast: Atli Oscar Fjalarsson, Rakel Björk Björnsdottir; durata: 99′

Nelle sale italiane dal 2 marzo, Passeri è l’ultimo lungometraggio del giovane regista islandese Runar Runarsson.

Ari è un ragazzo di 16 anni che vive in città con la madre. Un giorno quest’ultima è costretta a trasferirsi in Africa insieme al suo nuovo compagno e non può più occuparsi del ragazzo, il quale, a sua volta, è costretto a trasferirsi in un piccolo villaggio dove vivono sua padre e sua nonna. Qui Ari, riscoprendo il rapporto con suo padre ed innamorandosi di Lara, sua vecchia amica di infanzia, avrà modo di entrare ufficialmente nell’età adulta.

sparrows_feb_stills_1-143-2Fin dalle prime inquadrature, ciò che colpisce in Passeri è come – di fianco al personaggio di Ari – il paesaggio islandese, con i suoi grandi spazi vuoti che stanno quasi a disorientare sia lo spettatore che i protagonisti stessi della pellicola, sia trattato – come spesso accade nella cinematografia nordeuropea – quasi alla stregua di un coprotagonista. E la cosa vien fatta a ragione, visti i meravigliosi paesaggi di cui tutto il Nord Europa dispone. Per quanto riguarda l’Islanda nello specifico, è stato così per i lungometraggi della compianta Solveig Anspach, ad esempio, giusto per citare uno dei nomi più noti.

In questo interessante romanzo di formazione, dunque, le inquietudini adolescenziali di Ari ben vengono sottolineate da spazi tanto affascinanti quanto agorafobici, che ben rendono il senso di spaesamento di chi, come il nostro protagonista, sta per abbandonare per sempre il mondo ovattato e caldo dell’infanzia, per affacciarsi nell’età adulta, dove niente e nessuno sembra stare dalla tua parte.

sparrowsA ben rendere questa sensazione, particolarmente indovinato risulta il giovane Atli Oscar Fjalarsson, che riesce a reggere praticamente quasi tutto il lungometraggio da solo.

Persino tematiche come il conflitto generazionale, l’assenza di uno dei genitori o i primi innamoramenti vengono trattati dall’occhio giovane ma esperto di Runarsson con attenzione e delicatezza, senza mai cadere in banali clichés o dare qualcosa per scontato. Il risultato finale è una vera e propria chicca della cinematografia nordeuropea, presentata dall’Islanda agli Oscar 2017 e distribuita in Italia grazie a Lab80 e che, si spera, possa ottenere l’attenzione che merita.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – VI PRESENTO TONI ERDMANN di Maren Ade

toni-erdmann-3-rcm0x1920uTITOLO: VI PRESENTO TONI ERDMANN; REGIA: Maren Ade; genere: commedia; anno: 2016; paese: Germania; cast: Peter Simonischek, Sandra Hüller, Michael Wittenborn; durata: 162′

Nelle sale italiane dal 23 febbraio, Vi presento Toni Erdmann, diretto dalla giovane regista tedesca Maren Ade, è attualmente candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero perla Germania, oltre ad aver vinto ben cinque Premi EFA ed il Premio FIPRESCI Critica Internazionale all’ultima edizione del Festival di Cannes.

Un padre, una figlia. Decisamente anticonvenzionale il primo, tutta dedita alla carriera la seconda. Due mondi che, con il passare del tempo, si sono allontanati sempre di più. È questa la storia di Winfried, il quale, pur di recuperare il rapporto con sua figlia Ines – diventata, per lui, ormai quasi un’estranea – e di insegnarle a prendere la vita con più leggerezza, la raggiunge per un breve periodo a Bucarest. Le cose, ovviamente, non sembrano mettersi troppo bene per il bizzarro Winfred, il quale viene sempre visto come una presenza estranea ed invadente. L’uomo, però, non si dà per vinto e, pur di trovare un modo di avvicinarsi alla figlia, inizia a spacciarsi per un diplomatico tedesco di nome Toni Erdmann, indossando una parrucca ed una vistosa dentiera. Sua figlia Ines accetta la sfida e, da quel momento, ne accadranno di tutti i colori.

peter-simonischek-ist-in-toni-erdmann-in-einer-doppelrolle-zu-sehen-als-toni-und-als-winfriedGià da una sommaria lettura della trama si può intuire che Vi presento Toni Erdmann è un vero e proprio crescendo di gag e situazioni al limite del reale. Ciò che fin da subito colpisce, però, è la singolare messa in scena adottata, la quale fa sì che ciò che vediamo sullo schermo non sia mai eccessivamente “urlato”, mai del tutto esplicito, ma, al contrario, grazie ad una regia essenziale e priva di ogni qualsivoglia orpello e, soprattutto, grazie ad una colonna sonora che prevede la quasi totale assenza delle musiche – fatta eccezione, ovviamente, per quelle prettamente diegetiche – si tratti di qualcosa di fortemente sottile, grottesco e raffinato allo stesso tempo. Basti pensare, ad esempio, alle sole espressioni di Winfried/Toni Erdmann o a situazioni al limite del reale come l’improvvisata festa per nudisti organizzata “involontariamente” da Ines. Il risultato finale ricorda, addirittura, alcune tra le migliori commedie scandinave degli ultimi anni (di Ruben Östlund e di Hans Peter Moland, ad esempio), le quali, si sa, proprio per queste loro caratteristiche “estreme”, o le si odia o le si ama. Ma tant’è.

toniOvviamente, una così accurata messa in scena degli espedienti comici presuppone anche una grande attenzione ai rapporti umani raccontati: apparentemente freddo, ma in realtà tenerissimo il rapporto tra Winfried ed Ines, si evolve in modo lineare nella sua complessità, fino ad arrivare all’agognato abbraccio finale ed al bellissimo gesto della ragazza che decide di indossare, scherzosamente, la dentiera usata dal padre per impersonare Toni Erdmann. Gli interpreti Peter SImonischek e Sandra Hüller, dal canto loro, hanno fatto di tutto per rendere sullo schermo degli ottimi protagonisti, soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Winfried, vero cavallo di battaglia di tutto il lungometraggio.

Forse tutti i premi assegnati a Vi presento Toni Erdmann sono stati eccessivi? Può darsi. Il punto, però, è questo: se si pensa al lungometraggio della Ade come a qualcosa di sottile, raffinato e ben confezionato, di sicuro non si resterà delusi al termine della visione. E questa, ovviamente, non è cosa da poco.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – LES OGRES di Léa Fehner

les-ogres-de-lea-fehner_5558197TITOLO: LES OGRES; REGIA: Léa Fehner; genere: drammatico, commedia; anno: 2016; paese: Francia; cast: Adéle Haenel, Marc Barbé, François Fehner; durata: 144′

Nelle sale italiane dal 26 gennaio, Les ogres è l’ultimo lungometraggio della regista francese Léa Fehner, vincitrice, con questa sua opera del Premio Lino Miccichè e del Premio del Pubblico all’ultima edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.

Sullo schermo ci vengono raccontate le vicende amorose e lavorative della compagnia teatrale itinerante Davaï Théatre. Problemi familiari, legami amorosi, un’imminente nascita ed il ritorno, improvviso, di una vecchia amante stravolgeranno la routine dei teatranti rompendo quella sorta di equilibrio venutosi a creare e facendo riemergere vecchi rancori e ferite evidentemente mai cicatrizzate.

les-ogres-2-e1485282952785Scorrono via senza neanche che il pubblico se ne accorga i 144 minuti di durata. Questo ultimo lavoro della Fehner, infatti, è un vero e proprio alternarsi di emozioni, ben messe in scena, nello specifico, non solo da attori capaci (all’interno del cast, inoltre, vi sono anche alcuni famigliari della regista stessa), ma anche da una regia attenta e sapiente che dimostra di saper ben muovere la macchina da presa nei momenti giusti, Basti pensare, ad esempio, alle numerose carrellate presenti durante le scene degli spettacoli, quando ci si ritrova grazie a movimenti fluidi ma repentini allo stesso tempo, ora sul palco, ora dietro le quinte. Oppure basti pensare agli intensi primi piani dei personaggi, durante i loro momenti di crisi.

les-ogres-2015-lea-fehner-02Signore e signori:la commedia umana sullo schermo, dunque! E, onestamente, bisogna proprio ammettere che questa commedia umana – dai vaghi rimandi felliniani – è davvero ben rappresentata: luci, colori, un’appropriata colonna sonora rendono il prodotto finale vivo, urlato, passionale. Una vera e propria dichiarazione d’amore alla vita. Non a caso, gli equilibri perduti sembrano riassestarsi nel momento in cui una giovane attrice della compagnia dà alla luce un bambino.

Si tratta di un piccolo miracolo cinematografico, Les ogres. D’accordo, non racconta nulla di nuovo, in fin dei conti. Eppure lo fa in un modo talmente raffinato, genuino ed onesto che il meraviglioso mondo che ci ritroviamo davanti agli occhi non verrà dimenticato tanto facilmente.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

 

LA RECENSIONE DI MARINA – MAESTRO di Alexandre Valenti

crop2_visuel-du-film-pour-que-vive-la-musique-des-camps-le-maestro-d-alexandre-valenti_imgTITOLO: MAESTRO; REGIA: Alexandre Valenti; genere: documentario; anno: 2016; paese: Italia, Francia; cast: Francesco Lotoro; durata: 75′

Nelle sale italiane dal 23 gennaio, Maestro è l’ultimo documentario di Alexandre Valenti.

Il regista ci mostra l’appassionante viaggio attraverso l’Europa di Francesco Lotoro, musicista e studioso alla ricerca di testimonianze e documenti che gli permettano di rintracciare ed archiviare tutta la musica composta dagli internati dei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale.

unnamed-6-1024x575Josef Kropinski, Viktor Ullman, Gideon Klein, Rudolf Karel sono solo alcuni nomi che ci hanno lasciato in dono intense melodie direttamente dai campi di concentramento. Musiche che sono, di fatto, l’anima di questo ultimo lavoro di Valenti. Maestro, a sua volta, è pensato principalmente con una struttura narrativa lineare, schematica, con un’importante voce narrante presente in quasi tutto il lungometraggio e che, a tratti, risulta un po’ troppo didascalica. A fare da contorno, ci sono, oltre ai filmati di repertorio, le interviste: talvolta sono i compositori stessi rimasti ancora in vita a raccontarci le origini della loro musica, altre volte sono i loro eredi. E poi, finalmente, è l’ora di ascoltare i brani.

lotoro-696x463Scelta azzeccata, quella di avere optato per una regia semplice e priva di qualsiasi orpello. Dato il tema trattato, però, e data, soprattutto, la poesia di ciò che si è messo in scena, si sarebbe potuto scegliere un andamento narrativo più vicino al flusso di coscienza stesso. Mirate didascalie, ad esempio, avrebbero potuto venire in aiuto. Ma queste, ovviamente, sono solo ipotesi azzardate.

Fatto sta che  tra tutti i film in uscita in sala in occasione della Giornata della Memoria, Maestro si è rivelato, quest’anno, uno dei prodotti maggiormente interessanti e caratterizzato da una ben marcata identità. Una piccola opera, in pratica, a cui vale decisamente la pena dedicare poco meno di un’ora e mezza del nostro tempo.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA: QUA LA ZAMPA! di Lasse Hallstrom

2qualazampa-600TITOLO: QUA LA ZAMPA!; REGA: Lasse Hallström; genere: drammatico, commedia; anno: 2016; paese: USA; cast: Dennis Quaid, Britt Robertson, John Ortiz; durata: 100′

Nelle sale italiane dal 19 gennaio, Qua la zampa! è l’ultimo lungometraggio del celebre regista svedese (ma statunitense di adozione) Lasse Hallström.

La storia si apre nel 1962 con la nascita di Bailey, bellissimo cucciolo di Golden Retriever, il quale – a pochi giorni dalla nascita – viene salvato dalla strada dal piccolo Ethan, insieme alla madre di lui. Da qui inizierà un’amicizia destinata a durare negli anni. Anni felici in cui Bailey non smetterà mai di chiedersi quale sia il proprio scopo nel mondo e, durante i quali, il cane morirà e si reincarnerà più volte fino ad incontrare, diversi decenni dopo, il suo primo padroncino Ethan (il quale – udite udite! – non ci metterà molto a capire che il suo Bailey si è reincarnato in un altro cane). A questo punto il proprio scopo nel mondo sarà ben chiaro. Ma non diciamo null’altro, per evitare eventuali spoiler.

a-dogs-purpose-imageIl punto, però, è questo: volendo sorvolare su vere e proprie pacchianerie tecniche (in primis le dissolvenze in stile trip allucinogeno con colori psichedelici che stanno indicare il passaggio dalla morte ad una nuova rinascita di Bailey – e che ricordano tanto le stesse soluzioni adottate in Hachiko per mettere in scena la morte del cane, ma anche la fotografia con le luci eccessivamente bruciate che sta a ricordare più che altro un prodotto televisivo da palinsesto estivo), il vero problema di Qua la zampa! è proprio l’eccessiva sdolcinatezza, che, unita a dialoghi retorici, ridondanti e che spesso a volentieri, soprattutto per quanto riguarda la voice over rappresentante il pensiero del cane (doppiato per noi nientepopodimeno che da Gerry Scotti!), tendono pericolosamente a doppiare le immagini, fa perdere totalmente di qualità ad un prodotto che già di per sé – vista la storia messa in scena – sembra non promettere troppo bene. Perché, di fatto, di lavori in cui le vicende vengono raccontate dal punto di vista di un animale domestico, ce ne sono eccome. Basti pensare, ad esempio (giusto per citare i titoli maggiormente noti) a Senti chi parla…adesso! o al bellissimo cortometraggio della Disney Feast. La scelta, dunque, di mettere in scena una storia del genere presuppone un qualcosa in più che dia al prodotto una propria identità e, nel nostro caso, l’idea di raccontare le varie vite del cane con lo scopo di tornare dal primo padrone per aiutarlo a rimettere a posto la propria di vita, di certo non si è rivelata una soluzione vincente. Ma, si sa, Lasse Hallström, di fatto, è contento così. E a noi, a questo punto, non può che strappare un sorriso benevolo ed indulgente.

VOTO: 4/10

Marina Pavido