VENEZIA 75 – PREMI E CONCLUSIONI

biennale-di-venezia-2018-600x400Si è da poco conclusa la premiazione – presso la storica Sala Grande – di questa 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, anche quest’anno presieduta da ALberto Barbera. Tra sorprese, polemiche e meritate soddisfazioni, ecco, di seguito, cosa ha deciso la giuria presieduta da Guillermo del Toro:

LEONE D’ORO: ROMA di Alfonso Cuaron

LEONE D’ARGENTO ALLA MIGLIOR REGIA: The Sisters Brothers di Jacques Audiard

PREMIO OSELLA ALLA MIGLIOR SCENEGGIATURA: The Ballad of Buster Scruggs di Joel e Ethan Coen

GRAN PREMIO DELLA GIURIA: The Favourite di Yorgos Lanthimos

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: The Nightingale di Jennifer Kent

COPPA VOLPI ALLA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE: Willem Dafoe per At Eternity’s Gate

COPPA VOLPI ALLA MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE: Olivia Colman per The Favourite

PREMIO MASTROIANNI MIGLIOR ATTORE EMERGENTE: Baykali Ganambarr per The Nightingale

MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA – VENEZIA CLASSICI: The Great Buster: A Celebration

MIGLIOR RESTAURO: La Notte di San Lorenzo – Paolo e Vottorio Taviani

MIGLIOR OPERA PRIMA LUIGI DE LAURENTIIS: The Day I lost my Shadow di Soudade Kaadan

SEZIONE ORIZZONTI

MIGLIOR SCENEGGIATURA: Jinpa di Pema Tseden

MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE: Kais Nashif per Tel Aviv on Fire 

MIGLIOR INTERPRETAZIONE FEMMINILE: Natalya Kudryashova per The Man who surprised Everyone

PREMIO SPECIALE: The Announcement di Mahmut Fazil Coskun

MIGLIOR REGIA: Ozen di Emir Baigazin

MIGLIOR FILM: Manta Ray di Phuttiphong Aroonpheng

 

Noi di Entr’Acte siamo stati orgogliosi di poter presenziare, anche quest’anno, a questo importante appuntamento con la Settima Arte. La nostra rubrica da Venezia finisce qui. Arrivederci al prossimo anno e…buon Cinema a tutti!

Marina Pavido

VENEZIA 75 – CONSIDERAZIONI E PRONOSTICI

di8gmuvw4aerjtySiamo giunti, dopo dieci giorni intensi ed emozionanti, alla conclusione di questa 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Quest’anno, come non mai, l’offerta è stata tanto vasta quanto piacevolmente raffinata. E così, tra una sorpresa e l’altra, tra una polemica e l’altra (come accade di consueto in situazioni del genere), ci si avvicina pian piano alla tanto attesa premiazione che si terrà a partire dalle ore 19 presso la Sala Grande.

Noi di Entr’Acte, un po’ per gioco, vogliamo provare a indovinare quali saranno i lungometraggi che, a breve, verranno premiati dalla giuria presieduta da Guillermo del Toro. Immediatamente dopo la premiazione, riporteremo i nomi dei vincitori effettivi. Ma per ora, divertiamoci un po’:

LEONE D’ORO: ROMA di Alfonso Cuaron (anche se il miglior film in assoluto è probabilmente Killing di Tsukamoto)

LEONE D’ARGENTO ALLA MIGLIOR REGIA: Sunset di Laszlo Nemes

PREMIO OSELLA ALLA MIGLIOR SCENEGGIATURA: The Ballad of Buster  Scruggs dei Fratelli Coen oppure Opera senza Autore di Florian Henckel von Donnersmarck

GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Killing di Shinya Tsukamoto

COPPA VOLPI ALLA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE: Willem Dafoe per At Eternity’s Gate

COPPA VOLPI ALLA MIGLIOR INTERETAZIONE FEMMINILE: Olivia Colman per The Favourite

PREMIO MASTROIANNI PER IL MIGLIOR ATTORE EMERGENTE: Lali Esposito per Acusada

 

Restate con noi per sapere chi saranno i vincitori effettivi di questa 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia!

Marina Pavido

VENEZIA 75 – AT ETERNITY’S GATE di Julian Schnabel

eternitygTITOLO: AT ETERNITY’S GATE; REGIA: Julian Schnabel; genere: biografico; paese: USA; anno: 2018; cast: Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac; durata: 110′

Presentato in anteprima – e in corsa per il Leone d’Oro – alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, At Eternity’s Gate è l’ultimo di una lunga serie di biopic sulla vita del celebre pittore olandese Vincent Van Gogh, firmato Julian Schnabel.

Partendo dal momento in cui l’artista ha stretto la sua forte amicizia con il collega Paul Gauguin, At Eternity’s Gate ci mostra un Van Gogh sofferente, incompreso, che vive un eterno conflitto interiore e che riesce a sentirsi sé stesso solo nel momento in cui si trova da solo, immerso nella natura più incontaminata, e si accinge a dipingere un altro dei suoi quadri.

Inutile dire che – data anche la parallela carriera da pittore dello stesso Julian Schnabel – il presente lungometraggio (probabilmente una delle opere più personali e necessarie per l’autore stesso insieme a Basquiat, del 1996) vanta una cura dell’immagine e della fotografia come poche volte capita di vedere sul grande schermo. I dipinti di Vincent Van Gogh vengono, così, ricreati da una macchina da presa che, tuttavia, risulta essere a tratti troppo traballante. Ingiustificatamente traballante. Facendo, sovente, perdere di impatto visivo alle sopracitate immagini, ma soffermandosi sapientemente su un primissimo piano del protagonista che in tutto e per tutto sta a ricordarci il suo stesso Autoritratto con orecchio bendato (datato 1889).

Non ha paura dei silenzi, Julian Schnabel. Non li teme e, al contrario, tende a esasperarli fino all’estremo, fino al massimo del consentito, accompagnando le immagini di un Van Gogh in estasi nella natura, solo con un misurato commento musicale firmato Tatiana Lisovskaya, al fine di far sì che lo spettatore stesso diventi parte di quell’estasi quasi mistica vissuta dal protagonista. Ma, in fin dei conti, è davvero necessaria una messa in scena così estrema? O tali scelte registiche denotano soltanto una pericolosa mancanza di idee da parte del regista stesso?

Malgrado le suggestive immagini, malgrado i buoni intenti da parte dell’autore, At Eternity’s Gate risulta, alla fine, un’opera che non riesce a esprimere fino in fondo tutto il proprio potenziale. Come se, negli scorsi anni, tutto fosse già stato detto in merito. L’immagine che si ha, dunque, è quella di un regista non del tutto a proprio agio, che non sa come concludere un discorso ormai aperto e che, di fronte a un tema sì importante, si sente alquanto spaesato. Peccato. Perché, di fatto, di spunti interessanti (soprattutto dal punto di vista estetico) ce n’erano eccome.

Lungometraggio ingenuo e maldestro, At Eternity’s Gate vanta, tuttavia, una straordinaria prova attoriale da parte del sempre ottimo Willem Dafoe, nel ruolo del protagonista. Sarà Coppa Volpi?

VOTO: 6/10

Marina Pavido

 

LA RECENSIONE – UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA di Sean Baker

film-in-uscita-un-sogno-chiamato-florida_oggetto_editoriale_800x600TITOLO: UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA; REGIA: Sean Baker; genere: drammatico; paese: USA; anno: 2017; cast: Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince; durata: 112′

Nelle sale italiane dal 22 marzo, Un Sogno chiamato Florida è l’ultimo lungometraggio del cineasta indipendente Sean Baker, presentato in anteprima al Torino Film Festival 2017 e che ha visto la candidatura di Willem Dafoe per l’Oscar al Miglior Attore Non Protagonista.

Moonie, Scotty e Jancey sono tre bambini di sei anni che vivono in Florida, alle porte di Disneyland, ma in una zona del tutto periferica e abbandonata, insieme alle rispettive madri. Per loro la vita non è facile, eppure, con i loro occhi di bambini, riusciranno a vedere il bello in tutto, passando una delle estati più felici della loro vita. La giovane madre di Moonie, Halley, tuttavia, al fine di riuscire a pagare la piccola stanza che ha in affitto in un residence insieme alla figlioletta, vive al confine tra legalità e crimine. Questo, ovviamente, presenterà pesanti conseguenze.

A metà strada tra un film truffautiano e una pellicola di Larry Clark, questo prezioso lavoro di Baker ci racconta la squallida periferia statunitense attraverso gli occhi dei bambini, rendendo il tutto incredibilmente gioioso, colorato, vivo come forse non è stato mai. Persino i residence vengono rappresentati alla stregua di case accoglienti o, meglio ancora, di vere e proprie case incantate, con i loro colori pastello e le loro scale che tanto stanno a ricordare i labirinti dei luna park.

Il residence dove abita Moonie insieme alla madre Halley è, nello specifico, rappresentato come una sorta di girone dantesco, con persone che vivono ai margini della società ma con una sorta di angelo custode – interpretato dal grande Willem Dafoe nei panni del sorvegliante del residence stesso – che veglia su di loro ed è pronto a risolvere, spesso con fare severo e paternalistico, ogni loro problema.

E poi ci sono loro: i bambini, sempre pronti a vivere al massimo le loro giornate, accontentandosi di poco e divertendosi anche se non riescono e forse non riusciranno mai ad andare alla vicina Disneyland. Una vita, la loro, fatta di risate e semplici scherzi, in cui sono le madri (i padri sono del tutto assenti) a gestire la loro quotidianità, la cui serenità può essere minata soltanto dalle autorità, con il loro cinismo e le loro regole che spesso vanno contro ogni buonsenso.

Un vero e proprio gioiellino direttamente dal Torino Film Festival, questo lungometraggio di Sean Baker. Una pellicola dolce e amara che, ci auguriamo, non passerà affatto inosservata.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara

PIAZZA_VITTORIO_PIC002TITOLO: PIAZZA VITTORIO; REGIA: Abel Ferrara; genere: documentario; paese: Italia; anno: 2017; durata: 82′

Presentato fuori concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Piazza Vittorio è l’ultimo documentario del celebre cineasta statunitense, ma di origini italiane, Abel Ferrara.

Sulla scia degli attuali dibattiti circa l’immigrazione e la difficoltà a far sì che i nuovi arrivati possano integrarsi nel nostro paese, Ferrara – con la sua piccola troupe e nell’arco di soli pochi giorni – ha realizzato una serie di interviste a clandestini, immigrati, artisti, clochards, politici e storici abitanti del posto, in modo da darci un ritratto completo e fedele di ciò che è oggi piazza Vittorio. Tra i vari interventi ricordiamo, in particolar modo, quello di Matteo Garrone e di Willem Dafoe, i quali, proprio per il fascino della piazza dato dalla sua multietnicità, hanno deciso di trasferircisi.

Il risultato finale è, come ben si può immaginare, un ritratto variegato e pieno di vita, dove l’amore per una città come Roma, in generale, è palpabile fin dai primi minuti. Particolarmente suggestive, a tal proposito, immagini di artisti di strada, di balli, di canti, di persone intente a fare la spesa nello storico mercato coperto, di mamme con neonati, di anziani seduti al parco e di bambini intenti a giocare a pallone. Si potrebbe quasi affermare che basterebbero soltanto tali immagini a fornirci un quadro esaustivo del tutto. Dal canto suo, anche lo stesso Ferrara vuole entrare a far parte del gioco, non esitando ad entrare in campo egli stesso, mentre interagisce con gli intervistati. Ed ecco che il metacinema anche stavolta svolge un ruolo quasi centrale nel dare al tutto quel tocco in più che non guasta mai.

Il problema di un documentario come Piazza Vittorio è, in realtà, proprio il fatto di concentrarsi esclusivamente sulla questione dell’immigrazione, quando, invece, sarebbe stato interessante dar vita ad un lavoro più complesso, che ci permettesse di conoscere anche la storia della piazza stessa e di come sia cambiata la vita nel corso dei decenni, all’interno di essa. A poco, di fatto, servono i brevi filmati di repertorio inseriti. Ciò che però maggiormente disturba è una battuta – risultante fastidiosamente ipocrita e buonista – dello stesso Abel Ferrara, rivolta ad uno dei clandestini al termine di un’intervista: “Anch’io qui in Italia sono un immigrato, sto cercando di vivere con la mia arte”.

Che peccato, quando accadono certe cose. Fino a prova contraria, di fatto, Abel Ferrara il suo lavoro sa farlo eccome. E senza questa cadute di stile avrebbe potuto realizzare indubbiamente qualcosa di davvero, davvero importante. Che dire? Sarà per la prossima volta!

VOTO: 6/10

Marina Pavido

SPECIALE CANNES A ROMA: DOG EAT DOG di Paul Schrader

dog-eat-dog-paul-schrader-nicolas-cage-willem-dafoe-6TITOLO: DOG EAT DOG; REGIA: Paul Schrader; genere: drammatico, azione, thriller, commedia; anno: 2016; paese: USA; cast: Willem Dafoe, Nicholas Cage; durata: 95′

Presentato in anteprima in occasione della rassegna Cannes a Roma, Dog eat dog è l’ultima fatica di Paul Schrader – colonna portante della New Hollywood. Il lungometraggio è stato selezionato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs all’ultima edizione del Festival di Cannes.

Troy, Diesel e Mad Dog sono tre ex detenuti. Varie circostanze hanno fatto in modo che i tre diventassero amici per la pelle, una vera e propria famiglia. Una volta usciti di galera, devono trovare il modo di poter ricominciare daccapo, pur non avendo un soldo in tasca. Dopo vari, maldestri tentativi di mettere qualcosa da parte, i tre progetteranno un’estorsione. La realizzazione del loro piano, però, sarà molto più problematica del previsto.

Arclight_Dog%20Eat%20Dog_screen%20grabs.pdfSalvo per quanto riguarda poche eccezioni, Paul Schrader è quasi sempre una garanzia. Ed anche in questo suo ultimo lavoro – tratto dall’omonimo racconto di Edward Bunker – l’autore si è rivelato all’altezza delle aspettative. Ben scritto, ben interpretato (persino Nicholas Cage è stato perfettamente all’altezza del suo ruolo, incredibile!), dai ritmi giusti e con una sceneggiatura sì semplice, ma efficace per quanto riguarda ciò che si vuole comunicare, Dog eat dog vede i suoi massimi punti di forza in una regia impeccabile ed in un montaggio dinamico che fa largo uso – in modo appropriato e mai gratuito o autocompiacente – di ralenty, di fast motion e, di quando in quando, di un suggestivo e malinconico bianco e nero. Il risultato finale è una serie di scene memorabili, destinate, addirittura, a diventare quasi dei cult. Tutto ciò a partire dai primi minuti, in cui vediamo uno spaesato Willem Dafoe, che, appena uscito dal carcere, deve vedersela con una ex compagna rompiscatole ed “ingombrante” e con la figlia adolescente di lei, il cui unico problema sembra non essere altro che la mancata possibilità di cucinare dei cupcakes insieme ad un’amica. Ora, in una situazione del genere, a chiunque capiterebbe di perdere la pazienza. Cosa che capita, ovviamente, anche al nostro protagonista, il quale – in una sequenza pulp che più pulp non si può – si libera in modo decisamente poco convenzionale dei suoi “ostacoli”. E che dire della scena riguardante l’inseguimento con la polizia? Anche qui, con un montaggio libero da ogni convenzione, Schrader riesce a tenere lo spettatore incollato allo schermo minuto per minuto. Senza mai abbandonare, però, quella crudele ironia che ha sempre caratterizzato molte delle sue opere.

Dog-Eat-Dog-e1452220915586-620x349Ovviamente, però, tutti gli sbagli commessi dai nostri protagonisti hanno un proprio prezzo. Ed il prezzo stesso può essere caro come non mai. Così, il tema della colpa e della redenzione torna anche in questo ultimo lungometraggio, senza mai essere banale o ridondante. Emblematica, a questo proposito, la frase finale pronunciata in voice over dallo stesso Troy/Nicholas Cage: “Non si può dire che io volessi a tutti i costi giustizia. Volevo ciò che volevo. Come tutti, del resto”. Ognuno di noi, a seconda delle situazioni, è vittima o carnefice. Non vi sono buoni, non vi sono cattivi, ma siamo tutti pronti ad azzannarci a vicenda, nel momento in cui vogliamo ottenere qualcosa. Cani che mangiano altri cani.

Arclight_Dog%20Eat%20Dog_screen%20grabs.pdfCiò che viene raccontato è importante, ma come lo si racconta è – la maggior parte delle volte – determinante. E questo è anche il caso di Dog eat dog, la cui semplice trama viene dignitosamente messa in scena da una mano matura e sapiente. Una visione che – finalmente! – fa sì che al suo termine ci si senta pienamente soddisfatti ed appagati.

VOTO: 8/10

Marina Pavido

VALDARNO CINEMA FEDIC: AD ABEL FERRARA IL PREMIO MARZOCCO 2015

Ricevo e volentieri pubblico

valdarno fedicAd Abel Ferrara il Premio Marzocco 2015

www.cinemafedic.it

Il Premio Marzocco 2015, prestigioso simbolo della città di S. Giovanni Valdarno, che da 33 anni viene consegnato in occasione del Valdarno Cinema Fedic, quest’anno andrà per la prima volta a un regista internazionale

La cerimonia della premiazione si svolgerà venerdì 8 maggio presso il Cinema Masaccio dopo la masterclass sul cinema di Abel Ferrara (che avrà inizio alle ore 21.30), moderata dal direttore artistico del festival Simone Emiliani e dal vice-direttore di Sentieri Selvaggi Sergio Sozzo.

????????????Abel Ferrara, regista statunitense del Bronx, Autore di un cinema viscerale e allucinato,  pone spesso al centro dei suoi film i temi del peccato, della redenzione, del tradimento, della follia mostrando con il suo inconfondibile sguardo la discesa agli inferi dei suoi protagonisti. La dimensione notturna della metropoli è un’ambientazione ricorrente che ha già caratterizzato il suo primo lungometraggio, The Driller Killer (1979). Ha poi diretto, tra gli altri, dei noir molto personali (L’angelo della vendetta, 1981; Paura su Manhattan, 1984; Fratelli, 1996), una variazione di Romeo e Giulietta in China Girl (1987) e il gangster-movie King of New York (1989) che lo ha fatto conoscere in Europa e ha anticipato quella che è stata definita la ‘trilogia del peccato’ composta da Il cattivo tenente (1992), Occhi di serpente (1993) e The Addiction (1995). Tra i suoi altri film più importanti vanno ricordati L’invasione degli ultracorpi (1993), remake del film di Don Siegel del 1956 in cui la dimensione fantascientifica è stata rielaborata in chiave ancora più personale in 4:44 Last Days on Earth (2011). Tra i suoi film più importanti vanno ricordati anche Blackout (1997), New Rose Hotel (1998), Il nostro Natale (2001), Go Go Tales (2007), Napoli Napoli Napoli (2009) e Welcome to New York (2014) oltre ai documentari newyorkesi Chelsea on the Rock (2008) e Mulberry St. (2010). Nel 2005 con Mary ha vinto il Premio Speciale della giuria al Festival di Venezia. Sempre al Lido ha presentato lo scorso anno, in competizione, Pasolini.

Nel corso della sua carriera ha lavorato con i più importanti attori statunitensi come Willem Dafoe, Christopher Walken, Harvey Keitel, Matthew Modine, Annabella Sciorra, Chris Penn, Dennis Hopper, Vincent Gallo, Benicio Del Toro, Madonna, Wesley Snipes, Steve Buscemi, Tom Berenger, Forest Whitaker e Melanie Griffith. Ma hanno collaborato con lui anche alcuni degli interpreti più conosciuti del cinema francese (Gérard Depardieu, Juliette Binoche, Marion Cotillard, Jacqueline Bisset), italiano (Asia Argento, Isabella Rossellini, Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea) e inglese (Bob Hoskins).