DAITONA: ORNELLA MUTI NEL PRIMO TRAILER

Ricevo e volentieri pubblico

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Ornella Muti è un’affascinante e misteriosa femme fatale nel primo trailer di Daitona, irriverente dark comedy direttada Lorenzo Giovenga. Nel cast, accanto alla star italiana, il talento emergente Lorenzo LazzariniPietro De Silva(La vita è bella), Luca Di Giovanni (The startup) e Lina Bernardi (L’imbalsamatore).

https://youtu.be/zr-M4QdmLVw

L’anteprima internazionale del film si terrà il prossimo 21 settembre, in occasione del festival internazionaleFilms Infest di Palma di Maiorca.

SINOSSI: Ventiquattr’ore nella vita di Loris Daitona, scapestrato scrittore romano che, a sedici anni, ha raggiunto la notorietà grazie al best-seller per adolescenti Ti Lovvo. Nell’arco di una giornata, si ritroverà coinvolto in inspiegabili equivoci e sorprendenti incontri con poetesse erotiche, criminali incalliti, attori sopra le righe e viscidi editori.

Sullo sfondo di una Capitale popolata da maschere grottesche e caricature endemiche, Daitona dovrà venire a capo di una serie di enigmi: Che gli è successo la notte precedente? Che cos’è il “Passero Rosso”? Cosa vogliono improvvisamente tutti da lui?

Daitona chi?

Il film è prodotto dalla Daitona srl, giovane e dinamica realtà che ha al suo attivo numerosi documentari, cortometraggi e commercial con un importante punto di forza in comune: l’interazione tra diversi canali di comunicazione.

Un esperimento crossmediale!

La genesi di Daitona – il film è stata accompagnata da una strategia di comunicazione non convenzionale e mai sperimentata prima in Italia in ambito cinematografico.

Quando il progetto era ancora in fase di scrittura, l’attore Lorenzo Lazzarini ha vestito i panni di Loris Daitona nella vita reale, facendosi passare per il suo personaggio anche online grazie a un canale YouTube.

Ti Lovvo, il best-seller che, nel film, ha reso Daitona una star, è stato pubblicato ed è in vendita sulle maggiori piattaforme di shop on-line.

Il critico cinematografico Francesco Alò ha condotto la prima puntata del fake show “Stelle, stalle e meteore”, dedicata alla fantomatica scomparsa del nostro Loris Daitona.

Un piccolo miracolo produttivo.

Daitona – il film è una produzione completamente indipendente, che non ha usufruito di alcun supporto statale, ma solo della tenacia e della passione di un gruppo di ragazzi under 30.

La Spagna si è da subito rivelata forte sostenitrice dell’opera e sono già in atto le trattative per una distribuzione in terra iberica, ancor prima che in Italia!

LA RECENSIONE – SONO TORNATO di Luca Miniero

sono tornatoTITOLO: SONO TORNATO; REGIA: Luca Miniero; genere: commedia, drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Massimo Popolizio, Frank Matano, Stefania Rocca, Ariella Reggio; durata: 96′

Nelle sale italiane dal 1° febbraio, Sono tornato è l’ultimo lungometraggio diretto da Luca Miniero, che prende spunto dal lungometraggio tedesco Lui è tornato (diretto nel 2015 da David Wnendt), in cui abbiamo visto la figura di Adolf Hitler ripresentarsi, direttamente dal passato ai giorni nostri, in una cittadina tedesca.

Siamo nel 2017. Il giovane Andrea Canaletti si trova in Piazza Vittorio, a Roma, al fine di girare un documentario sull’immigrazione. Improvvisamente piove giù dal cielo un uomo misterioso, con i piedi legati da una corda, che tanto sta a ricordare il Duce. E se fosse davvero lui? Come reagirebbero gli italiani al giorno d’oggi? Canaletti, ignaro che l’uomo al suo cospetto sia realmente Mussolini, decide di portare quest’ultimo in giro per l’Italia, per realizzare una sorta d’inchiesta e vedere, di volta in volta, le reazioni della popolazione italiana.

Questo lungometraggio di Miniero – che, di fatto, rispecchia in ogni suo passaggio la precedente produzione tedesca – si presenta soprattutto come un’indagine ed una riflessione sulla società odierna, sulla memoria storica, appunto, sulla politica e su come siano cambiati gli italiani dopo ottant’anni dalla fine della dittatura e della guerra. Il risultato finale, però, sebbene con ottime intenzioni iniziali, risulta meno graffiante e meno incisivo del lungometraggio di Wnendt. Per quale motivo, dunque, un lavoro come questo di Miniero non riesce a centrare l’obiettivo e sembra restare in una sorta di limbo, a metà strada tra il puro intrattenimento ed il film indagatore e provocatore? La risposta, a quanto pare, sta proprio nel fatto che una delle pecche maggiori dell’autore stesso sia stata quella di aver lasciato troppo poco spazio alle interviste reali, di non aver calcato sufficientemente la mano, ma di essersi limitato, almeno per quanto riguarda il girato selezionato, alla realizzazione di una fiction che sembra spesso giocare con troppi luoghi comuni, senza essersi necessariamente “sporcata le mani” e che, quasi, vive di rendita grazie al progetto tedesco preesistente, che ha buttato giù uno schema narrativo predefinito. Fatta eccezione, infatti, per la scena finale – in cui vediamo un Popolizio-Mussolini andare in giro per Roma su di una macchina decappottabile in pieno stile anni Quaranta ed in cui le persone che appaiono sullo schermo non sono comparse o attori, ma passanti reali, ognuno dei quali ha reagito a modo proprio dopo aver visto lo pseudo-duce in giro per la città – tutto il resto che vediamo sullo schermo è pura finzione, un compitino che riproduce molto bene il modello tedesco, ma che, di suo e, soprattutto, di nuovo, sembra metterci ben poco.

Tra gli elementi meglio riusciti di tutto il film, troviamo innanzitutto l’interpretazione di Massimo Popolizio nel ruolo di Benito Mussolini – pochi altri interpreti avrebbero saputo renderlo meglio – e, non per ultima, la scena, emotivamente fortissima, in cui una straordinaria Ariella Reggio – nel ruolo della nonna della fidanzata del protagonista – riconosce Mussolini e, ricordando alcuni episodi della sua infanzia, lo manda via di casa urlandogli contro.

Peccato, dunque, che Miniero non sia andato fino in fondo nel suo lavoro. Con tali basi di partenza e con elementi molto validi al suo interno (si pensi che addirittura Frank Matano, nel ruolo di Andrea Canaletti, non risulta per nulla fuori luogo), si sarebbe potuto fare davvero molto di più. Se solo il cinema italiano avesse più coraggio di osare, come veniva fatto nei decenni scorsi!

VOTO: 6/10

Marina Pavido

 

35° TORINO FILM FESTIVAL – THE LODGERS di Brian O’Malley

The-Lodgers-movieTITOLO: THE LODGERS; REGIA: Brian O?Malley; genere: horror; paese: Irlanda; anno: 2017; cast: Charlotte Vega, David Bradley, Eugene Simon; durata: 92′

Presentato in anteprima al 35° Torino Film Festival nella sezione After Hours, The Lodgers è un interessante horror diretto dall’irlandese Brian O’Malley.

La storia è quella di Rachel ed Edward, due gemelli appena diventati maggiorenni, che, rimasti orfani diversi anni prima, vivono da soli nella grande villa che da decenni appartiene alla loro famiglia. I loro genitori, così come i loro nonni, i loro bisnonni e via dicendo, erano anch’essi gemelli e, attraverso rapporti incestuosi, hanno dato vita di volta in volta a nuove generazioni, per poi morire suicidi, annegando nel laghetto all’interno del giardino di casa. Desiderosa di una vita propria e di spezzare questa sorta di maledizione di cui insieme al fratello sembra prigioniera, Rachel un giorno farà la conoscenza e si innamorerà del giovane Sean, reduce di guerra che durate il conflitto ha perso una gamba. Solo lui potrà aiutare la ragazza a fuggire ed a sottrarsi, quindi al suo già segnato destino. Bisognerà fare i conti, però, con i fantasmi degli antenati, i quali sembrano contrari a porre fine alla loro stirpe.

Come lo stesso O’Malley ha dichiarato, questo suo riuscito lungometraggio si rifà principalmente ad importanti lavori del passato come The Others – diretto nel 2001 da Alejandro Amenabar – o Miriam si sveglia a mezzanotte, capolavoro del 1983 del compianto Tony Scott. Eppure, data la presenza dei due gemelli – elemento che ben si addice al genere e che, in questo caso specifico, viene ottimamente gestito dallo stesso O’Malley grazie a dettagli dei due fratelli ed a gesti speculari montati in alternanza – immediatamente viene da pensare al bellissimo – ma purtroppo poco conosciuto in Italia – Goodnight Mommy, diretto nel 2014 da Veronika Franz (la signora Seidl, per intenderci) e Severin Fiala.

Sono i due ben caratterizzati protagonisti, la maestosa ma inquietante villa – trattata alla stregua di un vero e proprio coprotagonista – l’elemento dell’acqua come simbolo di morte e di rinascita e le tetre atmosfere che, unitamente ad una sapiente regia e ad uno script pulito e lineare quanto basta, fanno di The Lodgers uno dei più interessanti lungometraggi della suddetta sezione torinese.

E poi, come ogni lavoro di genere che si rispetti, non poteva non mancare anche una (non troppo) velata critica alla società e, soprattutto, un forte (e giustificato) nazionalismo. Particolarmente significativa, a tal proposito, la battuta pronunciata dalla stessa Rachel, quando – nel rivolgersi ad un esattore delle tasse che aveva appena detto di aver affrontato un lungo viaggio dalla terraferma per andare a trovare i ragazzi – ha affermato: “È questa, per noi, la terraferma!”. Simbolo, questo, di una mai sopita rivalità con la vicina Gran Bretagna e, in egual modo, volendo restare in ambito prettamente artistico, della volontà di rivendicare il valore di una cinematografia come quella irlandese che, da anni, non fa che regalarci interessanti e piacevoli sorprese.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – EN ATTENDANT LES BARBARES di Eugène Green

OFF_EnAttendantLesBarbares_03TITOLO: EN ATTENDANT LES BARBARES; REGIA: Eugène Green; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Fitzgerald Berthon, Ugo Broussot, Valentine Carette; durata: 78′

Presentato all’interno della sezione Onde al 35° Torino Film Festival, En attendant les Barbares è l’ultimo lungometraggio del cineasta francese Eugène Green, frutto di un workshop che ha avuto luogo a Tolosa nella primavera del 2017.

È notte. In strada fa freddo. Si respira una strana tensione nell’aria, al punto di non permettere alla gente neanche di dormire. Alle porte di un castello bussano sei bizzarri personaggi, ognuno di diversa provenienza e ceto sociale: la coppia di borghesi, il senzatetto, l’artista, l’anarchico ed il giovane studente. Terrorizzati da un’imminente invasione dei barbari, i sei uomini chiedono aiuto al potente mago che abita il castello insieme a sua moglie. Ma chi sono, in realtà, i suddetti barbari? Impietosi Ostrogoti, sanguinari Unni, o, semplicemente, il popolo statunitense? E, soprattutto, cosa si può fare al fine di fronteggiare tali pericolose invasioni? La situazione sembra tutt’altro che facile, ma, si sa, la notte porta consiglio e i nostri uomini avranno modo di parlare tra loro – finalmente senza inutili distrazioni come computer o telefoni cellulari – e di confrontarsi anche con spiriti del passato, per poi scoprire che, in fondo, una soluzione c’è.

Mantenendo la sua tipica messa in scena ad impostazione teatrale che prevede figure statiche che recitano secondo i tipici canoni dello straniamento brechtiano, con questo suo ultimo lavoro, Eugène Green ci racconta i giorni nostri e, soprattutto, la mancanza di certezze dell’uomo contemporaneo, il quale, lasciandosi distrarre da piaceri fittizi, si trova pressoché spaesato quando si tratta di capire quale sia il proprio ruolo nel mondo ed in che modo si riesca a combattere le avversità dei giorni nostri. Tema, questo, più e più volte trattato, senza ombra di dubbio. Eppure un cineasta come Green riesce sempre a dar vita a qualcosa di nuovo ed inconfondibile nel proprio genere, evitando ogni sorta di retorica e dando vita a prodotti intelligenti e mai banali. Stesso discorso vale, ovviamente, anche per questo suo En attendant les Barbares, il quale, oltre a presentarsi come ritratto della società odierna (realista ma anche ironico al punto giusto), si fa anche, nel finale, apologia della cultura e della conoscenza in generale, quali uniche armi per combattere il nemico.

Ha una durata piuttosto breve, questa opera di Green. Breve, ma intensa, come si suol dire. Eppure, all’interno di un panorama come quello del Torino Film Festival, di certo, quale pregiato prodotto artistico, non passa assolutamente inosservata. Magari fosse così anche al di fuori dei tipici contesti festivalieri.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – THE SQUARE di Ruben Ostlund

the squareTITOLO: THE SQUARE; REGIA: Ruben Östlund; genere: commedia, drammatico; paese: Svezia, Germania, Francia, Danimarca; anno: 2017; cast: Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West; durata: 145’

Nelle sale italiane dal 9 novembre, The square è l’ultimo lungometraggio del cineasta svedese Ruben Östlund, vincitore della Palma d’Oro all’ultima edizione del Festival di Cannes.

Siamo a Stoccolma. The Square è un’opera situata all’ingresso di un prestigioso museo d’arte contemporanea. Essa consiste in un quadrato – realizzato mediante dei tubi – sul marciapiede, all’ingresso del museo stesso. Come recita l’iscrizione posta sull’opera, all’interno del quadrato regnano la fiducia e l’amore ed ognuno ha gli stessi diritti e gli stessi doveri. Una realtà ottimale, in poche parole. Peccato soltanto che, malgrado gli intenti iniziali, le cose non vadano mai come in principio si era sperato. Le vicende di Christian, direttore del museo, ne sono un esempio.

La recente vittoria sulla croisette di Östlund ha, in realtà, fatto storcere il naso a molti. Soprattutto se si pensa che in concorso a Cannes erano presenti lungometraggi di ben altra levatura (primo fra tutti: Happy End di Michael Haneke). Eppure, questa ultima fatica del cineasta svedese, le sue qualità le ha eccome.

Perfettamente in linea con la cinematografia scandinava, ciò che viene messo in scena è innanzitutto una tagliente critica nei confronti della società odierna. È così per il cinema estremamente anti narrativo di Roy Andersson, ad esempio, così come per quello maggiormente doloroso di Lukas Modysson. Ruben Östlund, dal canto suo, tende a puntare tutto sul grottesco, sulle situazioni paradossali che prendono vita dalla più banale quotidianità e che finiscono per avere risvolti tanto inaspettati quanto crudelmente estremi. È stato così in Forza Maggiore, suo precedente lavoro, ed è così – seppur in modo molto più esplicito ed urlato – in questo suo ultimo lavoro. Nella società qui messa in scena, ognuno è colpevole a modo proprio. Nessuno, alla fine, ne uscirà indenne.

Ed ecco che l’opera d’arte contemporanea The Square si fa quasi circo di “mostri”, alla maniera dei freaks di Tod Browning. Un luogo dove dovrebbero regnare pace ed eguaglianza, ma che, al contrario, diviene teatro dei peggiori risvolti del carattere umano, dei più gretti comportamenti e del più sporco voyeurismo. Troppo? Può darsi. Eppure, l’ironia “cattiva” della cinematografia scandinava sembra anche stavolta aver centrato il proprio obiettivo. E The Square di certo non è un lungometraggio che verrà dimenticato tanto facilmente.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – MOTHER! di Darren Aronofsky

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Presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, mother! è l’ultimo, disturbante lungometraggio del celebre cineasta statunitense Darren Aronofsky.

Uno scrittore in crisi e la sua giovane moglie abitano in una grande villa isolata dal resto del mondo. Gli equilibri sembrano rompersi nel momento in cui uno sconosciuto piomba improvvisamente in casa loro, affermando di essere un ammiratore dell’uomo e di essersi smarrito. Nulla di strano fin qui, se non fosse per il fatto che, il mattino seguente, anche la moglie dello sconosciuto farà irruzione in casa, seguita a ruota dai due figli, uno dei quali resterà ucciso in seguito ad un furioso litigio con il fratello. Inutile dire che per la moglie del sopracitato scrittore, da questo momento in avanti avrà inizio un vero e proprio incubo, da cui sembra impossibile uscire.

Al di là dell’estetica (fotografia sempre perfetta, magnetica, con immagini vivide e colori accesi – ulteriore conferma della maestria di Aronofsky – unita ad una regia che denota grande padronanza degli spazi e fa sì che lo spettatore, una volta entrato nella casa dei protagonisti, ci si perda letteralmente), al di là della bravura degli interpreti (particolarmente giusti nelle loro parti Javier Bardem, nel ruolo dello scrittore, e Jennifer Lawrence, nel ruolo di sua moglie, anche se entrambi difficilmente riescono ad eguagliare un’algida e spietata – ma sempre bellissima – Michelle Pfeiffer, nel ruolo della moglie dello sconosciuto), bisogna riconoscere che questo importante lavoro del cineasta americano, di fatto, non è che una grande metafora della società odierna, di come gli esseri umani siano soliti (mal)trattare il nostro pianeta e di come abbiano un continuo bisogno di qualcosa o di qualcuno da idolatrare, spaesati come sono all’interno di un mondo dove non sembra esservi più alcun valore. Una storia universale, dove i protagonisti volutamente non hanno nomi propri, ma stanno a rappresentare qualcosa di ben più grande: la giovane moglie dello scrittore, la madre a cui il titolo stesso si riferisce non è altri, dunque, che il nostro stesso pianeta, da cui tutti siamo abituati a prendere e che continua a dare, dare e ancora dare, ma che, inevitabilmente, finirà per arrivare al limite. Lo scrittore, dal canto suo, sembra tanto ricordarci Dio, o chi per lui, punto di riferimento di cui c’è tanto bisogno. A tal proposito, non sfuggirà allo spettatore più attento anche una (non troppo) velata ironia – ed autoironia – riguardante l’egocentrismo dell’artista stesso, con tanto di frecciatina nei confronti dei critici (da notare, a tal proposito, la battuta pronunciata dall’uomo al telefono con la sua agente: “Niente stampa. Sai cosa ne penso di loro.”).

Una storia semplice, sì, ma che continua e continuerà a ripetersi all’infinito (esemplare, a tal proposito, la forma a pianta circolare della stessa villa dei protagonisti, oltre alla successione quasi in loop degli eventi). In poche parole, una storia che denota l’incapacità dell’uomo di imparare dai propri errori e di avere cura di ciò che lo circonda.

Letto in questo modo, dunque, mother! risulta perfettamente in linea con la maggior parte dei lungometraggi presentati in contemporanea al Lido: le disperate condizioni dell’ecosistema e l’insensibilità di una società che sembra non aver imparato nulla dal passato sono, di fatto, i leit motiv della 74° Mostra. A differenza di molti altri prodotti, però, questo ultimo lavoro di Aronofsky – seppur, purtroppo, con minore mordente rispetto a lungometraggi come il recente Il cigno nero o il meno noto, ma bellissimo, π – Il teorema del delirio – ha dalla sua il fatto di evitare inutili retoriche ed urticanti moralismi, collocando i temi in questioni in un contesto horror parecchio nelle corde dell’autore stesso. Cosa, questa, per nulla scontata.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – EX LIBRIS – NEW YORK PUBLIC LIBRARY di Frederick Wiseman

Kat_angle-08876-USE-THIS-IMAGE2050TITOLO: EX LIBRIS – NEW YORK PUBLIC LIBRARY; REGIA: Frederick Wiseman; genere: documentario; paese: USA; anno: 2017; durata: 197′

Presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, EX LIBRIS – New York Public LIbrary è l’ultimo lavoro del celebre documentarista Frederick Wiseman.

Il tema preso in esame, stavolta, è la cultura e l’impatto che essa ha sulla società. La sua importanza apparentemente potrebbe essere data quasi per scontata, ma, in realtà, è pericolosamente sottovalutata. E così Wiseman, insieme alla sua troupe, fa il suo ingresso nelle principali biblioteche disseminate per i quartieri di New York, mostrandoci, di volta in volta, conferenze, dibattiti, ma anche concerti o, semplicemente, momenti di relax o di studio. In poche parole, quello che si sperimenta è un vero e proprio viaggio all’interno di un mondo dove l’arte e la cultura sembrano ancora sopravvivere in una società che sembra dedicare loro sempre meno spazio. Sono diversi i temi affrontati nel corso degli incontri filmati: dall’importanza dei finanziamenti, all’organizzazione delle attività, da come tali istituzioni siano responsabili circa la formazione delle nuove generazioni, fino ad un discorso sul razzismo e sull’emarginazione sociale. Tema, quest’ultimo, che, cavalcando l’onda dell’anti-trumpismo, è presente in quasi tutti i lungometraggi in concorso in questa edizione della mostra del cinema. Dalla sua, però, Wiseman ha la grande capacità di farlo figurare alla stregua di un tassello finalizzato a completare un discorso più grande e complesso, evitando, così, toni spiccatamente buonisti ed un’inutile retorica.

Non si limita, però, EX LIBRIS, soltanto a questo. Particolarmente d’effetto, infatti, sono i momenti in cui vediamo i clienti delle biblioteche fare delle ricerche, immersi in un contemplativo silenzio che sembra racchiuderli in una sorta di mondo “magico”, lasciando fuori la città con la sua vita frenetica, i suoi colori ed i suoi rumori. Ed ecco che, tanto quanto Wiseman stesso, anche noi iniziamo ad amare i dettagli di pagine stampate, di mani che sfogliano vecchi volumi o di volti assorti nella lettura. Perché, di fatto, ciò che allo spettatore viene trasmesso, è soprattutto il fatto che Wiseman voglia fare, con le sue opere, una vera e propria dichiarazione d’amore alla società ed al mondo che ci racconta, rispettoso e riverente, con la sua macchina da presa che, attenta osservatrice, ha anche la grande capacità di non far quasi percepire la propria presenza a chi di volta in volta viene ripreso.

La cosa più giusta che uno spettatore possa fare trovandosi davanti ad un’opera di Frederick Wiseman, a questo punto, è lasciarsi condurre per mano all’interno di un mondo nuovo ed affascinante, limitandosi a guardare dal basso verso l’alto l’opera d’arte davanti ai suoi occhi. In un viaggio che, nonostante la lunghezza, sembra durare sempre troppo poco.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – HUMAN FLOW di Ai Weiwei

image001-9TITOLO: HUMAN FLOW; REGIA: Ai Weiwei; genere: documentario; paese: Germania; anno: 2017; durata: 140′

Presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Human Flow è l’ultimo documentario diretto dal controverso artista cinese Ai Weiwei, il quale, per l’occasione, ha affrontato un lungo viaggio al fianco dei numerosi migranti di tutto il mondo.

Al giorno d’oggi, più di 65 milioni di persone in tutto il mondo sono state obbligate ad abbandonare le loro case ed il loro paese a causa di guerre, carestie o cambiamenti climatici. Per quanto riguarda l’informazione circa le reali cause scatenanti o le condizioni di vita dei migranti, vi sono, però, non poche lacune. Almeno per quanto riguarda i canali ufficiali di informazione. È (anche) per questo motivo, dunque, che Ai Weiwei – da sempre attento alla politica del proprio paese e di tutto il mondo, nonché, più in generale, alla società – ha deciso di dar vita al progetto Human Flow. Progetto, questo, maestoso, imponente, dove ad immagini particolarmente forti e disturbanti (prima fra tutte, quella del cadavere in decomposizione di un bambino), si contrappongono visioni decisamente poetiche (quali contemplativi tramonti sul mare), o anche suggestivi colpi d’occhio dati da frequenti plongés che ci mostrano, di volta in volta, accampamenti, bambini che giocano o giubbotti di salvataggio che – visti da lontano – stanno quasi a ricordarci un quadro astratto.

Come in ogni sua opera – cinematografica o meno – che si rispetti, inoltre, anche qui Ai Weiwei ha deciso di “mostrarsi” al pubblico, di essere, in qualche modo, parte integrante dell’opera stessa, pur restando, però, almeno in questo contesto, decisamente moderato: non lo vediamo rompere un antico vaso cinese, non lo vediamo fare gestacci contro monumenti o istituzioni, ma, al contrario, ci appare, qui, particolarmente empatico, seppur un tantino autocompiacente. Ed eccolo, dunque, intento ad aiutare i più anziani, a danzare con un gruppo di persone o, addirittura, a riprendere gli interessati insieme alla sua piccola troupe, concentrato nel dare indicazioni ai tecnici. E, inutile dirlo, la componente metacinematografica riesce ad aggiungere, anche in questa occasione, un tocco in più.

Ciò che di Human Flow convince poco sono, in realtà, le numerose, troppe didascalie presenti, le quali – fatta eccezione per qualche citazione di poesie da tutto il mondo – si limitano a comunicare dati e numeri, contribuendo a dare al tutto un tocco pericolosamente televisivo. Lo scivolone peggiore, però, è stato preso dall’artista proprio nel finale, avendo scelto come frase di chiusura un’affermazione eccessivamente utopica e buonista pronunciata da uno dei politici da lui intervistati. Tale infelice scelta ha fatto perdere non pochi punti a tutto il lavoro nel suo insieme. E, soprattutto, ci ha fatto, in qualche modo, rimpiangere l’Ai Weiwei estremo che da sempre conosciamo ed apprezziamo.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – UNDER THE TREE di Hafsteinn Gunnar Sigurosson

Undir_Tr_nu_Under_the_Tree_7_bTITOLO: UNDER THE TREE; REGIA: Hafsteinn Gunnar Sigurosson; genere: drammatico, commedia; paese: Islanda, Danimarca, Polonia, Germania; anno: 2017; cast: Steinpor Hroar, Edda Bjorgvinsdottir; durata: 89′

Presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Under the tree è l’ultimo lungometraggio del giovane cineasta islandese Hafsteinn Gunnar Sigurosson.

Ciò da cui prende il via tutta la vicenda è sì una situazione difficile, ma, in realtà, molto più comune di quanto si possa credere: Atli, padre di una bambina di pochi anni, viene cacciato di casa dalla moglie dopo averla tradita. L’uomo, così, sarà costretto a trasferirsi per qualche giorno dai genitori, ancora sconvolti per la perdita del figlio maggiore ed in continua disputa con i vicini di casa a causa di un albero che, con la propria ombra, “invade” il giardino confinante. Nulla di particolarmente nuovo, no? Eppure, da situazioni all’apparenza facilmente risolvibili, si arriverà man mano ad un progressivo inasprirsi dei conflitti dove vedremo l’essere umano tirare fuori il peggio di sé. Oltre ogni possibile immaginazione.

Ed ecco che, ancora una volta, la cinematografia nordeuropea riesce a spiazzarci, mettendo in scena – in una commedia nera che più nera non si può – l’essere umano nelle sue più spaventose declinazioni, ma, volendo, anche al suo stato più grezzo, scevro da ogni qualsivoglia condizionamento morale. E, così, entra in gioco – finalmente! – la tipica crudeltà nordica nel criticare, in modo cinico ma sottilmente e crudelmente ironico, la società dei giorni nostri, dove regna da tempo ormai immemore un certo fascismo latente e dove – essendo le persone stesse completamente disumanizzate da macchine, crisi economiche, tecnologie e compagnia bella – non v’è più alcuna traccia di umanità stessa.

Nel raccontare ciò, Sigurosson – che, nonostante la giovane età, ha già da tempo dimostrato grande maturità stilistica e padronanza del mezzo cinematografico – ha saputo ricreare alla perfezione ambienti ed atmosfere che ben rispecchiano il disagio dei personaggi. Ecco, quindi, luci fredde, scenografie ridotte all’osso, ambienti angusti e linee nette che, senza l’ombra di abbellimento alcuno, diventano essi stessi protagonisti della vicenda. In perfetta linea con la cinematografia del nord Europa, che, come abbiamo più volte avuto modo di accorgerci, sa essere sì crudele e spietata, ma anche dolorosamente – e tristemente – vera. Malgrado l’ironia, sempre presente. Ѐ stato così, ad esempio, per autori come lo svedese Roy Andersson, ma anche per i più noti Lars von Trier e Thomas Vinterberg, così come per Hans Petter Moland, Ruben Ostlund, Dagur Kari e molti altri ancora. Dal canto suo, Sigurosson ha dimostrato di essere perfettamente all’altezza dei suoi colleghi e, non a caso, già nel 2012 è stato definito da Variety “uno dei dieci registi europei da tenere d’occhio”. Non resta che attendere fiduciosi, dunque, i suoi prossimi lavori.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – DOWNSIZING di Alexander Payne

downsizing-recensione-venezia-74-inizia-con-alexander-payne-recensione-v8-34806-1280x16TITOLO: DOWNSIZING; REGIA: Alexander Payne; genere: fantascienza, drammatico, commedia; paese: USA, Canada; anno: 2017; cast: Matt Damon, Christoph Waltz, Kristen Wiig; durata: 135′

Film di apertura di questa 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia è Downsizing, ultima fatica dell’acclamato cineasta Alexander Payne, in concorso per il Leone d’Oro.

Al fine di risolvere il problema della sovrappopolazione, alcuni scienziati norvegesi trovano un modo per rimpicciolire le persone di parecchi centimetri. A questo modo vi saranno non pochi vantaggi, sia dal punto di vista economico che ambientale. Ovviamente ogni cittadino sarà libero di scegliere se farsi rimpicciolire o meno. Paul e sua moglie Audrey, ad esempio, sono tra le persone interessate a questo nuovo esperimento. Al momento di cambiare vita, però, Audrey si tirerà indietro, lasciando Paul da solo a fare i conti con il nuovo mondo ed a cercare di capire quale sia il suo ruolo all’interno di esso.

Una grande metafora della vita, del suo senso e, non per ultima, della società – in particolare quella americana, più volte “tirata in causa” quale vera, grande protagonista di tutta la cinematografia di Payne insieme al tema del viaggio stesso, in qualità di passaggio necessario alla crescita ed al cambiamento. Se pensiamo, però, alle precedenti opere dell’autore, ci rendiamo conto che questo suo ultimo lungometraggio sta a sancire quasi una sorta di “cambio di rotta”: dalla necessità di raccontare l’universale attraverso il singolo badando alla sostanza più che alla forma, si passa irrimediabilmente ad un’opera in cui la forma sembra avere la meglio su tutto il resto. Ed ecco che, qui, allo stesso Payne sembra sfuggire di mano il controllo della situazione, dando vita ad un’opera “maestosa”, ma molto, molto pretenziosa in cui un’iniziale idea potenzialmente brillante finisce ben presto per scadere in una pericolosa retorica ed in banali manierismi.

Poco convincono, dunque, interpreti brillanti come Matt Damon ed il grandissimo Christoph Waltz: seppur scorrevole e, in qualche modo “leggero”, questo lungometraggio di Payne sembra a tutti gli effetti uno di quei prodotti finalizzati a far incetta di Premi Oscar, ma dei quali, in seguito alla visione, resterà purtroppo ben poco.

Peccato. Soprattutto perché, in genere, in apertura di un festival come questo di Venezia ci si aspetta sempre di urlare al capolavoro. L’inizio, però, quest’anno è stato piuttosto tiepidino. E pensare che lo scorso anno si era scelto di aprire la Mostra addirittura con un’opera come La La land..ma questa è un’altra storia.

VOTO: 5/10

Marina Pavido