LA RECENSIONE – L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE di Terry Gilliam

donchisciotteTITOLO: L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE; REGIA: Terry Gilliam; genere: fantastico, avventura; paese: Gran Bretagna, USA; anno: 2018; cast: Adam Driver, Jonathan Pryce, Olga Kurylenko; durata: 132′

Nelle sale italiane dal 27 settembre, L’Uomo che uccise Don Chisciotte è l’ultimo lavoro del celebre cineasta inglese Terry Gilliam, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2018.

Dopo una lavorazione durata venticinque anni, la pellicola racconta le vicende di Toby, cinico regista pubblicitario che torna, al seguito di una troupe cinematografica, nel piccolo paesino della Spagna in cui, dieci anni prima, aveva girato il suo primo lungometraggio: L’Uomo che uccise Don Chisciotte. Vagando in cerca di ispirazione, il giovane si imbatterà nel vecchio calzolaio che aveva interpretato, a suo tempo, proprio il ruolo di Don Chisciotte. L’uomo, tuttavia, non è mai riuscito a uscire dal personaggio e, nel rivedere Toby, si convince che quest’ultimo è il suo fedele scudiero Sancho Panza.

Ed ecco che prende il via un’avventura strampalata che mescola sapientemente realtà e onirismo, passato e presente, in perfetta tradizione gilliamiana. L’umorismo sottile dei Monty Python risulta, a tal proposito, sempre azzeccato nel mettere in scena una storia che parla di genio, di follia, di libertà creativa e, soprattutto, di cinema. Il metacinema è, dunque, uno dei punti di forza di questo ultimo lavoro di Gilliam, il quale, a sua volta, vuole trasmetterci il messaggio che, a prescindere dal modo in cui cambino tempi e situazioni, l’amore per l’arte non morirà mai.

Una storia bizzarra per una messa in scena a dir poco spiazzante, con numerosi elementi e colori che convergono tutti insieme sul grande schermo e frequenti inquadrature sghembe che perfettamente riescono a trasmettere quel senso di spaesamento vissuto dal protagonista (un sempre ottimo Adam Driver).

E così, tutti questi anni di attesa sono valsi la pena, in quanto il presente lungometraggio è indubbiamente uno dei migliori del regista degli ultimi anni. Una metafora di Hollywood, dell’Arte e, più in generale, della Vita che resterà nelle nostre menti per ancora molto, molto tempo.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 75 – MONROVIA, INDIANA di Frederick Wiseman

46188-Monrovia__Indiana_-_Frederick_Wiseman__Film_still__2_TITOLO: MONROVIA, INDIANA; REGIA: Frederick Wiseman; genere: documentario; paese: USA; anno: 2018; durata: 143′

Presentato fuori concorso alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Monrovia, Indiana è l’ultimo lavoro del celebre documentarista statunitense Frederick Wiseman.

Se in passato il maestro ci aveva mostrato aspetti di vita riguardanti università, biblioteche, singolari quartieri e, più in generale, grandi centri nevralgici, eccolo scegliere, in questa occasione, un piccolo paesino rurale del Midwest (Monrovia, appunto, nello stato dell’Indiana), in cui abitano soltanto 1400 cittadini e in cui il tempo, sotto molti aspetti, sembra essersi davvero fermato.

Con una struttura narrativa che tanto sta a ricordare il ciclo della vita (dalla prima infanzia, momento in cui ci viene mostrata la vita all’interno di una scuola, fino alla morte, quando assistiamo ai funerali di un’anziana signora), il regista si inserisce con il suo solito fare discreto e quasi “invisibile” all’interno di questa piccola comunità rurale, mostrandoci – come solo lui sa fare – scene di vita quotidiana riguardanti il lavoro all’interno di allevamenti, i momenti degli acquisti al supermercato, piccole assemblee cittadine, il lavoro del veterinario locale e persino la produzione di bistecche ed hamburger. Ed ecco che, dopo sole due ore e venti, anche noi ci sentiamo parte di quel piccolo mondo fuori dal tempo. Quasi come se lo conoscessimo da sempre.

Non ha paura, Wiseman, di giocare con gli stereotipi. Non ha paura di risultare eccessivo, nel mostrarci le piccole stranezze e le bizzarre abitudini di alcuni abitanti. La sua macchina da presa, al contrario, osserva – silenziosa e riservata come sempre – il tutto con sguardo benevolo, affettuoso, persino nostalgico, se si pensa che di realtà del genere ce n’è sempre meno nel mondo, a causa della globalizzazione. Frederick Wiseman, dal canto suo, è innamorato di ciò che ci racconta. E, ancora una volta, è riuscito a far suo quel piccolo, curioso mondo fino a poco tempo fa a lui così lontano.

Per il tema trattato, così come per la sua singolare struttura narrativa, questo prezioso Monrovia, Indiana può classificarsi di diritto quasi come una sorta di “opera definitiva”; a detta dello stesso regista, il giusto corollario della serie sulla vita americana contemporanea. Un’opera la cui durata è piuttosto contenuta, rispetto ai precedenti lavori dell’autore, ma che, forse anche grazie alla sua particolare struttura autoconclusiva, risulta, probabilmente, il suo lavoro più completo. Una finestra spalancata su un mondo a noi sconosciuto, da cui non vorremmo allontanarci poi così presto, ma che, ahimé, sta pian piano svanendo. Ma, si sa, la particolarità del cinema di Wiseman è proprio questa: tutti noi, davanti allo schermo, ci troviamo di punto in bianco catapultati in un nuovo mondo, che, ben presto, sentiamo come se fosse nostro da sempre.

VOTO: 9/10

Marina Pavido

 

LA RECENSIONE – LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

lazzaro feliceTITOLO: LAZZARO FELICE; REGIA: Alice Rohrwacher; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2018; cast: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Nicoletta Braschi; durata: 130′

Nelle sale italiane dal 31 maggio, Lazzaro felice è l’ultima fatica della giovane regista Alice Rohrwacher, presentato in concorso alla 71° edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro alla Miglior Sceneggiatura, ex aequo con Three Faces di Jafar Panahi.

Il giovane Lazzaro, non ancora ventenne, vive in un casolare di campagna insieme alla sua numerosa famiglia, con la quale lavora come contadino a servizio di una nobildonna. La padrona della terra, tuttavia, altro non fa che sfruttare i suoi dipendenti, costringendoli a vivere come schiavi, senza che sappiano nulla di come vadano le cose al di fuori della campagna in cui vivono. Nel momento in cui le autorità si accorgeranno di tale situazione, saranno tutti finalmente liberati, ma non sarà affatto facile adattarsi alla vita al di fuori del loro piccolo mondo.

Un tema di grande potenza, che si fa metafora della nostra società, dei giochi di potere effettuati da padroni, datori di lavoro e banche, ma anche dell’ultimo secolo della storia della nostra Italia. Particolarmente interessante, a tal proposito, è l’ambientazione: durante le prime scene, girate all’interno del casolare di campagna (con atmosfere che tanto stanno a ricordarci il cinema del compianto Ermanno Olmi), si ha l’impressione di trovarsi nell’Italia degli anni Cinquanta. Eppure, vi sono piccoli, sporadici elementi che rimandano all’epoca contemporanea. La cosa si fa maggiormente evidente nel momento in cui i carabinieri fanno irruzione in quel piccolo mondo fuori dal tempo, riportandoci immediatamente ai giorni nostri. Il tutto resta comunque volutamente ambiguo, dal punto di vista spazio-temporale e, unitamente a piccole caratteristiche dei protagonisti e dello stesso Lazzaro, assume un che di surreale, di magico, addirittura di onirico. Particolarmente d’effetto, a tal proposito, l’abitudine – sia del protagonista che della sua famiglia – di soffiare uno strano vento che tanto sta a ricordarci il vento felliniano e il suo significato intrinseco di morte.

E poi, ovviamente, c’è lui, il giovane Lazzaro (interpretato da un ottimo Adriano Tardiolo, qui al suo esordio sul grande schermo). Sempre sereno, sorridente, sembra non desiderare mai nulla per sé, ma, al contrario, sembra sperare solo che agli altri possa capitare del bene. Il ragazzo – analogamente a molte figure della nostra stessa società che vengono banalmente emarginate – è talmente buono, da risultare addirittura stupido. Una sorta di santo che non fa miracoli e che vedrà nella figura di Tancredi – figlio della nobildonna per cui lavora – il suo primo, vero amico. Un amico che non smetterà mai di cercare per tutta la vita.

E così, questo complesso e stratificato lavoro della Rohrwacher – realizzato, tra l’altro, rigorosamente in pellicola – è riuscito a conquistare anche il pubblico di Cannes. La cosa, ovviamente, è stata del tutto meritata e non fa che confermare la giovane autrice come uno dei nomi maggiormente da tener d’occhio all’interno del panorama cinematografico nostrano.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

20° FAR EAST FILM FESTIVAL – ON HAPPINESS ROAD di Sung Hsin Yin

on happiness roadTITOLO: ON HAPPINESS ROAD; REGIA: Sung Hsin Yin; genere: animazione; paese: Taiwan; anno: 2017; durata: 111′

Presentato in anteprima europea alla 20° edizione del Far East Film Festival di Udine, On Happiness Road è un interessante lavoro di animazione della regista taiwanese Sung Hsin Yin.

Con una forte componente autobiografica, il lavoro ci racconta le vicende di Lin Shu-chi, la quale, dopo essere venuta a conoscenza della morte di sua nonna, decide di tornare per un periodo nella cittadina taiwanese dove è nata e cresciuta – precisamente in via Felicità – e che aveva abbandonato soltanto in età adulta per trasferirsi negli Stati Uniti. L’incontro con i suoi genitori e con alcuni amici d’infanzia l’aiuteranno a riflettere sulla sua vita e sui suoi desideri.

E così, con continui flashback e numerose scene oniriche, le vicende della giovane Chi vanno di pari passo con la storia del Taiwan stesso, con la sua politica, la sua cultura, i suoi movimenti studenteschi e le sue disgrazie. Un lungometraggio sentito e personalissimo, in cui si ripercorrono quarant’anni di storia di un’intera nazione, senza la pretesa di voler lanciare a tutti i costi un preciso messaggio politico, ma dove la messa in scena si fa espressione semplice e diretta di un grande amore nei confronti del proprio paese e delle proprie origini. Origini che, ovviamente, vengono intese anche nell’accezione di vere e proprie tradizioni popolari (particolarmente emblematico, a tal proposito, il personaggio della nonna di Chi, aborigena taiwanese che, come vediamo durante i flashback, ogni volta che va a trovare l’adorata nipote, non fa che presentarle nuove, bizzarre usanze).

Una riflessione particolare, inoltre, merita la realizzazione grafica. Particolarmente suggestiva l’animazione in 2D che prevede fondali realizzati con acquerelli dai toni prevalentemente pastello che contrastano sapientemente con figure dai contorni netti e ben delineati. Per non parlare dei momenti onirici o riguardanti l’immaginario di Chi bambina, dove i contorni spariscono del tutto, le immagini e i personaggi di fanno mutanti e non mancano raffinati riferimenti all’immaginario fiabesco che stanno a ricordarci che, in fondo, nessuno – né la protagonista, né tantomeno noi – ha in realtà mai smesso di essere bambino.

Ed ecco che – con un lungometraggio in cui, per certi versi, si sente forte l’influenza di lavori come Pioggia di Ricordi (1991) o I miei Vicini Yamada (1999), entrambi del maestro Isao Takahata e a cui, forse, si può rimproverare una sceneggiatura che tende a farsi leggermente più sfilacciata man mano che ci si avvicina al finale – il mondo dell’animazione taiwanese ha trovato una degna rappresentante in Sung Hsin Yin, la quale, con grande sensibilità e un lirismo di fondo tipico della cultura orientale, ha saputo mettere in scena una storia personale e universale allo stesso tempo, la storia di una singola persona e quella di un’intera nazione, apologia degli affetti, delle tradizioni e degli antichi valori, che vede in un singolare rapporto nonna-nipote una perfetta connessione tra presente e passato, tra sé stessi e il resto del mondo. Una strada sicura per la felicità.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

renato-zero-a-roma-740x350.jpg.pagespeed.ce_.EdaFcoDRwsTITOLO: ZEROVSKIJ SOLO PER AMORE; REGIA: Renato Zero; paese: Italia; anno: 2017; durata: 143′

Nelle sale italiane solo il 19, 20 e 21 marzo, Zerovskij Solo per Amore è un documentario, diretto ed interpretato dal celebre cantante Renato Zero, il quale ci mostra la registrazione di un concerto durante la tournée dedicata all’uscita dell’album Zerovskij Solo per Amore, appunto.

Stazione Terra. Una serie di bizzarri personaggi fanno, uno dopo l’altro, il loro ingresso sul palco: da Adamo ed Eva in versione contemporanea a un giovane che da bambino è stato abbandonato da suo padre, da un singolare Amore sulla sedia a rotelle, fino alla Morte in carne ed ossa. Ad interagire, di volta in volta, con ognuno di loro, lui: il grande Renato Zero, con le sue riflessioni sulla vita e sull’umanità e, non per ultime, le sue performance canore.

Una riflessione sull’uomo, sul senso della vita e della morte, sull’arte, sulla cultura e sull’amore, questo importante lavoro di Zero, il quale, come sempre ironico e mai particolarmente ansioso di dare risposte definitive alle sopracitate questioni, riesce a tenere banco per oltre due ore, davanti ad un pubblico letteralmente in visibilio. E la macchina da presa, in tutto ciò, cosa fa? Con una serie di carrellate e dolly, non fa che seguire passo passo il cantante ed interprete per tutta la durata dello spettacolo, intervallando di quando in quando qualche breve controcampo sul pubblico o, addirittura – unico, vero elemento “esterno” – un Gigi Proietti in versione “bombarolo”, che si accinge a salire su di un treno fermo in stazione. Una regia semplice, pulita, che al massimo si concede qualche gioco di luce e di sovrimpressione, questa scelta da Renato Zero per la realizzazione del suo progetto, il quale, a sua volta, perfettamente in linea con le aspettative di ogni spettatore, non fa che rivelarsi, psichedelico, maestoso, addirittura travolgente.

Non vi sono intermezzi, interviste o ulteriori inserti, in Zerovskij Solo per Amore. Ciò che viene ripreso è semplicemente lo spettacolo, la realtà così com’è, la parola viene lasciata esclusivamente alle immagini, per un documentario che abbraccia Cinema, Teatro e Musica e che, al di là dei personali gusti del pubblico, in linea di massima funziona, pur senza particolari guizzi narrativi o sorprese che prescindano da ciò che accade sul palco dell’Arena di Verona, dove tutto ha luogo.

Una delle critiche che si potrebbero muovere contro un documentario come questo realizzato da Zero, probabilmente, è proprio l’assenza di un qualcosa in più, di uno sguardo che – nel mostrarci la performance del cantante romano – ci sappia regalare un suo personale punto di vista, una sua necessaria soggettività. Cosa, questa, tuttavia impossibile in questo caso, dal momento che è lo stesso Renato Zero ad aver ricoperto il ruolo di regista. E queste operazioni, si sa, non sempre finiscono per rivelarsi vincenti. Ma tant’è. Nel complesso, Zerovskij Solo per Amore è un prodotto gradevole e pulito, in grado di coinvolgere lo spettatore dall’inizio alla fine, senza mai particolari cali di ritmo. Indubbiamente, i numerosi sorcini apprezzeranno.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CARAVAGGIO, L’ANIMA E IL SANGUE di Jesus Garces Lambert

caravaggioTITOLO: CARAVAGGIO – L’ANIMA E IL SANGUE; REGIA: Jesus Garces Lambert; genere: documentario; paese: Italia, USA; anno: 2017

Nelle sale italiane come evento speciale soltanto il 19, 20 e 21 febbraio 2018, Caravaggio – L’Anima e il Sangue è un interessante documentario sulla vita del celebre pittore, diretto dal documentarista Jesus Garces Lambert e prodotto da Sky, in collaborazione con Magnitudo Film.

Un uomo – un Michelangelo Merisi contemporaneo – si fascia la bocca ed il naso con del cellophan. Contemporaneamente, una farfalla, sbattendo le ali, all’interno di una lampada ad olio, sembra voler a tutti i costi fuggire via, senza riuscirci. E così, perfettamente in linea con il carattere del celebre pittore, fin da subito ci è palese quell’energia, quel carattere impetuoso di Merisi, che non pochi problemi con la giustizia gli ha procurato durante la sua breve vita. Una voce fuori campo inizia a raccontarci le gesta del Caravaggio, da quando, insieme alla famiglia, dovette fuggire dalla sua città natale a causa di un’epidemia di peste, per poi illustrarci la sua brillante carriera, fino a parlarci della sua morte prematura, avvenuta in circostanze misteriose. Di quando in quando, è lo stesso Caravaggio ad intervenire – con la voce di Manuel Agnelli – interrompendo la narrazione, per mettere a nudo i suoi sentimenti, i suoi pensieri più intimi. E poi, non per ultima, c’è l’Arte allo stato puro. Circa quaranta opere di Michelangelo Merisi vengono analizzate fin nel dettaglio – con interventi degli studiosi Claudio Strinati, Mina Gregori e Rossella Vodret – con giochi di luce che non stanno a rovinare le immagini originali ed una macchina da presa che, molto ravvicinata, ma anche estremamente riverente, ci mostra, di volta in volta, ogni singolo centimetro dei dipinti presi in esame.

Siamo d’accordo. Dato il tema trattato, non è difficile dar vita ad un prodotto accattivante e ben realizzato. Eppure, la scelta del tipo di messa in scena, come ben sappiamo, la differenza la fa eccome. Se pensiamo, ad esempio, al precedente documentario firmato Sky Raffaello, il Principe delle Arti, di certo ricordiamo alcune scelte registiche rivelatesi successivamente poco indovinate, se non addirittura posticce. Basti pensare, ad esempio, alle poco convincenti scene in live action che, di quando in quando, andavano ad interrompere la narrazione. In questo caso, fortunatamente, Garces Lambert ha optato per una regia molto più semplice, ma efficace, che senza troppi fronzoli arriva dritta al punto e che sa renderci un ritratto a tutto tondo del pittore di Caravaggio . E poi, diciamolo pure, anche l’occhio vuole la sua parte ed un artista come Michelangelo Merisi ancora oggi sa arrivare dritto al cuore di chi ne ammira l’opera.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

EVENTO SPECIALE – L’ARTE VIVA DI JULIAN SCHNABEL d Pappi Corsicato

A film still from JULIAN SCHNABEL: A PRIVATE PORTRAIT.Nelle sale italiane solo il 12 e 13 dicembre, L’Arte Viva di Julian Schnabel è l’ultimo documentario diretto da Pappi Corsicato, il quale più e più volte ci ha mostrato ritratti inediti di artisti con cui ha avuto il provilegio di vivere a stretto contatto.

Questa è stata la volta del pittore e regista Julian Schnabel, appunto, il quale, ripercorrendo le tappe della sua infanzia, della sua giovinezza, fino ad arrivare ai giorni nostri, ci parla del suo controverso rapporto con l’arte pittorica, della nascita dei suoi lavori e delle numerose difficoltà dell’essere artisti, ieri come oggi.

Un interessante prodotto che,purtroppo, sarà in sala per soli due giorni, ma che, siamo sicuri, ci regalerà un’esperienza visiva che non dimenticheremo.

Marina Pavido

35° TORINO FILM FESTIVAL – 2557 di Roderick Warich

2557TITOLO: 2557; REGIA: Roderick Warich; genere: drammatico, thriller; paese: Germania, Thailandia; anno: 2017; cast: Leonel Dietsche, Wason Dokkathum; durata: 111′

Presentato alla 35° edizione del Torino Film Festival nella sezione Onde, 2557 è l’opera prima del giovane regista e sceneggiatore tedesco Roderick Warich.

Ci troviamo a Bangkok, nell’anno 2557. Due studenti tedeschi passano le loro serate a bere e divertirsi nei locali della città. Una sera, uno di loro fa la conoscenza e si innamora di una bella ragazza del posto, al punto di decidere, insieme all’amico, di tornare nel suo paese e recuperare dei soldi necessari ad aprire un ristorante in Thailandia. Una volta tornato, però, verrà derubato di tutto il denaro dalla sua stessa ragazza, la quale sparirà misteriosamente.

Un thriller/non thriller, in realtà, questa opera prima di Roderick Warich. Una volta avvenuto il furto, infatti, tutto il lungometraggio sembra abbandonare i toni iniziali, per cominciare una riflessione sul tempo e sulla caducità dell’esistenza umana. Cosa, questa, spesso in linea con autori come Hou Hsiao-Hsien o Wong Kar-Wai, a cui lo stesso Warich si ispira dichiaratamente.

L’operazione, tuttavia, pur essendo sotto molti aspetti piuttosto interessante, può dirsi riuscita solo a metà. Ottima la regia, che prevede intense carrellate ed immagini di una Bangkok notturna non sempre a fuoco, con tutte le sue luci ed i suoi colori. Stesso discorso vale per le poche scene in diurna, dove vediamo la giovane rifugiarsi insieme a due amici in una casa in riva al mare. L’andamento volutamente lento, tra l’altro, rende bene il concetto della precarietà della vita e dello scorrere del tempo che lo stesso regista ha voluto trasmetterci. Il reale problema di un lungometraggio come 2557 è, in realtà, proprio la mancanza di spontaneità dello stesso Warich. Si ha l’impressione che il regista, volendo a tutti i costi rifarsi agli autori sopracitati, si sia lasciato prendere eccessivamente la mano, perdendo pericolosamente di genuinità e svolgendo quasi un compitino impeccabile nella sua forma, ma, in fin dei conti, praticamente fine a sé stesso.

Sia ben chiaro, se tutte le opere prime che ogni anno vengono prodotte fossero allo stesso livello di 2557, non potremmo far altro che gioire. Il livello complessivo dell’opera, di fatto, è piuttosto alto, malgrado tutto. I problemi sopracitati sono, in questo caso, frutto di un’evidente immaturità stilistica, come se Warich dovesse ancora trovare una propria dimensione all’interno dell’universo cinematografico. Poco male, però. Giovane com’è, ha tutto il tempo di scoprire quale sia la sua strada.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

 

LA RECENSIONE – DIRECTIONS di Stephan Komandarev

directions_3_h_2017TITOLO: DIRECTIONS; REGIA: Stephan Komandarev; genere: drammatico; paese: Bulgaria, Germania, Macedonia; anno: 2017; cast: Vasil Vasilev-Zueka, Ivan Barnev, Irini Zhambonas; durata: 104′

Nelle sale italiane dal 27 novembre, Directions è un interessante lungometraggio corale diretto dal cineasta bulgaro Stephan Komandarev.

In una Sofia dei giorni nostri, un piccolo imprenditore, che per arrotondare lavora come tassista, uccide, in un momento di disperazione, un banchiere a cui deve un’ingente somma di denaro, per poi tentare a sua volta il suicidio. Nella notte, mentre la notizia viene trasmessa dalle emittenti radio locali e nazionali, cinque tassisti, ognuno con la propria storia e le proprie difficoltà, percorrono le strade della città in cerca di nuove direzioni e di nuovi modi in cui affrontare la vita.

Già dopo una prima, sommaria lettura della sinossi, immediatamente ci viene da pensare a Taxi Teheran, interessante lungometraggio di Jafar Panahi interamente girato in un taxi (poiché il governo iraniano non permette a Panahi di girare film). Analogamente all’opera di Panahi, questo lungometraggio di Komandarev si svolge quasi per intero all’interno di taxi – pur raccontandoci non una, ma tante storie, ognuna drammatica a modo proprio – dove viene attaccato in modo (non troppo) velato il governo bulgaro e dove la crisi, la disoccupazione ed il denaro si fanno temi portanti di tutto il lavoro.

Non è facile, come sappiamo, dare vita ad un film corale. Ci è più e più volte riuscito il grande Robert Altman, ma molti altri hanno miseramente fallito. Eppure, un film come Directions regge eccome. Interessanti e ben caratterizzati sono, ad esempio, i protagonisti della pellicola, così come le loro storie – fatta solo qualche piccola eccezione. Ciò che convince meno è, purtroppo, proprio il fatto che, man mano che ci si avvicina al finale, il prodotto ci appare sempre più sfilacciato, i vari collegamenti tra ogni singola storia non vengono sfruttati a dovere e si ha quasi la sensazione che fino alla fine ci sia qualcosa di irrisolto.

Poco male, però. Soprattutto perché, nonostante tutto, stiamo parlando di un prodotto mediamente buono, ulteriore conferma dell’alto valore produttivo di un paese come la Bulgaria, che, come sappiamo, sa spesso regalarci interessanti sorprese.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – DOWNSIZING di Alexander Payne

downsizing-recensione-venezia-74-inizia-con-alexander-payne-recensione-v8-34806-1280x16TITOLO: DOWNSIZING; REGIA: Alexander Payne; genere: fantascienza, drammatico, commedia; paese: USA, Canada; anno: 2017; cast: Matt Damon, Christoph Waltz, Kristen Wiig; durata: 135′

Film di apertura di questa 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia è Downsizing, ultima fatica dell’acclamato cineasta Alexander Payne, in concorso per il Leone d’Oro.

Al fine di risolvere il problema della sovrappopolazione, alcuni scienziati norvegesi trovano un modo per rimpicciolire le persone di parecchi centimetri. A questo modo vi saranno non pochi vantaggi, sia dal punto di vista economico che ambientale. Ovviamente ogni cittadino sarà libero di scegliere se farsi rimpicciolire o meno. Paul e sua moglie Audrey, ad esempio, sono tra le persone interessate a questo nuovo esperimento. Al momento di cambiare vita, però, Audrey si tirerà indietro, lasciando Paul da solo a fare i conti con il nuovo mondo ed a cercare di capire quale sia il suo ruolo all’interno di esso.

Una grande metafora della vita, del suo senso e, non per ultima, della società – in particolare quella americana, più volte “tirata in causa” quale vera, grande protagonista di tutta la cinematografia di Payne insieme al tema del viaggio stesso, in qualità di passaggio necessario alla crescita ed al cambiamento. Se pensiamo, però, alle precedenti opere dell’autore, ci rendiamo conto che questo suo ultimo lungometraggio sta a sancire quasi una sorta di “cambio di rotta”: dalla necessità di raccontare l’universale attraverso il singolo badando alla sostanza più che alla forma, si passa irrimediabilmente ad un’opera in cui la forma sembra avere la meglio su tutto il resto. Ed ecco che, qui, allo stesso Payne sembra sfuggire di mano il controllo della situazione, dando vita ad un’opera “maestosa”, ma molto, molto pretenziosa in cui un’iniziale idea potenzialmente brillante finisce ben presto per scadere in una pericolosa retorica ed in banali manierismi.

Poco convincono, dunque, interpreti brillanti come Matt Damon ed il grandissimo Christoph Waltz: seppur scorrevole e, in qualche modo “leggero”, questo lungometraggio di Payne sembra a tutti gli effetti uno di quei prodotti finalizzati a far incetta di Premi Oscar, ma dei quali, in seguito alla visione, resterà purtroppo ben poco.

Peccato. Soprattutto perché, in genere, in apertura di un festival come questo di Venezia ci si aspetta sempre di urlare al capolavoro. L’inizio, però, quest’anno è stato piuttosto tiepidino. E pensare che lo scorso anno si era scelto di aprire la Mostra addirittura con un’opera come La La land..ma questa è un’altra storia.

VOTO: 5/10

Marina Pavido