36° TORINO FILM FESTIVAL – WILDLIFE di Paul Dano

Wildlife-filmTITOLO: WILDLIFE; REGIA: Paul Dano; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2018; cast: Jake Gyllenhaal, Carey Mulligan, Bill Camp; durata: 104′

Presentato in anteprima alla trentaseiesima edizione del Torino Film Festival, all’interno del concorso ufficiale, Wildlife è l’opera prima dell’attore Paul Dano, tratta dall’omonimo romanzo di Richard Ford.

Con una riuscita e suggestiva ambientazione nell’America degli anni Sessanta, l’attore ha messo in scena un interessante dramma famigliare, in cui vediamo un giovane padre di famiglia (Jake Gyllenhaal) restare improvvisamente disoccupato. Dopo aver trovato una seconda occupazione come pompiere, l’uomo partirà alla volta di un piccolo villaggio montano, intorno al quale v’è un enorme e pericoloso incendio. La moglie di lui (Carey Mulligan), in crisi per la lontananza del marito, finirà inevitabilmente per allontanarsi da lui, facendo sì che anche il figlio adolescente viva in prima persona la crisi all’interno della famiglia.

Ciò che di un lavoro come il presente immediatamente colpisce, è lo straordinario equilibrio delle immagini e delle inquadrature che – unitamente a una fotografia dai toni pastello – sta a indicare una situazione tanto perfetta quanto pericolosamente fragile. E infatti, basta davvero poco a far sì che tutto, pian piano, si sgretoli. Cambia, a questo punto, anche la regia – molto meno “statica” ed equilibrata di quanto non lo era all’inizio – e lo stesso andamento narrativo, che, per quanto accattivante e ben calibrato all’inizio del lungometraggio, tende man mano ad appiattirsi dopo la seconda metà del film, per poi riprendersi nella riuscita scena finale.

Tra le colonne portanti dell’intero lavoro troviamo senza dubbio gli interpreti, tra cui spicca una straordinaria Carey Mulligan, che, per questo suo lavoro, potrebbe anche ricevere importanti premi.

Il tutto converge in un’opera prima riuscita e gradevole, le cui perdonabili imperfezioni sono dovute, probabilmente, solo a una certa inesperienza del regista dietro la macchina da presa.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

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LA RECENSIONE – TITO E GLI ALIENI di Paola Randi

titoTITOLO: TITO E GLI ALIENI; REGIA: Paola Randi; genere: commedia, fantascienza; paese: Italia; anno: 2017; cast: Valerio Mastandrea, Luca Esposito, Chiara Stella Riccio; durata: 92′

Nelle sale italiane dal 7 giugno, Tito e gli Alieni è il secondo lungometraggio della regista Paola Randi, presentato in concorso al 35° Torino Film Festival.

Il Professore (interpretato da Valerio Mastandrea), rimasto prematuramente vedovo, vive isolato nel deserto del Nevada presso l’Area 51. Il suo compito è quello di lavorare a un progetto segreto per il governo degli Stati Uniti, anche se passa intere giornate a contemplare lo spazio, cercando invano un modo per comunicare con sua moglie. Un giorno, tuttavia, la sua vita cambierà, dal momento che andranno a vivere con lui i due nipotini, Anita, di 16 anni, e Tito, di 7, figli di suo fratello rimasti recentemente orfani.

Un’interessante operazione, quella messa in scena da Paola Randi. Nato dall’esigenza di raccontare in modo del tutto soggettivo il tema dell’elaborazione del lutto, il suo Tito e gli Alieni si è ben presto rivelato un vero e proprio gioiellino all’interno del panorama cinematografico nostrano, diverso da qualsiasi altro prodotto contemporaneo e sincero e sentito nella messa in scena.

Una piccola opera di fantascienza dagli echi spielberghiani (impossibile non pensare, in alcuni momenti e, nello specifico, man mano che ci si avvicina al finale, al bellissimo Incontri ravvicinati del Terzo Tipo), con suggestiva ambientazioni costruite con un modesto budget ma ben realizzate e con il concetto di famiglia come tema centrale e personaggi che entrano fin da subito nel cuore di ogni spettatore, Tito e gli Alieni ha tra i suoi punti di forza proprio le figure dei due ragazzini (interpretati dai giovanissimi Luca Esposito e Chiara Stella Riccio) e in particolare il personaggio di Tito. Due nomi da tenere d’occhio per i prossimi anni e che, siamo certi, ci regaleranno tante belle sorprese.

In poche parole, questa opera seconda della Randi – realizzata addirittura otto anni dopo il primo lungometraggio, Into Paradiso – è una piccola, graziosa sorpresa presente in palinsesto. Un lavoro che per la sua delicatezza e per la sua originalità riuscirà a conquistare grandi e piccini.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA di Sean Baker

film-in-uscita-un-sogno-chiamato-florida_oggetto_editoriale_800x600TITOLO: UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA; REGIA: Sean Baker; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince; durata: 112′

Nelle sale italiane dal 22 marzo, Un Sogno chiamato Florida è l’ultimo lungometraggio del cineasta indipendente Sean Baker, presentato in anteprima al Torino Film Festival 2017 e che ha visto la candidatura di Willem Dafoe per l’Oscar al Miglior Attore Non Protagonista.

Moonie, Scotty e Jancey sono tre bambini di sei anni che vivono in Florida, alle porte di Disneyland, ma in una zona del tutto periferica e abbandonata, insieme alle rispettive madri. Per loro la vita non è facile, eppure, con i loro occhi di bambini, riusciranno a vedere il bello in tutto, passando una delle estati più felici della loro vita. La giovane madre di Moonie, Halley, tuttavia, al fine di riuscire a pagare la piccola stanza che ha in affitto in un residence insieme alla figlioletta, vive al confine tra legalità e crimine. Questo, ovviamente, presenterà pesanti conseguenze.

A metà strada tra un film truffautiano e una pellicola di Larry Clark, questo prezioso lavoro di Baker ci racconta la squallida periferia statunitense attraverso gli occhi dei bambini, rendendo il tutto incredibilmente gioioso, colorato, vivo come forse non è stato mai. Persino i residence vengono rappresentati alla stregua di case accoglienti o, meglio ancora, di vere e proprie case incantate, con i loro colori pastello e le loro scale che tanto stanno a ricordare i labirinti dei luna park.

Il residence dove abita Moonie insieme alla madre Halley è, nello specifico, rappresentato come una sorta di girone dantesco, con persone che vivono ai margini della società ma con una sorta di angelo custode – interpretato dal grande Willem Dafoe nei panni del sorvegliante del residence stesso – che veglia su di loro ed è pronto a risolvere, spesso con fare severo e paternalistico, ogni loro problema.

E poi ci sono loro: i bambini, sempre pronti a vivere al massimo le loro giornate, accontentandosi di poco e divertendosi anche se non riescono e forse non riusciranno mai ad andare alla vicina Disneyland. Una vita, la loro, fatta di risate e semplici scherzi, in cui sono le madri (i padri sono del tutto assenti) a gestire la loro quotidianità, la cui serenità può essere minata soltanto dalle autorità, con il loro cinismo e le loro regole che spesso vanno contro ogni buonsenso.

Un vero e proprio gioiellino direttamente dal Torino Film Festival, questo lungometraggio di Sean Baker. Una pellicola dolce e amara che, ci auguriamo, non passerà affatto inosservata.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – FIRSTBORN di Aik Karapetian

firstbornTITOLO: FIRSTBORN; REGIA: Aik Karapetian; genere: thriller; paese: Lettonia; anno: 2017; cast: Maija Doveika, Kaspars Znotins; durata: 90′

Presentato in anteprima al 35° Torino Film Festival, all’interno della sezione After Hours, Firstborn è l’ultimo lungometraggio del cineasta lettone Aik Karapetian, il quale già nel 2014 aveva presentato, sempre a Torino, il suo The Man with the Orange Jacket.

La storia messa in scena è quella di Francis e Katrina, giovane coppia di sposi in attesa del loro primogenito. Il dramma, appunto, ha inizio quando la donna viene scippata sotto gli occhi del marito impotente, il quale, non riuscendo a perdonare sé stesso e ad accettare la propria debolezza, finirà per dare la caccia al borseggiatore, tentando di ricattarlo. In seguito alla lite tra i due, però, il ladro precipiterà da un dirupo e Francis si convincerà di averlo ucciso. Solo qualche mese più tardi, del tutto inaspettatamente, una misteriosa presenza inizierà a minare la tranquillità della coppia.

L’idea di base da cui prende il via la vicenda è indubbiamente accattivante. I principali problemi, tuttavia, derivano paradossalmente proprio dallo script. Già dal momento in cui vediamo un – a suo modo – combattivo Francis andare alla ricerca del misterioso borseggiatore, non di rado scappa qualche involontaria risata nell’udire le ridicole richieste dell’uomo. Il peggio, però, arriva man mano che la vicenda va avanti: dialoghi assurdi tra il protagonista ed il malvivente, misteriose escursioni nei boschi durante le quali Francis fa la conoscenza di un burbero boscaiolo dal ruolo non ben definito all’interno del lungometraggio stesso e la presenza di una specie di “bufalo imbufalito” (perdonate il gioco di parole) dagli occhi rossi di fuoco (anch’esso che pare trovarsi solo per puro caso sul set di Firstborn) sono solo alcune delle numerose trovate che fanno scadere questo lavoro di Karapetian inevitabilmente nel ridicolo. Il culmine, però, viene raggiunto nel momento in cui un come non mai imbestialito Francis va per l’ultima volta alla ricerca del giovane ladro – che ha appena aggredito per una seconda volta la moglie – e, una volta raggiuntolo, altro non fa che chiedergli di riavere l’orologio che gli era stato sottratto mesi prima.

Peccato, dunque, che un autore come Aik Karapetian abbia deluso a tal punto le aspettative, questa volta. Eppure, volendo analizzare Firstborn dal punto di vista prettamente registico, l’autore ha più volte avuto modo di dimostrare il proprio talento. Basti pensare anche soltanto al momento in cui vediamo Katrina rivelare al marito di essere incinta: l’immagine della donna che esce dallo studio del medico e va ad abbracciare Francis, il quale si limita a sorridere è un ottimo esempio di cinema che non ha bisogno di troppe parole per raccontare la vita.

Indubbiamente, dunque, il cineasta avrà modo di riscattarsi, in futuro. E, chissà, magari avremo modo di vedere i suoi nuovi lavori proprio in occasione delle prossime edizioni del Torino Film Festival, dove l’autore sembra essere ormai di casa.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – THE LODGERS di Brian O’Malley

The-Lodgers-movieTITOLO: THE LODGERS; REGIA: Brian O?Malley; genere: horror; paese: Irlanda; anno: 2017; cast: Charlotte Vega, David Bradley, Eugene Simon; durata: 92′

Presentato in anteprima al 35° Torino Film Festival nella sezione After Hours, The Lodgers è un interessante horror diretto dall’irlandese Brian O’Malley.

La storia è quella di Rachel ed Edward, due gemelli appena diventati maggiorenni, che, rimasti orfani diversi anni prima, vivono da soli nella grande villa che da decenni appartiene alla loro famiglia. I loro genitori, così come i loro nonni, i loro bisnonni e via dicendo, erano anch’essi gemelli e, attraverso rapporti incestuosi, hanno dato vita di volta in volta a nuove generazioni, per poi morire suicidi, annegando nel laghetto all’interno del giardino di casa. Desiderosa di una vita propria e di spezzare questa sorta di maledizione di cui insieme al fratello sembra prigioniera, Rachel un giorno farà la conoscenza e si innamorerà del giovane Sean, reduce di guerra che durate il conflitto ha perso una gamba. Solo lui potrà aiutare la ragazza a fuggire ed a sottrarsi, quindi al suo già segnato destino. Bisognerà fare i conti, però, con i fantasmi degli antenati, i quali sembrano contrari a porre fine alla loro stirpe.

Come lo stesso O’Malley ha dichiarato, questo suo riuscito lungometraggio si rifà principalmente ad importanti lavori del passato come The Others – diretto nel 2001 da Alejandro Amenabar – o Miriam si sveglia a mezzanotte, capolavoro del 1983 del compianto Tony Scott. Eppure, data la presenza dei due gemelli – elemento che ben si addice al genere e che, in questo caso specifico, viene ottimamente gestito dallo stesso O’Malley grazie a dettagli dei due fratelli ed a gesti speculari montati in alternanza – immediatamente viene da pensare al bellissimo – ma purtroppo poco conosciuto in Italia – Goodnight Mommy, diretto nel 2014 da Veronika Franz (la signora Seidl, per intenderci) e Severin Fiala.

Sono i due ben caratterizzati protagonisti, la maestosa ma inquietante villa – trattata alla stregua di un vero e proprio coprotagonista – l’elemento dell’acqua come simbolo di morte e di rinascita e le tetre atmosfere che, unitamente ad una sapiente regia e ad uno script pulito e lineare quanto basta, fanno di The Lodgers uno dei più interessanti lungometraggi della suddetta sezione torinese.

E poi, come ogni lavoro di genere che si rispetti, non poteva non mancare anche una (non troppo) velata critica alla società e, soprattutto, un forte (e giustificato) nazionalismo. Particolarmente significativa, a tal proposito, la battuta pronunciata dalla stessa Rachel, quando – nel rivolgersi ad un esattore delle tasse che aveva appena detto di aver affrontato un lungo viaggio dalla terraferma per andare a trovare i ragazzi – ha affermato: “È questa, per noi, la terraferma!”. Simbolo, questo, di una mai sopita rivalità con la vicina Gran Bretagna e, in egual modo, volendo restare in ambito prettamente artistico, della volontà di rivendicare il valore di una cinematografia come quella irlandese che, da anni, non fa che regalarci interessanti e piacevoli sorprese.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – THE SCOPE OF SEPARATION di Yue Chen

OFF_TheScopeOfSeparation_01TITOLO: THE SCOPE OF SEPARATION; REGIA: Yue Chen; genere: drammatico, commedia; paese: Cina; anno: 2017; cast: Liu Shidong, Wang Baonan, Ye Yao; durata: 71′

Presentato in concorso alla 35° edizione del Torino Film Festival, The scope of separation è l’ultimo lungometraggio diretto dal giovane regista cinese Yue Chen.

Ci troviamo a Taipei. Lui Shidong è un giovane orfano che, grazie ai soldi ereditati dai genitori, può permettersi una vita agiata. Il ragazzo è solito trascorrere le sue serate in un pub a giocare a carte o a biliardo. Dopo una serie di relazioni senza seguito, tuttavia, il giovane inizia ad interrogarsi su quale sia il suo ruolo nel mondo e, pian piano, intraprenderà anch’egli un proprio percorso di crescita.

Siamo d’accordo, nella sua forma, questo piccolo prodotto di Yue Chen è anche gradevole. Fa da subito una certa simpatia, infatti, questo giovane perdigiorno che, a tratti, sembra ricordarci tanto il cosiddetto giovin signore raccontatoci a suo tempo da Giuseppe Parini. Grazie ad un andamento narrativo contemplativo ma allo stesso tempo leggero quanto basta, ad un commento musicale che tende a sdrammatizzare ciò che ci viene mostrato sullo schermo e, soprattutto, ad una voce narrante – quella dello stesso protagonista – che accompagna passo passo le vicende messe in scena, The scope of separation riesce tutto sommato ad intrattenere piacevolmente lo spettatore durante tutta la sua breve durata.

Il problema di un lungometraggio come questo preso in esame, tuttavia, è proprio il volersi rifare a tutti i costi ad altri importanti autori. Uno di loro, ad esempio, è Hong Sangsoo, che per il suo particolare stile tende ad essere spesso emulato dai giovani cineasti che hanno avuto modo di apprezzarlo. Data la scelta di inserire una costante voce fuoricampo (peraltro piuttosto azzeccata in tale contesto), verrebbe da pensare anche ad un nome come quello di Woody Allen, con tutte le sue analisi introspettive e le sue crisi esistenziali che tanto ci hanno fatto divertire e riflettere. A differenza di quanto realizzato da tali autori, però, Yue Chen non riesce a conferire alla sua opera il carattere necessario per acquisire una propria, personale identità. È come se le stesse vicende di Liu Shidong, oltre a strappare un sorrisetto di quando in quando, non riescano a trasmettere quasi nulla all’esigente pubblico. Il rischio, in questi casi, è che il prodotto in sé venga dimenticato appena pochi giorni dopo la visione.

Destino, questo, che accomuna questo lavoro di Yue Chen a molti altri lungometraggi di giovani cineasti che ancora devono trovare la propria strada. Se non si avesse così tanta paura di osare e di tentare nuove strade, forse, le cose sarebbero di gran lunga diverse.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – KISS AND CRY di Chloé Mahieu e Lila Pinell

kissandcryTITOLO: KISS AND CRY; REGIA: Chloé Mahieu, Lila Pinell; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Sarah Bramms, Dinara Drukarova, Xavier Dias; durata: 78′

Presentato in concorso alla 35° edizione del Torino Film Festival, Kiss and cry è l’ultimo lungometraggio diretto dalle giovani registe francesi Chloé Mahieu e Lila Pinell, ambientato nel mondo del pattinaggio sul ghiaccio e nato da un precedente mediometraggio documentario diretto dalle stesse autrici.

Davanti ad una macchina da presa che, pur raccontandoci storie di finzione, non vuol discostarsi troppo dalla realtà e dalla forma documentaristica, prendono il via, dunque, le storie di Sarah, di Carla, di Amanda e di molte altre adolescenti che ogni giorno si dividono tra la scuola, i duri allenamenti, le amicizie ed i nuovi amori. Sarah, nello specifico, sembra maggiormente soffrire di tale situazione, vogliosa di vivere appieno la sua età, ma, allo stesso tempo, pressata dalla madre, che vorrebbe vederla diventare una campionessa, e dal suo severo insegnante, con il quale ha avuto pesanti screzi in passato.

Chiara intenzione delle registe è, fin da subito, quella di rendere le giovani protagoniste il più vere possibile. E la cosa, di fatto, sembra essere riuscita piuttosto bene, dal momento che, pur non trattandosi di attrici professioniste, ognuna di loro – dopo la richiesta di continuare ad essere sé stesse anche davanti alla macchina da presa – è riuscita a rendere alla perfezione il proprio personaggio, contribuendo a realizzare un prodotto piccolo ma onesto che sa mostrarci gli aspetti più duri dell’ambito sportivo, ma anche un’età non facile, dove a rendere tutto più complicato contribuiscono le invidie, la forte competitività ed anche atti di vero e proprio bullismo da parte di coetanee. Più che il successo nello sport, ciò di cui le ragazze qui raccontate sembrano maggiormente aver bisogno è l’essere amate ed accettate. Oltre, ovviamente, alla libertà di essere sé stesse.

Fatta eccezione per brevi momenti in cui ci vengono mostrati i duri allenamenti delle ragazze, poco o niente ci viene fatto vedere del tempo dedicato allo sport. Ed è proprio in questo che un lungometraggio come Kiss and cry sembra differenziarsi dai molti prodotti che ci raccontano principalmente storie di sportivi di successo e delle difficoltà di questo mondo tanto affascinante quanto spietato. Quello a cui le due registe sembrano prestare maggiormente attenzione è, di fatto, l’essere umano in quanto tale. Ed ecco che anche lo sport, dunque, a dispetto dell’idea che inizialmente ci si può fare, sembra acquisire pian piano un ruolo sempre più marginale.

Particolarmente degna di nota, a tal proposito, è la scena finale, in cui vediamo Sarah che si accinge ad esibirsi durante un’importante manifestazione sportiva: subito dopo essere stata annunciata, vediamo direttamente la ragazza allontanarsi dal palazzetto dello sport con le note di Oci Ciornie in sottofondo (musica scelta per la propria esibizione). L’immagine della giovane che, finalmente, sembra essersi liberata di tutto ciò che la costringeva ad essere diversa da ciò che avrebbe voluto essere, ha quasi un che di truffautiano (pur non svolgendosi, come di consueto, sulla riva del mare), grazie all’essenza di libertà che ci viene trasmessa.

Un piccolo prodotto sentito ed onesto, in poche parole, questo di Chloé Mahieu e di Lila Pinell. Pulito e ben realizzato, Kiss and cry a suo modo riesce a spiccare all’interno di un concorso che spesso e volentieri ha fatto storcere il naso a non pochi spettatori.

VOTO:7/10

Marina Pavido