LA RECENSIONE – L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE di Terry Gilliam

donchisciotteTITOLO: L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE; REGIA: Terry Gilliam; genere: fantastico, avventura; paese: Gran Bretagna, USA; anno: 2018; cast: Adam Driver, Jonathan Pryce, Olga Kurylenko; durata: 132′

Nelle sale italiane dal 27 settembre, L’Uomo che uccise Don Chisciotte è l’ultimo lavoro del celebre cineasta inglese Terry Gilliam, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2018.

Dopo una lavorazione durata venticinque anni, la pellicola racconta le vicende di Toby, cinico regista pubblicitario che torna, al seguito di una troupe cinematografica, nel piccolo paesino della Spagna in cui, dieci anni prima, aveva girato il suo primo lungometraggio: L’Uomo che uccise Don Chisciotte. Vagando in cerca di ispirazione, il giovane si imbatterà nel vecchio calzolaio che aveva interpretato, a suo tempo, proprio il ruolo di Don Chisciotte. L’uomo, tuttavia, non è mai riuscito a uscire dal personaggio e, nel rivedere Toby, si convince che quest’ultimo è il suo fedele scudiero Sancho Panza.

Ed ecco che prende il via un’avventura strampalata che mescola sapientemente realtà e onirismo, passato e presente, in perfetta tradizione gilliamiana. L’umorismo sottile dei Monty Python risulta, a tal proposito, sempre azzeccato nel mettere in scena una storia che parla di genio, di follia, di libertà creativa e, soprattutto, di cinema. Il metacinema è, dunque, uno dei punti di forza di questo ultimo lavoro di Gilliam, il quale, a sua volta, vuole trasmetterci il messaggio che, a prescindere dal modo in cui cambino tempi e situazioni, l’amore per l’arte non morirà mai.

Una storia bizzarra per una messa in scena a dir poco spiazzante, con numerosi elementi e colori che convergono tutti insieme sul grande schermo e frequenti inquadrature sghembe che perfettamente riescono a trasmettere quel senso di spaesamento vissuto dal protagonista (un sempre ottimo Adam Driver).

E così, tutti questi anni di attesa sono valsi la pena, in quanto il presente lungometraggio è indubbiamente uno dei migliori del regista degli ultimi anni. Una metafora di Hollywood, dell’Arte e, più in generale, della Vita che resterà nelle nostre menti per ancora molto, molto tempo.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

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68° BERLINALE – INLAND SEA di Kazuhiro Soda

inland-seaTITOLO: INLAND SEA; REGIA: Kazuhiro Soda; genere: documentario; paese: USA, Giappone; anno: 2018; durata: 122′

Presentato in anteprima alla 68° edizione del Festival di Berlino, all’interno della sezione Forum, Inland Sea è l’ultimo, toccante documentario – il quale ci racconta di Ushimado, un piccolo villaggio di pescatori destinato a rimanere deserto – del regista giapponese Kazuhiro Soda.

Un anziano uomo, con il volto pieno di rughe, sale sulla sua barca da pesca e si dirige, come di routine da moltissimi anni a questa parte, verso il paesino in cui abita. La telecamera, inizialmente, si limita a osservare ossequiosamente i gesti dell’uomo, spostandosi, di quando in quando, dalla sua figura al paesaggio circostante. I ritmi sono lenti, contemplativi, non vi sono tagli di montaggio o ellissi temporali. Quasi come se ci si volesse preparare, in religioso silenzio, all’arrivo in un posto tanto isolato quanto affascinante come Ushimado. Ed è una volta giunti qui che lo stesso regista inizia ad interagire con i pochi, anziani abitanti del posto, ascoltando rapito le loro storie e sinceramente curioso di come siano soliti trascorrere le loro giornate. Si tratta di persone dedite principalmente alla pesca o alla vendita stessa del pesce, perfettamente integrate in un contesto come quello di Ushimado e che, trascorrendo il loro tempo libero dando da mangiare ai numerosi gatti randagi che popolano il villaggio e prendendosi cura delle tombe al cimitero, sembrano ormai rassegnate al fatto che, ben presto, il loro amato villaggio resterà deserto.

Kazuihiro Soda – giapponese di nascita, ma statunitense di adozione, che da sempre ha dato vita a prodotti dai toni particolarmente contemplativi che tanto, soprattutto in alcuni momenti, sembrano volerci ricordare addirittura i lavori del celebre cineasta filippino Lav Diaz– sembra fin da subito perfettamente in sintonia con ciò che sta raccontando. Al punto di volersi dedicare quasi del tutto da solo alla realizzazione del documentario, per il quale, appunto, non ha curato solo la regia, ma anche la fotografia ed il montaggio. Ciò che fin da subito maggiormente colpisce, però è l’elegante bianco e nero adottato, che sta a darci l’idea di un luogo senza tempo, di personaggi che esistono ai giorni nostri, ma che sarebbero potuti esistere anche dieci, venti, cinquanta anni fa. Un bianco e nero nostalgico e malinconico, che, allo stesso tempo, sembra guardare Ushimado come un luogo già appartenente ad un’altra epoca.

Non si può non affezionarsi agli anziani abitanti intervistati. Ognuno di loro, malgrado la calma raggiunta, non smette mai di sorprendere con storie spesso anche violente e dolorose, storie di un passato non facile, il quale appare nei loro occhi oggi vivo più che mai.

E poi ci sono i gatti. Trattati alla stregua di veri e propri bambini, il villaggio di Ushimado ne è pieno: gatti randagi, di fatto senza padrone, ma, in realtà con tante persone che si prendono cura di loro; gatti in carne, giocherelloni ed affettuosi, che, abituati ad essere sempre coccolati, si sentono fin da subito perfettamente a loro agio davanti alla macchina da presa di Kazuhiro Soda, avvicinandosi e rotolandosi davanti ad essa senza alcuna remora.

Ma questo viaggio fuori dal tempo, come tutte le cose, ha una fine. E così, verso sera, è ora per il regista e per la sua piccola troupe di salutare le persone incontrate. Un momento malinconico e quasi commovente, che trova la sua giusta conclusione con brevi inquadrature di stradine deserte, illuminate solo dalla luce dei lampioni.

Viaggio o sogno? Sembra voler essere questa la domanda che il regista vuol fare in modo che lo spettatore si ponga. Probabilmente entrambe le cose. E così, quasi come a svegliarsi da un lungo sogno, nell’ultima inquadratura, il bianco e nero lascia pian piano il posto al colore. Scelta registica suggestiva e potente che si classifica come il giusto coronamento di un lavoro pregiato e ben realizzato. Una delle inaspettate sorprese di questa ricchissima 68° Berlinale.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – AGADAH di Alberto Rondalli

agadah-immagine-filmTITOLO: AGADAH; REGIA: Alberto Rondalli; genere: drammatico, storico, commedia; paese: Italia; anno: 2017; cast: Nahuel Perez Biscayart, Alessandro Haber, Caterina Murino; durata: 126′

Nelle sale italiane dal 16 novembre, Agadah è l’ultimo lungometraggio diretto da Alberto Rondalli e tratto dal celebre Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potoki.

Siamo nel maggio del 1734. Alfonso van Worden, giovane ufficiale Vallone al servizio di Re Carlo, ha ricevuto l’ordine di raggiungere il suo reggimento a Napoli. Durante il viaggio, nonostante il suo servitore Lopez cerchi di dissuaderlo dall’attraversare l’altopiano delle Murgie poiché infestato da spettri e demoni, il giovane Alfonso decide di mettersi ugualmente in cammino. Ed ecco che, nell’arco di dieci giornate, vivendo di volta in volta situazioni a metà tra sogno e realtà, tra reale e fiabesco, il ragazzo compirà una sorta di percorso iniziatico, al termine del quale non avrà mai la certezza se ciò che ha vissuto sia stato, appunto, un sogno o meno.

Per i temi trattati e la struttura che, al di là di quanto inizialmente possa sembrare, di lineare ha ben poco, questo lavoro di Alberto Rondalli risulta di non facile lettura e piuttosto stratificato: se da un lato abbiamo il sogno e la fiaba, dall’altro c’è la storia, così come i fatti si sono svolti (non dimentichiamo che la vicenda è ambientata all’indomani della Battaglia di Bitonto). E la cosa in sé è anche piuttosto interessante. Peccato, però, che, proprio per quanto riguarda la realizzazione, il regista si sia lasciato prendere eccessivamente la mano con repentini cambi di scena e di ambientazione, con un susseguirsi eccessivamente confusionario di personaggi e con un andamento narrativo che, a tratti, avrebbe necessitato anche di qualche attimo di respiro.

Detto questo, particolarmente interessanti e ben riuscite sono proprio le ambientazioni e gli effetti speciali (piuttosto interessante, ad esempio, la realizzazione di alcuni scheletri viventi, per i quali sono stati adoperati dei veri scheletri opportunamente scenografati). Fattori, questi, sempre a rischio, quando si tratta di realizzare un film in costume e non si dispone di un grosso budget. In questo caso, però, notiamo con piacere che il problema è stato brillantemente arginato.

Peccato, dunque, che un lungometraggio come Agadah non sempre sia riuscito a centrare l’obiettivo. Magari, evitando il “troppo” si sarebbe potuto dar vita ad una vera e propria chicca all’interno del panorama italiano contemporaneo. Che dire? Attenderemo fiduciosi nuovi lavori da parte dell’autore. Vediamo, le prossime volte, in che modo riuscirà a stupirci.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

67° FESTIVAL DI BERLINO – FELICITE di Alain Gomis

feliciteTITOLO: FELICITÉ; REGIA: Alain Gomis; genere: drammatico; anno: 2017; paese: Francia, Congo; cast: Véro Tshanda Beya; durata: 123′

Presentato in concorso alla 67° edizione del Festival di Berlino, Felicité è l’ultimo lungometraggio del cineasta senegalese Alain Gomis.

La storia messa in scena è una storia apparentemente come tante. Felicité è una giovane ragazza madre dalle straordinarie doti canore che, al fine di garantire al figlio adolescente una vita dignitosa, ogni sera si esibisce in un locale della cittadina in cui vive, nel cuore del Congo. La situazione si fa complicata il giorno in cui il ragazzo ha un incidente con la motocicletta e rischia di perdere una gamba. L’operazione per salvarlo è assai costosa, così Felicité sarà costretta a trovare le più disparate soluzioni, al fine di garantire l’intervento a suo figlio.

Ad una prima lettura della sinossi, l’idea di base sembrerebbe suggerire qualcosa simile ai film dei fratelli Dardenne. Eppure, dopo aver adottato una certa linea iniziale, ecco che il lungometraggio di Gomis si concentra in particolare sull’interiorità della protagonista stessa, sui suoi cambiamenti, sulla sua crescita interiore e, soprattutto, sulla sua presa di coscienza circa il fatto che, nella vita, bisogna anche saper accettare un aiuto da parte di chi ci è vicino.

Il tutto viene realizzato con un copioso uso di camera a spalla, per una messa in scena apparentemente priva di particolari virtuosismi registici, che si alterna a momenti in cui la musica ed i colori di un popolo fanno da protagonisti assoluti, facendoci dimenticare, per un attimo, le sventure della protagonista stessa. Sono queste le scene in cui Felicité si esibisce al locale e, di volta in volta, intensi suoi primi piani ci mostrano il suo stato d’animo. Nel raccontare il percorso della protagonista, ampio spazio è dedicato – in modo non del tutto riuscito, a dire il vero – anche alla dimensione onirica. Sono questi i momenti in cui Felicité viene mostrata nell’atto di camminare di notte dentro un bosco, per poi immergersi in un lago e sentirsi improvvisamente più serena, quasi fosse tornata nella placenta materna. Particolarmente riuscito, inoltre, il parallelismo tra la donna ed il proprio figlio a metà della pellicola: dopo l’amputazione della gamba di quest’ultimo, ecco che la madre intraprende un nuovo percorso interiore che la fa abbandonare ciò che era prima, tagliandosi in modo emblematico i capelli.

Il vero problema di un lungometraggio come Felicité è fondamentalmente uno script piuttosto sfilacciato, che, dopo aver adottato una certa linea iniziale, cambia quasi repentinamente registro, facendo sì che il film sia spaccato in due senza una logica apparente. Molti elementi, inoltre, vengono tirati in ballo per poi essere lasciati in sospeso (vedi la zebra incontrata dalla protagonista durante i sogni), rivelando sì buoni intenti da parte del regista, ma anche un’importante dose di incertezza, che, di fatto, il suo peso ce l’ha eccome. Nulla di veramente riuscito, in pratica. Eppure, vuoi per le ambientazioni, vuoi per la musica calda e coinvolgente, al termine della visione questo ultimo lungometraggio di Gomis non lascia fortunatamente del tutto scontenti.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

67° FESTIVAL DI BERLINO – ON BODY AND SOUL di Ildiko Enyedi

on-bodyTITOLO: ON BODY AND SOUL; REGIA: Ildiko Enyedi; genere: commedia, sentimentale; anno: 2016; paese:Ungheria; cast: Geza Morcsanyi, Alexandra Borbély; durata: 116′

Presentato in concorso alla 67° edizione del Festival di Berlino, On body and soul è l’ultimo lungometraggio della regista ungherese Ildiko Enyedi.

Un bosco d’inverno. La neve, ormai, ha coperto quasi tutto, alberi e terreno. Due cervi, un maschio ed una femmina, sono intenti a cercare del cibo. Il maschio, nello specifico, sembra particolarmente attento alle esigenze della sua compagna. Scena delicata e dal forte impatto visivo, al termine della quale, però, ci troviamo in un ufficio di Budapest, ai giorni nostri, dove una timida biondina, da poco assunta, viene notata dal direttore, anch’egli, a sua volta, timido, impacciato e non più giovanissimo. In che modo le due situazioni presentateci sono collegate tra loro? Lo scopriremo presto – e, in questo caso, non si tratta di spoiler! – nel momento in cui una giovane psicologa dovrà esaminare tutti i dipendenti dell’azienda per scoprire chi possa aver commesso dei furti. In seguito ad alcune sue domande riguardanti l’inconscio di ognuno degli impiegati, la dottoressa verrà a sapere – convinta che si tratti di uno scherzo – che sia il direttore che la giovane impiegata sono soliti sognare sé stessi nelle sembianze di cervi.

Ebbene sì, avete letto bene. Il lungometraggio in questione indubbiamente si presenta come una commedia romantica con non pochi momenti ironici al suo interno. Il fatto, però, di prendersi fin troppo seriamente nel raccontare l’incipit della potenziale storia d’amore trai due protagonisti fa drasticamente calare di livello tutto il lungometraggio. Eppure l’Est Europa, in fatto di comicità, quando ci si mette sa riuscire davvero bene nel suo intento. Basti pensare, ad esempio, ad alcuni lavori di registi del calibro di Petr Zelenka o di Ladislav Smoljak, giusto per fare un paio di nomi. Tale sottile comicità, basata talvolta sul surreale e sul paradosso, è, salvo in rari momenti (come quando la ragazza riceve la telefonata del suo capo mentre è intenta a tagliarsi le vene), in On body and soul soltanto lievemente accennata. O, per meglio dire, mal sviluppata. Così come scarsamente approfondito è il tema dell’ansia sociale e dei disturbi nell’ambito della sfera sessuale, entrambe caratteristiche della giovane protagonista. Peccato. Soprattutto perché, da un punto di vista prettamente registico, la cineasta ungherese ha più volte dimostrato di avere una buona gestione del quadro e degli spazi in generale. In questo suo ultimo lavoro, ad esempio, di grande impatto visivo sono le scene ambientate nel bosco, così come le inquadrature di alcuni esterni della città stessa.

Il risultato finale è, nonostante ciò, un film che poco o niente riesce a trasmettere allo spettatore. Un prodotto dalle interessanti potenzialità, ma che, di fatto, risulta quasi “incompiuto”, non del tutto sviluppato. Piuttosto modesto per far parte della selezione ufficiale di un festival come quello della Berlinale, senza ombra di dubbio. Non ci resterà che rivolgere la nostra attenzione ad altri lidi, a questo punto!

VOTO: 5/10

Marina Pavido

11° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – LA CAJA VACIA di Claudia Sainte-Luce

emptybox_01TITOLO: LA CAJA VACIA; REGIA: Claudia Sainte-Luce; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Messico, Francia; cast: Claudia Sainte-Luce, Jimmy Jean Louis Pablo Sigal; durata: 101′

Presentato in anteprima – all’interno della Selezione Ufficiale – all’11° Festa del Cinema di Roma, La caja vacia è l’ultimo lungometraggio diretto dalla giovane regista messicana Claudia Sainte-Luce, che, in questa sua opera, affronta il non facile tema della perdita della memoria.

Dopo anni di assenza, Toussaint – sessantenne haitiano – si trasferisce a Città del Messico a casa della figlia Jazmin. I rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ma la convivenza forzata aiuterà l’uomo ad elaborare il suo passato, mentre sua figlia riuscirà, in qualche modo, a perdonarlo.

La particolare struttura narrativa adottata – all’interno della quale sono presenti frequenti flashback e scene oniriche – è, forse, l’elemento più interessante che caratterizza il lungometraggio. Continui salti tra il passato ed il presente, senza stacchi cromatici per quanto riguarda la fotografia, trascinano fin da subito lo spettatore in un loop senza fine. Non vi è alcuna spiegazione clinica, non si scade mai in un eccesso di didascalismo, semplicemente la malattia la si vive. E lo si fa in modo del tutto naturale, entrando direttamente nella mente del protagonista. Interessante, a questo proposito, la scelta di mostrare il protagonista anziano persino durante i momenti ambientati durante la sua infanzia.

Analogamente al tema della malattia, anche il rapporto padre-figlia viene approfondito a dovere. Sia per quanto riguarda le conseguenze che l’infanzia problematica di Jazmin ha avuto sul suo presente (la difficoltà ad avere una relazione matura), sia per il senso di colpa vissuto – durante i ricordi – dallo stesso Toussaint.

Ed ecco che ci troviamo di fronte a due elementi fondamentali: il senso di colpa e la memoria. Cosa, o meglio, chi ci ricordano queste due costanti? Ovviamente, non possiamo non pensare alla filmografia d Christopher Nolan, il quale ha fatto di queste due tematiche quasi il marchio di fabbrica delle sue opere. Ovviamente, in La caja vacia tutto è trattato in modo più “soft”, meno contorto e con meno salti spazio-temporali. Nonostante le numerose scene oniriche, infatti, essenziali e senza fronzoli sono le scelte registiche adottate, insieme ad una fotografia decisamente sobria e dai colori tenui, all’interno della quale grande spazio hanno – soprattutto per quanto riguarda gli interni – le ombre, simbolo, appunto, dei buchi nella memoria del protagonista.

Le uniche pecche di questo lungometraggio della Sainte-Luce sono sporadici momenti “morti”, in cui la narrazione sembra non andare avanti e, al contrario, sembra diventare eccessivamente ripetitiva. Questa non sempre azzeccata gestione dei tempi viene affiancata anche da qualche pericolosa caduta di stile, la peggiore delle quali avviene, senza dubbio, alla fine del film, quando – dopo il suicidio di Toussaint – vediamo quest’ultimo apparire sullo schermo del televisore a casa di Jazmin, come se avesse voluto dare un ultimo saluto alla figlia.

Detto questo, ci troviamo comunque di fronte ad un’opera piccola ma interessante. Soprattutto per una messa in scena della malattia semplice e complessa, articolata ed essenziale allo stesso tempo. Risultato, questo, molto più difficile da ottenere di quanto si possa inizialmente pensare.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – AMERICAN PASTORAL di Ewan McGregor

american-pastoral-2016-movie-still-7TITOLO: AMERICAN PASTORAL; REGIA: Ewan McGregor; genere: drammatico; anno: 2016; paese: USA; cast: Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Johnson; durata: 108′

Nelle sale italiane dal 20 ottobre, American Pastoral è l’esordio alla regia dell’attore Ewan McGregor, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer.

Seymour Levov, detto “lo svedese”, ha avuto tutto dalla vita: è bello, intelligente, carismatico ed ha sposato una ex reginetta di bellezza, dalla quale ha avuto l’amata figlia Merry. Un giorno, però, tutto il suo mondo sembra crollare, nel momento in cui la ragazza compie un attacco terroristico che provoca la morte di un uomo.

american_pastoralOperazione ben riuscita per essere un esordio alla regia, questa di Ewan McGregor. L’attore, infatti, si è cimentato con un’opera piuttosto complessa e stratificata, in cui – al di là del sogno americano che viene distrutto, al di là del tema politico – centrale e tutt’altro che semplice è proprio il rapporto che lega il padre alla figlia. Nulla è scontato, nulla viene messo lì per caso. Eppure McGregor è riuscito a mantenere quanto basta quella giusta ambiguità presente nell’opera di Roth. Seymour e Merry sono due figure, se vogliamo, abbastanza stereotipate: lui rappresenta, appunto, l’americano medio di successo, con una bella casa ed una famiglia da sogno; lei (magistralmente interpretata da Dakota Johnson), invece, è la classica adolescente appassionata e sanguigna, che crede fermamente nei propri ideali e, per questo motivo, si scontra spesso con i suoi stessi genitori. Gli equilibri, però, si rompono nel momento in cui non tutto va secondo un copione prestabilito. E tutto questo viene messo in scena in modo magistrale: forte, ad esempio, è il contrasto – anche dal punto di vista della fotografia – tra i momenti di vera o apparente serenità e le scene in cui Seymour è alla disperata ricerca di Merry, dove i colori scuri, una regia essenziale con un esiguo numero di punti macchina stanno, appunto, a rappresentare l’animo stesso del protagonista.

1247403_american-pastoralFigura ambigua ed interessante, che però avrebbe potuto avere maggiori potenzialità è, invece, rappresentata da Dawn, moglie di Seymour e madre di Merry, con la quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale – a prescindere dalle diverse idee politiche – e che cambia completamente registro nel corso della vicenda.

Tra i pochi appunti che si possono fare ad American Pastoral vi è, tuttavia, proprio il finale del film stesso, in cui – malgrado l’intenzione di lasciare lo spettatore in sospeso, analogamente a quanto viene fatto nel libro – si opta per una soluzione pericolosamente banale e scontata.

Detto questo, il lungometraggio si è rivelato – in ogni caso – un’interessante trasposizione ed un buon esordio alla regia. Una storia complessa ed appassionante che verrà apprezzata da molti e che ci fa sperare in altri soddisfacenti lavori futuri di Ewan McGregor.

VOTO: 7/10

Marina Pavido