LA RECENSIONE – LA PARTITA di Francesco Carnesecchi

lapartitaTITOLO: LA PARTITA; REGIA: Francesco Carnesecchi; genere: commedia, drammatico; paese: Italia; anno: 2018; cast: Francesco Pannofino, Giorgio Colangeli, Alberto Di Stasio; durata: 94′

Presentato in anteprima al Riff 2018, La Partita è l’opera prima del giovane regista Francesco Carnesecchi, tratta da un suo precedente cortometraggio.

Questa è la storia di una piccola squadra di Roma Sud, che, pur esistendo da diversi anni, come la didascalia iniziale sta ad affermare “non ha mai vinto un cazzo”. La storia di una squadra piccola piccola che, tuttavia, non è riuscita a evitare che i piccoli criminali del posto approfittassero per trarre loschi vantaggi economici a scapito di sprovveduti dirigenti e allenatori.

E così, con un struttura atipica, con tanto di frequenti e spesso inaspettati salti spazio-temporali viene messa in scena quella che, probabilmente, è stata la partita più importante della suddetta squadra di calcio, tra intrighi vari e sogni di giovani calciatori e dei relativi genitori.

Un film corale, questo di Carnesecchi, in cui viene messa in scena una riuscita contrapposizione genitori-figli in un’eterna lotta generazionale dove nessuno ne esce realmente vincitore. Un prodotto sì imperfetto e spesso mal calibrato, con tanto di elementi tirati in ballo e lasciati ingiustificatamente in sospeso, ma anche un lavoro estremamente onesto e sentito, dove non mancano divertenti espedienti comici e scene ai limiti del paradossale (vedi, ad esempio, la rissa durante il pranzo di cresima della cuginetta di uno dei giovani calciatori), che ben si legano al resto della messa in scena. ottimo biglietto da visita per un cineasta che ha ancora tanta strada da fare.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

Annunci

LA RECENSIONE – NOVE LUNE E MEZZA di Michela Andreozzi

fermo-film-nove-lune-e-mezza-2017TITOLO: NOVE LUNE E MEZZA; REGIA: Michela Andreozzi; genere: commedia; paese: Italia; anno: 2017; cast: Claudia Gerini, Michela Andreozzi, Giorgio Pasotti; durata: 100′

Nelle sale italiane dal 12 ottobre, Nove lune e mezza è l’opera prima dell’attrice Michela Andreozzi.

Livia e Tina sono due sorelle molto legate tra loro, ma dalle vite diametralmente opposte: la prima è una vivace violoncellista che da sempre rivendica il proprio diritto di non avere figli, mentre la seconda è un vigile urbano timido ed insicuro, che, al contrario, da anni cerca di restare incinta senza, però, riuscirci mai. Un giorno Nicola, ginecologo di entrambe, ha un’idea: impiantare nell’utero di Livia un ovulo fecondato di Tina, al fine di far diventare finalmente madre quest’ultima. L’operazione, però, ancora illegale in Italia, dovrà essere tenuta nascosta. Sarà la stessa Tina, dunque, a dover fingere di essere incinta, mentre Livia dovrà in tutti i modi nascondere la propria gravidanza.

Seppur il tema di base sia piuttosto interessante ed i presupposti per un interessante sviluppo ci siano tutti, purtroppo questa opera prima di Michela Andreozzi non riesce a spiccare il volo come ci si aspetterebbe, restando ancora fortemente ancorata agli standard – con tanto di clichés, deboli espedienti comici ed elementi già visti – tipici della commedia contemporanea nostrana di grande distribuzione. Peccato, soprattutto perché, fin dall’inizio, la situazione di partenza e, nello specifico, i personaggi descritti sembrano funzionare: molto interessante, seppur leggermente banale, a tal proposito, la caratterizzazione delle due sorelle, così come del padre di entrambe – fervente comunista – e del loro fratello, neocatecumenale.

Nonostante ciò, il principale problema di Nove lune e mezza sta proprio nello script: disturbano non poco, infatti, elementi lasciati in sospeso come il successo del video caricato su internet da Livia (che la mostra intenta a suonare il violoncello durante la gravidanza) o il pomposo monologo dell’ostetrica riguardante il diventare genitori, il quale fa quasi da sfondamento (involontario) della cosiddetta quarta parete. Come si può facilmente immaginare (e prevedere), dunque, il finale risulta eccessivamente buonista ed edulcorato, cosa che, purtroppo, fa sì che un’opera prima come Nove lune e mezza – la quale, da un punto di vista prettamente registico risulta tutto sommato piuttosto pulita – non riesca a fare la differenza, a decollare e a staccarsi dall’enorme numero di commedie italiane che ogni anno, copiose, approdano sui nostri schermi. No, neanche questa è stata la volta buona.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – L’INTRUSA di Leonardo Di Costanzo

covermd_home (2)TITOLO: L’INTRUSA; REGIA: Leonardo Di Costanzo; genere: drammatico; paese: Italia; anno: 2017; cast: Raffaella Giordano, Valentina Vannino, Martina Abbate; durata: 95′

Nelle sale italiane dal 28 settembre, L’intrusa è il secondo lungometraggio a soggetto diretto da Leonardo Di Costanzo e presentato alla Quinzaine des Réalisateurs durante l’ultima edizione del Festival di Cannes.

Giovanna è la fondatrice del centro “La Masseria” di Napoli, un luogo di ritrovo dove i bambini possono imparare a convivere gli uni con gli altri e possono stimolare la loro creatività, restando, dunque, alla larga dalla malavita locale. Un giorno giunge al centro Maria, giovane moglie di un camorrista ricercato per un efferato omicidio. La donna chiederà a Giovanna di essere ospitata presso il centro insieme ai suoi due bambini. La sua presenza, però, causerà non pochi problemi all’interno del centro stesso.

Dopo il successo di L’intervallo – prima opera di finzione di Di Costanzo, presentata nel 2012 alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti – di certo il nuovo lungometraggio del giovane autore partenopeo è stato uno dei titoli più attesi dalla critica nostrana. E, di fatto, sebbene con meno mordente rispetto al precedente lavoro, L’intrusa si è rivelato un’ulteriore conferma del talento e della straordinaria sensibilità di Di Costanzo nel raccontare una Napoli fortemente segnata dalla malavita, senza scadere in banali luoghi comuni o in qualcosa di già visto.

Perché, di fatto, il cinema di Di Costanzo ci racconta piccole realtà racchiuse quasi in un mondo a sé, non immuni, però, da “contaminazioni” esterne. E le locations, vero marchio di fabbrica della cinematografia del regista, giocano, dunque, un ruolo fondamentale: le storie messe in scena sembrano svolgersi in delle specie di non-luoghi, o meglio, di luoghi isolati dal mondo, dove in pochi sembrano essere ammessi. È stato così con L’intervallo, dove abbiamo visto una ragazzina tenuta in ostaggio da un coetaneo in una vecchia casa abbandonata immersa nel verde, ed è così anche in L’intrusa, dove il centro fondato dalla protagonista sembra quasi una sorta di “isola felice”, dove i bambini possono ancora giocare all’aria aperta e sentirsi liberi.

Particolarmente interessante è il personaggio di Giovanna, protagonista del lungometraggio. Il suo conflitto interiore dovuto alla presenza di Maria viene ben messo in scena dall’occhio attento del regista. Eppure, purtroppo, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il personaggio della stessa Maria, nei confronti del quale il regista sembra troppo distaccato, troppo poco empatico.

Detto questo, il lavoro realizzato è comunque un fiore all’occhiello della cinematografia italiana contemporanea, la quale, in questo 2017, ci ha comunque regalato piacevoli sorprese (basti pensare, ad esempio, a titoli come A Ciambra di Jonas Carpignano, Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza o anche a L’equilibrio di Vincenzo Marra, giusto per fare alcuni nomi).

Non ci resta che aspettare, a questo punto, un nuovo lavoro di Di Costanzo, per vedere come si evolverà il suo modo di fare cinema. Quasi sicuramente non ne resteremo delusi. E poi, diciamolo pure, quanto è suggestiva la scena finale in cui vediamo i bambini ospiti del centro far fare una sfilata a Mr Johns, un pupazzo da loro costruito assemblando parti di vecchie biciclette?

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CODICE CRIMINALE di Adam Smith

Codice_criminale_2016TITOLO: CODICE CRIMINALE; REGIA: Adam Smith; genere: drammatico; paese: Gran Bretagna; anno: 2017; cast: Michael Fassbender, Brendan Gleeson, Sean Harris; durata: 99′

Nelle sale italiane dal 28 giugno, Codice criminale è l’ultimo film del regista Adam Smith, con protagonisti Michael Fassbender e Brendan Gleeson.

La famiglia Cutler vive ai margini della società ed è da anni dedita alla malavita. Chad, padre di due bambini, è da tempo ricercato dalla polizia per numerosi furti  realizzati insieme al padre Colby. La sua condotta creerà non pochi problemi anche ai figli. L’uomo, tuttavia, tenterà in ogni modo di riscattarsi e di riacquistare la fiducia da parte dei bambini.

1494589838_10360-Tresspass-Against-Us-Photo-Nick-Wall-590x341Indubbiamente i personaggi qui messi in scena da Smith sono parecchio interessanti. Soprattutto per la loro complessità e le loro mille sfaccettature. Se poi portati avanti da un cast di tutto rispetto, ecco che immediatamente acquistano tutte le carte in regola per avere successo sul grande schermo. E così è, infatti, per il protagonista Chad, così come per sua moglie Kel o per suo padre Colby.

L’estrema periferia inglese, dal canto suo, si fa ottima location per un dramma famigliare e sociale, nonché interessante fotografia di una realtà apparentemente isolata dal resto del mondo e che, di fatto, sembra essere addirittura dimenticata dal mondo stesso.

1494590198_tau_reel_05_still.0003754-590x246Malgrado, però, la buona regia – particolarmente interessanti, a tal proposito,le scene delle corse in macchina e gli ultimi minuti, in cui vediamo Chad seduto con sui figlio su di un albero, al fine di salutarlo prima di consegnarsi alla polizia – e gli interessanti spunti iniziali, questo ultimo lavoro di Adam Smith sembra non riuscire a spiccare quel salto di qualità che gli permetta di distinguersi dai numerosi prodotti del genere che ogni anno escono in sala.

Peccato. Soprattutto perché le premesse per una buona riuscita c’erano tutte. Eppure, a livello di scrittura, manca forse quell’indagine, quell’approfondimento particolare che dia al prodotto finale uno sguardo del tutto personale, ma ben definito.

Gradevole? Sì. Appassionante? Abbastanza. La buona riuscita di Codice criminale, però, sembra limitarsi solo a ciò.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – LA MIA FAMIGLIA A SOQQUADRO di Max Nardari

la-mia-famiglia-a-soqquadroTITOLO: LA MIA FAMIGLIA A SOQQUADRO; REGIA: Max Nardari; genere: commedia; anno: 2017; paese: Italia; cast: Gabriele Caprio, Marco Cocci, Bianca Nappi, Eleonora Giorgi; durata: 90′

Nelle sale italiane dal 30 marzo, La mia famiglia a soqquadro è il secondo lungometraggio diretto da Max Nardari, ispirato al libro Figli violati di Renea Rocchino Nardari, madre dell’autore.

Martino (interpretato dal giovane Gabriele Caprio) è un ragazzino undicenne appartenente alla classica famiglia del Mulino Bianco, emarginato a scuola perché considerato “diverso”, in quanto unico ragazzino con i genitori ancora uniti, che, però, al fine di integrarsi, farà di tutto affinché il suo nucleo famigliare si spacchi in due.

fam01Dato il tono di tutto il lungometraggio, anche se inizialmente il bambino può farci non poca simpatia, una volta entrati nel vivo della vicenda ed aver assistito alla presentazioni di personaggi e situazioni talmente stereotipati da sembrare addirittura irreali, ecco che, di punto in bianco, la storia inizia a perdere di ogni qualsivoglia interesse. Uno stereotipo dopo l’altro, una carrellata di luoghi comuni e buonismi di ogni genere, che culminano in un finale – che vede il giovane protagonista fare il suo discorso d’effetto, volto a chiarire qualsiasi equivoco e a riportare l’armonia in casa – ambientato, guarda caso, durante il periodo pre-natalizio. E chi più ne ha più ne metta.

la_mia_famiglia_a_soqquadro_clip_esclusiva_commedia-660x350Eppure, ripensando alle iniziali intenzioni dell’autore ed alla genesi del lungometraggio stesso, non si può non riconoscere una certa ingenuità ed anche una sorta di genuinità che manca, di fatto, a commedie recentissime come Mamma o papà?, diretta da Riccardo Milani, o La verità, vi spiego, sull’amore, di Max Croci – tutte nate da grandi produzioni. Il fatto di aver scelto di adattare per il grande schermo un libro scritto dalla propria madre e di averlo fatto con la propria casa di produzione, in realtà fa quasi tenerezza. Ed ecco che iniziamo a considerare La mia famiglia a soqquadro più come una specie di goliardata in famiglia che come un qualcosa che vuole definirsi a tutti i costi “il prodotto dell’anno”. E così iniziamo a “perdonare” tutti gli stereotipi presenti, gli attori eccessivamente sopra le righe, la disarmante prevedibilità della trama e via dicendo. Sul fatto che il lungometraggio di Nardari possa riuscire a fare o meno eccezione all’interno del palinsesto, però, vi sono ancora parecchie perplessità, per non dire addirittura scetticismi. Ma sta bene. Contenti loro, contenti tutti.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – DALL’ALTRA PARTE di Zrinko Ogresta

ON-THE-OTHER-SIDE-Dallaltra-parte-un-film-di-Zrinko-Ogresta-2017-1TITOLO: DALL’ALTRA PARTE; REGIA: Zrinko Ogresta; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Croazia, Serbia; cast: Ksenija Marinkovic, Lazar Ristovski, Tihana Lazovic; durata: 80′

Nelle sale italiane dal 30 marzo, Dall’altra parte è l’ultimo lungometraggio – di produzione serbo-croata – diretto dal regista Zrinko Ogresta, presentato alla 66° Berlinale nella sezione Panorama, dove ha ricevuto una menzione speciale e distribuito in Italia da Cineclub Internazionale Distribuzione.

Vesna vive a Zagabria, dove lavora come infermiera a domicilio, conducendo un’esistenza tranquilla e spesso monotona. La donna, però, porta dentro di sé un grande segreto. Il suo difficile passato tornerà inaspettatamente a bussare alla porta nel momento in cui suo marito – processato vent’anni prima per crimini di guerra – le telefonerà dopo tanti anni di silenzio.

Dallaltra-parte-immagine-filmUn lungometraggio decisamente complesso e stratificato, questo di Ogresta. Ciò che qui viene raccontato non riguarda solo la guerra e le pesanti conseguenze che ha portato dietro di sé. Il vero fulcro intorno a cui ruota Dall’altra parte è il tema universale del perdono, con tutte le sfumature che un argomento del genere può avere. Da qui, l’avvincente storia di Vesna (interpretata da una straordinaria Ksenija Marinkovic), donna forte, coraggiosa ma con una grande cicatrice dentro di sé, alle prese con problemi quotidiani riguardanti il lavoro ed i figli ormai adulti e, soprattutto alle prese con un passato non facile e con sentimenti contrastanti.

1455168718712_0570x0389_1455257794083La macchina da presa – prediligendo il piano sequenza in ogni scena – si pone, dal canto suo, quasi in disparte, come osservatrice mai giudicante, rispettosa e silente del dramma della protagonista. Ed ecco che, quindi, i personaggi ci vengono mostrati spesso decentrati rispetto al campo, riflessi in uno specchio o semi nascosti dietro vetri e tende.

La maturità artistica di Ogresta, dunque, ci ha regalato in questo caso un vero e proprio gioiello della cinematografia dell’Est Europa. Cinematografia che, dal canto suo, si è spesso rivelata interessante, ma che, purtroppo, non ha quasi mai ottenuto – almeno in Italia – l’attenzione che merita, fatta eccezione per sporadici festival cinematografici.

VOTO: 8/10

Marina Pavido