VENEZIA 75 – PRESENTAZIONE

75-mostra-cinema-veneziaEbbene sì. Ci risiamo. Anche quest’anno, finalmente, ci si accinge a iniziare una vera e propria maratona cinematografica, in occasione della 75° Mostra del Cinema di Venezia, che avrà luogo nella suggestiva cornice del Lido dal 29 agosto al 9 settembre 2018, sotto la direzione artistica di Alberto Barbera. Questa edizione – che prevede la consegna del Leone d’Oro alla Carriera a veri e propri mostri sacri come Vanessa Redgrave e David Cronenberg – si è da subito presentata come un vero e proprio evento rivoluzionario.

Già ad una prima, sommaria lettura del programma, infatti, sembrerebbe esserci, quest’anno, un’offerta ricca e variegata come non mai, tra le più interessanti e raffinate degli ultimi anni. Oltre a un’apertura scoppiettante che prevede la proiezione di First Man, diretto dall’ormai celeberrimo Damien Chazelle, trepida è l’attesa di lungometraggi in concorso firmati Yorgos Lanthimos (The Favourite), Alfonso Cuaron (ROMA), Roberto Minervini (Che fare quando il mondo è in fiamme?), Luca Guadagnino (discussissimo il suo remake di Suspiria), ma anche Joel e Ethan Coen, i quali hanno presentato in concorso la loro serie The Ballad of Buster Scruggs. E questa è solo una minima parte di ciò che ci aspetta nei prossimi giorni.

Oltre a un interessantissimo concorso, dunque, non dimentichiamo i numerosi titoli fuori concorso, così come le sezioni collaterali Settimana della Critica, Giornate degli Autori, Orizzonti e, non per ultima, Venezia Classici – Restauri.

Che dire? Ce ne sarà davvero per tutti i gusti! Noi di Entr’Acte, come ogni anno, saremo presenti, in prima fila, per tenervi informati su tutte le più interessanti novità lidensi. Restate con noi per sapere quali interessanti sorprese ha in serbo per noi la nostra amatissima Settima Arte.

Buon Cinema a tutti!

Marina Pavido

LA RECENSIONE – IL CRATERE di Silvia Luzi e Luca Bellino

ilcratereTITOLO: IL CRATERE; REGIA: Silvia Luzi, Luca Bellino; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Rosario Caroccia, Sharon Caroccia; durata: 97′

Nelle sale italiane dal 12 aprile, Il Cratere è il primo lungometraggio a soggetto dei documentaristi Silvia Luzi e Luca Bellino, presentato come film d’apertura della Settimana della Critica alla 74° Mostra d’Arte Cinematografia di Venezia.

Sharon è un’adolescente con uno straordinario talento per il canto. Suo padre Rosario è ben consapevole del dono di sua figlia e, stanco di vivere una vita in continue ristrettezze economiche, lavorando come venditore ambulante di peluches durante le fiere, per tutta la vita non ha fatto altro che spronare la figlia a coltivare la sua passione per il canto, sottoponendola a estenuanti esercizi per la voce e procurandole un gran numero di provini. La ragazza, com’è logico che sia, si sentirà eccessivamente sotto pressione, al punto di entrare in una profonda crisi personale.

Ed ecco che, ancora una volta, ci troviamo ad assistere a una sorta di miracolo cinematografico all’interno del nostro Bel Paese. In questo piccolo, ma importante lavoro, infatti, i due giovani cineasti riescono a mettere in scena il delicato rapporto padre-figlia riuscendo a cogliere ogni singola emozione e ogni più recondito sentimento che pervade i due protagonisti (interpretati da Rosario e Sharon Caroccia, padre e figlia anche nella via reale).

Sono ravvicinatissime inquadrature e dettagli del viso regalatici con un costante uso di camera a mano a trasmetterci quel senso di angoscia e claustrofobia che si respira fin dai primi minuti e che, nel corso della narrazione, non fa che diventare sempre più forte, fino a farsi addirittura insopportabile. Lo spettatore, dunque, soffre insieme alla giovane protagonista e viene coinvolto a 360°, grazie alla straordinaria padronanza del mezzo cinematografico da parte dei due registi, oltre che alla bravura degli stessi interpreti, entrambi alla loro prima esperienza sul grande schermo.

Con un piglio decisamente zavattiniano, dunque, Il Cratere si rivela un ottimo manuale di cinema del reale, in grado – proprio grazie alla particolare messa in scena – di colpire lo spettatore nel vivo e di distinguersi all’interno di un panorama cinematografico che, mai come in questo ultimo anno, ha visto comparire sul grande schermo uno spropositato numero di pellicole nostrane.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – YARDIE di Idris Elba

Yardie - Still 1TITOLO: YARDIE; REGIA. Idris Elba; genere: drammatico; paese: Gran Bretagna; anno: 2018; cast: Aml Ameen, Shantol Jackson, Stephen Graham; durata: 101′

Presentato in anteprima alla 68° Berlinale, all’interno della sezione Panorama, Yardie è l’opera prima dell’attore britannico Idris Elba, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Headley.

Siamo in Giamaica, nel 1973. Il giovane D è un bambino allegro e vivace, innamorato di Yvonne e affezionatissimo a suo fratello maggiore Jerry, che considera la sua guida. Un giorno, però, in seguito ad una sparatoria tra gang rivali, Jerry viene ucciso. Dieci anni dopo, nel 1983, D, divenuto ormai adulto e padre di una bambina avuta con la sua amata Yvonne, decide di trasferirsi a Londra insieme alla famiglia, al fine di trovare un posto più tranquillo in cui crescere sua figlia. Anche qui, tuttavia, il passato tornerà a bussare e, lavorando come trafficante di droga, il ragazzo avrà modo di incontrare anche l’assassino di suo fratello.

Che un prodotto come Yardie sia fortemente sentito da Elba, è chiaro fin dall’inizio. Ma non sempre questa forte empatia nei confronti di qualcosa a cui si sta lavorando è cosa positiva. O meglio, lo è, ma, come nel caso del presente Yardie, spesso non permette di tenere la giusta distanza, quel distacco emotivo necessario a mettere in scena qualcosa. Il problema di Elba regista, nel nostro caso, è che, proprio per questo suo girare “di pancia”, si sia calcata troppo la mano nel voler a tutti i costi enfatizzare alcuni momenti o anche i sentimenti stessi dei personaggi. È il caso, questo, ad esempio, delle scene in cui al giovane protagonista appare il fantasma del fratello scomparso o anche dei momenti riguardanti la vita di D insieme alla sua famiglia, con un commento musicale a tratti eccessivamente invadente, al punto da diventare addirittura stucchevole. Paradossalmente, però, è proprio la musica a rappresentare uno degli elementi più interessanti di un lavoro come Yardie: coinvolgenti pezzi reggae ben rendono l’atmosfera di un paese come la Giamaica e, per quanto riguarda i momenti “londinesi”, la vita di chi, lontano dalla propria patria, ha trovato una propria comunità anche in terra straniera.

Il problema principale di un lungometraggio come Yardie è, purtroppo, una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti e dove, di fianco a troppe e troppo poco credibili coincidenze, vi sono anche numerose forzature che altro non fanno che far perdere irrimediabilmente di credibilità ad un lavoro già di per sé piuttosto debole e che fatica a decollare già dopo i primi minuti. Poco convince, ad esempio, il fatto che – pur di evitare che un uomo malmenato da D si vendichi – sua moglie decida di parlare a quest’ultimo faccia a faccia, facendogli notare che prima di tutto bisogna pensare al bene dei propri figli ed alla loro serenità.

Eppure, malgrado ciò, bisogna riconoscere al presente lungometraggio una certa onestà di base: Idris Elba, dal canto suo, ce l’ha messa davvero tutta e ci ha creduto fino in fondo, questo è evidente. Il suo Yardie è, più che altro, un prodotto estremamente ingenuo che per la sua scarsa originalità, oltre che per la sua dubbia riuscita, probabilmente finirà presto nel dimenticatoio, ma che, allo stesso tempo, proprio per questa sua ingenuità fa quasi tenerezza. D’altronde, si sa, non è facile spostarsi da un lato all’altro della macchina da presa come se nulla fosse.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

68° BERLINALE – INLAND SEA di Kazuhiro Soda

inland-seaTITOLO: INLAND SEA; REGIA: Kazuhiro Soda; genere: documentario; paese: USA, Giappone; anno: 2018; durata: 122′

Presentato in anteprima alla 68° edizione del Festival di Berlino, all’interno della sezione Forum, Inland Sea è l’ultimo, toccante documentario – il quale ci racconta di Ushimado, un piccolo villaggio di pescatori destinato a rimanere deserto – del regista giapponese Kazuhiro Soda.

Un anziano uomo, con il volto pieno di rughe, sale sulla sua barca da pesca e si dirige, come di routine da moltissimi anni a questa parte, verso il paesino in cui abita. La telecamera, inizialmente, si limita a osservare ossequiosamente i gesti dell’uomo, spostandosi, di quando in quando, dalla sua figura al paesaggio circostante. I ritmi sono lenti, contemplativi, non vi sono tagli di montaggio o ellissi temporali. Quasi come se ci si volesse preparare, in religioso silenzio, all’arrivo in un posto tanto isolato quanto affascinante come Ushimado. Ed è una volta giunti qui che lo stesso regista inizia ad interagire con i pochi, anziani abitanti del posto, ascoltando rapito le loro storie e sinceramente curioso di come siano soliti trascorrere le loro giornate. Si tratta di persone dedite principalmente alla pesca o alla vendita stessa del pesce, perfettamente integrate in un contesto come quello di Ushimado e che, trascorrendo il loro tempo libero dando da mangiare ai numerosi gatti randagi che popolano il villaggio e prendendosi cura delle tombe al cimitero, sembrano ormai rassegnate al fatto che, ben presto, il loro amato villaggio resterà deserto.

Kazuihiro Soda – giapponese di nascita, ma statunitense di adozione, che da sempre ha dato vita a prodotti dai toni particolarmente contemplativi che tanto, soprattutto in alcuni momenti, sembrano volerci ricordare addirittura i lavori del celebre cineasta filippino Lav Diaz– sembra fin da subito perfettamente in sintonia con ciò che sta raccontando. Al punto di volersi dedicare quasi del tutto da solo alla realizzazione del documentario, per il quale, appunto, non ha curato solo la regia, ma anche la fotografia ed il montaggio. Ciò che fin da subito maggiormente colpisce, però è l’elegante bianco e nero adottato, che sta a darci l’idea di un luogo senza tempo, di personaggi che esistono ai giorni nostri, ma che sarebbero potuti esistere anche dieci, venti, cinquanta anni fa. Un bianco e nero nostalgico e malinconico, che, allo stesso tempo, sembra guardare Ushimado come un luogo già appartenente ad un’altra epoca.

Non si può non affezionarsi agli anziani abitanti intervistati. Ognuno di loro, malgrado la calma raggiunta, non smette mai di sorprendere con storie spesso anche violente e dolorose, storie di un passato non facile, il quale appare nei loro occhi oggi vivo più che mai.

E poi ci sono i gatti. Trattati alla stregua di veri e propri bambini, il villaggio di Ushimado ne è pieno: gatti randagi, di fatto senza padrone, ma, in realtà con tante persone che si prendono cura di loro; gatti in carne, giocherelloni ed affettuosi, che, abituati ad essere sempre coccolati, si sentono fin da subito perfettamente a loro agio davanti alla macchina da presa di Kazuhiro Soda, avvicinandosi e rotolandosi davanti ad essa senza alcuna remora.

Ma questo viaggio fuori dal tempo, come tutte le cose, ha una fine. E così, verso sera, è ora per il regista e per la sua piccola troupe di salutare le persone incontrate. Un momento malinconico e quasi commovente, che trova la sua giusta conclusione con brevi inquadrature di stradine deserte, illuminate solo dalla luce dei lampioni.

Viaggio o sogno? Sembra voler essere questa la domanda che il regista vuol fare in modo che lo spettatore si ponga. Probabilmente entrambe le cose. E così, quasi come a svegliarsi da un lungo sogno, nell’ultima inquadratura, il bianco e nero lascia pian piano il posto al colore. Scelta registica suggestiva e potente che si classifica come il giusto coronamento di un lavoro pregiato e ben realizzato. Una delle inaspettate sorprese di questa ricchissima 68° Berlinale.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

68° BERLINALE – PRESENTAZIONE

berlinale2018

Finalmente ci siamo. Da giovedì 15 fino a domenica 25 febbraio, nella storica location di Potsdamer Platz avrà luogo la 68° edizione del Festival di Berlino, una delle manifestazioni cinematografiche più antiche e prestigiose del mondo che, celebre per le sue selezioni sempre ricche e variegate, fin da subito si è rivelata particolarmente attenta alle principali questioni politiche e sociali.

Sarà il cineasta statunitense Wes Anderson ad aprire il concorso per l’Orso d’Oro con il suo lungometraggio d’animazione Isle of Dogs. Insieme a lui, saranno parecchi i grandi nomi del panorama cinematografico mondiale a concorrere per l’ambito premio. Tra di loro, ad esempio, troviamo autori del calibro di Gus van Sant (con Dont’t worry. He won’t get far on Food), Alexej German jr. (Dovlatov) o il filippino Lav Diaz, che, fresco di Leone d’Oro per The Woman who left (2016), per l’occasione ci presenterà la sua ultima fatica: Season of the Devil.

Ma non finisce qui. Non dimentichiamo, infatti, che fuori concorso, così come nelle sezioni collaterali Panorama e Forum, sono comunque presenti nomi come Steven Soderberg (con Unsane), Kiyoshi Kurosawa (con il suo Yocho) o Sergei Loznitsa (con Victory Day), giusto per fare solo alcuni esempi.

In poche parole, ce ne sarà davvero per tutti i gusti, all’interno di un festival dove l’impresa più ardua sarà proprio tentare di vedere il maggior numero di lungometraggi possibili (molti dei quali, ahimé, difficilmente verranno distribuiti in Italia).

Noi di Entr’Acte saremo in prima linea a seguire questa prestigiosa manifestazione. Restate con noi per sapere cosa ha da offrirci uno dei festival più giovani e dinamici d’Europa, dove il buon Cinema ben si coniuga con la tipica efficienza teutonica, facendo sentire ogni accreditato ogni anno come a casa propria. Buon Cinema a tutti!

Marina Pavido

LA RECENSIONE – DARK NIGHT di Tim Sutton

dark-night-633x356TITOLO: DARK NIGHT; REGIA: Tim Sutton; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2016; cast: Robert Jumper, Eddie Cacciola, Aaron Purvis; durata: 85′

Nelle sale italiane dal 1° marzo, Dark night è l’ultimo lungometraggio del regista-rivelazione Tim Sutton, presentato in anteprima alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti.

Il film è ispirato ad un recente fatto di cronaca avvenuto il 20 luglio 2012, quando, all’interno di un cinema in Colorado, durante la proiezione di mezzanotte di The Dark Knight Rises di Christopher Nolan, un ragazzo ha sparato con diverse armi da fuoco contro gli spettatori presenti in sala, provocando la morte di dodici persone e ferendone una settantina. Ciò che Sutton mette in scena sono sei storie di sei ragazzi coinvolti nella sparatoria – compreso il killer – ambientate nelle ore immediatamente precedenti l’avvenimento.

Ciò che maggiormente colpisce di un lungometraggio come Dark Night è la straordinaria maturità artistica del regista – il quale aveva già avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare con Pavillion (2012) e Memphis (2013), anch’esso presentato a Venezia. Con un sapiente uso del montaggio alternato (come lo stesso David W. Griffith insegna), le storie dei sei ragazzi viaggiano in parallelo, con un crescendo emotivo che ci fa pensare che chiunque dei sei possa diventare il futuro carnefice. L’andamento registico e narrativo, tuttavia, facendo da contrappunto al tema trattato, è sorprendentemente, ma anche necessariamente contemplativo, quasi come se volesse rappresentare la noia ed il nichilismo dei giovani protagonisti, i quali hanno tutti in comune un forte bisogno di scosse, di un qualcosa che rivoluzioni le loro stesse esistenze. Tale quiete, sapientemente messa in scena, fa nascere, volutamente, una certa tensione nello spettatore, il quale, perfettamente a conoscenza di ciò che sta per avvenire, sa che essa stessa non durerà per sempre.

I giovani raccontati da Sutton ricordano tanto alcuni lungometraggi di Larry Clark, e, malgrado uno stile registico totalmente diverso, viene anche da pensare, data la struttura narrativa adoperata ed una scena in particolare in cui uno dei ragazzi è impegnato a giocare con un violento videogioco, al bellissimo Elephant di Gus van Sant, in cui veniva raccontata una sparatoria all’interno di un liceo americano.

Ed ecco che, ancora una volta, Tim Sutton non delude le aspettative. Il regista e fotografo statunitense ha tutte le carte in regola per entrare ben presto a far parte dell’Olimpo dei Grandi. Non resta che attendere con impazienza, dunque, i suoi lavori futuri.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – FIRSTBORN di Aik Karapetian

firstbornTITOLO: FIRSTBORN; REGIA: Aik Karapetian; genere: thriller; paese: Lettonia; anno: 2017; cast: Maija Doveika, Kaspars Znotins; durata: 90′

Presentato in anteprima al 35° Torino Film Festival, all’interno della sezione After Hours, Firstborn è l’ultimo lungometraggio del cineasta lettone Aik Karapetian, il quale già nel 2014 aveva presentato, sempre a Torino, il suo The Man with the Orange Jacket.

La storia messa in scena è quella di Francis e Katrina, giovane coppia di sposi in attesa del loro primogenito. Il dramma, appunto, ha inizio quando la donna viene scippata sotto gli occhi del marito impotente, il quale, non riuscendo a perdonare sé stesso e ad accettare la propria debolezza, finirà per dare la caccia al borseggiatore, tentando di ricattarlo. In seguito alla lite tra i due, però, il ladro precipiterà da un dirupo e Francis si convincerà di averlo ucciso. Solo qualche mese più tardi, del tutto inaspettatamente, una misteriosa presenza inizierà a minare la tranquillità della coppia.

L’idea di base da cui prende il via la vicenda è indubbiamente accattivante. I principali problemi, tuttavia, derivano paradossalmente proprio dallo script. Già dal momento in cui vediamo un – a suo modo – combattivo Francis andare alla ricerca del misterioso borseggiatore, non di rado scappa qualche involontaria risata nell’udire le ridicole richieste dell’uomo. Il peggio, però, arriva man mano che la vicenda va avanti: dialoghi assurdi tra il protagonista ed il malvivente, misteriose escursioni nei boschi durante le quali Francis fa la conoscenza di un burbero boscaiolo dal ruolo non ben definito all’interno del lungometraggio stesso e la presenza di una specie di “bufalo imbufalito” (perdonate il gioco di parole) dagli occhi rossi di fuoco (anch’esso che pare trovarsi solo per puro caso sul set di Firstborn) sono solo alcune delle numerose trovate che fanno scadere questo lavoro di Karapetian inevitabilmente nel ridicolo. Il culmine, però, viene raggiunto nel momento in cui un come non mai imbestialito Francis va per l’ultima volta alla ricerca del giovane ladro – che ha appena aggredito per una seconda volta la moglie – e, una volta raggiuntolo, altro non fa che chiedergli di riavere l’orologio che gli era stato sottratto mesi prima.

Peccato, dunque, che un autore come Aik Karapetian abbia deluso a tal punto le aspettative, questa volta. Eppure, volendo analizzare Firstborn dal punto di vista prettamente registico, l’autore ha più volte avuto modo di dimostrare il proprio talento. Basti pensare anche soltanto al momento in cui vediamo Katrina rivelare al marito di essere incinta: l’immagine della donna che esce dallo studio del medico e va ad abbracciare Francis, il quale si limita a sorridere è un ottimo esempio di cinema che non ha bisogno di troppe parole per raccontare la vita.

Indubbiamente, dunque, il cineasta avrà modo di riscattarsi, in futuro. E, chissà, magari avremo modo di vedere i suoi nuovi lavori proprio in occasione delle prossime edizioni del Torino Film Festival, dove l’autore sembra essere ormai di casa.

VOTO: 4/10

Marina Pavido