LA RECENSIONE – NINNA NANNA di Dario Germani e Enzo Russo

nino frassica-2TITOLO: NINNA NANNA; REGIA: Dario Germani, Enzo Russo; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Francesca Inaudi, Fabrizio Ferracane, Nino Frassica; durata: 112′

Nelle sale italiane dal 29 giugno, Ninna nanna è l’opera prima di Dario Germani ed Enzo Russo, prodotta da Tonino Abballe.

Anita è un’enologa di successo che vive in un piccolo paesino della Sicilia. La donna è felicemente sposata con Salvo ed aspetta la prima figlia. In seguito alla nascita della piccola Gioia, però, qualcosa si incrina e la donna inizierà a vedere la figlioletta più come una minaccia per il suo matrimonio ed il suo lavoro che come una benedizione. Non sarà facile gestire il suo disagio, soprattutto perché nessuno sembrerà disposto a capirla.

ninna_nanna1Dopo l’uscita nelle sale di Girotondo, per la regia di Tonino Abballe, ecco un nuovo prodotto proveniente dalla stessa équipe che, analogamente al primo lavoro, tenta di analizzare un disagio interiore ancora sconosciuto ai più. In questo caso parliamo di depressione post partum e la storia di Anita è la storia di molte altre donne nelle sue condizioni che difficilmente riescono a trovare conforto e comprensione.

nn01Seppur delicata ed adeguatamente empatica, la storia della protagonista vede una sceneggiatura con troppi clichés, per una soluzione finale che appare fin troppo scontata ed anche un po’ affrettata. Il fatto che Ninna nanna sia un’opera prima, lo si vede, purtroppo, da una maldestra direzione attoriale, di fianco ad un cast di tutto rispetto, con un’importante esperienza alle spalle, come anche da scelte registiche che risultano spesso eccessive, malgrado le buone intenzioni (in particolare per quanto riguarda le scene oniriche).

Un po’ di sbavature, anche per quanto riguarda la post produzione, e qualche eccesso di troppo, dunque, per un lavoro in cui tutto sommato si vede che chi ci ha lavorato ha creduto molto. Bisognerà aspettare un nuovo lavoro dei due giovani registi per sapere in come si evolverà il loro modo di fare cinema.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

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LA RECENSIONE – CODICE CRIMINALE di Adam Smith

Codice_criminale_2016TITOLO: CODICE CRIMINALE; REGIA: Adam Smith; genere: drammatico; paese: Gran Bretagna; anno: 2017; cast: Michael Fassbender, Brendan Gleeson, Sean Harris; durata: 99′

Nelle sale italiane dal 28 giugno, Codice criminale è l’ultimo film del regista Adam Smith, con protagonisti Michael Fassbender e Brendan Gleeson.

La famiglia Cutler vive ai margini della società ed è da anni dedita alla malavita. Chad, padre di due bambini, è da tempo ricercato dalla polizia per numerosi furti  realizzati insieme al padre Colby. La sua condotta creerà non pochi problemi anche ai figli. L’uomo, tuttavia, tenterà in ogni modo di riscattarsi e di riacquistare la fiducia da parte dei bambini.

1494589838_10360-Tresspass-Against-Us-Photo-Nick-Wall-590x341Indubbiamente i personaggi qui messi in scena da Smith sono parecchio interessanti. Soprattutto per la loro complessità e le loro mille sfaccettature. Se poi portati avanti da un cast di tutto rispetto, ecco che immediatamente acquistano tutte le carte in regola per avere successo sul grande schermo. E così è, infatti, per il protagonista Chad, così come per sua moglie Kel o per suo padre Colby.

L’estrema periferia inglese, dal canto suo, si fa ottima location per un dramma famigliare e sociale, nonché interessante fotografia di una realtà apparentemente isolata dal resto del mondo e che, di fatto, sembra essere addirittura dimenticata dal mondo stesso.

1494590198_tau_reel_05_still.0003754-590x246Malgrado, però, la buona regia – particolarmente interessanti, a tal proposito,le scene delle corse in macchina e gli ultimi minuti, in cui vediamo Chad seduto con sui figlio su di un albero, al fine di salutarlo prima di consegnarsi alla polizia – e gli interessanti spunti iniziali, questo ultimo lavoro di Adam Smith sembra non riuscire a spiccare quel salto di qualità che gli permetta di distinguersi dai numerosi prodotti del genere che ogni anno escono in sala.

Peccato. Soprattutto perché le premesse per una buona riuscita c’erano tutte. Eppure, a livello di scrittura, manca forse quell’indagine, quell’approfondimento particolare che dia al prodotto finale uno sguardo del tutto personale, ma ben definito.

Gradevole? Sì. Appassionante? Abbastanza. La buona riuscita di Codice criminale, però, sembra limitarsi solo a ciò.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CATTIVISSIMO ME 3 di Pierre Coffin e Kyle Balda

despicablemeTITOLO: CATTIVISSIMO ME 3; REGIA: Pierre Coffin, Kyle Balda; genere: animazione; paese: USA, Francia; anno: 2017; durata: 98′

Nelle sale italiane dal 24 agosto, Cattivissimo me 3 è l’ultimo (per ora) capitolo della fortunata saga di animazione iniziata nel 2010 con Cattivissimo me, a cui sono seguiti Cattivissimo me 2 (2013) e lo spin-off Minions (2015). Anche in occasione di questo ultimo capitolo, la regia è stata affidata al francese Pierre Coffin – a lui, tra l’altro, il compito di doppiare i simpatici minions – mentre il suo braccio destro Chris Renaud è stato sostituito da Kyle Balda.

A distanza di ben quattro anni dall’ultimo capitolo, ritroviamo, come sempre l’ex cattivissimo Gru, felicemente sposato con la simpatica spia Lucy e papà realizzato delle tre orfanelle – Margot, Edith e Agnes – adottate nel primo film. Il capo della Lega Anti Cattivi, Silas Caprachiappa, è ormai andato in pensione e la nuova direttrice non ci metterà molto a licenziare, senza tanti complimenti, Gru e Lucy, dopo che entrambi hanno fallito la loro ultima missione, che consisteva nel catturare un nuovo, pericoloso criminale: Balthasar Bratt, ex bambino prodigio degli anni ’80 intenzionato a radere al suolo Hollywood, che, a distanza di anni, sembra averlo del tutto dimenticato. Le novità, però, non finiscono qui: ormai senza lavoro, Gru riceve, un giorno, una lettera inaspettata che lo informa circa l’esistenza di un suo fratello gemello – Dru – intenzionato a conoscerlo ed a riallacciare i rapporti. A cosa porterà la nascita di questo nuovo legame?

downloadRicco di spunti l’incipit, perfettamente all’altezza degli altri film – se non, per certi versi, addirittura più interessante – il resto del lungometraggio, Cattivissimo me 3, rispetto ad altre fortunate saghe di animazione che, man mano che si è andati avanti con i capitoli, hanno perso di mordente – come, ad esempio, la saga di Madagascar o di Kung fu Panda – si classifica come un prodotto ricco di interessanti riflessioni sul passato, sul presente, sulla società del consumismo e, non per ultimo, su Hollywood e sul mondo del cinema e dello star system in generale.

A tal proposito, la figura del cattivo Balthasar Bratt è emblematica: ex bambino prodigio, amante delle gomme da masticare – diventate, in seguito, la sua arma più terribile – e di Michael Jackson, di cui imita alla perfezione il look e le movenze, il criminale sta a rappresentare un passato che sembra ormai dimenticato da una “società dell’usa e getta”, la società dei fast food, degli speed date e di tutto ciò che non richieda troppo tempo e dedizione e che possa essere facilmente sostituito ogni volta da qualcosa di “nuovo”. Ed Hollywood stessa, in questo caso, non ne esce del tutto pulita, in quanto artefice della rovina dello stesso Bratt, così come di molti altri divi del passato.

cattivissimo-me-3-trailer-italiano-1280x720Alla luce di tali riflessioni, però, c’è qualcosa che, sebbene nato nei nostri giorni, sembra essere destinato, in un modo o nell’altro, a “passare alla storia”? Sembra proprio di sì. E sono proprio i minions il fortunato cavallo di battaglia di tutta la saga, che – piccoli, gialli e spassosi, pensati come una grade e chiassosa scolaresca di soli alunni maschi – fin dal primo Cattivissimo me hanno saputo conquistare grandi e piccini, al punto di diventare delle vere e proprie icone, spingendo la Universal a produrre uno spin-off a loro dedicato prima ancora di finire la saga. Senza contare che la Illumination Mac Guff, dove i simpatici esserini gialli hanno visto la luce, da grande sconosciuta qual era prima, adesso è diventata grazie a loro uno dei più acclamati studi di animazione. D’altronde, come non affezionarsi e divertirsi con questi simpatici personaggi?

Al termine della visione di Cattivissimo me 3, non possiamo affermare con esattezza se questo sia o meno l’ultimo capitolo della saga, dal momento che il finale è stato volutamente lasciato in sospeso. Eppure ci auguriamo soltanto che la Universal stessa trovi sempre la chiave giusta per portare avanti la storia di Gru, dei minions, delle bambine e di tutti i personaggi a cui noi tutti siamo affezionati. Chissà come ne sarebbe contento Stefano – cugino della sottoscritta – a cui è dedicato questo articolo!

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – WEST OF THE JORDAN RIVER di Amos Gitai

WestOfTheJordanRiver-Photo1-AmosGitai_986TITOLO: WEST OF THE JORDAN RIVER; REGIA: Amos Gitai; genere: documentario; paese: Israele; anno: 2017; durata: 88′

Presentato alla Quinzaine der Réalisateurs alla 70° edizione del Festival di Cannes, West of the Jordan River è l’ultimo documentario del celebre cineasta israeliano Amos Gitai.

Ricollegandosi inizialmente all’ ultimo documentario del cineasta israeliano (Rabin, the last day, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2015), è proprio dalla figura dell’ex Primo Ministro israeliano – Yitzhak Rabin, appunto – e dal suo progetto di mediazione che prende il via West of the Jordan River. Fu lo stesso Gitai, a suo tempo ad intervistare Rabin. Molti anni dopo l’assassinio dello stesso, però, la situazione non appare migliorare, sebbene da parte della popolazione il desiderio di pace sia forte come non mai. Ed ecco che adulti, bambini, membri di associazioni che prevedono la convivenza tra arabi ed israeliani fanno sentire le loro voci alla telecamera, raccontando ognuno la propria, personale realtà ed alternandosi, di quando in quando, ad analisi di giornalisti e storici.

Ed il cinema, in tutto ciò, che fa? Di certo non è un semplice spettatore, o meglio un testimone silente. Il cinema, in questo ultimo lavoro di Gitai diviene di diritto un vero e proprio attore, presente com’è in ogni situazione mostrataci. Ed ecco che non solo il regista stesso, ma anche macchine da presa, microfoni ed operatori fanno il loro ingresso in campo, quasi a voler ricordare l’importanza stessa della Settima Arte, in qualità di ulteriore strumento di informazione, denuncia ed esortazione ad agire.

Se si pensa al penultimo lavoro di Gitai – Rabin, the last day, appunto – di certo West of the Jordan River per quanto riguarda la messa in scena stessa può essere – erroneamente – classificata come un’opera di gran lunga più modesta rispetto all’imponente documentario presentato a Venezia, in cui anche il live action aveva avuto il proprio spazio. Eppure, questa ultima fatica del cineasta israeliano modesta non lo è affatto. Ciò che abbiamo davanti agli occhi è un intenso film corale, molto personale e comunicativamente efficace che non esita a mostrarci la cruda realtà, ma che, tuttavia, non cela nemmeno una certa speranza ed un certo ottimismo per quanto riguarda un prossimo futuro. Sono la prova di ciò l’immagine di una giostra e di alcuni giocatori di backgammon in chiusura del film, che stanno a suggerire un contesto sereno e pacifico. Eccessivamente ingenuo? Fin troppo ottimista? Più che altro, decisamente speranzoso, West of the Jordan River. Speranzoso e tanto, tanto efficace. Anche stavolta, dunque, la Settima Arte ha saputo colpire nel segno.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – L’INFANZIA DI UN CAPO di Brady Corbet

coverlg (1)TITOLO: L’INFANZIA DI UN CAPO; REGIA: Brady Corbet; genere: drammatico; paese: USA, Francia, Canada, Belgio, Ungheria, Regno Unito, Svezia; anno: 2015; cast: Robert Pattinson, Berenice Bejo, Stacy Martin; durata: 113′

Nelle sale italiane dal 29 giugno, L’infanzia di un capo – ispirato all’omonimo racconto di Jean-Paul Sartre ed al romanzo Il mago di John Fowles – è la pluripremiata opera prima dell’attore Brady Corbet, vincitrice, nel 2015, del Premio Orizzonti alla Miglior Regia e del Premio Luigi De Laurentiis alla Miglior Opera Prima alla Mostra del Cinema di Venezia.

Il film si divide in quattro atti che segnano la formazione del carattere del giovane Prescott. La Prima Guerra Mondiale è finita da poco. Il bambino, figlio di un diplomatico e di una donna molto religiosa, vive appena fuori Parigi ed è soggetto a frequenti scatti d’ira che, di volta in volta, staranno a stravolgere gli equilibri famigliari costituitisi. La sua formazione caratteriale ed il suo divenire un importante uomo di potere staranno a simboleggiare il male del fascismo che proprio in quegli anni iniziò a prendere piede.

linfanzia_di_un_capo_scenaGirato in 35mm, questo primo lungometraggio di Corbet non stupisce solo per l’impeccabile confezione stilistica in sé, ma soprattutto per la straordinaria maturità e lucidità che traspaiono da un lavoro così complesso e così profondo. Fin dai primi minuti le immagini di un treno in corsa di notte, unite ad una musica quasi ansiogena riescono fin da subito a catapultare lo spettatore in un ambiente sinistro, che è quello della casa di Prescott, culla di pericolosi ideali nascituri.

La macchina da presa è nelle mani di Corbet agile e coraggiosa: non ha paura di osare ed andare oltre gli schemi. Particolarmente degne di nota, a tal proposito, sono la sequenza finale, in cui vediamo un Prescott adulto scendere dalla macchina tra una folla adorante, e la fine del terzo atto, quando il protagonista, ancora bambino, cade per terra al termine di un ultimo scatto d’ira e la stessa macchina da presa si capovolge, indicandoci la distruzione di ogni equilibrio.

The_Childhood_of_a_Leader_1_-_Tom_SweetDalle ambientazioni alle musiche, dalla scelta degli interpreti all’ottima qualità delle immagini, tutto sembra impeccabile. E, in seguito alla visione di questo primo lungometraggio di Corbet in molti – a ragione – hanno urlato al miracolo. Si pensi che il compianto Jonathan Demme – presidente della giuria Orizzonti all’epoca – ha addirittura paragonato il giovane cineasta ad Orson Welles. E, di fatto, L’infanzia di un capo, opera imponente e maestosa, i premi vinti li ha meritati eccome. Peccato solo che in Italia ci abbia messo ben due anni ad uscire in sala.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – LE ARDENNE di Robin Pront

coverlgTITOLO: LE ARDENNE; REGIA: Robin Pront; genere: drammatico; paese: Belgio; anno: 2017; cast: Jeroen Perceval, Kevin Janssen, Veerle Baetens; durata: 92′

Nelle sale italiane dal 29 giugno, Le Ardenne è l’ultimo lungometraggio diretto dal belga Robin Pront, presentato dal Belgio come candidato agli Oscar nel 2017 come Miglior Film Straniero.

In seguito ad un tentativo di rapina finito male, il giovane Kenneth viene arrestato e condannato a quattro anni di galera. Il ragazzo, però, non ha detto alla polizia che gli altri suoi complici erano suo fratello Dave e la sua ragazza Sylvie. Gli anni passano, il ragazzo finalmente esce di galera, ma, nel frattempo, la sua fidanzata ha iniziato una storia con Dave ed aspetta un figlio da lui. La verità, dunque, non potrà essere tenuta nascosta a lungo.

ardennes_02Per essere un’opera prima, questo lungometraggio del giovane Robin Pront ha indubbiamente degli spunti piuttosto interessanti. L’ambientazione, in primis, è molto ben strutturata: una periferia abbandonata dove anche chi ci vive sembra quasi abbandonato a sé stesso ed al proprio destino. Non è facile uscire indenni da una realtà del genere. Lo sanno bene i due protagonisti, che ogni giorno devono lottare per tenersi stretto il lavoro e per restare lontani da ogni ipotetico guaio. Un mondo duro, questo descritto da Pront. Duro e spietato, dove non vi sono buoni né cattivi, dove si è a turno vittime e carnefici.

Fatta eccezione per il personaggio di Kenneth, a volte un po’ troppo caricato, le altre figure sono molto ben caratterizzate, compresa la madre dei due ragazzi: una donna che, dopo aver visto davvero di tutto nella vita, non desidera altro che restare tranquilla e lontana da ogni qualsivoglia preoccupazione. Anche a costo di allontanare i suoi stessi figli.

coverlg_home (4)All’interno dello script forse c’è qualche incongruenza di troppo, a tratti – soprattutto nella parte centrale – il lungometraggio in sé potrebbe risultare poco credibile. Eppure tali “mancanze” vengono compensate da un più che riuscito ribaltamento finale, il quale, da solo, riesce a sollevare le sorti dell’intero lungometraggio.

Un interessante esordio, dunque, questo di Robin Pront. Non resta che attendere altri suoi lavori, dunque, per vedere in che modo si evolverà e crescerà come cineasta.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – LES FANTOMES D’ISMAEL di Arnaud Desplechin

les_fantomes_dismaelTITOLO: LES FANTÔMES D’ISMAËL; REGIA: Arnaud Desplechin; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Mathieu Amalric, Charlotte Gaisbourg, Marion Cotillard; durata: 110′

Il film d’apertura di Cannes 70 è stato Les fantômes d’Ismaël, ultima fatica del celebre cineasta francese Arnaud Desplechin.

Ismaël è un affermato regista. Quando era poco più che ventenne è stato abbandonato dalla giovane moglie, figlia di un suo caro amico, anch’egli stimato cineasta. Tale mancanza ha lasciato il segno, anche a distanza di molti anni. La vita dell’uomo, però, sembra prendere la piega giusta in seguito all’incontro con la bella ed intelligente Sylvia, che diventerà la sua nuova compagna. Quando tutto sembra andare per il meglio, però, ecco che la prima moglie, ormai data ufficialmente per dispersa, torna improvvisamente nella vita di Ismaël, rompendo qualsiasi equilibrio costruitosi.

Le vicende del protagonista e della sua prima moglie corrono in parallelo con un’altra storia: quella del fratello di Ismaël stesso, agente segreto che, a causa del suo lavoro, non fa che sparire e ricomparire in luoghi e situazioni impensabili. La storia, questa, dell’ultimo lungometraggio al quale il protagonista sta lavorando.

Ed ecco che le cose si fanno complesse. Non sono più due livelli – passato e presente – ad intersecarsi, ma addirittura tre, dal momento che anche la storia immaginaria del fratello-agente segreto sembra occupare uno spazio sempre più importante all’interno della narrazione stessa, dando vita, così, ad un interessante discorso sul cinema, sulla commedia umana e sulla messa in scena che si fonde con la realtà, che, però, a causa dei troppi elementi tirati in ballo, tende ogni tanto a perdersi, per poi, tuttavia, ritrovare immediatamente il filo del discorso. Particolarmente d’impatto, a tal proposito, il momento in cui Ismaël, in piena crisi creativa e personale, illustra al produttore il suo progetto, con un telo bianco sullo sfondo, surrogato dello schermo cinematografico.

Per quanto riguarda la figura della “donna che visse due volte”, prima moglie del protagonista, quale scelta migliore di un’interprete affascinante, ma anche eccezionalmente talentuosa come Marion Cotillard? Ad una donna così non può che far fronte, dall’altro canto, una altrettanto bella e dotata artista del calibro di Charlotte Gainsbourg. E così, nel momento in cui le due donne, dopo essersi incontrate, inizieranno una forzata convivenza e, durante la loro prima, vera conversazione si instaurerà un sottile gioco di sguardi unito a parole di convenienza, ci troviamo davanti alla più grande prova attoriale di tutto il lungometraggio. Momento, questo, in cui le due interpreti riescono con la loro bravura a mettere in ombra l’intero cast, sebbene sia composto da altrettanti artisti di tutto rispetto.

Un’ulteriore conferma del talento di Desplechin e della sua grande abilità nel mettere in scena le crisi personali, questo Les fantômes d’Ismaël, interessante nella struttura, talvolta rischiosa ma mai così tanto da minacciare la reale riuscita del film. Ed all’interno di un concorso che, in linea di massima, non ha convinto proprio tutti, questo ultimo lungometraggio del cineasta francese si è rivelato un’apertura più che dignitosa.

VOTO: 7/10

Marina Pavido