LA RECENSIONE – BOHEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer

Bohemian-Rhapsody-film-3763-600x347TITOLO: BOHEMIAN RHAPSODY; REGIA: Bryan Singer; genere: biografico; paese: USA; anno: 2018; cast: Rami Malek, Ben Hardy, Gwilym Lee; durata: 134′

Nelle sale italiane dal 29 novembre, Bohemian Rhapsody è l’ultimo, attesissimo lavoro del regista Bryan Singer, nonché biopic del compianto Freddie Mercury, leader del gruppo musicale The Queen.

Il presente lavoro – prodotto da Brian May – segue per quindici anni la nota rock band inglese, dalla sua formazione nel 1970, fino al celebre Live Aid Concert del 1985, concentrando la sua attenzione proprio sulla figura di Mercury, impersonato per l’occasione dal giovane Rami Malek, il quale, oltre ad aver ottenuto una straordinaria somiglianza fisica con il cantante – con un trucco importante che non risulta mai posticcio né eccessivamente artefatto – ha esercitato un lungo e difficile lavoro su sé stesso, al fine di rendere al meglio sul grande schermo il suo impegnativo personaggio.

Cercando di evitare ogni pericolosa retorica, tipica dei biopic, Bohemian Rhapsody si apre con una bella carrellata a seguire che vede Mercury, rigorosamente di spalle, nel momento in cui, dopo essersi svegliato in casa sua, circondato dai numerosi gatti, si accinge a salire sul palco davanti al quale un’enorme folla di fan adoranti lo aspetta. Nel frattempo, la musica dei Queen fa il resto, oltre a un minuziosissimo lavoro di ricostruzione – inquadratura per inquadratura – di tutti i filmati riguardanti lo storico gruppo.

La peculiarità di un lungometraggio come il presente è, di fatto, quella di concentrarsi quasi esclusivamente sulla musica prodotta dal gruppo (memorabile, a tal proposito, la sequenza che ci mostra i quattro intenti a registrare in studio proprio la coraggiosa e sperimentale Bohemian Rhapsody), senza soffermarsi eccessivamente – ma, allo stesso tempo, trattando il tutto in modo adeguato – sulle vicende private dello stesso Mercury, dalla sua relazione con Mary Austin, alla scoperta della propria omosessualità, fino alla malattia.

Forte – come già è stato scritto – di una musica vincente, il presente lungometraggio vanta, accanto a una regia a tratti eccessivamente virtuosistica, un montaggio studiato fin nei minimi dettagli. il risultato finale è un prodotto decisamente coinvolgente, tra le più fedeli rappresentazioni di una delle icone della musica rock anni Settanta e Ottanta.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

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LA RECENSIONE – THE CONSTITUTION – DUE INSOLITE STORIE D’AMORE di Rajko Grilc

theconstitutionTITOLO: THE CONSTITUTION – DUE INSOLITE STORIE D’AMORE; REGIA: Rajko Grlic; genere: commedia, drammatico; paese: Croazia; anno: 2016; cast: Nebojsa Glovac, Dejan Acimovic, Ksenjia Marinkovic; durata: 93′

Nelle sale italiane dal 5 aprile, The Constitution – Due insolite Storie d’Amore è l’ultimo, pluripremiato lungometraggio di Rajko Grlic e distribuito in Italia da Cineclub Internazionale.

Vjeko è un insegnante croato di mezza età che, dopo la morte del compagno, vive con il padre gravemente malato. L’uomo è solito indossare abiti femminili, per poi uscire, di notte, a bere qualcosa in un bar sotto casa. Una sera, però, viene pestato a sangue da un gruppo di teppisti che non sopportano gli omosessuali. A venirgli in aiuto sarà la sua vicina di casa, infermiera croata, la quale ha sposato un poliziotto serbo. Tra i due uomini, proprio a causa delle loro differenti nazionalità, inizialmente non correrà buon sangue. Le cose, tuttavia, cambieranno nel momento in cui il professore dovrà aiutare il vicino a studiare a memoria la Costituzione, al fine di superare un importante esame a lavoro.

Con una struttura ellittica, che vede, in apertura e in chiusura del film, la medesima inquadratura attraverso i vetri di una finestra di casa di Vjeko, The Constitution – ambientato in un periodo storico di fondamentale importanza per i paesi della Ex-Jugoslavia – sa raccontarci un aspetto delicato e spinoso come quello dell’integrazione – sia che si parli dell’integrazione dei serbi in Croazia, che degli omosessuali all’interno di una società ancora non propriamente pronta ai cambiamenti – con garbo e anche con una giusta dose di umorismo, evitando – malgrado l’elevato rischio quando si trattano argomenti del genere – ogni pericolosa retorica e inutili buonismi.

All’interno di una sceneggiatura che funziona (che, volendo analizzare la cosa nel dettaglio, forse pecca solo di troppi importanti eventi che convergono in chiusura) e con un cast di attori che sanno rendere alla perfezione i loro sfaccettati personaggi, ogni singolo dettaglio non è lasciato al caso. Persino la convincente (e, a suo modo, divertente) sottotrama che vede un pericoloso squilibrato seminare in giro per le strade di Zagabria salsicce con dentro dei chiodi, al fine di ferire i cani.

Pur essendo ambientato, dunque, in un preciso momento storico, The Constitution, per i temi trattati, può classificarsi a tutti gli effetti come un film “universale”. Si tratta di una storia, quella qui messa in scena, che potrebbe accadere in qualsiasi momento, seppur con le sue dovute varianti. Il risultato finale è una commedia dal retrogusto amaro, piacevole e ben riuscita, perfettamente in linea con la cinematografia dell’Est Europa, che da sempre ci regala piacevoli sorprese.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE – CHIAMAMI COL TUO NOME di Luca Guadagnino

chiamami col tuo nomeTITOLO: CHIAMAMI COL TUO NOME; REGIA: Luca Guadagnino; genere: drammatico; paese: Italia, Francia, Brasile, USA; anno: 2017; cast: Thimothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg; durata: 132′

Nelle sale italiane dal 25 gennaio, Chiamami col tuo nome è l’ultimo lavoro del cineasta italiano, ma trapiantato all’estero, Luca Guadagnino, presentato in anteprima alla 67° Berlinale e che ha recentemente ricevuto ben quattro Nomination ai Premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Sceneggiatura non Originale (scritta da James Ivory).

Tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, il film – terzo capitolo della trilogia del desiderio dopo Io sono l’amore (2009) e A bigger splash (2015) ed ambientato nel 1983 – racconta la storia d’amore tra Elio, diciassettenne residente in un paesino del Nord Italia ed Oliver, giovane studente americano ospitato durante l’estate dalla famiglia del ragazzo. Non sarà facile per entrambi scoprire sé stessi ed ancor più difficile sarà, alla fine delle vacanze, separarsi.

Osannato dalla critica italiana ed internazionale, considerato da un cineasta del calibro di Paul Thomas Anderson uno dei migliori film del 2017, Chiamami col tuo nome ha tutte le carte in regola per passare alla storia. Almeno sulla carta. Nulla da dire, infatti, sulla regia, così come sulle atmosfere poetiche ed evocative ricostruite che, grazie alla bravura degli interpreti e, non da meno, ad un coinvolgente commento musicale, riescono fin da subito a far breccia nel cuore dello spettatore ed a far sì che egli stesso si senta parte integrante della storia. I sentimenti dei due giovani, dal canto loro, vengono messi in scena in modo discreto e delicato, quasi a voler richiamare alcune opere della Nouvelle Vague.

Ma allora, con tali premesse, cos’è che di un film come Chiamami col tuo nome proprio sembra non andare giù? Forse, paradossalmente, è proprio lo sguardo del regista. Non fraintendiamoci, dal punto di vista della messa in scena in sé stiamo parlando di un film inappuntabile. L’impressione che si ha – anche, e soprattutto, in luce di quanto un cineasta come Guadagnino ha girato in passato – è che lo stesso autore sia un po’ troppo distaccato da ciò che sta girando, quasi come se l’importante fosse autocelebrarsi come grande maestro, ma senza entrare davvero nel vivo della vicenda. Lo dimostrano, giusto per fare qualche esempio, i primi e primissimi piani troppo enfatici – ed anche piuttosto gratuiti – dei due protagonisti, così come campi lunghi che ci mostrano il paesaggio estivo e si soffermano fissi anche dopo che i personaggi sono usciti di scena, senza che ce ne sia una reale necessità.

Eppure, nonostante ciò, la confezione del prodotto in sé è riuscita eccome. E pare siano in tanti ad essersene accorti. Di fatto, Chiamami col tuo nome è un lungometraggio che da solo presenta parecchi spunti interessanti. Non ci resta che stare a vedere se l’Academy lo riterrà meritevole di qualche statuetta.

VOTO: 7/10

Marina Pavido

VENEZIA 74 – MARVIN di Anne Fontaine

0Y1A8539TITOLO: MARVIN; REGIA: Anne Fontaine; genere: drammatico; paese: Francia; anno: 2017; cast: Finnegan Oldfield, Jules Porier, Isabelle Huppert; durata: 115′

Presentato in concorso nella sezione Orizzonti alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Marvin è l’ultimo lavoro della regista lussemburghese, ma francese di adozione, Anne Fontaine.

La storia raccontata è quella del giovane Marvin Bijoux, il quale abita con la sua famiglia in un paesino di provincia e, maltrattato dai compagni di classe che già sospettano la sua omosessualità, riesce ad accettarsi e a ritrovare sé stesso soltanto dopo aver iniziato un corso di teatro, spinto da un’illuminata insegnante. Una volta finite le scuole, il ragazzo continuerà a dedicarsi al teatro ed assumerà il nome d’arte di Martin Clément.

Due nomi, due vite diverse, la stessa persona. E, pertanto, seguendo passo passo il protagonista, la regista Anne Fontaine ha deciso di sviluppare il film stesso su due livelli: da un lato vediamo il bambino – Marvin, interpretato dall’enfant prodige Jules Porier – e tutte le difficoltà legate alla sua età; dall’altro vediamo il ragazzo – diventato nel frattempo Martin – ormai consapevole di sé stesso che, nel rielaborare i suoi difficili anni passati, si accinge a scrivere la sua prima pièce teatrale.

La soluzione adottata, seppur non semplicissima da portare avanti, inizialmente pare funzionare: le due storie scorrono e si sviluppano in parallelo senza particolari intoppi, riuscendo ad incastrarsi alla perfezione l’una con l’altra e sviluppando entrambi i personaggi – Marvin e Martin – in modo soddisfacente, evitando ogni pericoloso cliché. Fino ad arrivare al momento in cui Martin riesce finalmente a riconciliarsi con il proprio padre. Se il lungometraggio fosse finito qui, sarebbe stato un prodotto di tutto rispetto. E invece no, la storia viene tirata per le lunghe fino allo stremo, senza una reale necessità, facendo sì che tutto il lavoro perda di mordente. Peccato, soprattutto perché, in genere, una regista come Anne Fontaine è sempre riuscita a mettere in scena in modo decisamente dignitoso situazioni non facili da sviluppare (basti anche solo pensare all’interessante Agnus Dei, probabilmente uno dei suoi lavori migliori). Eppure, qui, a quanto pare, ha voluto strafare. Che sia proprio Venezia a fare questo effetto ai registi? A giudicare da molti altri autori che, nel contesto lidense, pare siano affetti da pericolosa megalomania, pare proprio di sì.

Cosa portiamo, dunque, a casa, dopo la visione di Marvin? Di sicuro, la suggestiva immagine del teatro – e dell’arte, in generale – come strumento salvifico, unica ancora di salvezza in un mondo dove se non si è tutti uguali, si viene inevitabilmente tagliati fuori. Di notevole impatto anche la scena in cui il giovane Marvin viene accompagnato da suo padre in stazione, al fine di trasferirsi in un’altra città per proseguire gli studi: emozionante il momento in cui il ragazzino, sorridente per le goffe dimostrazioni di affetto del rude genitore, non si accorge che quest’ultimo lo sta ancora guardando prima che il treno si metta in moto. Non basta questo, però, a salvare un intero lavoro. Nemmeno lo pseudo-cameo di un’interprete del calibro di Isabelle Huppert, qui nel ruolo di sé stessa. Quest’ultima trovata, al contrario, risulta come una vera e propria forzatura.

VOTO: 6/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – ROSSO ISTANBUL di Ferzan Ozpetek

schermata-2017-01-16-alle-15-13-10TITOLO: ROSSO ISTANBUL; REGIA: Ferzan Ozpetek; genere: drammatico; anno: 2017; paese: Italia, Turchia; cast: Halit Ergenç, Tuba Büyüküstün, Nejat Isler; durata: 115′

Nelle sale italiane dal 2 marzo, Rosso Istanbul è l’ultimo lungometraggio del regista turco naturalizzato italiano Ferzan Ozpetek.

Orhan e Deniz sono amici da molti anni, pur non vedendosi da parecchio tempo. Nel maggio 2016, però, Orhan, scrittore di successo, tornerà ad Istanbul per aiutare Deniz – diventato, nel frattempo, uno stimato regista cinematografico – a finire la scrittura del suo ultimo libro. In seguito alla misteriosa scomparsa di Deniz, l’uomo avrà modo di entrare nella vita dell’amico, conoscendo i suoi famigliari e le persone a cui era maggiormente legato, Neval e Yusuf. In questa occasione lo scrittore avrà modo anche di rivivere il proprio passato, iniziando un lungo e spesso doloroso processo di autoanalisi.

rosso-istanbul-trailer-ozpetek-orig_mainDetto questo, l’andamento di tutto il lungometraggio può essere facilmente immaginato. Salvo qualche interessante movimento di macchina che, vuoi in panoramica dall’alto, vuoi lungo le strade, ci mostra la bellissima città di Istanbul, infatti, quello a cui assistiamo è qualcosa che per andamento narrativo ci ricorda molto Cuore sacro e che, per tematiche, somiglia a qualsiasi altro film di Ozpetek, da Mine vaganti a Le fate ignoranti, fino a toccare, per certi versi anche Magnifica presenza (dove, tuttavia, un tono molto più leggero aveva fatto da protagonista per quasi tutta la pellicola). I temi dell’omosessualità e del ritorno inaspettato del passato, uniti ad una certa componente spirituale e, se vogliamo, sovrannaturale, dunque, vengono ancora una volta mescolati per dare vita ad un prodotto al solito altamente pretenzioso, con personaggi secondari sì potenzialmente interessanti, ma, purtroppo talmente stereotipati e poco naturali da risultare sovente finti e, a tratti, addirittura come delle macchiette (vedi, ad esempio, la scena in cui Orhan conosce, durante una cena, le due zie di Deniz e si trova, dunque, circondato dalle donne che hanno da sempre fatto parte della vita dell’amico).

coverlg_homeMalgrado la somiglianza con precedenti opere, però, di fatto Rosso Istanbul potrebbe essere considerato quasi una summa di tutta la cinematografia di Ozpetek, dal momento che qui il regista, portando, in qualche modo, il suo stile all’estremo, si perde a tal punto nelle sue stesse elucubrazioni introspettive ed autoreferenziali da far perdere man mano (volutamente o meno) nerbo a tutta la storia, diventata, a questo punto, una mera e piuttosto debole cornice. Ed anche se, di fatto, si possono immaginare le iniziali intenzioni dell’autore, il risultato è un prodotto che via via che ci si avvicina alla fine, sfianca sempre di più, con un protagonista che risulta a tratti urticante ed una trama di cui, di fatto, piano piano non ci importa più.

Eppure, il ritorno ad Istanbul, aveva fatto ben sperare anche in un possibile cambio di rotta da parte di Ozpetek. O magari anche solo in un possibile focus sulla situazione politica della città stessa, visto il difficile 2016 appena trascorso ed i numerosi spunti che un luogo del genere può offrire. Ma, alla fine, c’è stato ben poco da sperare. A Ferzan Ozpetek piace a tal punto fare il Ferzan Ozpetek che, ormai, già si può immaginare dove i suoi prossimi lavori andranno a parare. Fino al momento in cui ci si renderà conto (forse), che il (bel) cinema è, di fatto, altro.

VOTO: 4/10

Marina Pavido

11° FESTA DEL CINEMA DI ROMA -MOONLIGHT di Barry Jenkins

1663TITOLO: MOONLIGHT; REGIA: Barry Jenkins; genere: drammatico; anno: 2016; paese: USA; cast: Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante Rhodes; durata: 110′

Film di apertura dell’11° Festa del Cinema di Roma è Moonlight, diretto dal giovane regista statunitense Barry Jenkins.

Chiron è un bambino fragile, il quale viene bullizzato dai suoi coetanei e, come se non bastasse, vive una difficile situazione familiare, in quanto sua madre è dipendente dalla droga. Saranno l’incontro con uno spacciatore del luogo – che fin da subito prende a cuore la situazione del ragazzo – e l’amicizia con il coetaneo Kevin ad aiutare il ragazzino a sopravvivere all’ambiente in cui vive, a conoscersi e a crescere.

Apertura piuttosto deludente, quella di quest’ultima edizione della Festa del Cinema. Malgrado le attese, infatti, Moonlight risulta un prodotto decisamente deludente che non riesce a salvarsi da banali clichés, ma che, al contrario, si è classificato come un lungometraggio “furbo”, con il solo intento di accattivarsi consensi di pubblico e di critica. Senza riuscire del tutto nel suo scopo, però.

Facendo eccezione per la recitazione – di fatto, tutti gli interpreti si sono rivelati perfettamente all’altezza dei loro ruoli – e fatta eccezione anche per la regia – ottima la scelta dell’uso frequente di camera a spalla, così come particolarmente riuscita è l’operazione di ricostruzione di particolari ambienti ed atmosfere – questo ultimo lungometraggio di Jenkins, seppur adottando inizialmente un’interessante struttura narrativa (suddividendo il film stesso in tre sezioni: le principali fasi della vita di Chiron), non riesce a mantenere lo stesso ritmo durante tutta la durata, rendendo il tutto eccessivamente frammentato, fino a dargli pericolosamente la forma di una sorta di soap opera, man mano che ci si avvicina al finale.

Per quanto riguarda il tema trattato – la scoperta della propria omosessualità – va fatto un discorso a parte. Ora, volenti o nolenti, abbiamo avuto spesso modo di notare, negli ultimi anni, con quale frequenza analoghe situazioni siano state trasposte sul grande schermo. Ma, ovviamente, al di là di ciò che si vuole parlare, l’importante, alla fin fine, è come parlarne, come raccontarlo per immagini. E, purtroppo, in Moonlight troviamo una scarsa quanto raffazzonata indagine psicologica in merito, a causa della quale non ci si riesce a staccare da banali e sbagliati luoghi comuni. Oltre, ovviamente, a situazioni già abbondantemente viste e riviste.

Ultima considerazione: nel lontano 1959 un giovane critico cinematografico francese, tale François Truffaut, girò la sua opera prima, I 400 colpi: grande capolavoro della storia del cinema che si conclude con l’immagine del giovane protagonista Antoine Doinel, il quale, dopo una corsa sulla spiaggia, guarda in macchina. Bene, allora dov’è il problema? Il problema è che tale scena è stata citata e barbaramente scopiazzata così spesso che ogni volta che si presenta l’ennesimo film  con una simile conclusione, la reazione che si ha è quasi di rabbia, oltre che di sconforto. Non credo, a questo punto, serva dire altro.

VOTO: 5/10

Marina Pavido

LA RECENSIONE DI MARINA – QUANDO HAI 17 ANNI di André Techiné

01-1TITOLO: QUANDO HAI 17 ANNI; REGIA: André Techiné; genere: drammatico; anno: 2016; paese: Francia; cast: Sandrine Kiberlain, Kacey Mottet Klein, Corentin FIla; durata: 114′

Nelle sale italiane dal 6 ottobre, Quando hai 17 anni è l’ultimo lungometraggio diretto dall’apprezzato regista francese André Techiné, per la sceneggiatura di Céline Sciamma.

Damien e Tom vivono in un piccolo villaggio montano della Francia del sud. I due ragazzi frequentano la stessa classe, eppure tra di loro c’è sempre stato un rapporto conflittuale, dal momento che sono spesso arrivati addirittura a picchiarsi. Le cose si complicheranno nel momento in cui Tom verrà invitato da Marianne (madre di Damien) a vivere per un periodo da loro, dal momento che la madre del ragazzo sta per avere un bambino.

immagine_quando-hai-17-anni_69251André Techiné, si sa, è sempre stato un maestro nel raccontare l’adolescenza. Anche in questa sua ultima opera, infatti, egli descrive l’età probabilmente più difficile concentrandosi su un tema complesso come quello della scoperta della propria omosessualità. E, come sempre, riesce a mettere in scena la vicenda con grazie e delicatezza, senza presunzione o irruenza alcune. Il rapporto tra i due ragazzi viene descritto in modo accurato e stratificato, senza lasciar intuire, inizialmente, i veri sentimenti dei due. Si tratta di una storia dura e tenera allo stesso tempo, che – sia per la scrittura che per la messa in scena – riesce fin da subito a creare un forte legame con il pubblico. Pur essendo un tema, questo, più e più volte trattato (basti pensare – se vogliamo concentrarci esclusivamente su quanto è stato prodotto di recente – all’islandese Heartstone, presentato all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli autori), Techiné è stato in grado di creare un’opera unica nel suo genere e dotata di una propria, marcata identità.

Il paesaggio montano, inoltre, è trattato alla stregua di un ulteriore personaggio. Le mille difficoltà che la vita in un posto del genere comporta è, di fatto, perfettamente in linea con le battaglie interiori dei due protagonisti. Senza dimenticare le suggestive inquadrature delle montagne prese dal basso o il bellissimo panorama, nella scena in cui Marianne e Tom fanno un’escursione insieme.

quand_on_a_17_ansL’unica pecca di questo lavoro di Techiné è, forse, una scarsa indagine psicologica per quanto riguarda il personaggio di Damien. Al di là del suo amore inizialmente non corrisposto, poca attenzione viene posta al suo rapporto con i genitori, in particolare alla sua reazione alla morte del padre e a quella tipica rabbia adolescenziale che situazioni del genere fanno affiorare. Ma che qui manca quasi del tutto.

Ultima considerazione: Sandrine Kiberlain – nel ruolo di Marianne – ci ha regalato semplicemente un’ulteriore conferma del suo talento poliedrico. Ogni volta è sempre un piacere osservarla sul grande schermo.

Una storia tenera. Una storia semplice e complessa allo stesso tempo. Questo è Quando hai 17 anni. In poche parole, un film che riesce a colpire nel segno e che non verrà dimenticato così presto.

VOTO: 7/10

Marina Pavido