13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO di Eli Roth

il-mistero-della-casa-del-tempoTITOLO: IL MISTERO DELLA CASA DEL TEMPO; REGIA: Eli Roth; genere: fantastico; paese: USA; anno: 2018; cast: Jack Black, Cate Blanchett, Kyle MacLachlan; durata: 95′

Presentato in anteprima alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma – all’interno della Selezione UfficialeIl Mistero della Casa del Tempo è l’ultima fatica del celebre regista statunitense Eli Roth.

È la storia, questa, del piccolo Lewis, il quale rimasto orfano di entrambi i genitori, andrà a vivere a casa del bizzarro zio, fratello di sua mamma. L’uomo, sempre a stretto contatto con un’altrettanto singolare vicina di casa, è un maldestro stregone che vive all’interno di una villa piena di orologi e con oggetti e mobili che, di quando in quando, sembrano prendere vita di soppiatto. Una volta ambientatosi in questo nuovo mondo, Lewis verrà coinvolto dai due in un’importante missione segreta: scoprire l’origine e il significato del ticchettio di un orologio nascosto all’interno delle mura di casa.

Vivace, colorato, complessivamente dinamico nella messa in scena, questo nuovo prodotto firmato Eli Roth lascia, tuttavia, a desiderare per quanto riguarda i ritmi stessi, spesso discontinui e mal calibrati, e per quanto riguarda uno script che tende a tirare il tutto troppo per le lunghe, soprattutto man mano che ci avvicina al finale. Eppure, detto questo, la storia messa in scena riesce a catturare l’attenzione fin dai primi minuti, forte anche di una regia sapiente e matura che ben sa sfruttare sia i numerosi effetti speciali presenti, che le ricercate scenografie, la quali, a loro volta, fanno della casa dei protagonisti un ulteriore personaggio, considerato a tutti gli effetti essenziale e con un’importante personalità.

Il tutto sta a convergere in una forte metafora del potere, della guerra e di quanto questi possano danneggiare sia gli stessi esseri umani che i rapporti che intercorrono tra di loro.

Un lungometraggio, dunque, pensato sì per i più piccini, ma che, allo stesso tempo, sta a raccontarci qualcosa di universale e che dimostra che Eli Roth, anche in queste vesti di cantore per i giovanissimi, riesce a trovarsi perfettamente a proprio agio.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – THE HATE U GIVE di George Tillman Jr.

hateugive_03-h_2018TITOLO: THE HATE U GIVE; REGIA: George Tillman Jr.; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2018; cast: Amandla Stenberg, Regina Hall, Russell Hornsby; durata: 133′

Presentato in anteprima italiana alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Hate U Give (titolo in italiano Il Coraggio della Verità), presentato all’interno della Selezione Ufficiale, è l’ultimo lavoro diretto da George Tillman Jr. e tratto dall’omonimo romanzo di Angie Thomas.

Questo singolare young adult dai chiari rimandi al cinema di Spike Lee ci racconta la storia di Starr (Amandla Stenberg), adolescente di colore che assiste all’uccisione del suo amico di infanzia Khalil (Algee Smith) per mano di un poliziotto che lo credeva armato. La ragazza è l’unica testimone dei fatti e le sue parole possono far sì che il poliziotto venga incriminato. Dall’altro canto, però, un noto spacciatore della zona, per cui il ragazzo ucciso lavorava, continua a minacciarla, in caso di testimonianza, per evitare che la giovane faccia anche il suo nome.

Lungometraggio ad alto rischio di retorica e di pericolosi luoghi comuni, ma che, tutto sommato, si è rivelato una sorta di sorpresa all’interno della presente manifestazione cinematografica, questo ultimo lavoro di George Tillman Jr. Fatta eccezione, infatti, per qualche sbavatura riguardante la sceneggiatura (vedi le figure delle amiche della protagonista, praticamente inutili al procedere della narrazione) o scelte registiche azzardate e poco appropriate (come la decisione di far apparire durante il processo – nell’immaginazione di Starr – la figura del defunto Khalil), The Hate U Give si è rivelato un prodotto pulito e gradevole, che ben sa miscelare i momenti di spensieratezza tra adolescenti al dramma sociale, con tanto di crescendo man mano che ci si avvicina al finale e un’importante messaggio per nulla banale, che fa del presente lungometraggio un film di denuncia a tutti gli effetti, fruibile da giovani e da meno giovani e che vede nel suo punto di forza la straordinaria interpretazione della promettente Amandla Stenberg nel ruolo della protagonista.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – THE MISEDUCATION OF CAMERON POST di Desiree Akhavan

the-miseducation-of-cameron-post-official-u-s-trailer-1280x720TITOLO: THE MISEDUCATION OF CAMERON POST; REGIA: Desiree Akhavan; genere: drammatico, commedia; paese: USA; anno: 2018; cast: Chloe Grace Moretz, Sasha Lane, John Gallagher Jr.; durata: 90′

Presentato in anteprima italiana alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, all’interno della Selezione Ufficiale, The Miseducation of Cameron Post, opera seconda della giovane regista statunitense Desiree Akhavan è un piccolo lungometraggio che punta a raccontare una storia come tante, senza voler a tutti i costi strafare.

Da sempre appassionata di vicende che si svolgono all’interno di case di riabilitazione, la regista ha scelto come ambientazione per questo suo lavoro, proprio una struttura religiosa atta a ospitare adolescenti attratti verso lo stesso sesso. Tra i pazienti, la giovane Cameron Post (Chloe Grace Moretz), appunto, qui rinchiusa dopo essere stata scoperta mentre baciava una compagna di scuola durante il ballo di fine anno. La ragazza, inizialmente spaesata, troverà presto preziosi alleati in Jane (Sasha Lane), amputata a una gamba, e nel suo amico indiano Lakota (John Gallagher Jr.). Sarà compito dei tre stravolgere gli equilibri all’interno della struttura, al fine di riconquistare una meritata libertà.

Pulito nella forma, con l’ottima interpretazione della Moretz come punta di diamante, questo piccolo, prezioso lungometraggio della Akhavan fa immediatamente pensare a un Jason Reitman minore, senza particolari picchi a livello di scrittura, ma onesto e ben girato, quanto basta per classificarsi come uno dei più piacevoli prodotti della Festa del Cinema di Roma. Non si lascia affascinare, la regista, da pericolose retoriche e da luoghi comuni. Pur cavalcando, infatti, uno dei temi del momento, non si vuol a tutti i costi lanciare un messaggio politico o sociale (fatta eccezione per una critica alle istituzioni religiose e alle loro strette vedute). Ciò che si vuole principalmente mettere in scena è un vero e proprio inno alla libertà, di vita o di pensiero che sia.

E tale messaggio si rispecchia soprattutto nella freschezza dell’intero prodotto, libero, giovane e pieno di vita. Anche se, dunque, data la giovane età e la scarsa esperienza dietro la macchina da presa, Desiree Akhavan ha da raggiungere ancora una propria, definita cifra stilistica, un’opera seconda come la presente ci fa ben sperare in interessanti lavori futuri.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

13° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 7 SCONOSCIUTI A EL ROYALE di Drew Goddard

7 sconosciutiTITOLO: 7 SCONOSCIUTI A EL ROYALE; REGIA: Drew Goddard; genere: drammatico, commedia; paese: USA; anno: 2018; cast: Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Dakota Johnson; durata: 141′

Presentato in anteprima – all’interno della Selezione Ufficiale – alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, 7 Sconosciuti a El Royale è l’ultimo lavoro del regista statunitense di Drew Godard, già apprezzato per Quella Casa nel Bosco.

Un hotel a cavallo tra la California e il Nevada. Un consierge timido e insicuro, dipendente dall’eroina. E poi, uno dopo l’altro, un arrogante agente segreto, un prete, una cantante blues e una nevrotica hippy. Fin dai primi minuti si respira tensione. Molta tensione. Una tensione che sta tanto a presagire l’imminente scoppio di una bomba. E la bomba, di fatto, non tarderà a scoppiare.

Con evidenti rimandi al cinema di Tarantino, di Hitchcock e – perché no? – anche di Sergio Leone, questo suo ultimo lungometraggio, seppur qualitativamente inferiore alla sopracitata opera prima, di fatto non ha deluso le aspettative. La storia messa in scena, dunque, è molto più complessa e intricata di quanto si possa pensare. Pian piano, però, tutto torna, quasi a formare, come tanti pezzi di un puzzle, un unico quadro, senza lasciare alcun elemento in sospeso, ma curando ogni cosa sin nel minimo dettaglio. Ad arricchire il tutto, una regia pulita, sapiente e che sta a giocare spesso con immagini simmetriche e riflessi: finti equilibri sul punto di disintegrarsi e false verità a cui ogni personaggio, di volta in volta, è portato a credere.

Ciò che, immediatamente dopo la visione di un prodotto come 7 Sconosciuti a El Royale salta agli occhi è soprattutto il fatto che lo stesso Goddard pare si sia divertito parecchio nel realizzare il presente lavoro, giocando sapientemente con lo spettatore e le sue suggestioni e lavorando soprattutto di montaggio. Un film, il suo, dai toni pulp che sì prende a esempio quanto già realizzato in passato, ma che, allo stesso tempo, riesce ad assumere un’identità tutta sua, classificandosi più come omaggio ai cineasti sopracitati che come risultato di diverse suggestioni dal passato. E questo, di certo, non è poco.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – PREMI E CONCLUSIONI

Poster-Festa-del-CInema-2017_-Audrey-Hepburn_Funny-FaceDopo dieci intense giornate di proiezioni presso l’Auditorium Parco della Musica ed altre sale cinematografiche della città, anche quest’anno si è giunti alla conclusione della tanto discussa Festa del Cinema di Roma. È stato il lungometraggio Borg-McEnroe, diretto da Janus Metz ad aggiudicarsi, quest’anno il premio del pubblico. Ma anche lungometraggi come Blue My Mind di Lisa Bruehlmann o Metti una Notte di Cosimo Messeri si sono distinti all’interno della sezione Alice nella Città.

L’offerta,anche quest’anno, è stata più che mai variegata e, come sempre, di fianco a lungometraggi particolarmente interessanti, se ne sono visti altri di qualità assai inferiore. Capita, nell’ambito di manifestazioni cinematografiche.

Noi di Entr’Acte siamo stati come sempre lieti di seguire il festival per voi e, nell’attesa di tornare anche l’anno prossimo, vi auguriamo un ottimo anno cinematografico ricco di sorprese ed emozioni! Buon Cinema a tutti!

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – TORMENTERO di Rubén Imaz

coverlgTITOLO: TORMENTERO; REGIA: Rubén Imaz; genere: drammatico, fantastico; paese: Messico, Colombia, Repubblica Dominicana; anno: 2017; cast: José Carlos Ruiz, Gabino Rodriguez, Monica Jimenéz; durata: 80′

Presentato in anteprima alla 12° Festa del Cinema di Roma, Tormentero è l’ultimo lungometraggio del giovane cineasta messicano Rubén Imaz.

La storia presentataci è quella di Romero, anziano pescatore in pensione che vive in un piccolo paesino marittimo insieme ai tre figli e che, dopo aver scoperto anni prima un giacimento di petrolio all’interno del suo villaggio, è stato abbandonato da amici e vicini e si sente terribilmente in colpa per i danni che la natura stessa ha dovuto subire in seguito alla sua scoperta.

Ed è proprio la natura, dunque, che ci viene presentata fin dall’inizio alla stregua di un personaggio a tutti gli effetti, dotato non solo di vita propria, ma anche di un’incredibile forza, capace di punire e consolare allo stesso tempo, madre amorevole, spietata carnefice verso chi osa maltrattarla e, purtroppo, anche vittima indifesa degli uomini privi di scrupoli. È fin dai primi minuti, dunque, che vediamo un mare inizialmente calmo, il petrolio che pian piano va a macchiare le acque ed una foresta che, di notte e con un forte temporale in corso, ci appare piuttosto minacciosa. Questi primi fotogrammi ci fanno pensare, in un primo momento, addirittura a Il pianeta azzurro di Franco Piavoli, per poi lasciare il posto ad una narrazione inizialmente più classica che, ben presto, si sdoppia in due livelli paralleli: il reale ed il fantastico, la normale quotidianità che si contrappone ad elementi spirituali e quasi magici (cosa che ai sudamericani viene da sempre piuttosto bene), ricordandoci, a tratti, quasi i film del cineasta thailandese Apichatpong Weerasethakul.

E così, pregnante di forte simbolismo (particolarmente d’impatto, a tal proposito, l’immagine della donna nel bosco che da giovane si ritrova, dopo aver subito delle violenze, immediatamente vecchia), con un andamento giustificatamente lento e contemplativo, questo lungometraggio di Imaz porta avanti l’attualissimo tema dell’ecologia e della salvaguardia dell’ambiente, dando vita ad un piccolo gioiello, semplice e allo stesso tempo complesso, con uno stile tutto suo, che riesce a contaminare vari generi, ma che, abilmente, sa come evitare ogni pericolosa retorica.

Al di là del grande valore artistico del prodotto in sé, al di là dell’importanza del tema trattato, a questo punto alcune domande sorgono spontanee: per quale motivo si può vedere lungometraggi del genere solo nell’ambito di festival internazionali? Perché, almeno in Italia, si ha tanta paura di proporre al grande pubblico lavori così singolari? Su tali questioni si potrebbe discutere per ore. Il problema, però, è che, come al solito, si finirà solo per parlarsi addosso.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – TROUBLE NO MORE di Jennifer Lebeau

bob-dylan-trouble-no-more-screening-202feb62-abeb-4f23-a834-65d26835a3eaTITOLO: TROUBLE NO MORE; REGIA: Jennifer Lebeau; genere: documentario; paese: USA; anno: 2017; cast: Michael Shannon; durata: 59′

Presentato in anteprima alla 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Trouble no more è l’ultimo lavoro della produttrice e documentarista statunitense Jennifer Lebeau, incentrato sul periodo in cui il cantautore Bob Dylan decise di convertirsi al cristianesimo.

Il lavoro della Lebeau è strutturato, invero, in modo assai semplice: una serie di filmati direttamente dagli anni Ottanta ci mostrano Dylan durante alcuni dei suoi concerti, avvenuti immediatamente dopo la pubblicazione di album come Slow Train Coming (1979) o Shot of Love (1981). Tra una performance di un pezzo e l’altra, inoltre, vediamo l’attore Michael Shannon nelle singolari vesti di un invasato predicatore, intento a recitare sermoni scritti per l’occasione da Luc Sante. Ciò di cui Shannon di volta in volta parla va di pari passo con i temi trattati di volta in volta dallo stesso Dylan nei testi delle sue canzoni.

E così, proprio per questa sua scelta di approfondire questo particolare momento vissuto dal cantautore in una maniera così singolare, Jennifer Lebeau si è dimostrata particolarmente coraggiosa. Non vi sono, ad esempio, didascalie che ci introducono il periodo storico o gli avvenimenti pregressi. Non vi sono spezzoni di interviste allo stesso Dylan o a chi, all’epoca, ha avuto modo di stargli vicino. Non viene fatta alcuna analisi approfondita su come sia realmente cambiato il suo modo di fare musica e su come la religione abbia influenzato le sue produzioni. Quello che ci viene mostrato è la pura realtà dei fatti: l’artista all’opera durante alcuni dei suoi concerti. Alle immagini, dunque, il compito di fare da narratrici esclusive. L’unica interpretazione di ciò che Bob Dylan ha voluto produrre ci viene offerta, appunto, proprio dal “predicatore” Michael Shannon. Ed ecco che, anche in questa occasione, è il cinema – in questo caso di finzione – a raccontarci come sono andate le cose. Un cinema che, di conseguenza, ci viene qui presentato nella sua declinazione più pura.

Una scelta così radicale, tuttavia, indubbiamente finisce per sollevare non poche critiche a riguardo. Uno dei rimproveri che si potrebbero muovere contro la Lebeau, ad esempio, è quello di aver dato vita ad un prodotto eccessivamente essenziale, che, a chi conosce poco il tema trattato, trasmette ben poco. Ovviamente, ogni opinione è soggettiva. Quello che, invece, è decisamente oggettivo è il fatto che la visione di un documentario come Trouble no more, per le appassionanti performance di Bob Dylan, per il loro riuscito montaggio alternato con i sermoni di Michael Shannon e per il ritmo crescente dell’intero lavoro, sia un’esperienza che vale sempre la pena vivere. Ben vengano, dunque, le scelte registiche del Jennifer Lebeau. D’altronde, come spesso abbiamo avuto modo di notare, less is more!

VOTO: 7/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – LIFE AND NOTHING MORE di Antonio Méndez Esparza

35.La-vida-y-nada-mas_740x442TITOLO: LIFE AND NOTHING MORE; REGIA: Antonio Méndez Esparza; genere: drammatico; paese: Spagna, USA; anno: 2017; cast: Andrew Bleechington, Regina Williams, Robert Williams; durata: 114′

Presentato in anteprima alla 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Life and Nothing More è il secondo lungometraggio del regista spagnolo Antonio Méndez Eparza, suo primo lavoro in lingua inglese.

La storia raccontata è quella di Andrew – quattordicenne malinconico e solitario con una difficile esperienza in riformatorio alle spalle – e di sua madre Regina – desiderosa di rifarsi una vita dopo il fallimento del suo primo matrimonio, ma con numerose difficoltà ad arrivare a fine mese. L’incontro di quest’ultima con un uomo responsabile ed innamorato potrebbe, in qualche modo, aiutarla nella quotidianità. Le cose, però, prenderanno presto una piega inaspettata.

La cosa più interessante che il regista ha qui voluto mettere in scena è probabilmente proprio la vita della periferia americana ai giorni nostri. Ben descritti, a tal proposito, gli ambienti, con le loro strade semi deserte ed esterni che sembrano quasi dimenticati dal resto del mondo, oltre ad interni squallidi ed angusti. Il problema di un lungometraggio come Life and Nothing More è, in realtà, proprio lo script. Sono molti, come è stato detto, gli spunti da cui la vicenda prende il via. Peccato, però, che – durante le quasi due ore di lungometraggio – Méndez Esparza sembri prendere ogni volta una direzione diversa, senza mai portare a termine ciò che ha inizialmente iniziato e, soprattutto, rendendo tutto il lavoro quasi completamente privo di ritmo o di picchi narrativi. Ed ecco che, se all’inizio la macchina da presa sembrava concentrarsi esclusivamente sul giovane Andrew, dopo circa mezz’ora prende a seguire Regina senza mai staccarsi da lei e mettendo da parte, inspiegabilmente, il ragazzo. Il punto è che non si tratta, però, né di un film corale, né, tantomeno, di un lungometraggio ad episodi. Stesso discorso si può fare per altri importanti elementi che vengono via via tirati in ballo, per essere poi totalmente abbandonati senza logica alcuna. Ѐ questo, ad esempio, il caso del personaggio del compagno di Regina, il quale esce quasi improvvisamente di scena per poi non tornare più e facendo sì che la sua stessa presenza risulti del tutto inutile ai fini della narrazione stessa. Allo stesso modo, il discorso del trumpismo e del conseguente razzismo – che viene affrontato nel momento in cui Andrew, dopo essere stato trattato in malo modo da una coppia al parco, finisce per minacciare questi ultimi con un coltello – cade improvvisamente nel vuoto, nel momento in cui il ragazzo viene rilasciato (ovviamente fuoricampo e, anche qui, senza un minimo di tensione). La vera scena madre, però, si trova quasi verso il finale, quando vediamo Regina dare una lettera ad Andrew che lei stessa ha scritto. Ѐ qui che, mentre il ragazzo è intento a leggere, si sente la voce della madre fuoricampo che pronuncia le parole da lei scritte. Peccato che quest’ultima si trovi, allo stesso momento, proprio di fianco al figlio.

Che questo lungometraggio di Méndez Esparza, dunque, non sia proprio quel che si dice un film riuscito, siamo d’accordo tutti. Eppure, volendo fare un discorso esclusivamente sulla regia, le scelte adoperate dall’autore sono anche piuttosto interessanti: perfettamente in linea con la teoria zavattiniana, la macchina da presa segue costantemente i personaggi con movimenti essenziali, adoperando ogni volta pochissimi punti macchina e dando al tutto un interessante tono quasi documentaristico. Peccato, dunque, essersi bruciati un film così. Chissà, magari, con un suo prossimo lavoro, il giovane cineasta spagnolo saprà come farsi perdonare. Questo, almeno, è quello che ci auguriamo.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – THE ONLY LIVING BOY IN NEW YORK di Marc Webb

only_boyTITOLO: THE ONLY LIVING BOY IN NEW YORK; REGIA: Marc Webb; genere: commedia; paese: USA; anno: 2017; cast: Callum Turner, Pierce Brosnan, Kate Beckinsale, Jeff Bridges; durata: 88′

Presentato in anteprima, all’interno della Selezione Ufficiale, alla 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, The Only Living Boy in New York è l’ultimo lungometraggio diretto da Marc Webb.

La storia qui messa in scena è quella del giovane Thomas Webb, neo laureato che per arrotondare dà ripetizioni ed è follemente innamorato di Mimi, la sua migliore amica che, però, non sembra ricambiare i suoi sentimenti. Un giorno, il ragazzo scopre che suo padre ha una relazione extraconiugale, mentre sua madre, che da anni soffre di depressione, sembra essere all’oscuro di tutto. Sarà compito suo, grazie anche all’aiuto di uno stravagante vicino di casa che ben presto diventerà suo mentore, gestire la situazione ed affrontare, così, anche un nuovo percorso di crescita che lo porterà a conoscere meglio sé stesso ed a capire quale sia il suo posto nel mondo.

Nulla di nuovo? Nulla di nuovo, senza dubbio. Ma allora, perché un lungometraggio come The Only Living Boy in New York risulta un prodotto tanto gradevole quanto ben riuscito? Senza dubbio è l’universalità della storia – qui trattata con estrema delicatezza, senza mai scadere nella retorica – uno dei fattori che maggiormente funziona, unitamente alla caratterizzazione dei personaggi. Sono, tuttavia, le atmosfere create – con una New York trattata alla stregua di un vero e proprio coprotagonista, con suggestivi colori autunnali ed intense panoramiche – il vero fiore all’occhiello di questo ultimo lungometraggio di Marc Webb. Questo, unito ad un commento musicale che assume qui un ruolo addirittura centrale – lo stesso titolo si rifà alla celebre canzone di Simon e Garfunkel – è in grado di dar vita ad un prodotto piccolo – non soltanto per quanto riguarda i soli 88 minuti di durata – ma ben confezionato, che, salvo che per la mancanza della sua tipica, tagliente ironia, farebbe addirittura pensare ad una sorta di Woody Allen (nell’ambito di questa edizione della Festa del Cinema di Roma inaspettatamente menzionato più e più volte) particolarmente “moderato”, ma comunque incisivo. Chi meglio di lui, d’altronde, ha messo in scena vere e proprie dichiarazioni d’amore alla sua amata New York, con tutti i suoi rumori, i suoi colori e la sua vita frenetica?

Ed ecco che The Only Living Boy in New York si è rivelato, dunque, una piacevole sorpresa all’interno di una programmazione che, spesso e volentieri, ha fatto storcere il naso a pubblico e critica. Siamo d’accordo, non si tratta certo di un film fondamentale. Si potrebbe addirittura affermare che, passato qualche tempo dalla visione, non verrà ricordato da molti, probabilmente. Eppure, nel suo piccolo, questo lavoro di Marc Webb funziona. Cosa, questa, assolutamente non da poco.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

12° FESTA DEL CINEMA DI ROMA – LOGAN LUCKY di Steven Soderbergh

DSC_3663.nefTITOLO: LOGAN LUCKY; REGIA: Steven Soderbergh; genere: commedia; paese: USA; anno: 2017; cast: Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Hilary Swank; durata: 118′

Presentato in anteprima, all’interno della Selezione Ufficiale, alla 12° edizione della Festa del Cinema di Roma, Logan Lucky è l’ultimo lavoro del celebre cineasta statunitense Steven Soderbergh.

La storia raccontataci è quella di due fratelli: Jimmy e Clyde Logan. Il primo è separato, ha una figlioletta che adora ed è appena stato licenziato, mentre il secondo, in seguito alla perdita di un braccio durante una missione in Iraq, gestisce un bar. Al fine di risollevare le proprie sorti economiche, i due progettano una rapina alla Charlotte Motor Speedway, durante una corsa di auto, e, al fine di realizzare ciò, radunano un gruppo di vecchi amici (uno di loro viene addirittura aiutato ad evadere, per un solo giorno, dal carcere). Il piano sembra perfetto, gli imprevisti, tuttavia, sono sempre dietro l’angolo.

Basterebbe solo una sommaria lettura della sinossi per essere catturati fin da subito da questo ultimo lavoro di Soderbergh. Ed il bello è che, una volta entrati nel vivo della vicenda, il tutto si rivela come inizialmente auspicato: una singolare storia di una banda sgangherata ma, a suo modo, affiatata, ricca di colpi di scena, dai ritmi giusti e, soprattutto, con riuscite gag e momenti di pura ilarità. Merito di uno script inattaccabile? Indubbiamente. Eppure, come è ovvio, anche la regia – unita ad un montaggio (realizzato, come di consueto, dallo stesso Soderbergh) ed alle musiche giuste – fa sì che il prodotto non viva neanche un minuto di stanca, ma che, al contrario, veda al suo interno un vero e proprio crescendo. Particolarmente riusciti, ad esempio, la scena in cui i carcerati chiedono, in cambio del rilascio di tre guardie tenute come ostaggi, gli ultimi capitoli della saga letteraria Il Trono di Spade o il momento in cui, durante la rapina, il braccio finto di Clyde viene risucchiato da un bocchettone per l’aria. Lo stesso Soderbergh, come si può facilmente immaginare, pare si sia divertito non poco nella realizzazione di questo suo ottimo progetto e, per l’occasione, non ha esitato nemmeno ad auto-citarsi, quando in televisione si parla della rapina chiamando la banda “Ocean’s Seven-Eleven” (dal nome della nota catena di supermercati).

Un cast stellare e ben affiatato – capeggiato da Channing Tatum e da Adam Driver nel ruolo dei fratelli Lucky, insieme a Daniel Craig, Hilary Swank e Seth MacFarlane – si dimostra, inoltre, perfettamente a proprio agio nel progetto, dando vita a personaggi che potrebbero facilmente, in breve tempo, entrare a far parte dell’immaginario collettivo.

Che cos’è, dunque, questo ultimo lavoro di Steven Soderbergh? A pensarci bene, lo si potrebbe quasi definire una vera e propria corsa sulle montagne russe, dove raramente si riesce a tirare il fiato (salvo alcuni momenti di “pausa”, come quando la figlia di Jimmy canta una canzone dedicata al padre durante un concorso scolastico), ma che, al suo termine, fa sì che ci si senta pienamente soddisfatti e carichi di adrenalina. Una visione che dura quasi due ore, ma che va giù come un bicchiere d’acqua fresca. Un’esperienza consigliata a grandi e piccini. A chi lo vedrà, buon divertimento!

VOTO: 8/10

Marina Pavido