35° TORINO FILM FESTIVAL – EN ATTENDANT LES BARBARES di Eugène Green

OFF_EnAttendantLesBarbares_03TITOLO: EN ATTENDANT LES BARBARES; REGIA: Eugène Green; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Fitzgerald Berthon, Ugo Broussot, Valentine Carette; durata: 78′

Presentato all’interno della sezione Onde al 35° Torino Film Festival, En attendant les Barbares è l’ultimo lungometraggio del cineasta francese Eugène Green, frutto di un workshop che ha avuto luogo a Tolosa nella primavera del 2017.

È notte. In strada fa freddo. Si respira una strana tensione nell’aria, al punto di non permettere alla gente neanche di dormire. Alle porte di un castello bussano sei bizzarri personaggi, ognuno di diversa provenienza e ceto sociale: la coppia di borghesi, il senzatetto, l’artista, l’anarchico ed il giovane studente. Terrorizzati da un’imminente invasione dei barbari, i sei uomini chiedono aiuto al potente mago che abita il castello insieme a sua moglie. Ma chi sono, in realtà, i suddetti barbari? Impietosi Ostrogoti, sanguinari Unni, o, semplicemente, il popolo statunitense? E, soprattutto, cosa si può fare al fine di fronteggiare tali pericolose invasioni? La situazione sembra tutt’altro che facile, ma, si sa, la notte porta consiglio e i nostri uomini avranno modo di parlare tra loro – finalmente senza inutili distrazioni come computer o telefoni cellulari – e di confrontarsi anche con spiriti del passato, per poi scoprire che, in fondo, una soluzione c’è.

Mantenendo la sua tipica messa in scena ad impostazione teatrale che prevede figure statiche che recitano secondo i tipici canoni dello straniamento brechtiano, con questo suo ultimo lavoro, Eugène Green ci racconta i giorni nostri e, soprattutto, la mancanza di certezze dell’uomo contemporaneo, il quale, lasciandosi distrarre da piaceri fittizi, si trova pressoché spaesato quando si tratta di capire quale sia il proprio ruolo nel mondo ed in che modo si riesca a combattere le avversità dei giorni nostri. Tema, questo, più e più volte trattato, senza ombra di dubbio. Eppure un cineasta come Green riesce sempre a dar vita a qualcosa di nuovo ed inconfondibile nel proprio genere, evitando ogni sorta di retorica e dando vita a prodotti intelligenti e mai banali. Stesso discorso vale, ovviamente, anche per questo suo En attendant les Barbares, il quale, oltre a presentarsi come ritratto della società odierna (realista ma anche ironico al punto giusto), si fa anche, nel finale, apologia della cultura e della conoscenza in generale, quali uniche armi per combattere il nemico.

Ha una durata piuttosto breve, questa opera di Green. Breve, ma intensa, come si suol dire. Eppure, all’interno di un panorama come quello del Torino Film Festival, di certo, quale pregiato prodotto artistico, non passa assolutamente inosservata. Magari fosse così anche al di fuori dei tipici contesti festivalieri.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

Annunci

35° TORINO FILM FESTIVAL – LA MADRE, EL HIJO Y LA ABUELA di Benjamin Brunet

MADRE-HIJO-Y-LA-ABUELATITOLO: LA MADRE, EL HIJO Y LA ABUELA; REGIA: Benjamin Brunet; genere: drammatico; paese: Cile; anno: 2017; cast: Ana Gallegos, Maria Munoz, Gonzalo Aburto; durata: 84′

Presentato alla 35° edizione del Torino Film festival, La madre, el hijo y la abuela è l’ultimo lungometraggio diretto dal giovane regista cileno Benjamin Brunet.

È la storia, questa, del giovane Cristobal, fotografo e regista indipendente che, dopo aver scoperto di essere stato adottato, torna nel suo paesino natale, al fine di realizzare un documentario sulle sue origini e scoprire ulteriori dettagli riguardanti il suo passato. Qui il ragazzo si imbatte in Ana, donna di mezza età che vive con l’anziana madre Maria, malata di stomaco. La donna, sentendo la mancanza del figlio Gonzalo che da anni non va più a trovarla, decide di ospitare Cristobal in casa propria. In pochi giorni, tra i tre si creerà un forte legame, quasi come se il giovane fosse davvero un membro della famiglia.

Tre capitoli, tre personaggi principali, la realtà che piano piano si fa cinema. E poi il sogno, il quotidiano, le festività religiose, la pioggia che cade a dirotto, il coniglio pasquale che, protagonista di scene oniriche, si fa simbolo di morte e risurrezione. Il tutto avviene sotto gli occhi della telecamera di Cristobal, pronta a registrare ogni momento ed a rendere immortale chiunque venga immortalato dal suo obiettivo.

Il tempo, analogamente, diventa elemento centrale dell’intera opera: un tempo che scorre via impietoso, che nessuno può fermare. O forse no? Non è compito della fotografia e del cinema quello di arrestare il tempo?

Non vi è spazio, in questa opera di Brunet, per inutili virtuosismi registici. I punti macchina sono ridotti al minimo, la telecamera viene adoperata sempre a mano, in modo da darci l’impressione di fare noi stessi parte dell’ambiente mostratoci. Tutto molto semplice, eppure, appunto, studiato nel dettaglio.

In poche parole, un piccolo gioiello della cinematografia sudamericana. Un’opera che probabilmente da noi non verrà mai apprezzata come merita, ma la cui visione si rivela un’esperienza visiva che di certo non può lasciare indifferenti.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

34° TORINO FILM FESTIVAL – SARAH WINCHESTER, OPERA FANTOME di Bertrand Bonello

sarahwinc_f04cor_2016111726TITOLO: SARAH WINCHESTER, OPÉRA FANTÔME; REGIA: Bertrand Bonello; genere: documentario; anno: 2016; paese: Francia; cast: Marie-Agnès Gillot, Reda Kated; durata: 24′

Presentato nella sezione Onde al 34° Torino Film Festival, Sarah Winchester, opéra fantôme è l’ultimo cortometraggio diretto dall’acclamato cineasta francese Bertrand Bonello.

La scena si apre sul palco dell’Opéra Garnier: Marie-Agnès Gillot – prima ballerina dell’Opéra – sotto le indicazioni di un musicista, cerca di dar vita al misterioso personaggio di Sarah Winchester, moglie giovane ed innamorata di William Winchester, l’inventore del celebre fucile da guerra. Il suo matrimonio in giovane età, il suo amore per il marito e per la figlioletta, la perdita prematura di quest’ultima, l’improvvisa vedovanza, il dolore, la follia, il progetto di una nuova casa-rifugio. Tutto questo viene messo in scena in soli 24 minuti. Minuti che ad una prima impressione possono sembrare pochi, ma che, in realtà, riescono a farci entrare immediatamente in confidenza con il controverso personaggio di Sarah.

Una vita piena di contrasti, quella di Sarah Winchester. Il grande amore della sua vita che, dall’altro canto, è stato, in qualche modo, responsabile della morte di migliaia di soldati. La prematura scomparsa dei suoi affetti più importanti che si contrappone al rifiuto cieco ed ostinato della morte stessa ed al desiderio di rendere migliore la vita di chi le sta intorno. Momenti di follia apparentemente senza via d’uscita che si alternano a giorni di estrema lucidità. E poi il mistero. Quel fitto mistero che per anni ha avvolto la vita della donna, di cui tanto poco si è sentito parlare, ma che – forse proprio per il grande numero di disgrazie che hanno costellato la sua vita e per le sommarie informazioni sul suo conto – ha sempre suscitato grande curiosità.

La singolare messa in scena adottata da Bonello, dal canto proprio, rispecchia appieno ciò che è stata la vita di Sarah Winchester. In primo luogo abbiamo il contrasto: passi di danza classica ballati sulle note di una musica elettronica (composta, tra l’altro, dallo stesso Bonello) che, a sua volta, si contrappone all’aria lirica cantata dal coro dell’Opéra. Più che una rappresentazione vera e propria, delle prove che vanno a convergere in un’unica opera: un’opera reale che prende vita, appunto, da un’opera fantasma. Il tutto, ovviamente, pervaso, dall’inizio alla fine, dallo stesso alone di mistero che ha caratterizzato la vita della Winchester stessa. Non vediamo il naturale svolgimento dei fatti, non vediamo immagini rappresentanti Sarah o la sua famiglia, non vediamo oggetti che le sono appartenuti. Semplicemente il suo personaggio viene riportato alla vita attraverso la danza, la musica e vecchi disegni d’epoca che – montati in dissolvenza incrociata con il resto della messa in scena – stanno a creare, a loro volta, una sorta di danza, di singolare armonia, insieme alle parole ed al resto del girato.

Sono solo ventiquattro minuti, in fondo. Eppure, una volta giunti ai titoli di coda, sentiamo di conoscere nel profondo quella Sarah Winchester che solo poco tempo prima ci era del tutto sconosciuta. “Sarah, je t’aime!” pronuncia, alla fine della rappresentazione, il musicista, rivolgendosi alla ballerina. Ed insieme a lui, anche noi sentiamo di voler davvero bene a quel personaggio tanto fragile e controverso. Quella sorta di personaggio “fantasma” che – grazie ai sorprendenti mezzi della Settima Arte – è magicamente riuscito ad apparire vivo e reale davanti ai nostri occhi.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

ABACUC di Luca Ferri in sala dal 2 novembre

Ricevo e volentieri pubblico

Dal 2 novembre in sala

ABACUC

Un film di Luca Ferri (Italia 2014, 85’)

ABACUC_san pietroTorino Film Festival 2014

Festival Internacional de Cine de Mar del Plata 2014, Sezione Italia Alterada 7½

The 13th and the Last Experimental Film Festival Sydney 2015

Un superstite ossessivo come metafora del cinema d’oggi. Abacuc è l’ultimo uomo, che si ripete in una quotidianità scarna e simbolica, al continuo inseguimento del nulla.

Un film girato in Super 8 che ruota intorno alla straordinaria figura del protagonista, alter ego dell’attore che lo interpreta.

TRAILER

http://vimeo.com/109822472

ABACUC_bagnoEsce nelle sale italiane, prodotto e distribuito da Lab 80 film, Abacuc di Luca Ferri. Un lungometraggio in bianco e nero, realizzato in Super 8, che in un intreccio fatto di richiami e citazioni, ruota intorno alla incredibile figura rappresentata dal protagonista, alter ego di un personaggio davvero esistente. Si tratta di Dario Bacis: 198 chili e 42 anni, uno sguardo fisso e glaciale ma allo stesso tempo intenso e umano.

ABACUC_chiattaAbacuc, nome del protagonista e titolo del film, è “l’ultimo uomo”: passa il suo tempo in una immobilità ripetitiva e distaccata da qualsiasi emozione, si reca al cimitero, in parchi tematici dell’Italia in miniatura o vicino ad architetture utopiche. Vive in una casa ferroviera e non proferisce mai parola, l’unica voce che si sente è quella femminile e fuori campo che interviene quando, strappato per un momento alla sua solitudine catastrofica, Abacuc alza una cornetta telefonica con il filo staccato: la donna rimane celata, comunica tramite citazioni letterarie e si rivelerà un cul de sac come l’esistenza di Abacuc. Un’esistenza che viene raccontata con immagini surreali, a tratti ironiche, e sempre di forte impatto visivo.

ABACUC_foglioDice Luca Ferri: «Abacuc, o Dario Bacis, come lo si vuol chiamare, ha una forza visiva unica, sembra un dipinto di Piero della Francesca. È il mio ecce homo, un individuo capace di condensare in sé il senso stesso del film: una riflessione sulla condizione del cinema come mezzo espressivo. In quanto sopravvissuto alla catastrofe, che vive nel continuo inseguimento di nulla, Abacuc rappresenta il bisogno dell’arte cinematografica di autoestinguersi e implodere in sé stessa ».

ABACUC_cavaAbacuc è prima di tutto una commedia musicale – dice Alberto Valtellina di Lab 80 film -. È un film intellettuale solo in apparenza, basta poco per rendersi conto del senso dell’umorismo che lo permea. Luca Ferri afferma che il cinema è morto ma con Abacuc, paradossalmente, dimostra quello che il cinema può ancora offrire quado è capace di osare”.

ABACUC_telefonataLe musiche originali di Abacuc sono del Maestro Dario Agazzi: più che una colonna sonora una partitura contemporanea, in cui una sorta di requiem da organetto segue la ripetitività di Abacuc in un accompagnamento sonoro che sa quasi di vecchie chincaglierie.

ABACUC_parruccheFestival

Torino Film Festival 2014, Sezione Onde

Festival Internacional de Cine de Mar del Plata 2014, Sezione Italia Alterada 7½

Filmmaker Festival Milano 2014, Sezione Prospettive

Festa do Cinema Italiano Lisbona 2015

Catania International Film Fest 2015

Salon Internacional de la Luz Bogotà 2015

Maremetraggio Nuove Impronte Trieste 2015

Nomadica – Mostra itinerante per il cinema di ricerca Capo d’Orlando 2015

Festival de Cine Experimental – Cineautopsia Bogotà 2015

Laceno D’oro Avellino 2015

The 13th and the Last Experimental Film Festival Sydney 2015

Festival Internacional de Cine Independiente de La Plata Festifreak 2015

FILMMAKER INTERNATIONAL FILM FESTIVAL – IL PROGRAMMA

Ricevo e volentieri pubblico

filmmaker iffFILMMAKER INTERNATIONAL FILM FESTIVAL

Milano 28 novembre – 8 dicembre 2014

 

Spazio Oberdan – Cinema Arcobaleno – Cinema Palestrina – Fabbrica del Vapore – Cinema Beltrade – GAM Galleria d’Arte Moderna

  CJQSSTERJVUOTLCBNinì_2

Molti gli ospiti del primo week-end di Filmmaker: sabato la sezione Prospettive propone, alla presenza degli autori, Ninì di Gigi Giustiniani e Raffaele Rezzonico. Eric Baudelaire, regista di Letters to Max (Concorso), accompagna in sala il suo film e Lech Kowalski, protagonista della retrospettiva di quest’anno presenta il suo East of Paradise.

Domenica si avvicendano Francesco Bertocco, regista di Onde, e Alessandro Abba Legnazzi regista di Rada. Ambedue gli autori presentano i loro documentari nella sezione Prospettive del Festival; Lucia Small e Ed Pincus, autori di One Cut, One Life (Fuori Concorso) incontrano il pubblico in sala; Lech Kowalski, reduce dalla masterclass del Cinema Beltrade, chiude la giornata con la presentazione di Born to Lose.

NSJJNWRXOQAZWBOTOne Cut, One Life_3Lunedì il Festival si trasferisce al Cinema Palestrina. Da segnalare la conferenza stampa per l’annuncio del vincitore del Bando ArteVisione 2015, progetto di Careof DOCVA e Sky per il Sociale a sostegno dei giovani artisti italiani.

In programma, tra gli altri, due film del Concorso: Les Tourmentes alla presenza dell’autore Pierre-Yves Vanderweerd e Qui di Daniele Gaglianone che, reduce dal Torino Film Festival, saluta il pubblico in sala.

Nel calendario di sabato da non perdere Ninì, regia di Gigi Giustiniani. Nell’estate del ’32 Gabriele Boccalatte e Ninì Pietrasanta si incontrano sul Monte Bianco, scalano insieme e si innamorano. Da allora vivono la loro grande stagione alpinistica e aprono alcune tra le vie più difficili delle Alpi. Ninì, una delle pochissime donne alpiniste di quegli anni, porta con sé in parete anche una cinepresa a 16 millimetri. Nel ’37 nasce il loro figlio Lorenzo e nel ’38 Gabriele muore cadendo da una parete. Qualche anno dopo la morte di Ninì, avvenuta nel 2000, il figlio Lorenzo ritrova in un baule le immagini girate dalla madre.

ULYJXIMVJFNWWPASIm Keller_11Domenica in Concorso Im Keller di Ulrich Seidl, cui Filmmaker Festival aveva dedicato una Retrospettiva nel 2006, che qui esplora i sotterranei delle linde villette monofamiliari di Canicola, svelando il rimosso della società austriaca.

Lunedì Actress di Robert Greene, che riprende i momenti di vita quotidiana di Brandy Burre, una delle interpreti dell’acclamata serie televisiva HBO The Wire. Dopo aver interrotto la carriera per dedicarsi allla vita domestica e ai due figli, l’attrice desidera ritorna a calcare nuovamente le scene ma si scontra con grosse difficoltà.

QGVKOZSHTPBZYYAZDIRECTOR LECH KOWALSKI

La Retrospettiva dedicata a Lech Kowalski presenta due film: East of Paradise (2005), considerato da molti il suo capolavoro, è un film spaccato in due tra la testimonianza della madre del regista, deportata in un campo di lavoro sovietico sotto Stalin, e quella dell’autore stesso che ripercorre gli anni della propria formazione e trova in ogni forma di opposizione al sistema, linfa vitale e ispirazione per il proprio cinema; Born to Lose (2001), realizzato nell’arco di un decennio dando forma a oltre 400 ore di materiale filmato, è un ritratto glorioso e struggente di Johnny Thunders, leader dei New York Dolls e degli Hearthbreakers, morto a soli 39 anni.

 

Per aggiornamenti su programma, sedi e orari:

www.filmmakerfest.com

Facebook: Filmmaker Festival

CINEMA ARCOBALENO – SALA 300

VENERDÌ 28 NOVEMBRE

21.30 EVENTO D’APERTURA

OMAGGIO LUCE

9×10 Novanta – Confini

di Alina Marazzi

(Italia 2014, DCP, b/n 10’)

FILM D’APERTURA

Jauja

di Lisandro Alonso

(Danimarca, USA, Argentina, Messico, Brasile, Olanda, Germania, Francia 2014, DCP, col. 108’)

 

 

ARCOBALENO FILM CENTER – SALA 300

SABATO 29 NOVEMBRE

15.30

OMAGGIO LUCE

9×10 Novanta – Tubiolo e la luna

di Marco Bonfanti

(Italia 2014, DCP, b/n 10’)

PROSPETTIVE

Ninì

di Gigi Giustiniani

(Italia 2014, DCP, col. e b/n 63’)

alla presenza degli autori

17.30 CONCORSO

Letters to Max

di Eric Baudelaire

(Francia 2014, DCP, col. 103’)

alla presenza dell’autore

19.30 RETROSPETTIVA LECH KOWALSKI

East of Paradise

di Lech Kowalski

(Francia 2005, Beta, col. 110’)

alla presenza dell’autore

21.30

FUORI FORMATO

Deep Sleep

di Basma Alsharif

(Malta, Grecia, Francia, Palestina 2014, HD, col. 13’)

alla presenza dell’autrice

CONCORSO

Actress

di Robert Greene

(USA 2014, DCP, col. 86’)

ARCOBALENO FILM CENTER – SALA 300

DOMENICA 30 NOVEMBRE

15.30 PROSPETTIVE

Onde

di Francesco Bertocco

(Italia 2014, DCP, col. 13’)

alla presenza dell’autore

Rada

di Alessandro Abba Legnazzi

(Italia 2014, HD, b/n 70’)

alla presenza dell’autore

17.30 FUORI CONCORSO

One Cut, One Life

di Lucia Small e Ed Pincus

(USA 2014, DCP, col. 107’)

alla presenza dell’autrice

19.30

OMAGGIO LUCE

9×10 Novanta – Il mio dovere di sposa

di Claudio Giovannesi

(Italia 2014, DCP, col. 10’)

CONCORSO

Im Keller (In the Basement)

di Ulrich Seidl

(Austria 2014, DCP, col. 85’)

21.30 RETROSPETTIVA LECH KOWALSKI

Born to Lose (aka The Last Rock’n’Roll Movie)

di Lech Kowalski

(Usa, Francia 2001, Beta, col. 104’)

alla presenza dell’autore

CINEMA PALESTRINA

LUNEDÌ 1 DICEMBRE

 

17.30 CONFERENZA STAMPA per l’annuncio del vincitore del bando ArteVisione 2015 

Un progetto di Careof DOCVA e Sky per il Sociale a sostegno dei giovani artisti italiani.

Intervengono Chiara Agnello (Careof DOCVA), Marzia Kronauer (Sky per il Sociale) e Roberto Pisoni (Sky Arte)con gli artisti Yuri Ancarani (partecipante ArteVisione 2014) e i finalisti del bando 2015 Fatima BianchiAnna Franceschini – Diego Marcon e Luca Trevisani.

18.30 FUORI FORMATO

TATTICHE DI SPAESAMENTO 

Deep Sleep

di Basma Alsharif

(Malta, Grecia, Francia, Palestina 2014, 16 mm > HD, col. 13’)

The Dragon Is the Frame

di Mary Helena Clark

(USA 2014, 16 mm > HD, col. e b/n 15’)

The Figures Carved into the Knife by the Sap of the Banana Trees

di Joana Pimenta

(USA, Portogallo 2014, 16 mm > DCP, col. 16’)

Despedida

di Alexandra Cuesta

(USA 2013, 16 mm > HD, col. 10’)

The Claustrum

di Jay Rosenblatt

(USA 2014, HD col. e b/n 16′)

20.00

OMAGGIO LUCE

9×10 Novanta – L’Italia umile

di Pietro Marcello e Sara Fgaier

(Italia 2014, DCP, col, 10’)

CONCORSO

Les Tourmentes

di Pierre-Yves Vanderweerd

(Belgio, Francia 2014, DCP, col. 77’)

alla presenza dell’autore

22.00 CONCORSO

Qui

di Daniele Gaglianone

(Italia 2014, DCP, col. 124’)

alla presenza dell’autore

TFF 2014 – ABACUC di Luca Ferri nella sezione ONDE

Ricevo e volentieri pubblico

Viene presentato al Torino Film Festival 2014
l’ultimo film di Luca Ferri, prodotto da Lab 80 film

 ABACUC_bagno

È Abacuc: protagonista un superstite ossessivo
come metafora del cinema d’oggi. Girato in Super 8

Viene presentato in anteprima all’edizione 2014 del Torino Film Festival, lunedì 24 novembre, l’ultimo film di Luca Ferri: è Abacuc, un lungometraggio di 85 minuti in bianco e nero, realizzato in Super 8 e prodotto da Lab 80 film.

Proposto all’interno della sezione Onde, il film è interamente centrato sulla figura del protagonista: Abacuc, interpretato dall’attore Diego Bacis, è l’ultimo uomo, un superstite che si ripete in modo ossessivo in una quotidianità che è tanto scarna quanto simbolica.

Luca Ferri, regista che nei suoi lavori si muove in ambiti visivi inusuali e spesso spiazzanti realizzando un cinema che è in continua trasformazione, ha scelto di nuovo Bacis come interprete di un suo lavoro: 198 chili e 42 anni, uno sguardo fisso e glaciale (ma non per questo feroce o disumano), è già stato protagonista di altri due film di Ferri.

ABACUC_san pietro

Questa volta è Abacuc, un uomo che passa il suo tempo in una immobilità distaccata da qualsiasi emozione, si reca prevalentemente al cimitero, in parchi tematici dell’Italia in miniatura o vicino ad architetture utopiche. Vive in una casa ferroviera e non proferisce mai parola, l’unica voce che si sente è quella femminile e fuori campo che interviene quando, strappato per un momento alla sua solitudine catastrofica, Abacuc alza una cornetta telefonica con il filo staccato: la donna rimane celata, comunica tramite citazioni letterarie e si rivelerà un cul de sac come l’esistenza di Abacuc, perché è soltanto il suo sdoppiamento.

Vive all’interno di geometrie rigorose, la sua esistenza è una sorta di sinfonia inceppata: Abacuc è una marionetta senza spettatore, recita l’ultima pièce possibile.

Dice Luca Ferri: «Abacuc, o Dario Bacis, come lo si vuol chiamare, ha una forza visiva unica, sembra un dipinto di Piero della Francesca. È il mio ecce homo, un individuo capace di condensare in sé il senso stesso del film: una riflessione sulla condizione del cinema come mezzo espressivo. In quanto sopravvissuto alla catastrofe, che vive nel continuo inseguimento di nulla, Abacuc rappresenta il bisogno dell’arte cinematografica di autoestinguersi e implodere in sé stessa. Non può essere che così, visto il suo stato oggi».

Il film diventa una metaforica riflessione, un pensiero ironico e inaspettato sulla storia e l’essenza stessa del cinema. Non secondaria, in questa prospettiva, è stata la scelta del Super 8: in un’epoca in cui il cinema rincorre in modo spesso acritico le ultime novità tecnologiche, la ripresa in Super 8 è un ritorno all’inizio, una riduzione all’essenza.

Le musiche originali di Abacuc sono del Maestro Dario Agazzi: più che una colonna sonora una partitura contemporanea, in cui una sorta di requiem da organetto segue la ripetitività di Abacuc in un accompagnamento sonoro che sa quasi di vecchie chincaglierie.

Luca Ferri, bergamasco classe 1976, già autore di metaromanzi e regista autodidatta, prima di Abacuc ha realizzato quattro mediometraggi e tre lungometraggi. Nel 2012, con Magog o epifania del barbagianni, ha partecipato al Festival del Nuovo Cinema di Pesaro, nel 2013 il suo Habitat, un dialogo con il grande regista italiano Franco Piavoli, ha partecipato al Torino Film Festival.

Il film è stato selezionato al Torino Film Festival 2014, nella Sezione Onde; al Festival Internacional de Cine de Mar del Plata 2014, in Argentina, nella Sezione Italia Alterada 7½ (dove viene proiettato a poche ore di distanza dall’anteprima italiana di Torino), e al Filmmaker Festival di Milano, edizione 2014, nella Sezione Prospettive.

Trailer http://vimeo.com/109822472