LA RECENSIONE – L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE di Terry Gilliam

donchisciotteTITOLO: L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE; REGIA: Terry Gilliam; genere: fantastico, avventura; paese: Gran Bretagna, USA; anno: 2018; cast: Adam Driver, Jonathan Pryce, Olga Kurylenko; durata: 132′

Nelle sale italiane dal 27 settembre, L’Uomo che uccise Don Chisciotte è l’ultimo lavoro del celebre cineasta inglese Terry Gilliam, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2018.

Dopo una lavorazione durata venticinque anni, la pellicola racconta le vicende di Toby, cinico regista pubblicitario che torna, al seguito di una troupe cinematografica, nel piccolo paesino della Spagna in cui, dieci anni prima, aveva girato il suo primo lungometraggio: L’Uomo che uccise Don Chisciotte. Vagando in cerca di ispirazione, il giovane si imbatterà nel vecchio calzolaio che aveva interpretato, a suo tempo, proprio il ruolo di Don Chisciotte. L’uomo, tuttavia, non è mai riuscito a uscire dal personaggio e, nel rivedere Toby, si convince che quest’ultimo è il suo fedele scudiero Sancho Panza.

Ed ecco che prende il via un’avventura strampalata che mescola sapientemente realtà e onirismo, passato e presente, in perfetta tradizione gilliamiana. L’umorismo sottile dei Monty Python risulta, a tal proposito, sempre azzeccato nel mettere in scena una storia che parla di genio, di follia, di libertà creativa e, soprattutto, di cinema. Il metacinema è, dunque, uno dei punti di forza di questo ultimo lavoro di Gilliam, il quale, a sua volta, vuole trasmetterci il messaggio che, a prescindere dal modo in cui cambino tempi e situazioni, l’amore per l’arte non morirà mai.

Una storia bizzarra per una messa in scena a dir poco spiazzante, con numerosi elementi e colori che convergono tutti insieme sul grande schermo e frequenti inquadrature sghembe che perfettamente riescono a trasmettere quel senso di spaesamento vissuto dal protagonista (un sempre ottimo Adam Driver).

E così, tutti questi anni di attesa sono valsi la pena, in quanto il presente lungometraggio è indubbiamente uno dei migliori del regista degli ultimi anni. Una metafora di Hollywood, dell’Arte e, più in generale, della Vita che resterà nelle nostre menti per ancora molto, molto tempo.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

68° BERLINALE – INLAND SEA di Kazuhiro Soda

inland-seaTITOLO: INLAND SEA; REGIA: Kazuhiro Soda; genere: documentario; paese: USA, Giappone; anno: 2018; durata: 122′

Presentato in anteprima alla 68° edizione del Festival di Berlino, all’interno della sezione Forum, Inland Sea è l’ultimo, toccante documentario – il quale ci racconta di Ushimado, un piccolo villaggio di pescatori destinato a rimanere deserto – del regista giapponese Kazuhiro Soda.

Un anziano uomo, con il volto pieno di rughe, sale sulla sua barca da pesca e si dirige, come di routine da moltissimi anni a questa parte, verso il paesino in cui abita. La telecamera, inizialmente, si limita a osservare ossequiosamente i gesti dell’uomo, spostandosi, di quando in quando, dalla sua figura al paesaggio circostante. I ritmi sono lenti, contemplativi, non vi sono tagli di montaggio o ellissi temporali. Quasi come se ci si volesse preparare, in religioso silenzio, all’arrivo in un posto tanto isolato quanto affascinante come Ushimado. Ed è una volta giunti qui che lo stesso regista inizia ad interagire con i pochi, anziani abitanti del posto, ascoltando rapito le loro storie e sinceramente curioso di come siano soliti trascorrere le loro giornate. Si tratta di persone dedite principalmente alla pesca o alla vendita stessa del pesce, perfettamente integrate in un contesto come quello di Ushimado e che, trascorrendo il loro tempo libero dando da mangiare ai numerosi gatti randagi che popolano il villaggio e prendendosi cura delle tombe al cimitero, sembrano ormai rassegnate al fatto che, ben presto, il loro amato villaggio resterà deserto.

Kazuihiro Soda – giapponese di nascita, ma statunitense di adozione, che da sempre ha dato vita a prodotti dai toni particolarmente contemplativi che tanto, soprattutto in alcuni momenti, sembrano volerci ricordare addirittura i lavori del celebre cineasta filippino Lav Diaz– sembra fin da subito perfettamente in sintonia con ciò che sta raccontando. Al punto di volersi dedicare quasi del tutto da solo alla realizzazione del documentario, per il quale, appunto, non ha curato solo la regia, ma anche la fotografia ed il montaggio. Ciò che fin da subito maggiormente colpisce, però è l’elegante bianco e nero adottato, che sta a darci l’idea di un luogo senza tempo, di personaggi che esistono ai giorni nostri, ma che sarebbero potuti esistere anche dieci, venti, cinquanta anni fa. Un bianco e nero nostalgico e malinconico, che, allo stesso tempo, sembra guardare Ushimado come un luogo già appartenente ad un’altra epoca.

Non si può non affezionarsi agli anziani abitanti intervistati. Ognuno di loro, malgrado la calma raggiunta, non smette mai di sorprendere con storie spesso anche violente e dolorose, storie di un passato non facile, il quale appare nei loro occhi oggi vivo più che mai.

E poi ci sono i gatti. Trattati alla stregua di veri e propri bambini, il villaggio di Ushimado ne è pieno: gatti randagi, di fatto senza padrone, ma, in realtà con tante persone che si prendono cura di loro; gatti in carne, giocherelloni ed affettuosi, che, abituati ad essere sempre coccolati, si sentono fin da subito perfettamente a loro agio davanti alla macchina da presa di Kazuhiro Soda, avvicinandosi e rotolandosi davanti ad essa senza alcuna remora.

Ma questo viaggio fuori dal tempo, come tutte le cose, ha una fine. E così, verso sera, è ora per il regista e per la sua piccola troupe di salutare le persone incontrate. Un momento malinconico e quasi commovente, che trova la sua giusta conclusione con brevi inquadrature di stradine deserte, illuminate solo dalla luce dei lampioni.

Viaggio o sogno? Sembra voler essere questa la domanda che il regista vuol fare in modo che lo spettatore si ponga. Probabilmente entrambe le cose. E così, quasi come a svegliarsi da un lungo sogno, nell’ultima inquadratura, il bianco e nero lascia pian piano il posto al colore. Scelta registica suggestiva e potente che si classifica come il giusto coronamento di un lavoro pregiato e ben realizzato. Una delle inaspettate sorprese di questa ricchissima 68° Berlinale.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – AGADAH di Alberto Rondalli

agadah-immagine-filmTITOLO: AGADAH; REGIA: Alberto Rondalli; genere: drammatico, storico, commedia; paese: Italia; anno: 2017; cast: Nahuel Perez Biscayart, Alessandro Haber, Caterina Murino; durata: 126′

Nelle sale italiane dal 16 novembre, Agadah è l’ultimo lungometraggio diretto da Alberto Rondalli e tratto dal celebre Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potoki.

Siamo nel maggio del 1734. Alfonso van Worden, giovane ufficiale Vallone al servizio di Re Carlo, ha ricevuto l’ordine di raggiungere il suo reggimento a Napoli. Durante il viaggio, nonostante il suo servitore Lopez cerchi di dissuaderlo dall’attraversare l’altopiano delle Murgie poiché infestato da spettri e demoni, il giovane Alfonso decide di mettersi ugualmente in cammino. Ed ecco che, nell’arco di dieci giornate, vivendo di volta in volta situazioni a metà tra sogno e realtà, tra reale e fiabesco, il ragazzo compirà una sorta di percorso iniziatico, al termine del quale non avrà mai la certezza se ciò che ha vissuto sia stato, appunto, un sogno o meno.

Per i temi trattati e la struttura che, al di là di quanto inizialmente possa sembrare, di lineare ha ben poco, questo lavoro di Alberto Rondalli risulta di non facile lettura e piuttosto stratificato: se da un lato abbiamo il sogno e la fiaba, dall’altro c’è la storia, così come i fatti si sono svolti (non dimentichiamo che la vicenda è ambientata all’indomani della Battaglia di Bitonto). E la cosa in sé è anche piuttosto interessante. Peccato, però, che, proprio per quanto riguarda la realizzazione, il regista si sia lasciato prendere eccessivamente la mano con repentini cambi di scena e di ambientazione, con un susseguirsi eccessivamente confusionario di personaggi e con un andamento narrativo che, a tratti, avrebbe necessitato anche di qualche attimo di respiro.

Detto questo, particolarmente interessanti e ben riuscite sono proprio le ambientazioni e gli effetti speciali (piuttosto interessante, ad esempio, la realizzazione di alcuni scheletri viventi, per i quali sono stati adoperati dei veri scheletri opportunamente scenografati). Fattori, questi, sempre a rischio, quando si tratta di realizzare un film in costume e non si dispone di un grosso budget. In questo caso, però, notiamo con piacere che il problema è stato brillantemente arginato.

Peccato, dunque, che un lungometraggio come Agadah non sempre sia riuscito a centrare l’obiettivo. Magari, evitando il “troppo” si sarebbe potuto dar vita ad una vera e propria chicca all’interno del panorama italiano contemporaneo. Che dire? Attenderemo fiduciosi nuovi lavori da parte dell’autore. Vediamo, le prossime volte, in che modo riuscirà a stupirci.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

67° FESTIVAL DI BERLINO – FELICITE di Alain Gomis

feliciteTITOLO: FELICITÉ; REGIA: Alain Gomis; genere: drammatico; anno: 2017; paese: Francia, Congo; cast: Véro Tshanda Beya; durata: 123′

Presentato in concorso alla 67° edizione del Festival di Berlino, Felicité è l’ultimo lungometraggio del cineasta senegalese Alain Gomis.

La storia messa in scena è una storia apparentemente come tante. Felicité è una giovane ragazza madre dalle straordinarie doti canore che, al fine di garantire al figlio adolescente una vita dignitosa, ogni sera si esibisce in un locale della cittadina in cui vive, nel cuore del Congo. La situazione si fa complicata il giorno in cui il ragazzo ha un incidente con la motocicletta e rischia di perdere una gamba. L’operazione per salvarlo è assai costosa, così Felicité sarà costretta a trovare le più disparate soluzioni, al fine di garantire l’intervento a suo figlio.

Ad una prima lettura della sinossi, l’idea di base sembrerebbe suggerire qualcosa simile ai film dei fratelli Dardenne. Eppure, dopo aver adottato una certa linea iniziale, ecco che il lungometraggio di Gomis si concentra in particolare sull’interiorità della protagonista stessa, sui suoi cambiamenti, sulla sua crescita interiore e, soprattutto, sulla sua presa di coscienza circa il fatto che, nella vita, bisogna anche saper accettare un aiuto da parte di chi ci è vicino.

Il tutto viene realizzato con un copioso uso di camera a spalla, per una messa in scena apparentemente priva di particolari virtuosismi registici, che si alterna a momenti in cui la musica ed i colori di un popolo fanno da protagonisti assoluti, facendoci dimenticare, per un attimo, le sventure della protagonista stessa. Sono queste le scene in cui Felicité si esibisce al locale e, di volta in volta, intensi suoi primi piani ci mostrano il suo stato d’animo. Nel raccontare il percorso della protagonista, ampio spazio è dedicato – in modo non del tutto riuscito, a dire il vero – anche alla dimensione onirica. Sono questi i momenti in cui Felicité viene mostrata nell’atto di camminare di notte dentro un bosco, per poi immergersi in un lago e sentirsi improvvisamente più serena, quasi fosse tornata nella placenta materna. Particolarmente riuscito, inoltre, il parallelismo tra la donna ed il proprio figlio a metà della pellicola: dopo l’amputazione della gamba di quest’ultimo, ecco che la madre intraprende un nuovo percorso interiore che la fa abbandonare ciò che era prima, tagliandosi in modo emblematico i capelli.

Il vero problema di un lungometraggio come Felicité è fondamentalmente uno script piuttosto sfilacciato, che, dopo aver adottato una certa linea iniziale, cambia quasi repentinamente registro, facendo sì che il film sia spaccato in due senza una logica apparente. Molti elementi, inoltre, vengono tirati in ballo per poi essere lasciati in sospeso (vedi la zebra incontrata dalla protagonista durante i sogni), rivelando sì buoni intenti da parte del regista, ma anche un’importante dose di incertezza, che, di fatto, il suo peso ce l’ha eccome. Nulla di veramente riuscito, in pratica. Eppure, vuoi per le ambientazioni, vuoi per la musica calda e coinvolgente, al termine della visione questo ultimo lungometraggio di Gomis non lascia fortunatamente del tutto scontenti.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

67° FESTIVAL DI BERLINO – ON BODY AND SOUL di Ildiko Enyedi

on-bodyTITOLO: ON BODY AND SOUL; REGIA: Ildiko Enyedi; genere: commedia, sentimentale; anno: 2016; paese:Ungheria; cast: Geza Morcsanyi, Alexandra Borbély; durata: 116′

Presentato in concorso alla 67° edizione del Festival di Berlino, On body and soul è l’ultimo lungometraggio della regista ungherese Ildiko Enyedi.

Un bosco d’inverno. La neve, ormai, ha coperto quasi tutto, alberi e terreno. Due cervi, un maschio ed una femmina, sono intenti a cercare del cibo. Il maschio, nello specifico, sembra particolarmente attento alle esigenze della sua compagna. Scena delicata e dal forte impatto visivo, al termine della quale, però, ci troviamo in un ufficio di Budapest, ai giorni nostri, dove una timida biondina, da poco assunta, viene notata dal direttore, anch’egli, a sua volta, timido, impacciato e non più giovanissimo. In che modo le due situazioni presentateci sono collegate tra loro? Lo scopriremo presto – e, in questo caso, non si tratta di spoiler! – nel momento in cui una giovane psicologa dovrà esaminare tutti i dipendenti dell’azienda per scoprire chi possa aver commesso dei furti. In seguito ad alcune sue domande riguardanti l’inconscio di ognuno degli impiegati, la dottoressa verrà a sapere – convinta che si tratti di uno scherzo – che sia il direttore che la giovane impiegata sono soliti sognare sé stessi nelle sembianze di cervi.

Ebbene sì, avete letto bene. Il lungometraggio in questione indubbiamente si presenta come una commedia romantica con non pochi momenti ironici al suo interno. Il fatto, però, di prendersi fin troppo seriamente nel raccontare l’incipit della potenziale storia d’amore trai due protagonisti fa drasticamente calare di livello tutto il lungometraggio. Eppure l’Est Europa, in fatto di comicità, quando ci si mette sa riuscire davvero bene nel suo intento. Basti pensare, ad esempio, ad alcuni lavori di registi del calibro di Petr Zelenka o di Ladislav Smoljak, giusto per fare un paio di nomi. Tale sottile comicità, basata talvolta sul surreale e sul paradosso, è, salvo in rari momenti (come quando la ragazza riceve la telefonata del suo capo mentre è intenta a tagliarsi le vene), in On body and soul soltanto lievemente accennata. O, per meglio dire, mal sviluppata. Così come scarsamente approfondito è il tema dell’ansia sociale e dei disturbi nell’ambito della sfera sessuale, entrambe caratteristiche della giovane protagonista. Peccato. Soprattutto perché, da un punto di vista prettamente registico, la cineasta ungherese ha più volte dimostrato di avere una buona gestione del quadro e degli spazi in generale. In questo suo ultimo lavoro, ad esempio, di grande impatto visivo sono le scene ambientate nel bosco, così come le inquadrature di alcuni esterni della città stessa.

Il risultato finale è, nonostante ciò, un film che poco o niente riesce a trasmettere allo spettatore. Un prodotto dalle interessanti potenzialità, ma che, di fatto, risulta quasi “incompiuto”, non del tutto sviluppato. Piuttosto modesto per far parte della selezione ufficiale di un festival come quello della Berlinale, senza ombra di dubbio. Non ci resterà che rivolgere la nostra attenzione ad altri lidi, a questo punto!

VOTO: 5/10

Marina Pavido

11° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – LA CAJA VACIA di Claudia Sainte-Luce

emptybox_01TITOLO: LA CAJA VACIA; REGIA: Claudia Sainte-Luce; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Messico, Francia; cast: Claudia Sainte-Luce, Jimmy Jean Louis Pablo Sigal; durata: 101′

Presentato in anteprima – all’interno della Selezione Ufficiale – all’11° Festa del Cinema di Roma, La caja vacia è l’ultimo lungometraggio diretto dalla giovane regista messicana Claudia Sainte-Luce, che, in questa sua opera, affronta il non facile tema della perdita della memoria.

Dopo anni di assenza, Toussaint – sessantenne haitiano – si trasferisce a Città del Messico a casa della figlia Jazmin. I rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ma la convivenza forzata aiuterà l’uomo ad elaborare il suo passato, mentre sua figlia riuscirà, in qualche modo, a perdonarlo.

La particolare struttura narrativa adottata – all’interno della quale sono presenti frequenti flashback e scene oniriche – è, forse, l’elemento più interessante che caratterizza il lungometraggio. Continui salti tra il passato ed il presente, senza stacchi cromatici per quanto riguarda la fotografia, trascinano fin da subito lo spettatore in un loop senza fine. Non vi è alcuna spiegazione clinica, non si scade mai in un eccesso di didascalismo, semplicemente la malattia la si vive. E lo si fa in modo del tutto naturale, entrando direttamente nella mente del protagonista. Interessante, a questo proposito, la scelta di mostrare il protagonista anziano persino durante i momenti ambientati durante la sua infanzia.

Analogamente al tema della malattia, anche il rapporto padre-figlia viene approfondito a dovere. Sia per quanto riguarda le conseguenze che l’infanzia problematica di Jazmin ha avuto sul suo presente (la difficoltà ad avere una relazione matura), sia per il senso di colpa vissuto – durante i ricordi – dallo stesso Toussaint.

Ed ecco che ci troviamo di fronte a due elementi fondamentali: il senso di colpa e la memoria. Cosa, o meglio, chi ci ricordano queste due costanti? Ovviamente, non possiamo non pensare alla filmografia d Christopher Nolan, il quale ha fatto di queste due tematiche quasi il marchio di fabbrica delle sue opere. Ovviamente, in La caja vacia tutto è trattato in modo più “soft”, meno contorto e con meno salti spazio-temporali. Nonostante le numerose scene oniriche, infatti, essenziali e senza fronzoli sono le scelte registiche adottate, insieme ad una fotografia decisamente sobria e dai colori tenui, all’interno della quale grande spazio hanno – soprattutto per quanto riguarda gli interni – le ombre, simbolo, appunto, dei buchi nella memoria del protagonista.

Le uniche pecche di questo lungometraggio della Sainte-Luce sono sporadici momenti “morti”, in cui la narrazione sembra non andare avanti e, al contrario, sembra diventare eccessivamente ripetitiva. Questa non sempre azzeccata gestione dei tempi viene affiancata anche da qualche pericolosa caduta di stile, la peggiore delle quali avviene, senza dubbio, alla fine del film, quando – dopo il suicidio di Toussaint – vediamo quest’ultimo apparire sullo schermo del televisore a casa di Jazmin, come se avesse voluto dare un ultimo saluto alla figlia.

Detto questo, ci troviamo comunque di fronte ad un’opera piccola ma interessante. Soprattutto per una messa in scena della malattia semplice e complessa, articolata ed essenziale allo stesso tempo. Risultato, questo, molto più difficile da ottenere di quanto si possa inizialmente pensare.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – AMERICAN PASTORAL di Ewan McGregor

american-pastoral-2016-movie-still-7TITOLO: AMERICAN PASTORAL; REGIA: Ewan McGregor; genere: drammatico; anno: 2016; paese: USA; cast: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Johnson; durata: 108′

Nelle sale italiane dal 20 ottobre, American Pastoral è l’esordio alla regia dell’attore Ewan McGregor, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer.

Seymour Levov, detto “lo svedese”, ha avuto tutto dalla vita: è bello, intelligente, carismatico ed ha sposato una ex reginetta di bellezza, dalla quale ha avuto l’amata figlia Merry. Un giorno, però, tutto il suo mondo sembra crollare, nel momento in cui la ragazza compie un attacco terroristico che provoca la morte di un uomo.

american_pastoralOperazione ben riuscita per essere un esordio alla regia, questa di Ewan McGregor. L’attore, infatti, si è cimentato con un’opera piuttosto complessa e stratificata, in cui – al di là del sogno americano che viene distrutto, al di là del tema politico – centrale e tutt’altro che semplice è proprio il rapporto che lega il padre alla figlia. Nulla è scontato, nulla viene messo lì per caso. Eppure McGregor è riuscito a mantenere quanto basta quella giusta ambiguità presente nell’opera di Roth. Seymour e Merry sono due figure, se vogliamo, abbastanza stereotipate: lui rappresenta, appunto, l’americano medio di successo, con una bella casa ed una famiglia da sogno; lei (magistralmente interpretata da Dakota Johnson), invece, è la classica adolescente appassionata e sanguigna, che crede fermamente nei propri ideali e, per questo motivo, si scontra spesso con i suoi stessi genitori. Gli equilibri, però, si rompono nel momento in cui non tutto va secondo un copione prestabilito. E tutto questo viene messo in scena in modo magistrale: forte, ad esempio, è il contrasto – anche dal punto di vista della fotografia – tra i momenti di vera o apparente serenità e le scene in cui Seymour è alla disperata ricerca di Merry, dove i colori scuri, una regia essenziale con un esiguo numero di punti macchina stanno, appunto, a rappresentare l’animo stesso del protagonista.

1247403_american-pastoralFigura ambigua ed interessante, che però avrebbe potuto avere maggiori potenzialità è, invece, rappresentata da Dawn, moglie di Seymour e madre di Merry, con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale – a prescindere dalle diverse idee politiche – e che cambia completamente registro nel corso della vicenda.

Tra i pochi appunti che si possono fare ad American Pastoral vi è, tuttavia, proprio il finale del film stesso, in cui – malgrado l’intenzione di lasciare lo spettatore in sospeso, analogamente a quanto viene fatto nel libro – si opta per una soluzione pericolosamente banale e scontata.

Detto questo, il lungometraggio si è rivelato – in ogni caso – un’interessante trasposizione ed un buon esordio alla regia. Una storia complessa ed appassionante che verrà apprezzata da molti e che ci fa sperare in altri soddisfacenti lavori futuri di Ewan McGregor.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA: WHERE TO INVADE NEXT di Michael Moore

invadeTITOLO: WHERE TO INVADE NEXT; REGIA: Michael Moore; genere: documentario; anno: 2015; paese: USA; durata 120′

Nelle sale italiane dal 9 maggio, Where to invade next è l’ultimo documentario scritto e diretto dal controverso cineasta statunitense Michael Moore.

Il documentarista – al fine di comprendere cosa stia portando gli Stati Uniti ad una progressivo calo della qualità della vita – effettua un viaggio intercontinentale, fermandosi, di volta in volta, in una diversa nazione e cercando di carpirne i segreti di una buona politica e del benessere dei cittadini.

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Numerosi i paesi attraversati nel corso della lavorazione: dall’Italia alla Francia, dalla Finlandia alla Slovenia, senza dimenticare la Germania, il Portogallo, la Norvegia, l’Islanda e la Tunisia. Ognuna di queste nazioni – secondo quanto afferma Moore – ha adottato un modus operandi che permetta al proprio popolo di vivere in maniera più che dignitosa. Ma procediamo per gradi.

Come nei suoi precedenti lavori (tra cui ricordiamo Bowling a Columbine e Fahrenheit 9/11), è una grande spettacolarità – che vede la sua massima realizzazione in una regia sapiente e dinamica ed in un montaggio serratissimo – a fare da grande protagonista in questo ultimo prodotto di Moore. Due ore che scorrono via in un batter d’occhio e che riescono a catturare l’attenzione dello spettatore trattando temi di grande attualità con la tipica ironia e l’irriverenza che da sempre caratterizzano l’opera del documentarista.

where-to-invade-next-feature-heroMa che cos’è che, in fin dei conti, questo documentario vuole mettere in risalto? Senza dubbio, ciò su cui si vuole far luce è il menefreghismo degli Stati Uniti circa il benessere ed i diritti fondamentali dei cittadini, ai quali vengono anteposte le manie di grandezza della nazione stessa, che trovano la loro massima espressione nelle numerose guerre portate avanti durante gli ultimi decenni. E – al fine di comunicare ciò – Moore, durante i suoi viaggi, ci mostra realtà idilliache e fortemente distorte, dipingendo le nazioni visitate quasi alla stregua di paesi delle favole e mettendo in scena – in questo modo – stereotipi talmente superati e poco credibili da far sì che la riuscita del documentario stesso risulti piuttosto deludente.

where_to_invade_next_official_trailer_Ovviamente, chi vive in Italia ben conosce le tristi condizioni a cui i lavoratori devono sottostare. Inutile l’elogio ad una politica del lavoro che – ormai – riguarda soltanto una porzione circoscritta di cittadini. O anche, ad esempio, l’esaltazione del sistema universitario sloveno non è sufficiente a far sì che si possa pensare ad una nazione in cui il benessere faccia da sovrano. Come sempre, Michael Moore ha calcato eccessivamente la mano nel voler dimostrare la tesi di turno, mancando di necessaria onestà.

Il risultato finale è, dunque, un prodotto sì tecnicamente ben realizzato, sì divertente e godibile, ma anche fortemente artefatto, finto, furbo ai limiti del possibile, che pecca di credibilità e da cui ciò che alla fine traspare è solo la grande megalomania dello stesso Moore. E, sia ben chiaro, ne abbiamo tutti abbastanza di gratuite autocelebrazioni sul grande schermo.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

OGGI AL CINEMA: tutte le novità in sala del 14/04/2016

A cura di Marina Pavido

Settimana ricca di nuovi titoli, questa in entrata! Numerosi saranno, infatti, i lungometraggi da oggi nel palinsesto delle sale italiane. Dall’atteso film della Disney Il libro della giungla al francese Les souvenirs, dall’ultima commedia di Baumbach, Mistress America, all’irriverente Nonno scatenato. Per aiutarvi a scegliere ciò che maggiormente incontra i vostri gusti, ecco, come ogni settimana, una breve guida per voi!

 

CRIMINAL

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REGIA: Ariel Vromen; genere: azione, drammatico, thriller; anno: 2016; paese: Gran Bretagna, USA; cast: Kevin Kostner, Gary Oldman, Tommy Lee Jones

L’agente della CIA Bill Pope viene a conoscenza dei piani di alcuni terroristi che minacciano l’incolumità dell’umanità intera. Un giorno l’uomo viene ucciso, così la CIA chiederà aiuto al Dottor Frank, il quale, al fine di recuperare le informazioni di cui Bill era entrato in possesso, sperimenterà un nuovo macchinario in grado di trasferire il pattern cerebrale di una persona nella mente di un’altra.

 

HARDCORE!

maxresdefault (1)REGIA: Ilya Naishuller; genere: avventura, azione, fantascienza; anno: 2015; paese: Russia, USA; cast: Haley Bennett, Sharlto Copley, Danila Kozlovsky

Akan è un folle personaggio a capo di un gruppo di mercenari con un piano per dominare il mondo. Solo un misterioso sconosciuto di nome Jimmy può dare una mano nel tentativo di salvare il mondo. Uno dei pochi casi di lungometraggio girato interamente in soggettiva.

 

NONNO SCATENATO

0001148239REGIA: Dan Mazer; genere: commedia; anno: 2016; paese: USA; cast: Robert De Niro, Zac Efron, Zoey Deutch

Jason sta per sposarsi con la figlia del suo capo e diventare socio dello studio legale del suocero. Quando, però, il suo scatenato nonno gli chiederà di accompagnarlo a Daytona per le vacanze di primavera, tra feste, risse ed insolite avventure, le sue imminenti nozze verranno messe seriamente a rischio.

 

UN’ESTATE IN PROVENZA

un-estate-in-provenza-poster-e-trailer-italiano-v7-250596-1280x720REGIA: Rose Bosch; genere: commedia; anno: 2016; paese: Francia; cast: Jean Reno, Anna Galiena, Aure Atika

Léa, Adrien e Théo, durante le vacanze estive, si recano nella campagna provenzale per andare a trovare i nonni. Qui, inizialmente, faranno fatica a legare con il burbero nonno Paul. Col tempo, però, le divergenze tra le due generazioni finiranno per appianarsi.

 

FIORE DEL DESERTO

fiore-del-deserto-e1455096184670REGIA: Sherry Hormann; genere: biografico, drammatico; anno: 2009; paese: Gran Bretagna, Germania, Australia, Francia; cast: Liya Kebede, Sally Hawkins, Timothy Spall

La vera storia della modella somala Waris Dirie, che, all’età di 13 anni, scappa di casa per sfuggire ad un matrimonio forzato e si reca a Londra, dove inizia a lavorare come serva per l’Ambasciata Somala. Dopo aver fatto i lavori più umili, verrà notata dal fotografo Terry Donaldson e da lì inizierà la sua folgorante carriera.

 

IL BAMBINO DI VETRO

Il-bambino-di-vetroREGIA: Federico Cruciani; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Italia; cast: Paolo Briguglia, Vincenzo Ragusa, Chiara Muscato

Giovanni è un bambino di dieci anni che vive a Palermo con la sua famiglia. Ben presto, però, scoprirà che il concetto stesso di “famiglia” può contenere anche accezioni piuttosto negative. Verrà a sapere, inoltre, che proprio nel suo stesso nido famigliare è celato un inquietante segreto.

 

IL LIBRO DELLA GIUNGLA

1442397426_2016-The-Jungle-Book-Movie-Poster-WallpapersREGIA: Jon Favreau; genere: avventura, drammatico, fantasy, family; anno: 2016; paese: USA; cast: Toni Servillo, Giovanna Mezzogiorno, Neri Marcorè

Mowgli, un giovane cucciolo di uomo cresciuto insieme ad una famiglia di lupi, è costretto a lasciare la giungla nel momento in cui la tigre Shere Khan, segnata dalle cicatrici dell’uomo, intende eliminarlo, per evitare che diventi una minaccia. Durante il suo cammino, il ragazzo, grazie anche alla compagnia della pantera Bagheera e dell’orso Baloo, imparerà a conoscere il mondo e sé stesso. Attesissimo remake del classico Disney, proveniente, anche questo, dalla celebre casa di produzione.

 

LES SOUVENIRS

memories_les_souvenirs_stillREGIA: Jean-Paul Rouve; genere: commedia, drammatico; anno: 2016; paese: Francia; cast: Annie Cordy, Michel Blanc, Chantal Lauby

Romain ha 23 anni, sogna di diventare scrittore ed è spesso alle prese con la sua problematica famiglia. Un giorno suo padre lo convoca d’urgenza: sua nonna – da poco rimasta vedova – è scappata dalla casa di riposo in cui si trovava, per recarsi al suo villaggio natale e rivivere i ricordi dell’infanzia.

 

L’UNIVERSALE

55442_pplREGIA: Federico Micali; genere: commedia; anno: 2015; paese: Italia; cast: Francesco Turbanti, Matilda Lutz, Robin Mugnaini

La storia della sala cinematografica “L’Universale” di Firenze vista dagli occhi di Alice, Marcello e Tommaso, figlio del proiezionista. Una sala storica che per anni ha unito intere generazioni e che ha contribuito a formare parecchi giovani dagli anni Settanta in poi.

 

MISTRESS AMERICA

Brody-Mistress-America-690REGIA: Noah Baumbach; genere: commedia; anno: 2015; paese: USA; cast: Greta Gerwig, Lola Kirke, Michael Chernus

Tracy è una ragazza di diciotto anni timida ed insicura, con il sogno di diventare scrittrice. Brooke è una trentenne frizzante e casinista, con tanti progetti per il futuro. La madre di Tracy ed il padre di Brooke stanno per sposarsi, così le due decidono di incontrarsi per conoscersi. Da subito nascerà una profonda amicizia. Presentato in anteprima all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.

 

NEMICHE PER LA PELLE

coverlg_home1REGIA: Luca Lucini; genere: commedia; anno: 2016; paese: Italia; cast: Margherita Buy, Claudia Gerini, Paolo Calabresi

Lucia e Fabiola si conoscono da tempo e si detestano, in quanto per anni hanno praticamente condiviso lo stesso uomo. Alla morte di quest’ultimo, però, scopriranno che in eredità per loro c’è addirittura un bambino, che l’uomo aveva avuto da una precedente relazione segreta. Sarà compito di entrambe averne cura e cercare, in qualche modo, di venirsi incontro.

 

SENZA LASCIARE TRACCIA

17665_origREGIA: Gianclaudio Cappai; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Italia; cast: Michele Riondino, Valentina Cervi, Vitaliano Trevisan

Bruno porta dentro di sé un pesante segreto, che gli ha causato, a suo tempo, i gravi problemi di salute con i quali convive da anni. Nemmeno la sua compagna è a conoscenza del suo passato. Un giorno, però, l’uomo deciderà di tornare presso la fornace abbandonata, dove tutto è cominciato.

 

MONTEDORO

montedoro_0011REGIA: Antonello Faretta; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Italia; cast: Pia Marie Mann, Joe Capalbo, Luciana Paolicelli

Una donna americana di mezza età scopre le sue vere origini solo dopo la morte dei genitori. Scossa ed in preda ad una crisi di identità, si reca a Montedoro, il piccolo paese del Sud Italia che le ha dato i natali. Una volta giunta a destinazione, però,si troverà in un misterioso villaggio fantasma. Ispirato alla storia vera dell’attrice protagonista.

 

NESSUNO MI TROVERA’

1449232598823REGIA: Egidio Eronico; genere: documentario; anno: 2016; paese: Italia

Ettore Majorana, tra i più grandi fisici e teorici italiani del Novecento, scomparve – a soli 31 anni – il 25 marzo del 1938. Da allora le sue ricerche e le indagini su quanto sia realmente accaduto non sono mai cessate.

 

THE IDOL

the-idol-2015REGIA: Hany Abu-Assad; genere: drammatico, biografico; anno: 2016; paese: Palestina, Qatar, Gran Bretagna; cast: Qais Atallah, Hiba Atallah, Tawfeek Barhom

Mohammed Assaf vive a Gaza e sogna di diventare famoso insieme alla sua band, composta anche dalla sorella Nour e dai suoi compagni di giochi. I ragazzi, però, saranno costretti a diventare adulti prima del tempo ed i sogni di Mohammed verranno messi da parte per diversi anni. Qualche tempo dopo, al giovane ormai ventenne, si presenterà l’occasione di partecipare al reality “Arab Idol”. Ispirato alla storia vera del cantante Mohammed Assaf.

 

La nostra rubrica vi dà appuntamento alla prossima settimana. Nel frattempo, scegliete quello che più vi piace e continuate ad andare numerosi al cinema! Alla prossima!

LA RECENSIONE DI MARINA: THE IDOL di Hany Abu-Assad

the_idol_promotionalstill_0TITOLO: THE IDOL; REGIA: Hany Abu-Assad; genere: drammatico; anno: 2015; paese: Palestina, Qatar, Gran Bretagna; cast: Tawfeek Barhom, Ahmed Al Rokh, Hiba Attalah; durata: 100′

Nelle sale italiane dal 14 aprile, The Idol è l’ultimo lungometraggio diretto dal regista palestinese Hany Abu-Assad, già candidato all’Oscar per Paradise now e Omar.

Siamo a Gaza, terra di stragi e conflitti irrisolti. Il giovane Mohammed Assaf, insieme alla sorella Nour ed ai suoi inseparabili compagni di giochi, sembra quasi non accorgersi di ciò che accade intorno a lui, dal momento che il suo unico desiderio è quello di diventare famoso insieme alla sua band, composta, appunto, anche da sua sorella e dai suoi amici. Presto, però, ognuno di loro sarà costretto a crescere più in fretta del previsto ed i sogni di Mohammed verranno messi da parte per molti anni. Fino al giorno in cui al ragazzo, ormai ventenne, si presenterà un’interessante opportunità.

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Un’infanzia complicata. La povertà. Le umili origini. Il sogno di affermarsi. La difficile scalata verso il successo. Il riscatto personale nei confronti del passato. Questo è The Idol, tratto da una storia vera – quella del cantante palestinese Mohammed Assaf, appunto – che mira ad emozionare lo spettatore ed a farlo sognare insieme ai protagonisti stessi. Peccato, però, che tutto questo è stato già diverse volte proposto negli ultimi anni. Basti pensare al pluripremiato The Millionaire, per la regia di Danny Boyle, o al più recente Trash, diretto da Stephen Daldry. E, se già il fortunato lungometraggio di Boyle di per sé non aveva convinto più di tanto, con gli altri due prodotti si è andati irrimediabilmente  via via peggiorando. The Idol, dunque, risulta senza dubbio il peggiore dei tre. Ma andiamo per gradi.

the-idol-v8-28739Al di là del prodotto trito e ritrito, è la realizzazione stessa del film che lascia parecchio a desiderare. Colpa di una regia che, malgrado un inizio convincente, si perde strada facendo – dando vita a scene palesemente finte (ad esempio, nel momento in cui la famiglia del protagonista si riunisce a sentire davanti alla tv la performance canora del ragazzo) – e di una scrittura a tratti troppo approssimativa, che, soprattutto man mano che ci si avvicina al finale, opta per delle scelte che fanno sì che determinati sviluppi della narrazione risultino poco credibili, oltre a salti temporali che danno l’impressione che quasi non si vedesse l’ora di arrivare alla fine della lavorazione. Ad esempio, poco convince il modo in cui il protagonista riesce a superare il confine per potersi recare in Egitto e partecipare alla trasmissione “Arab Idol” (semplicemente saltando su di un furgone, quasi sotto gli occhi dei militari), o la maniera in cui lo stesso, pur essendo arrivato tardi alle selezioni, trova il modo di recuperare un biglietto per potervi prendere parte (generoso dono di un altro concorrente, il quale, avendolo sentito cantare in bagno, ha da subito riconosciuto il grande talento del protagonista). Solo questi due esempi basterebbero a rendere l’idea.

the-idol-2015The Idol è, in sostanza, un prodotto simile a molti altri dal punto di vista narrativo, ma di qualità ben più scarsa. Un sogno, una scalata verso il successo che non riescono a coinvolgere neanche lo spettatore più volenteroso.

VOTO: 4/10

Marina Pavido